Lecce. Via Ascanio Grandi e la sua chiesa

di Giovanna Falco

Via Ascanio Grandi è una strada molto cara ai leccesi, la cui toponomastica nel corso dei secoli ne ha raccontata la storia. Negli atti notarili del Cinquecento è menzionata come via vicinale della strittula del monastero di San Matteo, perché si accedeva all’edificio delle suore francescane. In un passato abbastanza recente, tra Otto e Novecento, il tratto nei pressi dell’incrocio con via dei Perrone era noto come le corne te lu Capece, poiché un commerciante aveva appeso fuori dal suo negozio un paio di scaramantiche corna bovine. Il tratto iniziale, invece, quello all’incrocio con via Ludovico Maremonti, era conosciuto come abbàsciu allu Mmamminu.

 Nel 1871 Luigi De Simone preferì ai toponimi popolari Trinità vecchia e Grate di San Matteo, via Marco Aurelio Antonino Vero, definitivamente trasformato nel 1904 in via Ascanio Grandi, in memoria del noto letterato leccese che molto probabilmente vi risiedeva nel 1631 assieme ai fratelli.

Lu Mmamminu o Trinità vecchia non è altro che l’ex chiesa di Gesù Bambino dell’Arciconfraternita della SS Trinità dei Pellegrini, attuale chiesa Greco-Ortodossa di San Nicola: quella ultimamente sbarrata dal cancello che ha sollevato l’indignazione di tanti cultori leccesi. Il cancello è il frutto, dell’esasperazione per la mala educazione notturna, ma è una risposta altrettanto arrogante, tant’è vero che, a quanto pare, ne è stata disposta la rimozione.

La chiesetta è uno dei pochi edifici cultuali sopravvissuti a Lecce.

Fu costruita come cappella del «picciolo Spedale, nel quale albergano i Peregrini», fondato nel 1589 da Giovanni Tommaso Pandolfo su disposizione testamentaria del «gentil’huomo di questa Città di Lecce» Achille Maresgallo, così come da lapide affissa nella sala dell’ospedale: «Ioannes Thomas Pandolfus, Achillis Marescalli voluntatemo exequens anno Domini M.D.89».

Da atti notarili cinquecenteschi risulta che, per realizzare l’opera, nel 1590 l’Arciconfraternita della SS. Trinità, fondata dallo stesso Maresgallo, comprò alcuni locali nell’isola di Sant’Angelillo del portaggio San Biagio e con atto notarile del 28 giugno 1590 li concesse ai Padri di San Giovanni di Dio per «erigere l’Ospitale da ricevere feriti e febricitanti», riservandosi gli spazi dove realizzare «l’oratorio, sala per capitolo et congregatione generale ai confrati et ancora un altro loco per fare detta Arciconfrataria Hospitale per ricevere pellegrini et convalescenti per observare le bulle e le instituzioni di detta Arciconfraternita». Chiamati i Padri a gestire l’Ospedale dello Spirito Santo, l’ente fu affidato alla Confraternita della Santissima Trinità. Durante la gestione del nobile Annibale Vignes, costui «vi condusse un numero di poveri figliuoli Orfanelli, de’ quali haveva egli stesso pensiero». Il benefattore voleva «mandare avanti quest’opera, e cominciò anche ad edificare le stanze», ma a causa di «persone malevoli e invidiose, ché il detto Aniballe fù forzato con suo gran dispiacere tralasciare sì santa, e pia opera». I Maestri dell’Arciconfraternita, ogni anno «mettono nella settimana santa le quarant’hore devotissimamente», così come celebravano «solennemente la festa»della Trinità, nell’omonima cappella nella chiesa di Sant’Antonio da Padova, «non essendo la Chiesa di detto Spedale capace per detto effetto»a causa del gran concorso di devoti. Lo statuto dell’Arciconfraternita, riconosciuta da Urbano VIII, il 7 marzo 1633 fu regolato con decreti regi nel 1707 e del 21 giugno 1797. Decaduto il fine dell’Arciconfraternita (l’assistenza ai Pellegrini), nel 1833 il pio sodalizio si trasferì presso la basilica di Santa Croce e gli edifici in via Ascanio Grandi furono ceduti alla Confraternita Nome SS.mo di Dio, che nel 1851 concesse in enfiteusi l’ex ospedale all’avvocato Benedetto Bodini, il quale lo trasformò in civile abitazione. La confraternita nel 1839 abbandonò l’antica sede presso la chiesa di San Francesco della Scarpa e si trasferì presso quella che da quel momento in poi fu detta Chiesa del Bambino.

 

La chiesa era stata ricostruita dopo il 1797. Presenta una semplicissima facciata decorata dal timpano sopra la porta e da due lesene sovrastate da capitelli compositi. La stessa decorazione si ritrova all’interno a navata unica scandito da tre campate. A sinistra si apriva la porta d’accesso all’Ospedale, sormontata da un piccolo coro che permetteva l’affaccio direttamente dai locali dell’ospedale, adoperato dai nuovi proprietari dell’immobile anche nel secolo scorso. Con breve di Pio X, nel 1907 l’altare maggiore della chiesa fu dichiarato privilegiato in perpetuo e fu adornato con la pala raffigurante i SS. Bernardino da Siena e Giovanni da Capistrano, dipinta da Gaetano Giorgino. Nel 1979 (quando la chiesa era già chiusa al culto) Michele Paone, nel suo Chiese di Lecce, oltre all’immagine di questo dipinto, ha pubblicato quelle delle tele rubate nel 1975 (motivo per il quale è stato murato l’accesso secondario che si apriva sempre in via Ascanio Grandi), affisse sugli omonimi altari dell’Arcangelo Raffaele e Tobiolo e della Pietà realizzate da Pasquale Grassi. Nella chiesa, inoltre, erano presenti la seicentesca tela di Sant’Omobono e quella di Abramo con gli angeli attribuita a Oronzo Tiso. Vi era, inoltre, una statua dell’Immacolata, realizzata da Antonio Maccagnani, trasferita presso la chiesa di S. Pio X.

Pur non essendo stato emesso alcun decreto di scioglimento, la Confraternita non esiste più, per cui la chiesa è stata chiusa al culto, privata delle suppellettili sacre e adoperata per manifestazioni culturali. Concessa da mons. Ruppi alla comunità di ortodossi della Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia, dipendente direttamente dal Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, la chiesa è stata intitolata a San Nicola e inaugurata ufficialmente il 16 gennaio 2000 dall’arcivescovo ortodosso d’Italia e Malta Ghennadios Zervos.

 

 

1 Cfr. G. Falco, 19) Il portaggio San Biagio. Via Ascanio Grandi. Memorie di chiesette scomparse nei pressi della Chiesa del Bambino, in Notes – Appunti dal Salento, a. XIII n° 7 15-21 febbraio 2003, p. 5.

2 Cfr. I. Madaro, Guida pratica della città di Lecce, Lecce 1904.

3 Nel 1631 Ascanio Grande abitava con i fratelli Giulio Cesare e Giovanna, due serve e Domenico Chisso nell’isola del Caraccino della parrocchia della Madonna de la Luce, prospiciente via Ascanio Grandi (cfr. lo Status animarum civitatis Litii 1631, manoscritto conservato presso l’Archivio Vescovile di Lecce).

4 Nell’Elenco delle Chiese e Cappelle esistite e esistenti in questa Città del 1885 ne sono annoverate 108 sparse nel centro storico e nel contado, attualmente ne risultano 42 (Cfr. G.B. Cantarelli, Monografia storica della città di Lecce, Lecce 1885, pp. 140-158).

5 Cfr. G. C. Infantino, Lecce sacra, Lecce 1634 (ed. anast. A cura e con introduzione di P. De Leo, Bologna 1979), p. 64.

6 Ibidem. La lapide sino al 1853 era ancora visibile (cfr. L.G. De Simone, Lecce e i suoi monumenti. La città, Lecce 1874, nuova edizione postillata a cura di N. Vacca, Lecce 1964, p. 258).

7 N. VACCA, Postille a L.G. DE SIMONE, Lecce e i suoi monumenti… cit., p. 522.

8 Ivi, p. 523.

9 G. C. Infantino cit., p. 64.

10 Ivi, p. 65.

11 Ibidem.

12 Ivi, p. 65.

13 Ibidem.

14 Ibidem.

15 Cfr. A. M. Morrone, I pii sodalizi leccesi, Galatina 1986, pp. 68-72; L.G. DE SIMONE, Lecce e i suoi monumenti… cit., p. 257.

16 Cfr. ivi.

17 Cfr. A. M. Morrone, cit., pp. 89-91.

18 Cfr. M. Paone, Chiese di Lecce, Galatina 1981, II ed., 2 voll., 2 vol., pp. 75-77.

19 Cfr. http://www.italia-italia-hotels.com/attrazioni-turistiche/323-chiesa-trinita-dei-pellegrini-o-del-bambino-lecce.php.

2 Commenti a Lecce. Via Ascanio Grandi e la sua chiesa

  1. Grazie Giovanna per il tuo costante impegno e la ricerca scientifica, che ti contraddistingue aggiungendo sempre dei nuovi tasselli alla storia della nostra città.

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