LAVORARE ALL’INFERNO. I dannati nel Giudizio universale affrescato nella chiesa di Santo Stefano di Soleto

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di Luigi Manni

 

 

La chiesa di Santo Stefano (XIV-XV sec.) sorge nel centro di Soleto, capoluogo in epoca angioina della contea di Raimondo del Balzo de Courthezon, poi di Nicola Orsini e, fino al 1406, di Raimondello Orsini del Balzo. La contea era unitariamente circoscritta, con i corpi feudali di Soleto, Galatina, Sternatia e Zollino, in una vasta coinè grecanica alloglotta di tradizione bizantina, oggi ridotta ad un’enclave conosciuta come Grecìa Salentina, situata a sud di Lecce, nel cuore del Salento.

Lo scenario artistico del distretto comitale era stato profondamente influenzato dal grandioso cantiere tardogotico di Santa Caterina di Galatina e dal tempietto stefaniano soletano, entrambi allestiti dal conte-principe Raimondello sul finire del Trecento.

Di grande interesse risultano gli affreschi che coprono interamente le pareti della chiesa. Nella prima fase il pittore del Trecento – chiamiamolo così essendo anonimi i frescanti -, riconducibile ad una bottega di artisti locali, epigoni dei noti pittori soletani Nicola e il figlio Demetrio, confermò la tradizione pittorica bizantineggiante di Soleto, soprattutto nel catino absidale, in cui è raffigurato, al centro, il Cristo Sapienza e Verbo di Dio e in altri cartoni campiti sulla fascia inferiore delle pareti. Quest’ultimi, intorno al 1420, probabilmente su commissione della contessa-regina Maria d’Enghien, già vedova di Raimondello e poi di re Ladislao, furono integrati da una nuova teoria di santi stanti, vere colonne della chiesa. Dieci anni dopo, ma entro il 1430, sui registri superiori, privi di immagini, vennero allestiti il Ciclo cristologico (parete settentrionale); l’Ascensione e la Visione dei profeti (parete absidale); la Vita e martirio di Santo Stefano (parete meridionale).

Ma è soprattutto il Giudizio universale, affrescato sul muro di controfacciata, ad attirare la nostra attenzione, in particolare i dannati dell’Inferno che affollano le bolge infernali e che diavoli mostruosi, tenendoli sulle spalle, accompagnano in un macabro corteo fino a gettarli nelle voragini infuocate. Sono rappresentati nudi, senza capelli e in maniera anonima e seriale. E’ evidente che all’ideatore del Giudizio universale non interessava la resa fisionomica dei peccatori, quanto la rappresentazione dei loro peccati.

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Tra gli eresiarchi e i dormiglioni della domenica figurano, quindi, alcuni lavoratori riconoscibili dalle didascalie greche che li accompagnano e dagli arnesi del loro mestiere, evidenziati in primo piano. Tutti sono condannati per l’uso illecito e fraudolento delle loro attività: così il taverniere, con la brocca di vino in mano, per aver frodato sulla qualità del vino; l’usuraio, rappresentato con la borsa dei denari, per i facili guadagni ottenuti con la pratica feneratizia; il macellaio, con la bilancia falsa, strumento della sua frode; il giudice, per le sue sentenze inique; il sarto, identificato dalle forbici, per aver ingannato i clienti sulla qualità dei tessuti. Maria d’Enghien, minacciando pene severe, li diffidava dal “vendere per ragusini, panni vicentini o veneziani o veronesi”.

E poi ancora lo zappatore, che spesso ingannava i proprietari terrieri rubando i prodotti della campagna o spostando i confini durante la zappatura; il muratore, che a volte lucrava sui materiali e sulle prestazioni professionali ed altri peccatori condannati per furto e frode.

Si ha l’impressione, tuttavia che il Giudizio universale di Soleto non sia stato propriamente giusto nella distribuzione del premio e del castigo. Tra le fiamme dell’Inferno, infatti, non troveremo nessun chierico, monaco, vescovo, cardinale, papa, re o regina pur presenti in altri Giudizi universali (per esempio quelli di Giotto o del Beato Angelico), ma solo artigiani, contadini, funzionari, colpevoli dell’uso fraudolento del loro mestiere e condannati, per usare una felice espressione di Chiara Frugoni, per sempre, “a lavorare all’inferno”.

Chi sono gli altri artigiani divorati dalle fiamme nell’Inferno di Soleto? Per saperlo, o ci si reca personalmente nella graziosa chiesetta soletana, o ci si affida, se mi si passa la pubblicità affatto occulta, all’ultimo mio lavoro sull’argomento, il volume La chiesa di Santo Stefano di Soleto, per conto di Congedo Editore di Galatina. Buona lettura.

 

NdR: pubblicato su Il Filo di Aracne, la cui direzione si ringrazia per averne permesso la pubblicazione

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