Tra le verdure più gustate dai Salentini: li paparine

LA PAPARÌNA (il papavero)

di Armando Polito

PRIMA PARTE: NOMENCLATURA ED ETIMOLOGIE

Un campo di papaveri costituisce ancora oggi, fortunatamente, almeno nel Salento, uno di quei fenomeni naturali che, al pari del sorriso di un bambino, della sensibilità di un animale, della bellezza di un tramonto e di una donna non ritoccata (ormai il come mamma l’ha fatta è stato soppiantato da come il chirurgo estetico l’ha trasformata e, in più di un caso, ridotta…), mi emozionano e mi commuovono.

Claude Monet, Musée d’Orsai, Parigi

Questo lavoro vuole essere, perciò, un omaggio a questo nostro compagno di avventura sulla Terra e solo alla sua varietà innocua, con tutto il rispetto per le altre (mi riferisco a quelle da oppio) che la perversione umana, in una delle sue innumerevoli contraddizioni (in cui, nonostante la loro da noi presunta inferiorità non incorrono le restanti specie animali) ha fatto assurgere da un lato a rimedio del dolore (e chi, meglio degli animali, conosce le proprietà terapeutiche delle piante?), dall’altro a folle evasione nel tentativo disperato di superare la propria debolezza. Se però, qualcuno conosce il caso di un solo animale non umano morto, dico morto, per aver abusato di qualche erba, me lo faccia sapere. Quella delle droghe è una piaga antica quanto l’uomo e tra le testimonianze del passato sulle innumerevoli varietà del papavero non è azzardato supporre che più di una faccia riferimento proprio a quelle con proprietà profondamente e in qualche caso irriversibilmente stupefacenti. Io mi limito solo a riportarle, lasciando a chi ha la preparazione scientifica, che io non ho,  il compito di riconoscerle.

nome  scientifico: Papaver rhoeas L.

famiglia: Papaveraceae

nome italiano: papavero rosso, rosolaccio

nome dialettale: paparìna

Papaver e rhoeas erano i due nomi usati dai Romani per indicare la nostra pianta (vedi più avanti le relative testimonianze).

Comincio dal primo. Papaver è troppo lungo perché non sia un nome composto. Di regola in questo tipo di nomi, come è giusto che sia, il significato del primo componente è quello da cui tutto è partito. Molto probabilmente così ragionando (questa ricostruzione è mia) alla fine del secolo XVII il botanico francese Joseph Pitton de Tournefort nel suo erbario scrisse: Papaver à pappa pultis specie, cui semen Papaveris olim immiscebatur1 (Papavero deriva da pappa, specie di polenta alla quale un tempo si mescolava il seme del papavero).

A distanza di ventuno anni Nicolas Lemery così scriveva: Papaver à papa, pappa; perché le Balie mescolavano una volta, o mescolano ancora al dì d’oggi a sproposito del Papavero nella pappa de’ bambini per addormentarli, e per dar quiete a i loro dolori; dico a sproposito, quando lo hanno fatto senza l’ordine del Medico; imperocché possono darne in un tempo, in cui questo rimedio sia pernizioso a’ bambini; o farne loro prender troppo; la qual cosa gli addormenta per tutto il rimanente della loro vita2.

Il lettore noterà, rispetto alla prima testimonianza (in cui si fa cenno solo ad una abitudine alimentare, senza riferimenti particolari al fruitore e allo scopo), l’integrazione (o “incrostazione”?) del bambino, che tanto convinse da essere ripresa cinque anni dopo da Paolo Bartolomeo Clarici: Fù, come vogliono alcuni, dato il nome di Papavero a questa pianta dalla parola Pappa, ch’è quella spezie di Polenta, che si dava a’ bambini, nella quale, per fargli dormire, questo seme si mescolava. Altri con più ragione vogliono, che la quiddità di tal nome venga dal non operare, perché stupefatti li sensi dalla qualità soporifera del Papavero, restino inetti a qualsivoglia altra operazione3.

Correttamente il 10 in apice a Pappa rimanda in nota a Joseph Pitton de Tournefort, l’11 di operare al commento a Teofrasto di cui si parlerà più avanti, ma che si riferisce alla voce greca mekon.

Che il bambino sia o non sia coinvolto e ammesso, comunque, che papa/pappa4  sia il primo componente, rimane da chiarire il secondo. La prima cosa che mi viene in mente è che esso sia ver=primavera; il risultato (pappa di primavera) è molto suggestivo, anche perché la pianta fiorisce all’inizio dell’estate. Però, siccome le suggestioni sono pericolose, bisogna saggiare un’altra via, quella dell’analogia. Purtroppo in latino l’unico sostantivo terminante in –ver è cadàver (=cadavere) e c’è poco da stare allegri pure filologicamente poiché non è affatto certo che esso sia formato dalla radice cad– del verbo càdere (=cadere, morire) e, in ogni caso, resterebbe il problema del secondo componente. Non aiuta neppure più di tanto supporre che –ver sia in qualche modo assimilabile (se non, addirittura, sua variante fonetica) a –ber presente, per esempio, in decèmber (=dicembre) da decem (all’origine questo mese era il decimo dell’anno), in salùber (=salutare) da salus, etc. etc., anche perché, oltretutto, non è agevolmente identificabile il valore semantico di questo che sembra essere un suffisso.

Dopo questo inizio così brillante tenterò di rifarmi con rhoeas.  È dal nesso greco rhoiàs (genitivo rhoiàdos5) mekon=papavero selvatico. Rhoiàs a sua volta è connesso con rhuàs=che si affloscia, con riferimento al caratteristico comportamento del fiore; a sua volta rhuàs è connesso col verbo reo=scorrere6; mekon è il nome generico del papavero.  Se la derivazione di papavero da pappa, che abbiamo visto prima suggerita, potrebbe essere una paretimologia,  cioè un’ etimologia popolare senza fondamento scientifico, quelle proposte in passato per mekon non hanno neppure loro base filologica certa, pur essendo di origine dotta. Così si legge in Stirpium adversaria nova di Petrus Pena e Mathias De L’Obel, Londra, 1570, pag. 110: …Papaveris Graecis mèkon dicti parà to me konèin quia vincti papavereo sopore sensus, membraque stupefacta nequeant quicquam agere; nisi dictum sit eadem qua Cicuta notione: konion enim a vertigine et calligine quam invehit utrumque, ut de Cicuta liquet, et de succo huius dicebat Andreas apud Plinium, excaecari protinus oculos, nisi is fuerit adulteratus Alexandriae (…del papavero dai Greci detto mekon  dal non correre, poiché i sensi vinti e le membra intorpidite dal sopore del papavero non possono fare alcunché; a meno che non sia stato detto con lo stesso senso usato per la cicuta: infatti, (essa è chiamata) konion  dalla vertigine e obnubilamento dei sensi che l’uno e l’altra comportano, come risulta della Cicuta, e sul suo [del papavero] succo Andrea7 in Plinio8 diceva che gli occhi immediatamente ne erano accecati a meno che non si fosse trattato di quello adulterato di Alessandria).

Sorvolando sul modo piuttosto contorto di esprimersi, gli autori prima mettono in campo il verbo konèin che significa sollevare la polvere, affrettarsi, correre. Poco dopo compare un kònion che in greco significa piccolo cono, piccola pigna; è evidente che si tratta di un errore di stampa per kòneion che (questo sì) significa cicuta. Al di là dell’errore, comunque, colpisce il tentativo di trasferire il presunto quanto fantasioso collegamento semantico tra gli effetti del papavero e quello della cicuta anche sul piano strettamente fonetico e filologico, come se nulla contasse il fatto che la o di konèin è breve (omicron) e quella di kònion (per kòneion) è lunga (omega) come il lettore può controllare nella parte di pagina riprodotta in basso dopo il frontespizio; senza considerare, infine, il fatto che c’è da chiedersi che fine ha fatto un elemento così importante come una negazione che nella proposta di partenza accompagnava konèin.

La seconda proposta etimologica, collegata in parte a quella appena vista, si legge nel commento a corredo di un’edizione9 della Historia plantarum di Teofrasto (autore greco del IV-III secolo a. C.): A non operando nomen accepit, quod vincti Papaveris sopore sensus membraque stupefacta, nequeant quidquam agere.  È sufficiente aver sostituto, rispetto al testo di Pena e De L’Obel quia con quod, papavereo con papaveri e quicquam con quidquam per sfuggire all’accusa di plagio? E, quasi un secolo e mezzo dopo, Paolo Hermann10PAPAVER ita dictum a pappa pultis specie, cui papaver olim immiscebatur, mykon apò to me kyèin, à non ministrando, eo quod vescentes muniis suis fungi nequeant (PAPAVERO così detto da pappa, specie di polenta alla quale un tempo il papavero veniva mescolato, mykon da me kyèin, da non somministrare, per il fatto che coloro che se ne cibano non sono in grado di assolvere ai propri doveri).

Nella prima parte ritornano tali e quali le parole di Joseph Pitton de Tournefort; nella seconda Hermann si avventura in un tentativo di spiegare l’etimologia di mekon ma già in partenza la situazione diventa più confusa di come via via era diventata in Petrus Pena e Mathias De L’Obel, perché l’autore (come è possibile controllare anche qui nella riproduzione della parte di pagina dopo quella del frontespizio) mette anzitutto in campo un mykon che in greco non esiste e che lo spinge successivamente a presentarci il verbo kyèin che significa essere incinta, concepire; perciò tutte le parole riportate in greco significherebbero papavero (deriva da) non essere incinta (non so a che cosa l’autore stesse pensando quando ha tirato in ballo, traducendo subito dopo il greco kyèin in latino,  l’idea di somministrare, a meno che non abbia confuso kyèin=essere incinta con chein=versare). Ancora un plagio, dunque, nella prima parte, poi una serie di farneticanti proposte (peraltro presentate con assoluta sicurezza) per cui non esito ad immaginare il destino dei pazienti sottoposti alle cure di questo dottore e professore (così si legge nel frontespizio, ma è in buona compagnia: basta vedere i titoli dell’ultimo collaboratore citato nel frontespizio: filosofo e medico, dottore botanico e chimico…) se la sua competenza medica era pari a quella filologica. Chiedo scusa per questo mio atteggiamento critico che per qualcuno assumerà l’aspetto di un’acida presunzione. Tuttavia, se son dovuti passare quasi trecento anni prima che uno qualsiasi come me si accorgesse delle bestialità a loro tempo messe per iscritto, fortunatamente ne saranno necessari molti di meno (e forse farò in tempo pure ad abbozzare una difesa…), in tempi come i nostri in cui la cultura si diffonde in tempo reale, perché qualche lettore, che ringrazio fin da ora, stigmatizzi le mie bestialità, reali o presunte.

La brevità di mekon mi induce a pensare che non sia una voce composta. Comunque sia, aggiungo che il suo diminutivo mekònion (in questo caso, però, come in altri, il suffisso, fa assumere più l’idea di somiglianza) designa il titimallo, l’oppio ma pure gli escrementi di neonato, da cui il latino mecònium che ha dato vita all’italiano meconio (sostanza vischiosa di colore verde contenuta nell’intestino del feto, che viene espulsa nei primi giorni di vita del neonato; in entomologia materiale fecale prodotto dalle larve di alcuni insetti o dagli insetti adulti dopo lo sfarfallamento; sinonimo di oppio).

Papaveràceae è forma aggettivale da papaver; rosolaccio  è dall’antico e dialettale ròsola, diminutivo di rosa; paparina è, per sincope, da papaverina intesa, credo, come vezzeggiativo con cambio di genere di papavero, a differenza dell’omologa voce italiana indicante l’alcaloide presente nel papavero da oppio11.

(CONTINUA)

_______

1 La prima edizione col titolo Élémens de botanique uscì a Parigi nel 1694; io cito da quella successiva dal titolo Institutiones rei herbariae uscita a Parigi per i tipi della Tipografia Regia nel 1700, tomo I, pag. 239.

2 Dizionario overo trattato universale delle Droghe semplici, Hertz, Venezia, 1721, pag. 267.

3 Istoria e coltura delle piante, Poletti, Venezia, 1726, pag. 416.

4 papa/pappa=pappa, in latino è voce presente in Varrone (I secolo a. C.) secondo la testimonianza di Nonio (grammatico del IV secolo d. C.), ma è intuitivo che la sua più che probabile origine infantile ne sposterebbe la nascita molto indietro nel tempo.

5 Da cui la readina, l’alcaloide con potere sedativo presente nei petali.

6 Caratteristica non a caso sottolineata da Plinio (Naturalis historia, XVIII, 59: …cadunt folia lupino tantum et papaveri… (…le foglie cadono solo al lupino e al papavero…). Petronio, con riferimento al gambo, se ne serve per una similitudine: (Satyricon, 132)  Haec ut iratus effudi, Illa solo fixos oculos aversa tenebat, nec magis incepto vultum sermone movetur quam lentae salices lassove papavera collo.(Quando irato proferii queste parole teneva gli occhi abbassati fissi al suolo né il volto si muoveva alle mie parole più di un molle salice o di papavero dal debole collo).

7 Medico, delle cui opere nulla ci è rimasto, citato nel I secolo d. C., oltre che da Plinio (in parecchi passi della Naturalis historia), anche  da Aulo Cornelio Celso (De medicina, I).

8 Naturalis historia, XX, 76.

9 Chiedo scusa per il titolo kilometrico: De historia plantarum libri decem, Graece et Latine. In quibus textum Graecum variis lectionibus, emendationibus, hiulcorum supplementis: Latinam Gazae versionem nova interpretatione ad margines: totum opus cum notis, tum commentariis: item rarorum plantarum iconibus illustravit Ioannes Bodaeus à Stapel. Accesserunt Julii Caesaris Scaligeri, in eosdem libros animadversiones: et Roberti Constantini Annotationes, apud Henticum Laurentium (typis Judoci Broerssen), Amsterdam, 1644.

10 Cynosura materiae medicae, Sumptibus Johannis Beckii, Argentorati, 1726, v. I, pag. 437.

11 La voce non è esclusivamente salentina:  paparina compare nel Dizionario delle voci e maniere oscure di Giovanni Meli (poeta siciliano dei primi anni dell’Ottocento) posto in coda all’edizione delle sue Opere uscita per i tipi di Roberti a Palermo nel 1839.

 

seconda parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/12/29/la-paparina-il-papavero/

terza parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/12/30/la-paparina-il-papavero-iii-parte/

 

3 Commenti a Tra le verdure più gustate dai Salentini: li paparine

  1. Conosco diversi casi di animali non umani morti per aver abusato (mangiato troppa) cicuta.
    Inoltre anche gli animali consumano piante psicoattive al fine di trarne piacere, per questo le consiglio di leggere “Animali che si drogano” di Giorgio Samorini.

    • Sarebbe interessante conoscere il nome di questi animali che avrebbero fatto, loro sì a loro insaputa …, la fine di Socrate (lo dico senza ironia, come d’altra parte, si capirà meglio da quello che segue).
      Non è da escludersi, comunque, nemmeno tra le cosiddette bestie, la presenza di qualche esemplare, come noi umani, ignorante (ma si tratta, probabilmente di un affievolimento della cultura genetica) o ghiottone (per esempio, le mucche, possono addirittura esplodere, se non si interviene in tempo bucando loro la pancia, a causa di un’erba di cui sono particolarmente ghiotte, il trifoglio).

      Ma l’”erba” di cui parlavo io, con la parola incapsulata in quel modo (il che rendeva superflue le virgolette), non era certamente né la cicuta né il trifoglio o simili.

      Per quanto riguarda, poi, l’immunità di alcune cosiddette bestie a certe sostanze velenose, sarebbe altrettanto interessante indagare il meccanismo (entrato poi, molto probabilmente, nel patrimonio genetico) che le ha portate a tanto. Anche in questo campo, forse, le cosiddette bestie ci hanno preceduto e Mitridate a suo tempo e, in un certo senso, anche gli omeopatici non hanno inventato nulla che non fosse già conosciuto e sperimentato dalle cosiddette bestie.

      Fatta la dovuta distinzione tra veleno e droga propriamente detta, a proposito del saggio del Samorini, infine, debbo dire che le conclusioni, se malamente interpretate o strumentalmente sposate (come spesso avviene ai nostri giorni con la scienza), sono, senza che lo studioso abbia la minima responsabilità, pericolosissime, se non devastanti per le menti più labili, che possono invocare l’alibi della “naturalità” del fenomeno, come se si trattasse, per citarne solo due, della masturbazione o dell’omosessualità. La droga, infatti, soprattutto da quando hanno preso piede le misture sintetiche, non è paragonabile minimamente all’analogo fenomeno “bestiale” e, al di là dell’assuefazione e di altri rischi, un’overdose non è l’equivalente di una scorpacciata di erba più o meno esilarante. E anche in questo gli animali si mostrano meno perversi, per nulla schiavi del profitto e, proprio per questo ma non solo, molto più intelligenti di noi …

Lascia un commento

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com

error: Contenuto protetto!