L’esiliato dei pazzi, di Antonio Errico

errico

di Paolo Vincenti

 

E si torna a scrivere. Guardo i libri impilati sulla mia scrivania che reclamano attenzione, e decido di cominciare dall’ultimo che è poi quello meno impolverato perché protetto dagli altri che lo sovrastano. “L’esiliato dei pazzi”, di Antonio Errico (Manni Editore 2012). Che scrivere di un libro quando altri, tanti e tanto più bravi, ne hanno scritto in questi ultimi mesi? Del resto, si sa che quando esce un nuovo libro di Errico avviene una mobilitazione senza pari nel mondo della pubblicistica, si muove tutto il ghota dell’intellettualità salentina e non solo. Difficile allora scrivere qualcosa di originale, a meno che non si cerchi di stupire con effetti speciali, il più delle volte debordando e andando miseramente fuori tema. No, questa voglia di stupire non mi appartiene. Ansia da prestazione, allora? Non credevo di poterla avere. Eppure, di fronte ad un libro già diventato cosa preziosa, best seller, cult della letteratura salentina, giuro che questo tipo di ansia può venire. Dunque, si può decidere di non scriverne, magari soltanto di presentarlo, se richiesto, perché, come si dice, verba volant, al netto di qualche invadente e fastidioso registratorino che spesso ti piazzano sotto il mento quando ti siedi al tavolo dei relatori ( ed è così che quei verba, nel frattempo diventati scripta, manent). Oppure, si può decidere che un libro, come questo libro, ti appartiene, è cosa tua, come ogni libro letto ed amato nella tua vita, e che quindi val la pena di scriverne, e anzi decidi di sgomberare dalla tua scrivania la batteria di fogli di giornale con tutte le recensioni  del libro che avevi sistemato accanto al pc, quasi che la loro lettura fosse propedeutica alla tua, di recensione. Anche se, poi, riapri quel fogli e ti accorgi di condividere molte delle cose scritte sul libro di Antonio Errico.

“Un romanzo storico. Una storia d’amore. lo sfondo di una congiura. L’umiltà di una confessione. Un libro di libri, di filosofie, di misteri. Che dice del tempo, della luce, del vuoto, della vendetta, del potere, del destino, di verità e di menzogne, di passioni e di stupori. Una lucida accusa contro il governo di Lorenzo il Magnifico. Una riflessione dolorosa sui tortuosi processi della storia. La ricerca del padre, la memoria della madre. L’esperienza della solitudine di un uomo. La scoperta sbalordita di Dio. In principio: Firenze al tempo dei Medici, scintillante e oscura. In fine: il Sud più profondo, alla vigilia di una tragedia”. La sinossi che compare sulla quarta di copertina è una cosa fondamentale perché da quella lettura spesso, quasi sempre, l’avventore che sbircia sullo scaffale delle nuove uscite in libreria decide se valga la pena o no di acquistare un libro. La sinossi deve essere un amo perfetto: una parola in più o in meno, la scelta di un passo del libro sbagliato o non così efficace, e il lettore non abbocca. Bravo l’autore o l’editore che sanno estrapolare dal corpo del libro una frase chiave o poche frasi illuminanti, significative ( lo penso a maggior ragione ora che anch’io ho un libro in uscita e per la sinossi richiestami dall’editore ho preso a caso dalla prima pagina aperta…).

Quest’ultimo libro di Antonio Errico è un romanzo storico, ambientato nel Quattrocento, in cui la realtà dei fatti accaduti nella Firenze dei Medici si mischia con l’invenzione letteraria, il tutto sorretto dalla originale prosa lirica che ormai conosciamo essere la cifra stilistica dell’autore. Un romanzo epistolare, in cui il protagonista della narrazione, un esponente della nobile famiglia dei Pazzi, scrive al suo signore, Lorenzo, il quale lo ha costretto all’esilio che il protagonista, per una serie di eventi, imperscrutabili come incomprensibile è sempre il destino degli uomini, si trova a scontare qui, al Sud, in questa nostra Finibusterrae, dove “valanghe d’ombra sommergono l’esistenza”.  Questo, l’espediente letterario che da l’abbrivio ad Errico per descrivere, da par suo, le meraviglie di questa nostra terra “dove si fa concreta l’esperienza del tempo che ci stringe e ci sospinge verso l’assoluto”,  attraverso gli occhi  trasognati di questo esule. Entrano così nel racconto, dall’alto tasso di letterarietà, tutti gli elementi di questa terra,  iconizzati dai nessi infrasemantici e dalle invenzioni lessicali che puntellano la sua narrazione e che costituiscono, direi, l’antropologia lirica di Antonio Errico.  Questa terra solare e archetipica, che vive di ambivalenze, dove “l’abbaglio confonde i punti cardinali. Acerbità e maturità non hanno differenza. Le distanze si cancellano. Le forme si adulterano. I contrari si congiungono. S’invischia il vero e il falso, la stoltezza e la sapienza, il prossimo e il remoto, la gemma col marciume, il principio con la fine, incenso di purezza e miasma di corruzione”, questa terra totemica  è la stessa terra rappresentata nella prosa di Luigi Corvaglia (in “Finibusterrae”) e di Fernando Manno (in “Secoli fra gli ulivi”), dei quali Errico è il degno continuatore, in una aurea triade che mi sentirei di segnalare a chiunque mi chiedesse che cosa, in narrativa, abbia prodotto di rimarchevole negli ultimi settanta, ottant’anni la nostra letteratura. Con la differenza che oggi Antonio Errico, aedo di un Salento all’incrocio dei tempi e dei luoghi, può meritare quella rilevanza nazionale che  non è toccata ai suoi predecessori. Perché il Salento, per Errico, è emblema di una condizione esistenziale, dimensione ontologica, un luogo dell’anima prima che un luogo fisico, metafora del mondo. Perché la scrittura ha, per Errico, quel valore salvifico, quel potere palingenetico che lo fa davvero sacerdote di un umanesimo  letterario forse affondato da superficialità, grettezza, logiche del profitto, esasperato individualismo e interessi di bottega. Davvero per Errico vale quella nota massima che dice “parla del tuo paese e sii universale”, sicché il Salento di Antonio Errico, in una ideale corografia letteraria nazionale, può stare accanto alla Romagna di Pascoli, alla Sicilia di Quasimodo e di Pirandello, alla Liguria di Montale,Caproni e Sbarbaro,  alla Lucania di Sinisgalli e di Levi, alle Langhe di Fenoglio, ecc.  “L’esiliato dei pazzi”, dunque  o del  “Nobilissimo Signore”. O de “i trasalimenti, le pacatezze, i furori, le malinconie, i sogni, gli ardimenti, gli stupori”. Ovvero, parlare della Firenze della seconda metà del Quattrocento per descrivere il nostro Salento, questa infuocata Terra D’Otranto, vecchia di millenni e di memorie, con la sua storia, il suo paesaggio, la sua luce, il suo vento, le sue albe e i suoi tramonti, le “sue stemperanze d’autunno, veemenze di primavera”, le sue nenie e i canti di lutto, il canto e il controcanto di questa terra tra due mari.

Entrano nella narrazione alcuni personaggi ed eventi storici o anche inventati, come il pittore Niceforo, il “fabbricante d’armonie” Antonio Galateo  e la presa di Otranto da parte dei Turchi del 1480. Entra soprattutto la città di Otranto, dove il romanzo è ambientato, con la sua chiesa di San Pietro, la Cattedrale con il mosaico di Pantaleone, l’abbazia di San Nicola di Casole con i suoi monaci copisti. Al “Nobilissimo Signore”(espressione che , come e più di altre, nella tipica costruzione paratattica del testo, ricorre spessissimo nel corso della narrazione, diventando quasi un mantra), l’esiliato scrive  lettere che mai spedirà ma che danno al libro la struttura di romanzo epistolare.  L’autore dichiara di essersi scrupolosamente documentato sul periodo storico preso in esame nel libro e questo viene dimostrato dai numerosi particolari forniti sulla torbida vicenda della congiura . E’vero, e già Benedetto Croce ebbe a smentirlo, che non sono certo i poeti e i romanzieri a dover scrivere la storia (per una loro presunta capacità di meglio interpretare lo spirito dei tempi), ma questo deve essere compito degli studiosi e degli eruditi. Non ripeterò dunque questo luogo comune, preso come sono dalla magistrale capacità di Errico di riportare la drammaticità di quegli eventi come nessun libro di studio potrebbe mai fare. Ho letto che Umberto Eco, a proposito del romanzo “I tre moschettieri” di Dumas Padre, nell’analizzare alcune regole di plausibilità del romanzo storico (presenza di personaggi immaginari che non facciano cose o usino un linguaggio impossibili alla loro epoca, e la cui identità o il cui operato pur non risultando da documenti storici non appaiano in contrasto con la realtà dei fatti), sottolineava la capacità del romanzo di incidere sul codice immaginativo dei propri lettori. In questo senso, il racconto di Errico, incidendo profondamente, assolve egregiamente il suo compito, e io posso definirlo, senza vergogna né timor reverentialis (ché io non sono Benedetto Croce, e nemmeno accademico o critico professionista e non rispondo a nessun dettame di consorteria o casta) un piccolo grande capolavoro.

Vi sono varie aree tematiche intorno alle quali è incentrata la narrazione. La prima è quella dell’esilio. Questo uomo, di cui non si conosce il nome, vive nella nostra terra il proprio ultimo approdo, quella condizione forzata di esiliato che i due intensi anni qui trascorsi stemperano in una dolcezza di cose lontane, in uno struggimento che il nòstos, la nostalgia del rientro, rende dolce e amaro ad un tempo, bivalente, come la scrittura stessa di Errico che vive di questi contrasti, che fa dell’antinomia, dei chiaroscuri, il sale della propria narrazione, come di vita e morte, di alfa e di omega, partenza e ritorno, è fatta questa terra di confine, come ogni terra di confine del mondo. Quella dell’esiliato, scrive Maria Bondanese, “è una situazione di incertezza, di confine che riflette, a specchio, quella esistenziale dell’uomo, pellegrino e straniero a se stesso, da sempre. Fuga, inseguimento, evasione o disperazione sembrano essere il destino di protagonisti emblematici delle opere di Errico: dalla infelice Didone virgiliana a Federico II, stupore del mondo, dal Disertore del romanzo ‘Stralune’ a questo Esiliato..”.  La pena dell’esilio, molto diffusa nell’antichità, comminata soprattutto per motivi politici, oggi è scomparsa dalla giurisprudenza di quasi tutti i paesi del mondo. Ma dopo la morte e la privazione della libertà, certo l’allontanamento dalla propria città, dai propri cari e interessi, si può capire che fosse una condanna molto severa soprattutto per chi, come il protagonista del romanzo, appartenesse ad una classe sociale elevata: tanto più dolorosa insomma, quanto più ingente l’accumulo di affetti, relazioni, agi e ricchezze che si abbandonava. L’esiliato dei Pazzi segue nella medesima sorte un altro fiorentino, il vate Dante Alighieri, il quale sperimentò “come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale”. E la bellezza delle lettere di questo innominato conferma quanto la condizione esistenziale dell’esule contribuisca a far fiorire opere mirabili, se è vero che padre Dante creò la Commedia quand’era  al bando. Egli, che pure riteneva infamante la condanna inflittagli, scrisse nelle Rime “l’essilio che m’è dato, onor mi tegno:ché, se giudizio o forza di destino vuol pur che il mondo versi i bianchi fiori in persi, cader co’ buoni è pur di lode degno”:  e in questo troviamo una consonanza con la sorte dell’esiliato di Antonio Errico il quale sceglie, alla fine del romanzo, di cadere con i martiri nel sacco di Otranto del 1480.

L’altra tematica che è possibile enucleare dal libro è quella che Gianluca Virgilio definisce “la metafora del potere”, quando scrive: “i l romanzo storico di Errico, pur senza mai fare riferimento all’attualità, vi allude, su di essa ha molto da dire,  poiché esso mette in scena, mutatis mutandis, la condizione dello scrittore contemporaneo e i suoi rapporti con il potere, un potere lontano e incontrastabile, cui lo scrittore-esiliato, ovvero estromesso dalla gestione del potere, contrappone la monofonia di lettere non corrisposte, che non raggiungeranno mai coloro che lo incarnano (ma chi oggi incarna il potere?)”. Denso, problematico, complesso il rapporto di amore-odio che lega l’esiliato al “Nobilissimo Signore” cui indirizza le proprie lettere, il tiranno travestito da benefattore e mecenate.  Un potere, quello di Lorenzo De Medici, che si alimenta di se stesso e si sostiene con la paura, le armi, la violenza, l’oppressione, il denaro.  Lorenzo è leone e volpe, secondo la nota distinzione fatta da Machiavelli : egli cioè cerca di mantenere il potere, non solo con l’uso della forza (come viene dimostrato dall’atroce vendetta che mette in atto dopo la congiura), ma anche attraverso il consenso, circondandosi di una corte di sapienti, scienziati e vari intellettuali(come prima avevano fatto l’altissimo nonno Cosimo e il padre Piero) e fingendo di non accorgersi che è l’interesse che lega a lui quegli ottimi umanisti.

Ancora, nucleo di interesse del libro è la bellezza di questa nostra terra Salento di cui Antonio Errico si conferma “superbo cantore”, come scrive Ilaria Seclì,che “delle cose dell’uomo e del mistero di questa terra” dice che Errico “ possiede le chiavi, innegoziabili, imbarattabili”.  Sembra che Errico, pur essendo nato in questa terra, abbia essa eletta a propria dimora vitale, e che questa terra eserciti si di lui una malia,che egli sia quasi affatturato come da un canto di sirena, pietrificato come dallo sguardo di Medusa, e che niente possa spezzare questa catena di sangue, lacrime, preghiere, nervi, cervello, cuore, pagine di libri, canzoni e idee, sicché la sua condizione potrebbe ben definirsi simile a quella dell’esiliato protagonista del suo romanzo, con la differenza che non sono stati degli eventi politici a condannarlo a questa clausura, a questo refugium peccatorum, ma è stato egli stesso a rinchiudersi in questa prigione dorata – come quella che Calipso aveva costruito per Odisseo – senza saperne più uscire, molto simile a quello stato di “esiliato in patria”di cui ebbe a dire Donato Valli a proposito di Vittorio Pagano.   Ciò forse permette ad Errico di avere una doppia visione della terra madre, quasi la guardasse con due occhi diversi: con l’occhio blu ne vede la miseria, le storture, i guasti, le contraddizioni, gli angoli bui e la sua dimensione limitante, castrante, con quella spietata rabbia che solo un figlio ribelle può avere; con l’occhio azzurro invece ne vede la nobiltà, gli incantamenti , “i deserti di pietra, le stoppie, le sterpaglie,le icone ingenue di angeli ai crocicchi delle strade, il sangue di agnelli sgozzati da mani innocenti”,  con quella fascinazione che solo un visitatore estasiato può avere. Questa terra larica, archetipica, entra in tutte le prose di Errico, ne alimenta la liricità, impasta le sue mirabili descrizioni paesaggistiche, fornisce humus, linfa vitale alla sua ispirazione, è Musa. E ciò perché Errico vive questa terra con un attaccamento forte, viscerale, ma anche doppio, come dicevo sopra, ambiguo, prossimo alla sindrome di Stoccolma, ossia l’amore della vittima nei confronti del proprio aguzzino, che nasce in chi sa, o crede di sapere, di non avere via d’uscita, di non avere altra scelta se non quella di restare qui, a vivere in questo paese “così sgradito da dover(lo) amare”, per citare Bodini, e dove “i volti amati si sfrondano delle loro vicende, non restano che i nomi”:  non resterebbero nemmeno quelli,  se non ci fossero opere come questa, il cui canto ininterrotto, come una lunga elegia, mi sembra quasi una testimonianza di impegno civile contro la dimenticanza, contro l’oblio. Il suo amore per la terra dei padri, polarizzato fra estremi che coincidono, si alimenta nelle sue opere, e in questa in particolare, del sentimento della lontananza, quella che Antonio Prete, in un suo bel trattato invita a non sopprimere,ma anzi a tenere aperta attraverso la narrazione, la poesia, l’arte in genere. E la lontananza diventa visione di tenebra, squarcio, lacerazione, ferita che non si rimargina.

L’ultimo motivo del libro che voglio evidenziare è l’amore: quello puro, innocente, intrinseco e incondizionato per la propria donna e quello tenebroso, carnale, peccaminoso per l’altra, una bella e sfacciatamente provocante Idrusa salentina che l’esiliato incontra in questo posto . Ed anche l’amore, così ingarbugliato, si fa incoerenza, “antinomia, contraddizione, una mistura di scuro e di chiarore”.

Concludo dunque questa recensione che non è una recensione, così come l’ho cominciata, affermando che questo amabile libro è una splendida conferma del talento narrativo di Antonio Errico al quale  già le precedenti opere avevano fatto meritare un posto di riguardo nel contesto della letteratura salentina e meridionale contemporanee.

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