Un relitto greco in latino, in italiano e in neretino

di Armando Polito

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Nella formazione delle parole un ruolo determinante hanno da sempre avuto i prefissi, gli infissi ed i suffissi, cioè quei segmenti, rispettivamente iniziale, centrale e finale che, aggiunti alla parola base, hanno consentito alla lingua di arricchirsi nel modo più semplice e meno costoso, cioè sfruttando fino in fondo quello che già essa aveva.

Senza fare della fantalinguistica si può ipotizzare che il primo vocabolario dell’homo sapiens fosse molto limitato (me lo immagino in gran parte onomatopeico) e che l’inizio dell’uso di questi segmenti appartenga già ad una fase abbastanza evoluta del linguaggio. Si può pure ipotizzare che da un uso ristretto si sia passati ad uno molto più ampio, sicché oggi ben poche sono le parole che non possano fruire di almeno uno di questi segmenti per incrementare, precisare, rettificare la sua valenza semantica di partenza.

Dedicherò oggi la mia attenzione ad un suffisso molto usato nel dialetto neretino: -isciàre. L’ho chiamato suffisso solo per comodità,  correttamente avrei dovuto dire segmento terminale perché consta, a voler essere rigorosi, di un infisso (-isci-) e di una desinenza (-are). Partiamo da alcuni esempi concreti: pitticulisciàre, carrisciàre, manisciàre, paparisciàre, mustunisciàre.

Ne ho scelti cinque perché a mio avviso sono emblematici delle cinque situazioni che legano via via sempre  più labilmente ciascuna voce alla corrispondente italiana ancora in uso con lo stesso significato o che lo è stata o che lo è ma con un diverso significato o che sarebbe potuta essere e non è stata o che difficilmente sarebbe potuta essere. Esaminiamo queste situazioni una per una:

pitticulisciàre corrisponde perfettamente all’italiano pettegoleggiare, anche se di uso meno frequente rispetto a pettegolare.

carrisciàre corrisponde perfettamente all’italiano carreggiare nel suo significato obsoleto di trasportare con un carro o altro veicolo.

manisciàre, corrisponde perfettamente all’italiano maneggiare, ma solo dal punto di vista fonetico-formale, non da quello semantico giacché la voce dialettale, usata sempre riflessivamente o in forma fattitiva, ha il significato di sbrigarsi, darsi da fare.

paparisciàre, usato nel significato di sguazzare come una papera ed in quello traslato di godersela, non ha corrispondente (se fosse esistito sarebbe stato, comunque, papereggiare) in italiano.

mustunisciàre, usato nel significato di trattare maldestramente una pietanza rovinandone l’aspetto e sconvolgendone l’aspetto ma anche in quello traslato di gualcire, non ha corrispondente italiano ed è difficile pure immaginare un mostoneggiare che avrebbe comportato l’utilizzo di un improbabile (ma non per il dialetto) mostone accrescitivo di mosto.

Fino ad ora, dunque, è stata provata la corrispondenza tra il dialettale -isciàre e l’italiano -eggiàre e, tenendo conto delle definizioni, il valore prevalentemente ripetitivo del segmento in questione.  Ma -isciàre/-eggiàre da dove deriva? Deriva dal segmento latino -izàre presente in 34 voci in cui la parola di base è di origine greca. Lo stesso segmento -izàre, inoltre, corrisponde al greco -ίζειν (leggi -ìzein) in cui ίζ è un infisso ed -ειν- la desinenza dell’infinito presente.  Faccio un esempio: baptizàre (da cui l’italiano battezzare e il neretino attisciàre) è dal greco βαπτίζειν (leggi baptìzein)=immergere, a sua volta da βάπτειν (leggi bàptein) con lo stesso significato, con questo processo costruttivo: βαπτ– (tema di βάπτειν) + infisso -ίζ- + desinenza -ειν. La ζ in greco nasce da δ+j, per cui in origine βαπτίζειν era βαπτίδjειν. Perciò, sempre in origine, baptizàre doveva essere *baptidiàre ed è per questo che nei dizionari italiani -eggiàre è fatto derivare da -idiàre, ora spacciato per latino classico, ora più correttamente come latino volgare, ma, trattandosi di una forma ricostruita, sarebbe meglio comunque scrivere *-idiàre. Tuttavia tracce dello sviluppo  fonetico dj (latino)>gg (italiano)/sc (neretino) sopravvivono in hodie (da hoc die=in questo giorno)>oggi/osce; merìdie(m)>meriggio>mirìsciu2 e per mettere in campo una forma verbale: vìdeo(=io vedo)1>veggio (forma letteraria per vedo)>bbèsciu.

Sapere, poi, se un verbo terminante in -eggiare/-isciàre ha a che fare (magari indirettamente, perché ho già prima detto che 34 sono le voci note di origine greca) o meno con *-idiàre è piuttosto difficile perché non sempre è agevole ricostruire priorità cronologiche. Prendo per tutti il caso di mustunisciàre: in assenza di un sostantivo mustunìsciu è evidente la formazione autonoma del nostro verbo da un non usato accrescitivo (mustùne)  di mustu, probabilmente sulla falsariga di monte>muntòne (=mucchio)>muntunisciàre (=ammucchiare); mustu, peraltro, ha dato vita a mustisciàre e a mustìsciu (quest’ultimo in senso traslato usato pure come sinonimo di discoletto) ed è pressoché impossibile dire se il verbo è dal sostantivo o viceversa.

Più problematico il caso di carrisciàre perché nel latino medioevale è attestato (glossario Du Cange, tomo II, pag. 168) carezàre/carizàre/carrezàre/carritiàre/carriziàre e quindi si potrebbe pensare che l’obsoleto carreggio sia nato da carreggiare; ma, sempre nel latino medioevale (op. cit., pag. 170) è attestato carìcium/carìgium/carègium/carrègium e, siccome è impossibile stabilire una priorità cronologica delle due serie di voci appena elencate, carreggio potrebbe derivare da carreggiare o viceversa. Ciò che mi pare certo, per fortuna, è che il segmento che precede la desinenza tanto nella serie dei sostantivi quanto in quella dei verbi (nei suoi esiti, rispettivamente: ci/gi z/ti/zi) è figlio del greco ίζ.

Questa conclusione, ammesso che corrisponda veramente a quanto è successo, dovrebbe indurre a riflettere sul mezzo  più importante a nostra disposizione, ancora più usato del denaro …, e alla barbarie espressiva impostasi progressivamente per una proterva volontà politica bipartisan che, affossando la scuola (ente educativo organizzato e gestito dallo stato o da privati con il compito di diffondere, attraverso un insegnamento metodico e collettivo, la cultura, l’istruzione e la preparazione professionale) ha affossato pure, com’era fatale che succedesse, grazie anche ad espedienti, simili ad una perversa spirale, come il test, il master, il tirocinio3 (inventati tutti per far cassa, pubblica o privata) la scuola (insieme dei seguaci e discepoli di un grande maestro). E senza maestri (i migliori allievi vanno a diventarlo all’estero), anche se da rottamare al momento giusto …, non c’è futuro o, meglio (?), ce ne sarà uno in cui non un giovane, come succede adesso, ma un anziano ignorerà di una parola di uso frequente il significato perfettamente conosciuto da suo nonno. Figurarsi che difficoltà ci sarebbe stata a spiegargli la differenza tra le due accezioni di scuola se per fortuna (?) nel frattempo questa parola non fosse scomparsa dal vocabolario…

-La solita predica- sbotterà qualcuno…

Già, ma chi non sa sfruttare quel poco (parlo solo di me) di conoscenza che ha nel suo campo per capire l’origine o le concause di certi fenomeni negativi e tentare per quanto gli è possibile di contrastarli sia pure con la semplice denuncia,  magari partendo da un infisso ai più insignificante, non è una persona di cultura, è semplicemente un portatore, neppure sano, purtroppo!, di ciarpame cerebrale, di spazzatura della mente, senz’altro più inquinante e meno biodegradabile di quella non metaforica.

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1 Da *vìdjoιδ (id) è uno dei temi di ὁρᾶν (oràn)=vedere e in origine aveva un digamma iniziale (corrispondente a v) recuperato dal latino vidère=vedere.

2 Da cui il derivato mirisciàre che, però non rientra nel gruppo dei verbi col suffisso -isciàre proprio perché qui questo segmento non è suffisso; infatti merìdie(m) nasce per dissimilazione da un precedente medìdie(m) composto da media(m)=mezzo+die(m)=giorno; quindi qui il gruppo –sci– non ha nulla a che vedere con -ίζειν ma è normalissimo sviluppo fonetico di die(m)=giorno, secondo componente  della parola.

3 Tutti di origine latina:

a) test è dal francese antico test=vaso usato dagli alchimisti per saggiare l’oro, e questo dal latino testa(m)=vaso di terracotta (dalla variante neutra testum è nato tièstu in dialetto neretino). È colpa mia se questa parola consente alla mia ironia di esprimersi in modo impertinente e pertinente allo stesso tempo? È colpa mia se questo criterio di valutazione mi ricorda nessi come alchimia politica e simili e che la stessa etimologia ha (forse sottintendendo vuota con riferimento all’autore …) testa sinonimo di capo?

b) master è anch’esso dal francese antico maistre, a sua volta dal latino magìstru(m)=maestro, da magis=più. Purtroppo l’unico più sembra essere  quello relativo agli incassi di chi se lo è inventato.

c) tirocinio è direttamente (almeno lui!) dal latino tirocìniu(m)=primo servizio nelle armi, reclutamento, prima comparsa in pubblico, debutto, inesperienza. È sicuramente una parola composta in cui il primo componente è tiro=recluta. Questa stessa voce in latino è anche nome proprio: Marcus Tullius Tiro era il liberto (tutt’altro che inesperto, nonostante il nome, tanto che a lui viene attribuita l’invenzione della stenografia: scrittura tironiana) di Cicerone. Se il primo componente è tiro per il secondo leggo nella Treccani on line: terminazione spiegata in modo non soddisfacente. Ignoro il nome dell’autore o degli autori la cui spiegazione è insoddisfacente ma mi consento lo stesso a mio rischio e pericolo la presunzione di non fare alcuna indagine perché secondo me la questione è di una chiarezza lapalissiana e bastava ricorre all’analogia, neppure semantica, ma semplicemente formale. Se vaticìnium=profezia  è composto  da vates=indovino+cànere=annunziare, celebrare cantare (etimo che trova, una volta tanto, tutti d’accordo), non vedo perché tirocìnium non dovrebbe essere formato da tiro+cànere, soprattutto tenendo conto che il primo reclutamento (a diciassette anni) veniva celebrato con grande solennità e tra il giubilo dei parenti (un po’ come avviene oggi nella cerimonia del giuramento).

Però chi ha giudicato insoddisfacenti quelle proposte che, ripeto, non conosco potrebbe avere ragione, non tanto perché la mia presunzione rimane sempre esposta alla eventuale punizione ma perché potrebbe essere stato condizionato dal fatto che  il tirocinio, soprattutto quello di cui parlo qui,  è tutt’altro che un’esaltazione della recluta. Per ristabilire la verità, però, basterebbe il cambio di un solo fonema e chiamarlo tirocidio, in cui tiro è sempre lui e -cidio è da caedere=fare a pezzi, come, con un destinatario più generico dell’azione, avviene in omicidio

3 Commenti a Un relitto greco in latino, in italiano e in neretino

  1. eccellente, caro Armando! finalmente fugato un dubbio che credevo irrisolvibile. Solo una riflessione: mustunisciare non potrebbe forse equipararsi all’italiano “stropicciare”, almeno per ciò che riguarda la stoffe e i vestiti? un abito riposto in valigia non risulta, all’apertura della stessa, mustunisciatu?

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