VENERINA

 

pizzica

 

di Maria Grazia Presicce

 

Mi disseto al getto fresco della fontana nella piazza e mi ritrovo accanto, lei, la bella ragazza che poco prima avevo ammirato sull’improvvisata pista da ballo.

– Anche voi alla fontana a bere! – Le dico sorridendo.

– Sono assetata e accaldata! – Mi risponde, passandosi una mano sulla fronte imperlata di goccioline luccicanti, sistemandosi delle ciocche che le sfuggivano al controllo.

” VENERINA “, l’avevo soprannominata ed ora Venerina era davanti a me spensierata e aspettava il suo turno per dissetarsi e rinfrescarsi dopo i vorticosi giri di danza.

Per caso, quella sera, mi ero trovata nella piazza prospiciente la Torre a Porto Cesareo: un ritmo musicale a me tanto caro m’aveva attirato e così mi ero avvicinata.

Un Gruppo di musica popolare suonava “la pizzica” su un palco sistemato sulla piazzetta a ridosso del mare e, al di sotto, su una pista delimitata da ” balle” di paglia, la gente ballava al ritmo frenetico di quei suoni.

La fisarmonica e l’organetto aprivano e chiudevano i loro mantici ritmando il respiro della gente e con loro si fondeva e i tamburelli parevano piedi che saltellavano a tempo incuranti della fatica, dell’afa, dimentichi di tutto.

Ero affascinata e sedotta da queste musiche come una calamita e, silenziosa, lasciando indietro gli altri e facendomi largo tra la folla, mi ero portata a ridosso della pista.

L’odore dolciastro della paglia accarezzò le mie nari; rimasi in piedi, qualcuno sedette sul mucchio vicino a me. Per un attimo ebbi la tentazione di gettarmi nella mischia, la pista gioiosa e vibrante pareva invitarmi ma, il mio eterno senso di ritrosia e riservatezza mi trattenne.

Lo supponevo un gesto di sfrontatezza, di disubbidienza.

Avviluppata dalla dolce melodia musicale, guardavo ed ammiravo chi istintivamente e liberamente ballava: gente di qualsiasi età.

Dio, come avrei voluto essere tra loro!

Quel ritmo si dice ” scazzica” chicchessia, ed è vero, bisogna, però avere l’ardimento di lanciarsi nella mischia ed a me quel coraggio mancava.

I miei piedi, però, non riuscivano a trattenersi. Inconsapevolmente accennavano a muoversi furtivamente contro la mia voglia di controllarli, mentre continuavo a guardare estasiata gli altri ballare e gioivo con loro, per loro e per me.

La felicità, l’allegria, la frenesia di quella gente sconosciuta mi contagiava e anche solamente ammirarla mi deliziava, m’inondava l’animo di festosità, facendomi sentire parte di quella marea.

Rimanevo ammaliata: inerte, immobile.

I miei piedi, sotto il lungo vestito, però, tornavano inconsapevolmente a muoversi stuzzicati dal ritmo. Contemplavo tutte quelle gambe saltellanti; il mio sguardo volteggiava festoso con loro. Era come se fossi tra loro e sorridevo compiaciuta, felice inebriata da quei suoni, da quei canti che mi riportavano indietro nel tempo.

Sorridevo a chiunque incrociasse il mio sguardo battendo le mani, allegra come una bimba davanti al suo spettacolo preferito e con la stessa lietezza e schietta naturalezza sorrisi anche a lei che, solitaria, ballava con una grazia e una leggiadria che attrasse la mia attenzione facendo indugiare il mio sguardo.

Bella. Era bella di quella bellezza mediterranea che affascina. Bruna, occhi grandi, vividi, dallo sguardo profondo e spensierato; lunghi capelli neri, lievemente ondulati, le ricadevano sulle spalle incorniciando ed impreziosendo l’ovale del suo volto. Il corpo slanciato e flessuoso era velato da un vestitino aderente, a fiorellini bianchi e blu, con un décolleté che lasciava intravedere il seno sodo. Dietro, il profondo scollo, era ornato da larghe bretelle che s’incrociavano e si chiudevano in vita annodate in un fiocco.

Mi venne spontaneo sorriderle; sorrisi alla sua grazia, al suo fascino, alla sua armoniosità, alla sua semplicità.

Ricambiò il sorriso, compiaciuta e sempre danzando mi si avvicinò e: – Dai!Venga, venga a ballare anche lei -.

-No no grazie! Preferisco guardare – mentii.

Lei, per un po’, continuò a danzarmi vicino. Il caldo umido della sera si faceva avvertire e, sulla pista, attorniata dalla calca, era quasi opprimente. Lei rialzò i capelli con un gesto semplice e consueto e li raccolse in chignon fermandoli non so in che modo e si allontanò.

Era ancora più bella così.

Le sue spalle imperlate di sudore sotto le luci dei riflettori luccicavano. Sembrava ricoperta da piccoli, diafani, diamanti.

I bagliori della luna nuova rischiaravano, di là dalla piazza, i merli dell’alta torre e più in là si riverberavano e s’infrangevano nel mare immoto, che pareva spruzzato d’argento.

E, Venerina, danzava, danzava instancabile: e salterellavano i piedi e volteggiavano le braccia, le mani ed era tutta una movenza che ammaliava e m’inebriava e ogni tanto nel librarsi mi guardava sorridente e, silente, continuava ad invitarmi con un timido cenno.

Ma…. io non potevo raggiungerla.

Volevo, lo desideravo ardentemente, ma rimanevo là, fissa, inchiodata mentre il mio mondo d’immagini si dilatava, si espandeva e il presente ad un tratto si stemperò col passato e: – NO, tu non devi ballare. Non puoi. Le persone perbene non ballano -.

La voce di mio nonno mi ammoniva ed io… rimanevo a contemplare composta, fissa al mio posto.

1 Da Google: Il bosco incantato di Eldy, La Puglia. http://bosco.eldi.it/page/66/?show=gallery&pageid=3803

 

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