Sulle tracce della “malota”

di Armando Polito

Geotrupes stercorarius L. 1758; immagine tratta da Wikipedia.

La inseguo, metaforicamente parlando, da una vita e non è detto che l’abbia finalmente raggiunta. Eccone la asettica scheda:

nome scientifico: Geotrupes stercorarius L. 1758

nome italiano: scarabeo stercorario

famiglia: Scarabaeidae

nome dialettale: malòta

 

Purtroppo per lei, spesso è confusa col più orripilante e pericoloso (igienicamente parlando) scarafaggio1; in realtà la malòta nella sua primitiva e corretta accezione indicava (uso l’imperfetto perché non ne vedo una, pur vivendo in campagna, da almeno dieci anni) un coleottero dalle forme più aggraziate, il cui habitat non erano certo gli scarichi fognari o gli umidi e malsani angoli domestici ma l’aperta campagna, anche se con particolare predilezione per i cumuli di letame; poi, la somiglianza con lo scarafaggio fu esiziale per la sua reputazione.

Pure la mia, però, ne ha sofferto perché l’etimologia della voce mi ha fatto dannare per decenni e procurato un senso di frustrazione ogni qual volta in classe la domanda relativa restava inevasa. E così è stato finché non sono andato in pensione. Se qualche mio ex allievo leggerà queste righe sappia che, se lui già una settimana dopo la mia dichiarazione di resa aveva dimenticato tutto, io non potevo certo rassegnarmi.

Ma procediamo con ordine.

Scarafaggio, si sa, deriva da un latino *scarafàiu(m), dal classico scarabaeus (da cui scarabeo), a sua volta dal greco κάραβος=gambero, aragosta, scarabeo. Giacché ci sono: Geotrupes è dal greco γῆ=terra e τρυπάω=forare, sicché alla lettera il nome scientifico significa perforatore di terra, con riferimento alla sua abitudine di scavare gallerie. Stercorarius è da stercus=letame, con riferimento al suo habitat preferito e allo spettacolo che un tempo offriva esibendosi mentre spingeva una pallottola di letame più grande di lei.

E malòta? Il Rohlfs (pag. 310) registra ben quattro lemmi, che riporto di seguito integralmente2:

malòta1 (L1, 6, 32, 33, ar, az, cs, gg, gp, na, ot, sa, sp, tr, v B1, 8, ca, ce, l, me, os T md), malòta (B19), mmalota (L 46-l, T md), mbalòta (B, b), malòte (T t), melota (T1 B8), milòta (B8 Tg) f. blatta (chiamata piattola in Toscana) v. malòta2, melàda. 

malòta2 (L z), malòda (L z), melòta (L ma) f. blatta; v. melàda. 

malòta3 (L ar, vg) f. scarabeo stercorario.

malòta4 (L gg) f. trottola.

Seguono: 

malòta te la Matònna (L nl) f. coccinella.

malòtu (L gg, sp) m. scarabeo stercorario; malòtu (L 46-ts) m. maggiolino (?); malòtu (L ga) blatta.

malòtula (L no) blatta.

Per il rinvio da malòta2:

melàda (L ma) f. blatta. Vocabolo dubbio; v. malòta.

Sarà sorprendente, ma, nonostante una così ampia presenza, per il lemma in questione non compare nessuna proposta etimologica. Senza nessuna pretesa faccio le riflessioni che seguono dichiarando la mia simpatia per la n. 3 che mi sembra la più convincente sul piano semantico e su quello fonetico:

1) Lo stesso Rohlfs (pag. 221) registra per il Brindisino a Francavilla Fontana falòtica col significato di blatta e subito dopo falòtico col significato di strano, entrambi senza proposta etimologica. Va detto che falòtico, col significato di fantastico, stravagante, balzano è voce presente in italiano ed è dal francese falot=grottesco, ridicolo, che potrebbe essere dal greco φαλός=stupido. Se falòtica può essere inteso come femminile di falòtico ci potrebbe essere un riferimento all’aspetto dell’insetto. Rimarrebbe da giustificare foneticamente, se malòta è connesso con falòtica, il passaggio φ->m-, impresa senza speranza perché, tutt’al più è attestato il passaggio inverso, per esempio dal greco μύρμηξ (=formica) al latino phormìca, in cui, oltretutto, lo stesso passaggio può essere stato indotto dalla ripetizione in μύρμηξ di μ nella sillaba successiva.

2 In greco μηλολόνθη o μηλολάνθη significa scarabeo. In μηλολόνθη potrebbero essere cadute la sillaba –λο– (che nell’originale risulta raddoppiata) e –ν– (μηλολόνθη>μηλόνθη>μηλόθη>malòta). Μηλολόνθη è parola composta da μῆλον=pecora, capra, montone+ὀλύνθιον o ὀλόνθιον=di Olinto. Olinto era una città della penisola calcidica e c’è da pensare che l’insetto lì fosse endemico. Quanto all’etimo basta guardare la foto sottostante, la quale fa comprendere pure come non si tratti della malota, nonostante innegabili somiglianze. Va ricordato, però, che il genere Melolontha (alla quale appartiene pure il maggiolino, nome comune dello stesso animale) comprende molti insetti sovente molto differenti tra loro per forma; il nome, insomma, avrebbe potuto assumere un significato generico, proprio come vedremo essere successo per la voce che prenderò in considerazione al n. 4.

Melolontha melolontha L., 1758; immagine tratta da Wikipedia.

3) In greco μηλωτή (dal precedentemente citato μῆλον) è chiamata la pelle di pecora o di montone. La voce continua nel latino medioevale melòte (Du Cange, tomo V, pag. 233) col significato di pellis ovina (pelle di pecora) e di pellis lanata (pelle ricoperta di lana). Alla luce di quanto detto al n. 2 pare più che probabile che proprio da melòte sia derivata malòta.

4) In entomologia esiste il genere Homalota che comprende un incredibile numero di specie. Basta farsi un giro in rete per fare conoscenza, ad esempio, dell’Homalota plana, Homalota dimidiata, Homalota nitens, etc. etc.

La voce Homalota venne creata dal naturalista finlandese Carl Gustaf Mannerheim (1797–1854) e comparve la prima volta nel 18313. Di seguito la riproduzione della scheda e la mia traduzione della stessa.

10. Homalota per me

  Aleochara Gyll.

Palpi4 mascellari con la penultima sezione conica, con l’ultima minutissima a forma di piccola ascia. Antenne brevi, moniliformi, composte di più parti, la prima più grande, a forma di piccola clava, la seconda un po’ più breve, globosa, 3-10 gradualmente un po’ più grandi, un po’ ingrossate verso l’esterno, subglobose, l’ultima più grande ovoidale. Corpo lineare, molto spianato. Torace con ali un po’ più stretto, un po’ tronco alla base e all’apice, con i fianchi rotondi. Zampe piuttosto brevi; l’ultima articolazione dei tarsi è quasi uguale alle altre prese tutte insieme.

 

Da Ὁμαλότης planities

1 PLANA Gyll. Insec. Svec. P. II p. 4025.

Catturata alcune volte in Finlandia meridionale.

Il lettore avrà notato come la descrizione appena riportata di questo insetto non corrisponde minimamente alla nostra malòta; noterà pure che il Mannerheim fa corrispondere quella che lui chiama Homalota all’Aleochara plana di Gyllenhal [naturalista svedese (1752-1840), vedi nota 5], anche se la comparazione dei due testi rivela labili e generici punti di contatto; avrà notato pure che lo stesso Mannerheim ne fornisce l’etimo: da Ὁμαλότης planities.

Homalota ebbe un’ immensa fortuna, tant’è che venne adottata dai naturalisti successivi anche per la registrazione di nuove specie. Va detto che Homalota era subentrata ad un precedente Atheta cambiandone (per rivendicare originalità?) il significato di base. Entrambi i termini, infatti, derivano dal greco: Atheta dall’aggettivo ἄθετος/ἀθέτη/ ἄθετον=privo di posto (da α privativo+la radice di τίθημι=porre) e Homalota, come indicato dallo stesso inventore, da ὁμαλότης=uniformità, uguaglianza (dall’aggettivo ὁμαλός/ὁμαλή/ὁμαλόν=piano, livellato, uniforme, di pari livello, uguale, a sua volta da ὁμός/ὁμή/ὁμόν=uguale). C’è da osservare, però, che il Mannerheim privilegia il concetto di piatto, piano6 (tant’è che ad ὁμαλότης fa corrispondere il latino planities che significa superficie piana, pianura).  La sostituzione di Atheta con Homalota la dice lunga, comunque, sulla difficoltà di classificare specie molto simili7.

La tentazione di far derivare malòta (ma anche la variante malòtu) da Homalota è quasi irresistibile e sul piano fonetico basta immaginare che sia il frutto di una deglutinazione: l’homalota>lu malotu/la malota>malotu/malota. Appare poco probabile che la voce dialettale sia meno antica di quella scientifica, anche se i testi a stampa nei quali è registrata sono successivi al 1831. Allora? Non possiamo escludere per malòta una formazione autonoma direttamente dal greco (ma con privilegio dell’idea di uguaglianza e quindi possibilità di confusione rispetto ad altri insetti e non con riferimento all’idea di appiattito) con la stessa deagglutinazione prima ipotizzata;  se così fosse stato il dialetto salentino addirittura avrebbe bruciato sul tempo il dotto naturalista tedesco, per giunta senza ricorrere a quella esibizione di originalità a tutti i costi che poco fa, forse un po’ malignamente, ho ipotizzato. Ipotesi parallela: che malòta (sempre con l’agglutinazione di cui ho detto) sia di formazione successiva al 1831, cioè di origine dotta; in tal caso la lingua popolare non avrebbe anticipato quella della scienza, anche se il sospetto di originalità forzata resterebbe, comunque, a carico del naturalista finlandese.

Suggestiva ma poco convincente mi pare sul piano fonetico la proposta di Antonio Garrisi8: “latino ma(ea) lutea, granchio schifoso”. Essa prevede nel primo componente la caduta di –ea, quando sarebbe stato più corretto ipotizzare quella di –a, dal momento che –ae– è dittongo e per questo non può perdere il suo secondo fonema (-e-); strano anche il passaggio di –u– ad –o– (solitamente avviene il contrario).

Non posso in chiusura che acuire il tormento del dubbio, che per me è vita, ricordando l’uso metaforico della voce nel nesso purtàre malòte an capu=avere in testa strani pensieri9 e l’idea di stranezza ci riporterebbe alla riflessione n. 1…

Non per niente all’inizio ho detto di non essere sicuro che l’inseguimento si sia concluso con successo.

 

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