L’elogio di un falsario neretino, esempio di pubblicità editoriale ante litteram.

di Armando Polito

Qualcuno potrebbe pensare che l’amor di patria mi abbia oggi spinto ad un’azione che contrasta con i miei principi morali, almeno quelli sbandierati…

Ma nella fattispecie io fungo da semplice ambasciatore e, come si sa, ambasciator non porta pena. Il falsario del titolo è, infatti, Giovanni Bernardino Tafuri, letterato di tutto rispetto del secolo XVIII, ma con il vizietto di confezionare documenti falsi per dare visibilità religiosa e laica, con i connessi vantaggi economici…,  alla sua città, col risultato che ogni suo scritto, ormai,  suscita il sospetto,  sicché si può dire che per lui sia finita come il famoso pastorello di “Al lupo, al lupo!”1

Fa rabbia che un innegabile talento sia poi incorso in un inconveniente del genere, tanto che pure in Wikipedia leggo: Giovanni Bernardino Tafuri (Nardò, 1695 – 1760) è stato uno scrittore, bibliografo  e falsario italiano, sicché qualsiasi internauta può oggi sapere ciò che prima dell’avvento della rete era noto solo agli studiosi di storia locale.

 

la piazza di Nardò vista dal colonnato dell’antico municipio

L’elogio, poi, sempre del titolo, è un’elegia di Angelo Calogerà (1699-1766) che inserì un numero notevole di lavori del Tafuri nella sua Nuova raccolta di opuscoli scientifici e filologici2. Il tomo  XVI già nel frontespizio reca il nome del dedicatario e si apre con una lettera di ringraziamento al letterato di Nardò datata Venezia, 10 dicembre 1737, cui segue l’elogio in distici elegiaci, il cui testo riproduco di seguito. Nella traduzione interlineare ho tentato, finché era possibile, di rimanere fedele alle sequenze originali, mentre le note hanno il compito di renderne più agevole ed immediata la comprensione e di permettermi di scagliare ogni tanto la solita frecciata…

Ad Famam

Alla Fama,

in honorem praeclarissimi Viri Joannis Bernardini Tafuri Patritii Neritini.

in onore dell’illustrissimo uomo Giovanni Bernardino Tafuri patrizio di Nardò.

 

Fama sile semper, qui veris addere gaudes

Fama, taci sempre, tu che godi aggiungere al vero

falsa, vel e minimo crescis ubique repens;

il falso o dal minimo cresci ovunque repentina;

conde tubam: nomen Tafuri ut crescat in Aevum

riponi la tromba: perché il nome di Tafuri cresca nel tempo

non opus est ullo Fama favore tuo.

non c’è bisogno, Fama, del tuo favore.

Quae potuit vel adhuc doctis mandare libellis

Ciò che ha potuto pure fino ad ora affidare a dotti opuscoli,

haec illi aeternos demeruere dies.

questo ha meritato per lui giorni eterni.

Illius hinc nomen cunctis venerabile seclis

Perciò il suo nome venerabile per tutti i secoli

pervasit late Solis utramque domus.

si diffuse largamente nell’una e nell’altra casa del Sole (in tutto il mondo).

Contentusque suis nunc Ipse laboribus artes

Ed Egli ora, contento delle sue fatiche, le arti

ingenuas alacer nocte dieque colit.

nobili coltiva alacre di notte e di giorno.

Sacra, tuus Fernande labor, tua gloria Ughelli

L’Italia Sacra, tua fatica, o Fernando, tua gloria

Italia, hoc proprias vindice adauxit opes.

accrebbe la sua importanza grazie a questo garante.3

Crevit opus, totoque effulsit clarius orbe,

Crebbe l’opera e rifulse più chiara in tutto il mondo,

crevit Hydruntini fama, decusque soli.

crebbero la fama e il prestigio del suolo di Otranto.

Et tamen in primo vernabat flore Juventae:

E tuttavia sbocciava nel primo fiore della giovinezza

primaque vix teneris venerat umbra genis.

e a stento la prima barba era spuntata sulle tenere guance.

Implerent multas quae Gesta sonora papyros

Riempirebbero da sole molti volumi quelle gesta eclatanti

Praesulis Armeniae nunc satis una docet.

del Pastore d’Armenia che ora a sufficienza egli fa conoscere.4

Et tamen illius stabat Respublica curis:

E tuttavia la sua Città si manteneva salda grazie alle sue cure:

nec ridebat ei tunc sine nune Polus

né allora il cielo gli arrideva senza nubi.5

Palladiis dederat quos jam sua Patria Castris

Coloro che già la loro patria aveva assegnato all’accampamento di Pallade

lumine vel fecit mox radiare novo.

egli ha fatto ora risplendere di nuova luce.6

Coniger, & Spinellius, & Constantius altis

Coniger7, Spinelli8 e Costanzo9 da tutti i profondi

emersi mendis omnibus ecce nitent.

errori emersi, ecco, splendono.

Constantii & fuerit quam tristibus anxia curis

E quanto stretta da tristi difficoltà sia stata di Costanzo

vita, vel ipsius sedula cura dedit.

la vita, pure il suo studio assiduo ha tramandato.

Quae tulit in propriam Galateus Japygis oram,

Ciò che il Galateo attribuì alla propria terra grazie agli Iapigi

claravit doctis impiger usque notis:

egli illustrò diligente con dotte note:

pauca vel huius adhuc poterat non mandere tempus

le poche cose pure di lui che il tempo non poteva ancora divorare

Phoebea fecit luce repente frui.

fece che fruissero della luce del sole.10

Montibus & Calabris illum qui carmine prisco

Ai suoi monti e Calabri colui che col suo canto antico

Scipiaden cecinit, reddidit Ipse suis.

aveva cantato Scipione Egli restituì.11

Sirenum Regno decus addere quae potuerunt

Quelle scoperte che al Regno delle Sirene poterono aggiungere prestigio

inventa inventis protinus adglomerat,

subito unisce l’una all’altra.12

Neriti historiam gustaverat Orbis, at omni

Il mondo aveva gustato la storia di Nardò13, ma di tutto

impatiens tandem se saturare cupit,

impaziente desidera finalmente saziarsi

atque Hydruntinam voto suspirat eodem,

e attende con lo stesso desiderio quella di Otranto14,

pro qua Coelicolas corde loquente rogat.

per la quale col cuore che parla prega gli abitanti celesti.

Nec minus Acta, quibus Hierarche edixerat olim

Nondimeno gli Atti15 con i quali il Papa aveva un tempo decretato

laeviget ut sacras lima severa Byblos.

per correggere i sacri libri con lima severa.

Cunctaturque Virum seriem, quos Insuber idem

E passa in rassegna la serie di uomini che lo stesso Insubre16

scilicet hoc voluit munus obire pium.

appunto volle che assolvesse a questo compito.

Retro per Euboicas oras quae gesta duobus

I fatti avvenuti per le contrade euboiche17 due

seclis, & scripsit docta, nec una manus,

secoli prima e che scrisse una dotta, non unica mano,

haec optat promissa dari, variisque refertum

desidera che questi, promessi, siano pubblicati  e piena di vari

casibus en tacito corde volutat opus.

eventi, ecco, nel tacito cuore vagheggia un’opera.

Sed noster maiora parat Tafurus in Aede,

Ma il nostro Tafuri prepara cose più grandi in casa,

per quae olli Statuam rite dicabit Honor.

per le quali l’Onore gli dedicherà a buon diritto una statua.

Quos Regio Hippoclidum semper foecunda, mereri

Quelli che la regione degli Ippoclidi sempre feconda18 (che meritassero

sub signis voluit docta minerva tuis

sotto le tue insegne volle la dotta Minerva18)

temporis & spatium Lethaeis merserat undis,

anche lo spazio del tempo aveva sommerso con le onde del Lete19

aut vario affinxit fur quoque Penna solo,

oppure perfino una penna ladra aveva attribuito a terre disparate,

elevat e coeno, maciem tergitque senectae;

(egli) li estrae dal fango e li ripulisce dalla debolezza della vecchiaia;

aut matri natos vindicat ipse suae

o lui stesso rinvendica i figli alla loro madre.20

Huic uni indulget, terit igneus usque laborem:

Cede solo a questo: ardente continuamente consuma la fatica21

et quod monstravit gloria, vadit iter.

e percorre la strada che la gloria gli ha mostrato.

Hinc illi praesens Aetas nunc plaudit, & ipsa

Perciò a lui ora la presente età applaude e la stessa

posteritas laudum debita dona feret.

posterità recherà i doni dovuti delle lodi.

Ulteriora suae documenta puerpera mentis

Ulteriori testimonianze della sua mente come una puerpera

ad votum semper quaelibet Hora dabit.

qualsiasi ora darà secondo il desiderio.

Nota illi via trita illi, qua fila sororum

Nota per lui la via per lui battuta, per dove i fili delle sorelle

fallere jam didicit praecipitemque colum.

ha già imparato ad ingannare e la conocchia  che precipita.22

O Superi, Euboidum, quibus obtigit ora tuenda

O Dei, cui toccò la protezione delle contrade degli Euboidi,

servate hoc natum secula ferre caput:

vigilate che quest’uomo nato sopporti i secoli,

servate ut valeat tot perscripsisse papyrus;      

vigilate affinché abbia un valore l’aver scritto pregevolmente tanti volumi

Quae Sciolis Aevum mille parare queant.

che potrebbero mettere a tacere mille saputelli.

Arridete meis precor o pia Numina votis,

O dei misericordiosi, arridete, vi prego, ai miei voti;

pro tali quae sint irrita vota viro?

quali voti per un tale uomo potrebbero essere inutili?

Enceladi, Caeique Soror Pennata per orbem

O sorella alata di Encelado e di Ceo23, che per il mondo

quae graderis proprio murmure cuncta replens

avanzi riempiendo ogni cosa del tuo mormorio,  

ergo sile, mens ipsa meo sua Fama perennis

dunque, taci!; la stessa sua mente, la fama perenne

ipsaque Tafuro sunt sua scripta tubae.

per il mio Tafuri e gli stessi suoi scritti sono le trombe24.

Che la poesia appena letta sia un elogio è certo, ma dov’è la pubblicità editoriale di cui si parla nel titolo? C’è, c’è,  e non è nemmeno tanto occulta. Il testo latino, infatti, risulta corredato di note che, guarda caso, contengono unicamente il riferimento al tomo della raccolta in cui è contenuto il contributo del Tafuri che volta per volta ha ispirato il Calogerà (in nota 2 ho approntato l’elenco integrale). Per brevità ho omesso di riportarle in originale e in traduzione, per cui quando nelle mie note c’è un riferimento ad un tomo della raccolta significa che vi ho incorporato il contenuto della nota originale.

 

Forse ancora oggi, trascurando l’elogio in distici elegiaci che ha lasciato mogio mogio il passo a prefazioni che spesso con un linguaggio complicato non dicono nulla, parecchi autori (alcuni non falsari ma fasulli)  ed editori non adottano lo stesso espediente del Calogerà spiattellando brutalmente in faccia al lettore, di solito nell’ultima di copertina, un elenco di titoli più o meno nutrito ma, ahimè, poco nutriente…?

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1 Favole e novelle di Lorenzo Pignotti aretino, Al gabinetto letterario all’insegna di Pallade, Firenze, 1817 (ma la prima edizione risale al 1782), favola LIX, pag. 290 :

-Al lupo, al lupo; aiuto per pietà!-,

gridava solamente per trastullo

Cecco il guardian, sciocchissimo fanciullo;

e quando alle sue grida accorrer là

vide una grossa schiera di villani,

di cacciatori e cani,

di forche, pali ed archibusi armata,

fece loro sul muso una risata.

Ma dopo pochi giorni entrò davvero

Tra il di lui gregge un lupo, ed il più fiero.

-Al lupo, al lupo!-, il guardianello grida;

ma niuno ora l’ascolta,

o dice: -Ragazzaccio impertinente,

tu non ci burli una seconda volta-.

Raddoppia invan le strida,

urla e si sfiata invan, nessun lo sente;

e il lupo, mentre Cecco invan s’affanna,

a suo bell’agio il gregge uccide e scanna.

Se un uomo per bugiardo è conosciuto,

quand’anche dice il ver non gli è creduto.

2 I primi sedici tomi  furono pubblicati da Cristoforo Zane a Venezia dal 1728 al 1738. Di seguito ho estrapolato l’elenco dei contributi del Tafuri in essi presenti:

Tomo IV, pagg. 329-371

Giudizio di Giovanni Bernardino Tafuri della città di Nardò intorno alla dissertazione della patria di Ennio del signor abbate Domenico De Angelis divisato nella seguente lettera indirizzata all’illustrissimo ed eruditissimo sig., il sig. D. Ignazio Maria Como.

Tomo V,  pagg. 229-264

Lettera del signor Giovanni Bernardino Tafuri patrizio neritino intorno all’invenzioni poetiche uscite dal Regno di Napoli al molto reverendo Padre D. Angelo Calogerà Monaco Camaldolese e Priore di S. Michele di Murano.

Tomo VI, pagg. 51-126 e 309-334

Lettera seconda del signor Don Giovanni Bernardino Tafuri patrizio neritino intorno ad alcune invenzioni uscite nel Regno di Napoli al M. R. P. Don Angiolo Calogerà Monaco Camaldolese e Priore di S. Michele di Murano in Venezia.

Censura di Giovanni Bernardino Tafuri patrizio neritino sopra i giornali di M. Matteo Spinelli di Giovinazzo, indirizzata al signor Ludovico Antonio Muratori.

Tomo VII, pagg. 29-206

Antonii De Ferrariis Galatei De situ Iapygiae liber notis illustratus cura et studio Joannis Bernardini Tafuri patrizii neritini, editio VI post Lyciensem.

Tomo VIII,  pagg. 103-262

Annotazioni critiche del signor Giovanni Bernardino Tafuri patrizio della città di Nardò sopra le Croniche di M. Antonello Coniger leccese indirizzate all’illustrissimo e reverendissimo Sig. il Sig. Abate D. Ludovico Antonio Muratori Bibliotecario del Serenissimo di Modena.

Tomo X,  pagg. 28-124

Notizie raccolte dal sig. Giovanni Bernardino Tafuri patrizio neritino intorno alla persona ed opere di Angelo Di Costanzo con alcune correzioni e supplementi sopra li venti libri dell’Istorie del Regno di Napoli scritte dal medesimo Costanzo.

Tomo XI: nella prefazione (pagg. I-XXIX) il Calogerà delinea la vita e le opere di Giovanni Bernardino Tafuri.

pagg. 1-315

Dell’origine, sito ed antichità della città di Nardò libri due, brevemente descritti dal Sig. Giovanni Bernardino Tafuri Patrizio della medesima Città. (si tratta del Iibro I; nella prefazione del tomo si annuncia la pubblicazione del secondo nel tomo successivo; cosa che non avverrà né in questo né nei successivi).

pagg. 433-477

Risposta alla  critica fatta dal Sig. Don Giovanni Bernardino Tafuri di Nardò al Sig. Abate De Angelis intorno alla patria di Ennio, dedicata all’illustrissimo ed eruditissimo sig. D. Tommaso Perrone patrizio leccese da Metello Alessandro Dariva.

Tomo XII, pagg. 329-437

Continuazione del Sig. Giovanni Bernardino Tafuri, patrizio della città di Nardò, intorno alle sue due lettere Dell’invenzioni uscite nel Regno di Napoli, indirizzate al P. D. Angelo Calogerà, chiarissimo monaco camaldolese.  

Tomo XVI (all’inizio contiene la dedica a Giovanni Bernardino Tafuri con l’elegia qui presa in esame).

pag. 135-239

Serie cronologica degli scrittori nati nel Regno di Napoli cominciando dal secolo V fino al secolo XVI con una breve notizia intorno alla persona ed opere di ciascuno di essi, disposta ed ordinata dal Sig. Giovanni Bernardino Tafuri patrizio della città di Nardò parte I.

3 Allusione alle aggiunte che il Tafuri fece alla serie dei vescovi ed arcivescovi di Terra d’Otranto nell’Italia Sacra di Ferdinando Ughelli, i cui 10 tomi furono pubblicati dall’editore Sebastiano Coleti a Venezia negli anni 1717-1722.

4 Allusione a Breve libretto della vita di S. Gregorio Armeno detto l’Illuminato protettore principale della città di Nardò, s. n., Lecce, 1723.

5 Chissà che parole di esaltazione  il Calogerà avrebbe escogitato se il tomo XVI che contiene questo suo elogio non fosse uscito nel 1738, cioè  cinque anni prima del rovinoso terremoto che colpì Nardò e che vide il Tafuri tra i protagonisti della ricostruzione! Ecco sull’argomento il ricordo del figlio Tommaso (testimonianza, anche questa, fasulla o, tutt’al più, di parte?) nella biografia che di Giovanni Bernardino scrisse e che fu pubblicata in Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Giovanni Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò ristampate ed annotate da Michele Tafuri, v. I, Napoli, Stamperia dell’iride, 1848, v. II, pagg. 589-590: La sua erudizione non meno, che la sua presenza di spirito in qualunque scabroso affare, ben tosto gli guadagnarono una particolar confidenza col Signor Conte di Conversano, da cui nella piccola dimora, che fece in detta Città, gli fu conferito ilgoverno di essa cn piena soddisfazione del Pubblico; ed avvenuto in tal tempo il noto orribil tremuoto, che quasi affatto distrusse una Città cfosì riguardevole; ed accorsovi il Signor Duca di Ceresano allora degnissimo Preside nella provincia d’Otranto, e conosciuta l’abilità, e la destrezza di detto Tafuri con animo quieto, e tranquillo se ne partì, lasciando il tutto raccomandato al di lui prudente regolamento. Ben corrispose egli alla buona opinione di detto Signor Duca, mentre non risparmiando fatiga, né riguardando gl’incomodi di una rigidissima stagione, assistè sempre personalmente a tutto: fè subito aprire le strade ingombrate, e le Chiese dalle precipitate materie, fè disseppellire i morti, e fè ridurre tutt’i poveri storpi in un destinato luogo per Ospedale, provvedendo tutti di vitto, di Medici, e di medicamenti, e mostrando in tal congiuntura non solo una mente la più metodica, e regolata nel distribuire le cose, ma eziandio un animo ridondante di cristiana Carità, e quel ch’è più senza pregiudicare le solite ore da lui addette allo studio. Poco prima Tommaso aveva ricordato che in precedenza il padre era stato Sindaco Generale dei Nobili.               

6 Allusione all’Orazione XXIII (Ragionamento storico recitato nell’apertura dell’Accademia dell’Infimi Rinovati di Nardò) pronunziata dal Tafuri in occasione della rifondazione dell’Accademia degli infimi e riportata in Bonaventura da Lama, Cronica de’ Minori osservanti Riformati della provincia di San Niccolò, Chuiriatti, Lecce, 1724.

7 Antonello Coniger (XVI secolo); la sua opera fu stampata la prima volta col titolo Le Cronache di m. Antonello Coniger gentilhuomo leccese, mandate in luce dal s. Giusto Palma consolo della Accademia degli Spioni. Con una semplice e diligente relazione della rinovata diuozione verso il glorioso S. Oronzio di Gio. Camillo Palma dottor teologo, e arcidiacono di Lecce, Stamperia arcivescovile, Brindisi, 1700. Le Cronache del Coniger con le annotazioni critiche  del Tafuri furono ripubblicate nel 1733 dal Calogerà nel tomo VIII (, pagg. 109-262,  della sua raccolta.

8 Matteo Spinelli di Giovinazzo i cui diurnali (1247-1268) furono pubblicati  da Ludovico Antonio Muratori nel tomo VII di Rerum italicarum scriptores. Il Tafuri inviò al Muratori una nota critica (pubblicata nel tomo VI, pagg. 309-334 della raccolta calogerana) in cui non metteva in dubbio l’autenticità del documento (oggi unanimemente ritenuto un falso) ma ne metteva in risalto errori di trascrizione.

9 Angelo di Costanzo (XVI secolo), storico e poeta, autore di una Istoria del Regno di Napoli, Giuseppe Cacchio, L’Aquila,  1582. Qui si fa riferimento al contributo del Tafuri pubblicato alle pagg. 28-124 del  tomo X della raccolta del Calogerà.

10 Si riferisce  all’ edizione del De situ Iapygiae del Galateo pubblicata col commento del Tafuri alle pagg. 29-206 del tomo VII della raccolta del Calogerà.e alla pubblicazione fatta dal Tafuri di opuscoli dell’umanista di Galatone fino ad allora inediti.

11 Allude al contributo del Tafuri sulla patria di Ennio (III-II secolo a. C.), pubblicato alle pagg. 329-371del tomo IV  della raccolta del Calogerà. Negli Annali (di cui ci restano solo 600 versi) del poeta di Rudiae veniva, tra l’altro, celebrata la seconda guerra puniche, della quale Scipione, detto poi per questo l’Africano, fu un protagonista..

12 Allusione ai tre contributi del Tafuri sugli scrittori napoletani (in Regno delle Sirene è condensato il mito della sirena Partenope fondatrice di Napoli) pubblicati nella raccolta calogerana: tomo V, pagg. 229-264; VI, pagg. 51-126 e XII, pagg. 329-437.

13 Tomo XI, pagg. 1-135. Furono pubblicati solo i primi sei capitoli del libro I. L’opera integrale è in Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Giovanni Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò ristampate ed annotate da Michele Tafuri, v. I, Napoli, Stamperia dell’iride, 1848, pagg.  325-543.

14 Nella nota 11 il Calogerà scrive: Hidruntina adhuc extat mss. (La storia di Otranto rimane a tuttt’oggi manoscritta).

15 Si tratta della pubblicazione e del commento di una parte (la ventitreesima) degli atti della congregazione istituita dal papa Gregorio XIV per l’emendazione della Bibbia. Il contributo del Tafuri, qui citato, sarà pubblicato dal Calogerà solo nel tomo XXXI del 1744.

16 Gregorio XIV era nato a Somma Lombardo nel 1535. Gli Insubri erano una popolazione  di origine non chiara migrata forse a partire dal X secolo a. C. nell’Italia nord-occidentale.

17 Allude agli scrittori napoletani del XVI secolo. Contrade euboiche è Cuma, colonia di Calcide in Eubea.

18 I condottieri calcidesi Ippoclide e Megastene secondo parecchi autori del passato furono i primi fondatori di Napoli; Quindi Ippoclidi (discendenti di Ippoclide) qui sta per Napoletani; feconda ricorda la Campania felix di Plinio anche se nello scritto del naturalista felix non allude minimamente alla feracità del suolo ma alla necessità  avvertita di distinguere la Campania antica (sostanzialmente la campagna cumana) da quella più estesa che, in seguito alla divisione augustea delle provincie,  comprendeva un territorio più vasto che si estendeva fino a Roma. Poi nel medioevo la Campania felix sarebbe diventata Terra di laboris (Terra di lavoro); vista la sequenza m’inquieta l’idea della prossima denominazione…

19 In mitologia era il fiume dell’oblio. Il nome deriva dalla radice del verbo greco λανθάνω=restare nascosto; dalla stessa radice, con aggiunta in testa di α privativo, è ἀλήθεια=verità. Anche se nessun dizionario etimologico lo corrobora, per me dalla stessa radice sono i latini letum=morte e il derivato aggettivo letàlis/letale (da cui l’italiano letale).XVI

20 Allusione al contributo pubblicato alle pagg. 135-239 del tomo XVI della raccolta del Calogerà. Esso costituisce la prima parte di un’opera che sarà pubblicata integralmente col titolo Istoria degli scrittori nati nel Regno di Napoli per i tipi della Stamperia Felice-Carlo Mosca a Napoli (il primo tomo nel 1744, il secondo nel 1788). 

21 L’inversione dei ruoli qui è un’efficacissima invenzione poetica per enfatizzare l’instancabilità dell’uomo.

22 Costrutto un po’ contorto a significare la conquista di una immortalità ideale; le sorelle sono le tre Parche, Cloto, Lachesi ed Atropo, che presiedevano alle vite di ogni uomo, definite da Orazio (Odi, 3, 15-16) sororum fila trium=i fili delle tre sorelle). La vita, dunque,  simboleggiata da un filo la cui filatura era riservata a Cloto, mentre Lachesi ne stabiliva la lunghezza e Atropo lo recideva.

23 Nella mitologia greca Encelado era uno dei Giganti e Ceo uno dei Titani. Il primo nella battaglia contro gli Dei cercò di fuggire ma Atena lo sotterrò gettandogli addosso la Sicilia e dal suo respiro infuocato nacque l’attività dell’Etna; il secondo rappresentava l’intelligenza. La fama è definita sorella di Encelado e Ceo da Virgilio (Eneide, IV, 179).

24 All’unica tromba della Fama del verso 3 vengono efficacemente  qui contrapposte innumerevoli trombe, ciascuna rappresentata da un’opera del Tafuri. Vien fuori l’immagine di un’orchestra in cui il flop della solista è riscattato dalla performance del gruppo.

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