DELL’INNOMINATO, DELL’ODIO ED ALTRO

L’articolo che segue (mai pubblicato) era destinato al periodico cittadino La Gazzetta Falisca (del quale ero redattore) in vista delle elezioni politiche del 2006. Non è comparso per decisione del direttore: censura? Ho ritenuto così di dare le dimissioni dalla redazione e non ci misi più piede. Il mio non era un intervento politico, ma illustrava come con l’avvento del berlusconismo fosse cambiata la natura culturale degli italiani. Ripropongo l’articolo dal momento che dopo 7 anni le cose non è che siano cambiate. Ho ritenuto di non dar nome al personaggio in questione, giacché per me quel nome è divenuto infausto. Giudicate voi.

 

DELL’INNOMINATO, DELL’ODIO ED ALTRO

di Alfredo Romano

Nel 1994, un solo uomo, che aveva 7 mila miliardi di debiti, fondò un partito, si presentò alle elezioni e divenne primo ministro. Oggi, quell’uomo, sempre primo ministro, non solo non ha più debiti, ma è diventato l’uomo più ricco d’Italia per via che le sue aziende, pur in tempi di crisi, sono le uniche che hanno realizzato profitti. Dovrebbe essere contento questo solo uomo, e invece no, si lamenta sempre.

Il solo uomo, che è padrone di televisioni private e controlla quelle pubbliche, padrone di giornali, banche, assicurazioni, case editrici, cinema, eccetera, da anni non fa che lanciare strali contro i giornalisti, i magistrati, gli intellettuali. Ma adesso è andato oltre: ha consigliato agli esponenti di sinistra di andare a fare i commercianti, o i farmacisti, o i pittori o, udite udite, i bibliotecari (proprio così).

Altre categorie sono avvisate, ce ne sarà anche per loro, basta aspettare. Sono un bibliotecario, scusatemi, e dovrei sentirmi offeso, dovrei difendermi con un lungo articolo sulle biblioteche scrivendo che sono un luogo di trasmissione libera della conoscenza e di crescita culturale (lo dice l’Unesco) e via dicendo, ma non ne ho bisogno. Per farlo dovrei pensare a un avversario politico normale, ma così non è: siamo di fronte all’uomo più odiato dagli italiani, sia da quelli di sinistra, che vedono in lui un dittatorello da quattro soldi, ma pericolosissimo, sia da quelli di destra che, se per un verso hanno bisogno dei suoi soldi e della sua potenza mediatica per avere visibilità politica, per l’altro lo disprezzano perché è il loro padre padrone. Mi ricordo dei vecchi democristiani. Li abbiamo contestati, sì, ma mai odiati, perlomeno avevano il senso delle istituzioni.

L’odio collettivo è qualcosa che si riserva a un dittatore, a un despota. E ce ne sono nel mondo. In Italia abbiamo la democrazia, ma… guarda guarda… l’odio collettivo è attecchito anche qui, non vi sembra strano? C’è un solo caso nella storia in cui l’odio collettivo è esploso per tutt’altra ragione. È successo negli anni in cui in America esplose il mito di Rodolfo Valentino, e le donne americane, tutte le donne, impazzivano per lui. Così, tutti gli uomini, dico tutti, presero a odiarlo: e non gli si poteva dare torto. Un solo uomo, in Italia, da 12 anni sta rubando l’anima e la fantasia degli italiani.

Gli italiani si stanno snaturando, forse sono mutati per sempre. Agli occhi degli stranieri poi, la cosa è davvero incomprensibile: come è possibile che gli italiani, così solari, fantasiosi, artisti, intraprendenti, pieni di tanta umanità, si siano lasciati abbindolare da un solo uomo che si è rilevato un incolto, un sospettato di collusione con la mafia, un corruttore di partiti, finanzieri, magistrati, avvocati, uno che ha fatto entrare in parlamento il suo collegio di difesa, un bugiardo che ha negato di essere iscritto alla loggia P2 (soppressa per attività sovversive) e perciò condannato per falsa testimonianza, uno scampato ad altre condanne per prescrizione dei reati e per leggi fatte solo per sé stesso, uno spocchioso, un millantatore, un complessato al punto che ha bisogno di dirsi secondo solo a Napoleone e più sofferente di Gesù Cristo? Eppure è avvenuto. Gli italiani dimenticano, gli italiani sono creduloni, a boccaperta, non sanno, o fanno finta di non sapere degli stravolgimenti che il nostro (l’Innominato) ha portato nelle nostre leggi, nella Costituzione, nell’economia, nell’università, nei beni culturali, nell’informazione, nel nostro vivere civile.

I principi del bene e del male sono stati scardinati, quei principi che, ancor prima delle leggi, stanno nel nostro diritto naturale. Niente più è normale, non si sa più che cosa è vero e che cosa è falso, si dice e poi si smentisce, non si discute più, non si ragiona, in TV vince chi fa la voce più grossa e un confronto con l’avversario diventa un duello. Ciò fa sì che lo spettatore non comprende la realtà del nostro paese, né si fa un’idea di chi meglio lo possa rappresentare nelle istituzioni. Petrolini, a uno in platea che lo infastidiva ridendo arbitrariamente, replicò: “Non me la prendo con te, ma con quello che ti sta vicino che ancora non ti ha mollato un ceffone!”. Insomma, a chi molliamo un ceffone, all’Innominato, oppure a quei milioni di italiani che l’hanno votato? Democrazia? o piuttosto telecrazia? La televisione, ecco, questo vorace mostro dalle sette teste che si nutre delle nostre ore più belle al fine di convertire noi cittadini pensanti in stupidi consumatori. Fa rabbia sapere che i bambini siano i più esposti al totem televisivo, così che il loro cervello viene portato all’ammasso.

Tutto cominciò con la televisione commerciale, negli anni ’80, quando, al fine di aumentare la maledetta audience, entrò in scena la volgarità, fatta non solo di mercificazione di corpi femminili, ma anche di film violenti e programmi di nessun valore, non dico artistico o educativo, ma neanche di intrattenimento, tutto catalogato ormai come spazzatura, di cui ci nutriamo ogni giorno, anche perché la sera siamo stanchi, fragili, senza difese, e siamo disposti a ingoiare tutto quel che ci propinano.

Il guaio è stato che anche la televisione pubblica si è adeguata a quella commerciale e così adesso siamo al disastro: non siamo correttamente informati, ormai i telegiornali sono solo irritanti, non raccontano la realtà, soprattutto devono portare l’acqua al mulino del solo uomo, il padrone unico. In prima serata c’è raramente un programma o un film, che possa solleticare il nostro piacere, la fantasia, l’immaginazione. Non parliamo degli sceneggiati TV dove la trama è quasi scontata, il che significa uccidere un’opera narrativa.

E infine, cosa veramente la più grave, sembra quasi che, se non appari in televisione, non esisti. Il Truman show, appunto. Eppure l’avevamo visto, eravamo stati messi in guardia.

Le elezioni del 9 aprile? Vorrei un paese normale, vorrei avversari da contestare e non da odiare, vorrei uscire da un incubo. Ma poi, più che brindare, bisognerà raccogliere i cocci. E in fretta.

Civita Castellana, 14 marzo 2006

 

Un commento a DELL’INNOMINATO, DELL’ODIO ED ALTRO

  1. Questo articolo ha una sola cosa sbagliata:la data,poteva essere quella di oggi 26 gennaio 2013!
    (rimango veramente sorpreso che non sia stato accettato a suo tempo dalla “Gazzetta”e mi piacerebbe conoscerne le ragioni)
    Cordiali saluti

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