Ggimèntu e ggimintàre: dalla speculazione edilizia alle molestie.

di Armando Polito

Ogni parola, esaminata alla luce della sua evoluzione formale o fonetica e sostanziale o semantica, è in grado di restituire frammenti della storia nostra e di coloro che ci hanno preceduto, rivelando particolari e parentele a  prima vista insospettabili.

Se tra ggimentu (cemento) e ggimintàre usato nel significato di cementare è scontato cogliere il rapporto di figliolanza del verbo dal sostantivo, altrettanto non lo è quando ggimintàre viene usato nel senso di stuzzicare, provocare. Questi ultimi concetti, infatti, sembrano lontani anni luce da quello del cemento. Nonostante le apparenze non è così e per dimostrarlo partirò dal padre.

Cemento è dal latino caemèntu(m)=pietra da taglio, da caedere=tagliare. I Romani in edilizia all’inizio impiegavano come legante la sabbia impastata con la calce, poi, a partire dal I secolo a. C., cominciarono a aggiungere alla calce la pulvis puteolàna (polvere di Pozzuoli), sostanzialmente un tufo vulcanico o ad utilizzare il cocciopesto, miscela di frammenti fittili impastati con calce. Nacque così l’antenato del cemento e la parola dal significato originario di pietra da tagliare (o, se si preferisce, polverizzare) assunse quello di legante derivato da pietre tagliate (o, se si preferisce, polverizzate) compiendo un bel salto di qualità da una funzione, per così dire, passiva ad una attiva, trasferendo con il suo sacrificio l’iniziale concetto di interezza (pietra da tagliare) al prodotto finito (cioè agli elementi costruttivi dal cemento legati), fino a che l’uomo non pensò di armare pure lui… e nacque, così, il cemento armato.

Col passare dei secoli il latino caemèntum generò il medioevale cimèntum che assunse il significato di fondamento (senza alcun riferimento esclusivo alla tecnica costruttiva). Da cimèntum nacque cimento che all’origine indicò la mistura usata dagli orafi per saggiare e purificare i metalli preziosi, per assumere, infine, il significato attuale di prova rischiosa, sfida. Se, dunque, cementàre è da cemento, cimentare (usato prevalentemente in forma riflessiva) è da cimento. Conseguenza finale: a cimentare corrisponde il dialettale ggimintàre quando usato nel senso di stuzzicare, provocare.

Recita un proverbio il troppo storpia, e la sua attualità trova riscontro in cementare/ggimintàre e in cimentare/ggimintare.

La prima coppia sembra il verbo preferito di tanti amministratori pubblici non propriamente disinteressati, come giornalmente si scopre, e ai quali gli avvocati suggeriscono, tra mille bizantine giustificazioni (l’ultima è l’ormai inflazionato a mia insaputa) anche quella, soprattutto in tempo di crisi fa effetto, che mette in campo come formidabile alibi i benefici occupazionali, con la citazione ad ogni piè sospinto della buonanima di Keynes, le cui teorie saranno magari sacrosante ed efficaci nel breve periodo ma devastanti nel medio e nel lungo;  debbo pure amaramente riconoscere, però, che fisiologicamente i concetti di tempi lunghi e di lungimiranza in passato erano i meno consultati nel vocabolario della politica; nelle ultime edizioni, poi, di loro non è sopravvissuta la minima traccia.

La seconda coppia, purtroppo, non m’induce a riflessioni più confortanti. Cimentarsi in passato significava confrontarsi facendo leva sulle proprie capacità e sulle deficienze dell’avversario; oggi i soliti noti inneggiano al riconoscimento del merito ma tutto si riduce ad una prevalenza di conoscenze più o meno potenti e/o alla disponibilità a pagare per ottenere perfino la soddisfazione di un diritto fondamentale. Ggimintare in passato era il verbo usato per indicare i dispettucci che i ragazzini si facevano reciprocamente, nonché quell’insieme di parole, gesti, ammiccamenti utilizzati dai più audaci per capire se, insistendo, la lei di turno ci sarebbe stata. Oggi ggimintare ha assunto una connotazione totalmente negativa degenerando nel bullismo da una parte e nelle molestie vere e proprie dall’altra.

Non sono certo, ancor meno politicamente parlando, un nostalgico ma sono profondamente convinto che ogni tanto un ritorno per quanto fugace al passato ci farebbe solo bene. E in chiusura il pensiero vola al proverbio che credo si adatti perfettamente alle riflessioni appena fatte: Arata e trairsata ole la terra, amata e ggimintata ole la tonna (La terra vuole essere arata in lungo e in largo, la donna vuole essere amata e stuzzicata).

Torniamo ad arare a dovere la terra (non a cementificarla), torniamo ad amare la donna e a stuzzicarla (non a considerarla proprietà personale contro la sua volontà). Facciamolo, anche se useremo nel primo caso il più avveniristico dei trattori, nel secondo il più avanzato telefonino…

E, a proposito del secondo, non fate come me …

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