La Bottega da Rigattiere di Paolo Vincenti

di Raffaella Verdesca

Paolo conosce bene le rotte del pensare e naviga da tempo nel suo stile a tratti periglioso, a tratti placido. Gioco e abilità. Giustifica il suo modo di scrivere adducendo molta responsabilità ai poeti francesi, proclama la sua rinuncia a farlo a favore invece del citare, riprendere, trascrivere e addirittura copiare brani dalle opere dei grandi scrittori di ogni tempo, se pur compaiano fra i suoi righi anche stralci di canzoni, spot pubblicitari, slogan e frasi di film celebri. E’ un patchwork letterario, un fine manufatto in cui il nostro artigiano usa fili di cultura e di intelligenza per unire diversi frammenti di letteratura al linguaggio comune del quotidiano e del suo sentire. Il risultato finale è un libro, “La bottega del rigattiere” (Lupo Editore 2012), opera in cui risultano impercettibili le cuciture tra i pezzi di pagina tanto è forte la sfumatura passionale e personale che le copre. Lungi dall’esulare dalla tracciabilità artistica propria di Paolo Vincenti, il titolo ci fa pensare al gesto romantico di un uomo che raccoglie per non perdere pezzi di vita preziosi e che ricrea memoria nel lettore attraverso la sua stessa memoria. Quella che chiarisce la scelta di scrivere, per esempio, è la prima ben incastrata nella forte componente dualistica che caratterizza l’autore: Cultura o Finanza? Bivio d’inizio percorso. Seguire il proprio istinto o assecondare quello della propria famiglia? Socrate lo aiuta sottoponendogli le sue idee, quelle contrarie all’antico sentenziare “Primum vivere deinde philosophari” ovvero dello ‘Svuotare il cervello e riempire la pancia’, rincorrere onore, guadagno e potere attraverso lavori mondani: vince alla fine la speculazione intellettuale tanto cara a Socrate, il ‘Cogito ergo sum’ cartesiano, e Paolo sceglie la Cultura. In realtà questa non sarà la prima scelta importante che quello dovrà affrontare. Ecco quindi riaffacciarsi subito il dualismo genetico della sua personalità, lo stesso che sarà protagonista di ognuna di queste pagine: corpo debole e fantasia veloce, andare e tornare, tempo ritrovato – amato – perduto – risarcito – derubato, dolore e gioco, odio e amore, virtù e vizio. Come sempre, il filo conduttore delle esternazioni del Vincenti è il tempo; il tempo diventa il seme prolifico di amori e rimpianti, batte il ritmo della danza, la stessa che mette in luce la passionalità irruenta, anch’essa duale, dell’autore.

In molti suoi passaggi, quest’ultimo descrive il ballo che dal lontano mito di Dioniso arriva a sconquassare gli equilibri del suo vivere presente. Il vino è gioia primitiva che scorre nelle vene e crea euforia, impazzare di ritmi folli, di danze e di urla. “Non c’è Venere senza Bacco” recita l’autore e con una capacità straordinaria riesce a ricostruire attraverso le parole l’immagine in movimento delle Baccanti, allegre diavolesse, donne forsennate in preda al delirio e al furore della carne. Il lettore si trova risucchiato dai suoni assordanti di tentazioni, allucinazioni ed estasi collettiva che altri non sono che i dissidi interiori di chi scrive, di chi mette a confronto l’ebbrezza dionisiaca che fa provare allegria e la vita quotidiana, parca, che ce ne priva con la sua crudele monotonia. La danza è quindi simbolo di riscatto, di corteggiamento, eccitazione, spasimo folle, azimut del piacere, pretesto di sfrenatezze. L’intimo tormentato di Vincenti non fa altro che rivendicare in questo modo il diritto alla libertà, la ribellione di un’anima che si vuole disfare di un corpo-prigione, l’alibi di uno stato di trance usato per soddisfare ogni istinto e perciò illudersi di essere finalmente ciò che si vuole. “Nel debordare c’è la mia voglia d’amare” dice con un fondo d’amarezza l’autore. Se Paolo infatti si sente represso, schiacciato da delusioni passate e presenti tanto da invocare danzanti folleggiamenti tra satiri e baccanti, è segno chiaro di una sua consapevolezza dell’altra faccia della medaglia, ossia quella dell’amore, l’amore perduto, passato, cambiato e pur fissato in eterno nella memoria. Bella e poetica la sua donna, la stessa che si è metamorfizzata nel tempo fino a passare da splendida Afrodite a compagna assente, svogliata, da fuoco di emozioni a oscurità di passioni. L’amata, quella del ballo lento e non dei ritmi indiavolati della taranta e dei baccanali (sacro e profano, San Paolo e Dioniso), è colei che, unica, è in grado di aprire il sipario alle meraviglie del sentimento, alla similitudine sconfinata con il mare, alla verità che piega il tempo e lo addomestica al lento passaggio dell’amore, l’unica passione che scopre, che ricorda, che crea,…che ama. La danza spasmodica dei corpi, la lussuria, possono esorcizzare il lento ed eterno scorrere dell’amore? Può il dolore della sua mancanza invocare il desiderio ancestrale del piacere come droga che lenisca la nostalgia e sbiadisca il ricordo? Esiste davvero il miracoloso passaggio invocato dall’autore, dalla schiavitù dell’amore alla libertà dei sensi? Tutte provocazioni del Vincenti rivolte tanto a se stesso quanto ai lettori. Niente dura per sempre, e questo è un concetto pregnante l’opera di Paolo Vincenti proprio perché appendice del tempo e dell’animo nostalgico che, da buon rigattiere, gli riconosciamo. Ma se da un lato aleggia sulle pagine una vena malinconica, dall’altro l’autore la esorcizza con brillante ironia e toccante poesia, atta a recuperar sogni infranti: giochi di parole e sentimenti in versi. “Ho inventato per te un mondo nuovo, un mondo iperuranio dove tu, bella tra le stelle, delle stelle la più bella,sia soltanto desiderio e nuvole ed io passione…” ( tratto da “Avanza”)Ed ecco scatenarsi in tutto il suo fervore l’attaccamento tormentato dell’autore (ennesimo dualismo) al suo Salento, nero come il cuore della sua rabbia repressa ma anche Paradiso di verde e blu, teatro di immobilismo sociale ma pure invito alla quiete e alla bellezza: le case bianche tra gli ulivi, le litanie dei mandorli e dei gelsi, le luci delle lampare e il canto ininterrotto dei grilli.Potrebbe a questo punto mancare il mare nel cuore di un artista salentino? Niente affatto, e meravigliose gamme di colori e significati vengono infatti attribuite da Paolo a questa familiare distesa azzurra: il mare è orrore nella tempesta ma anche premio di orizzonti infiniti per l’uomo che se ne avventura sfidando se stesso e la propria paura. C’è il mare inteso come noia, ci sono abissi di nostalgia, c’è ‘un mare di affanni’ e un amore grande quanto il mare.Se poi si vuole guardare il mondo dall’alto di un tetto glorioso, Paolo offre al lettore la sua idea di giovinezza divisa tra incoscienza ed entusiasmo, nostalgia di fiori appassiti da un tempo che incalza e potere di un futuro ancora intatto. Non disdegna però neanche i suoi quarant’anni, lo scrittore, per fare autoironia e per affrontare guerra e politica con la crudezza tipica di un uomo cha ha vissuto.Col suo stile a volte macchinoso, eccentrico, a volte lieve, poetico e nostalgico, Paolo Vincenti raccoglie così nella sua bottega di rigattiere letterato e di amante disilluso, la vita in ogni suo più sacro aspetto perché chi condanna crede, chi si ribella soffre, chi odia ama, chi non si arrende spera.

Raffaella Verdesca

 

 

2 Commenti a La Bottega da Rigattiere di Paolo Vincenti

  1. Raffaella Verdesca attraversa come sa fare solo lei il vertiginoso accumulo di citazioni tratte dal saggio (?) di Paolo Vincenti, lo rigira sottosopra, lo mescoa e ci aggiunge il selz. Ne viene fuori un intruglio allettante, in cui è facile perdersi per l’armonia e per il retrogusto che riamanda al frutto proibito della conoscenza.

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