Ricordi nel Conservatorio di Sant’Anna a Lecce

di Maria Grazia Presicce

Particolari della facciata della chiesa e conservatorio di Sant’Anna ( Lecce) (ph Maria Grazia Presicce)

 

 

Tante volte passando, prima che l’alto muro fosse demolito, attraverso alcune crepe avevo provato a spiare cercando di andare, con lo sguardo e con la fantasia, oltre quel muro oltre quella cancellata, oltre porte e portoni oltre le finestre che davano sul cortile.

Particolari del cortile del conservatorio di Sant’Anna ( Lecce) (ph Maria Grazia Presicce)

Quella mattina non mi sembrò vero. I lavori di restauro erano avviati da un po’ e quella mattina erano  in corso e il cancello era… aperto. Non resistetti. D’impulso entrai senza esitare, al massimo, mi dissi, mi sarebbe stato chiesto di uscire.

M’incamminai verso una delle porte aperte, intravidi un signore intento al suo lavoro di muratura e – Buon giorno! Posso entrare a dare uno sguardo?-

– I lavori non sono ultimati – risolse – solo il restauro murario è stato completato. – Mi osservò e – Comunque entrate pure, fate però attenzione a dove mettete i piedi, mi raccomando.-

Non mi parve vero. Ringraziai, ero davvero felice. M’inoltrai nelle varie stanze del piano terra. Le spesse mura ovattavano ogni rumore che poteva provenire dall’esterno. Mi sembrò di essermi calata in un’altra epoca e… m’inoltrai:

Suore vestite di bianco si aggiravano silenziose tra quelle mura ove regnava una pace stratificata e illusoria che, più che tranquillità dava un senso di vuoto. Una di loro, sotto un grande camino, era intenta a riattizzare il fuoco. Sulla porta un’altra ne apparve con un grande bricco in mano, si avvicinò al camino e lo accostò al fuoco per far riscaldare il latte che sarebbe servito per la colazione.

Al centro della stanza un grande tavolo, con attorno degli scanni, fu ricoperto dalla prima suora con una tovaglia a righe bianche e blu e sopra vi furono poggiate delle ciotole di latta bianca, dei cucchiai e un cestino con del pane affettato. 

Poi, la prima suora scomparve e, appena la seconda suora si avvide che il latte era pronto, suonò una campanella posta al lato del camino e, in fila, delle giovani apparvero andando ad occupare silenziosamente i posti  vicino agli scanni. Rimasero in piedi: “ In nome del Padre, del Figlio …” cominciò la prima suora e le ragazze continuarono a capo chino. Poi sedettero e ognuna ebbe la sua razione di latte.

Sguardi silenti, malinconici sorrisi velati s’intrecciavano su quel tavolo, attente a che la suora non se ne avvedesse. Stavano vicinissime intorno a quella tavola, i loro gomiti si sfioravano eppure parevano lontanissime e nel loro essere s’intravedeva un accorato senso di sconforto.

Mesto un volto più d’ogni altro stava lì ma era come se non ci fosse. Il suo cucchiaio muoveva istintivamente alla bocca e i gesti ripetuti parevano non appartenerle. Il suo sguardo smarrito e vuoto era lontano: in realtà non era lì. Chissà quale nuvola cavalcava, chissà in quali cieli si librava e, lì dentro, non c’erano nuvole, non c’erano cieli…

In nome del Padre…” nuovamente in piedi, pregarono ringraziando il buon Dio del pasto e, sempre in silenzio, com’erano giunte, si avviarono su per una scala. Le seguì. Scomparvero dopo poco ed io mi ritrovai in un lungo corridoio che prendeva luce da alte finestre che davano in un profondo e stretto pozzo luce. Levando lo sguardo si poteva intravedere un ritaglio d’azzurro. Chissà quante di loro si erano perse in quel fazzoletto colorato!

Sul lato opposto del corridoio diverse porte davano accesso ad alcune stanze di varie dimensioni. Sicuramente erano adibite a dormitori o celle. Da una camera mi parve di udire una flebile voce pregare. Passai oltre, non volevo disturbare ma più in là mi bloccò un indistinto lamento, forse un pianto…. M’ avvicinai sommessa a spiare: dalla porta socchiusa intravedi di spalle un’esile figura di donna che, a testa china, lentamente incedeva silente, le mani strette sul grembo lasciavano intravedere una croce e i grani lucenti di una corona del rosario. Lacrime le rigavano il volto e colavano bagnando la corona. Chissà quale motivo l’aveva condotta lì dentro nel bel fiore degli anni! Chissà di quanti sospiri ed affanni era testimone quella stanza e il suo bianco cuscino! Mi riscossi da tanta impressione, proseguii la mia esplorazione: mi ritrovai in un altro corridoio diverso dal primo. Era un camminamento protetto da una balaustra in ferro che s’affacciava su alcuni vani posti all’interno. Mi sporsi e levai in alto lo sguardo.

Ingresso al conservatorio di Sant’Anna ( Lecce) (ph Giovanna Falco)

 

 Lassù una cupoletta, spandeva una luce vivace donando a tutto l’ambiente un tocco da fiaba. Magnifico! Veramente magnifica architettura! Appoggiata alla balaustra  scrutai il piano sottostante: altri vani s’intravedevano: “scenderò dopo “ mi dissi, al momento avevo voglia di salire ancora.

Altri stretti gradini mi condussero in un incavo senza luce. Ci poteva entrare solo una persona. Un insolito sportello tondeggiante, in legno scuro, attirò la mia attenzione. Più che una piccola porta sembrava un mobile incassato nel muro. Provai a muoverlo. Lentamente cedette sotto la mia pressione e allora continuai a ruotare fino a quando non comparve una nicchia. Un brivido m’ invade. Ero sorpresa e un po’ sgomenta: era la ruota. La famosa, antica ruota che accoglieva e distribuiva.

Particolari del conservatorio di Sant’Anna ( Lecce) (ph Giovanna Falco)

 

Sapevo che, a Lecce, vicino a questo monastero era esistita una Ruota che accoglieva i neonati non desiderati: io, però, non ne avevo mai vista una. Di questa ruota non ne conoscevo l’impiego. Sicuramente, era l’unico mezzo che metteva le suore e le altre occupanti del Conservatorio, in contatto col mondo di fuori. Emozionata la mia mano, accarezzò quel legno pregno di chissà quanti e quali segreti e piano, piano lo roteai riportandolo nella posizione primaria. Uscii confusa da quello stanzino e seguitai a salire e adagio vagare tra i tanti locali: archi, architravi, cornicioni, nicchie, muraglie e fregi possedevano un fascino straordinario e inducevano a soffermare lo sguardo sulla perlacea e luminescente pietra leccese testimone da sempre di chissà quante e quali vicissitudini!

Interno del conservatorio di Sant’Anna ( Lecce) (ph Maria Grazia Presicce)

 

Particolari architettonici del conservatorio di Sant’Anna ( Lecce) (ph Maria Grazia Presicce)

Il mio insolito girovagare mi condusse in un ampio stanzone ancora pieno di cianfrusaglie, tra cui una particolare corona di fiori di latta colorati, appoggiata ad un muro. Ne ammirai estasiata la superba fattura. Ghirlande di fiori multicolori s’intrecciavano. Chissà per chi e perché erano stati intrecciati. Il calice di un giglio si era staccato e giaceva solitario sull’impiantito: lo raccolsi.

 Lo conservo ancora in ricordo di suggestioni e sensazioni che colmarono il mio cuore in quel magico mattino.

 


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