Tre antichissime tecniche di pesca… micidiali!

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Tre antichissime tecniche di pesca micidiali, altro che ngulatòra1!


di Armando Polito

Prima che la chimica invadesse anche questo campo introducendo sostanze mirabolanti nella preparazione di ogni tipo di esca, ogni pescatore aveva il suo segreto personale e si guardava bene dallo svelarlo alla concorrenza sicché, mentre mostrava con orgoglio a chiunque il cestino in cui custodiva i pesci appena catturati sforzandosi mentalmente di farli sembrare più grossi di quanto non fossero, si preoccupava di tenere ben nascosto agli occhi indiscreti il barattolino contenente la magica pozione di sua invenzione.

Contravvenendo a questa regola oggi vi rivelo tre ricette antichissime. La prima risale ad Aristotele  (IV° secolo a. C.)(Storia degli animali, VIII, 20): I pesci muoiono col verbasco2: perciò altri li pescano buttando il verbasco nei fiumi e nei laghi, i Fenici pure in mare3.

La secondaè di Plinio4 (I° secolo d. C.):

Tra le (erbe) nobilissime…c’è quella che si chiama plistolochia5, che costituisce la quarta varietà6, più sottile di quella prima citata, con la radice ricca di filamenti, grossa quanto un giunco ben sviluppato. Alcuni la chiamano polirrizo7. Il profumo di tutte ha virtù salutari, ma il più pregevole ce l’ha la radice lunga e alquanto sottile. La corteccia è carnosa e l’erba è adatta a confezionare unguenti di nardo. Nascono in luoghi  fertili e pianeggianti. Vanno raccolte al tempo della mietitura e vanno conservate semplicemente scuotendo le tracce di terra.  È apprezzata tuttavia soprattutto quella del Ponto8e in ogni varietà quella più pesante è più adatta ai medicamenti. Quella rotonda è efficace contro il morso dei serpenti. Tuttavia ha il massimo pregio quella allungata se, come si dice, accostata all’utero con carne di bue a concepimento avvenuto fa nascere un maschio. I pescatori della Campania chiamano la radice che è rotonda veleno della terra e in mia presenza la sparsero in mare dopo averla pestata e mescolata con calce: volano i pesci con straordinaria velocità e subito galleggiano esanimi.

La terza è diOppiano di Anazarbo (II° secolo d. C.) (Della pesca, IV, 647-684), la cui testimonianza mi ha particolarmente colpito perché la questione viene vista, inconsuetamente, dalla parte dei pesci: I pescatori che usano veleni hanno un’altra (prima ha parlato di quella fatta con l’ausilio della luce, la pesca in mare alla lampara e quella da terra, in dialetto neretino alla iàcca9) tecnica di cattura e hanno ordito contro i pesci un veleno maledetto col quale riservano ai pinnati una rapida fine. Essi dapprima con fitti colpi di bastoni e con quelli dei remi spingono i pesci impauriti in un luogo concavo dove ci sono numerosi nascondigli. I pesci allora si rifugiano nei cavi scogli, i pescatori invece da ogni lato li circondano con le reti in modo che gli scogli formino una solida barriera come se si trattasse di uomini assediati. A questo punto un pescatore prende un po’ di grassa argilla e di quella radice che i medici chiamano ciclamino10 e mescolando il tutto forma due pagnotte che colloca in mare sotto le reti: intorno poi unge col veleno nefasto dall’odore acuto  le stesse cavità e nascondigli e avvelena il mare. Risale sulla barca dopo che ha sparso il veleno mortale. Subito il cattivo e nemico odore assale i pesci nei loro nascondigli: gli occhi, la testa e le membra sono annebbiati né possono restare nei nascondigli e sofferenti si precipitano da sotto gli scogli. Ma per loro il mare è molto più amaro, tale è l’inganno disciolto nelle acque. E come ubriachi, oppressi dalle mortifere esalazioni  vagano in ogni direzione e non trovano pace da nessuna parte. Affrettandosi desiderando oltrepassarle cadono nelle reti . Da quel grande pericolo non c’è scampo e ondeggiano con affanno battendo la coda e saltando. Corre sul mare il respiro dei moribondi: per i pesci c’è questo misero lamento. E fuori in superficie i pescatori godendo della loro sofferenza si rallegrano in attesa  che il silenzio cali sul mare e cessino gli strepiti di quell’agonia nell’ultimo affannoso respiro. E allora recuperano quella la turba di infiniti cadaveri accomunati da un’unica orribile fine. Come quando gli uomini contro i nemici dichiarano guerra con troppa facilità e desiderano saccheggiare la città né desistono dall’escogitare danni contro di loro, anzi avvelenano mortalmente l’acqua delle sorgenti; quelli che stanno sui torrioni patendo la fame ed altri disagi muoiono a causa dell’acqua ostile di una morte odiosa e orribile; tutta la città rigurgita di cadaveri: così i pesci domati dai pescatori avvelenatori muoiono di una morte triste e per un inaspettato destino.

In epoca successiva i pescatori-avvelenatori si servirono, oltre che del verbasco e del ciclamino,  della cocca di levante o galla d’oriente11, dell’erba mora12, della noce vomica13, del mallo delle noci14, dei rifiuti del tabacco sotterrati e marciti, dell’intera pianta della fava…. poi, purtroppo (per questo avverbio non esiste limite), vennero le bombe; ma questa è un’altra storia.

Meglio chiudere con un sorriso. Ho fatto la prova con l’esca consigliata da Plinio; ecco come è andata…

* Secondo me ho fatto qualche sbaglio quando l’ho preparata…

**Secondo me hai sbagliato tu a tradurre…e vai dicendo pure che conosci il latino!

A questo punto non vi sarà difficile immaginare perché sono stato così altruista…

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1 È la voce con cui nel dialetto neretino si indica la pasturazione; se esistesse, in italiano sarebbe ingolatura. Qui, però, le erbe di cui si parlerà non hanno la funzione di attrarre i pesci e renderne poi più agevole la cattura con la stessa esca che nasconde, questa volta, l’amo, ma, con un’unica operazione brutale e sintetica, la funzione di sterminarli per avvelenamento.

2 O tasso barbasso (Verbascum thapsus L.) 

3 Come avverrà per il terzo autore riporto solo la traduzione, dal momento che il server non supporta i caratteri greci.

4 Naturalis historia, XXV, 54: Inter nobilissimas…est quae plistolochia vocatur, quarti generis, tenuior, quam proxime dicta, densis radicis capillamentis, iunci plenioris crassitudine. Hanc quidem polyrrhizon cognominant. Odor omnium medicatus, sed oblongae radici tenuiorique gratior. Carnosi enim est corticis, unguentis quoque nardinis conveniens. Nascuntur pinguibus locis et campestribus. Effodere eas messibus tempestivum: ita desquamato terreno servantur. Maxime tamen laudatur Pontica: et in quocumque genere ponderosissima quaeque medicinis aptior. Rortunda contra serpentes. Oblonga tamen in summa gloria est, si motu a conceptu admota vulvis in carne bubula, mares figurat, ut traditur. Piscatores Campaniae radicem eam quae rotunda est venenum terrae vocant, coramque nobis contusam immixta calce in mare sparsere: advolant pisces cupiditate mira,statimque exanimati fluitant.

L’erba descritta da Plinio dovrebbe essere l’Aristolochia rotunda L.

La famiglia conta più di cinquecento specie, tutte velenose; la nostra volgarmente è detta erba astrologa, secondo me per deformazione del nome scientifico più che, come si legge in rete (http://www.treviambiente.it/06_erbevelenose/06_aristolochia.php), per il fatto che la conformazione particolarissima del fiore ha sollecitato la fantasia popolare da cui deriva, per motivi legati a superstizioni varie, il nome volgare. Che gli antichi usassero erbe velenose come esca è attestato prima di Plinio da Aristotele (IV° secolo a. C.)(Storia degli animali, VIII, 20): I pesci muoiono col verbasco: perciò altri li pescano buttando il verbasco nei fiumi e nei laghi, i Fenici pure in mare.

5  Trascrizione del greco pleistolòcheia=erba che facilita il parto, composto da plèistos=parecchio e lochèia=parto, frutto del parto.

6 Prima aveva parlato delle tre varietà comprese nel nome generico di aristolochia, trascrizione del greco aristolòcheia (con lo stesso significato della pleistolochia della nota precedente) composto da àristos=ottimo e lochèia=parto. Eccone la descrizione: Unum tuberibus radicis rotundis, foliis inter malvam et ederam, nigrioribus mollioribusque. Alterum masculae, radice longa quatuor digitorum longitudine, baculi crassitudine. Tertium longissimae tenuitatis, vitis novellae, cuius sit praecipua vis, quae clematitis vocatur, ab aliis Cretica. Omnes colore buxeo, caulibus parvis, flore purpureo. Ferunt bacculas parvas,ut capparis. Valent radice tantum (Una ha la radice con tuberi rotondi, le foglie tra la malva e l’edera, più nere e più tenere. L’altra è maschio con radice lunga quattro dita, grossa come un bastone. La terza è lunga e sottile come giovane vite, di notevole forza, che è chiamata clematide, da altri cretica. Tutte hanno colore di bosso, piccoli gambi, fiore purpureo. Producono piccole bacche simili al frutto del cappero. hanno proprietà solo nella radice).

7 Trascrizione del greco polýrrizos=con molte radici, composto da polýs=molto e riza=radice.

8 Regione attorno al Mar Nero.

9 Ha la stessa etimologia dell’italiano fiàccola (diminutivo di un inusitato *fiacca risalente al latino fàcula, a sua volta diminutivo di fax=torcia); la voce dialettale è da *fiacca con aferesi di f-.

10 Cyclamen Persicum L.; nel testo kuklàminos, che da Dioscoride (I° secolo d. C.) (De materia medica, II, 193) è chiamato pure ichtyòtheron (da ichthùs=pesce e therào=cacciare).

La pesca col ciclamino, comunque, era già nota ai Romani. Così ne parla Plinio (op. cit., XXV, 69: Mihi et tertia cyclaminos demonstrata est, uno omnino folio, radice ramosa, qua pisces necantur (Mi è stata mostrata pure una terza specie di ciclamino, detto camecisso, con una foglia sola, con radice ramosa, con cui si uccidono i pesci).

11 Anamirta cocculus L.; esca levantina è il nome con cui compare quando fu vietata (primi segni di coscienza ecologica?) col bando Del pescare con tossichi ed esca, emesso dal duca di Firenze e Siena il 2 giugno 1565.


12 Daphne Gnidium L., volgarmente detta anche gnidio o dittinella o erba corsa, anch’essa proibita nel citato bando.

13 Strychnos nux vomica L.

14 Pure questa proibita nel bando citato.

2 Responses to Tre antichissime tecniche di pesca… micidiali!

  1. sonia colopi scrive:

    Cultura e simpatia espositiva caratterizzano tutti gli scritti di Armando Politi.
    Si legge tutto d’un fiato, assaporando tutto ciò che riguarda la nostra flora mediterranea, piante che guardiamo nel nostro andare per sentieri e stradine campestri e quando lui ce le descrive, mi vien di dire;” ecco, quella pianta io l’ho vista mille volte, ma adesso la so denominare, mi resta più familiare e mi sembra di amarle tutte di più ” Grazie per quanto ci date.

  2. armandop scrive:

    Polito…e non perché mi ritenga unico. Armando Polito

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