Coltivare lenticchia nel Salento

 

di Antonio Bruno

Ma se io volessi coltivare la lenticchia in modo tradizionale, così come la coltivavano i miei nonni cosa dovrei fare? Me l’ha chiesto il mio amico Fernando Gabellone, altre braccia conquistate dall’agricoltura. Fernando fa tutt’altro si interessa di sicurezza, ma non sa resistere al richiamo della sua terra, del pezzetto di paesaggio rurale che ha acquistato e che cura amorevolmente ogni volta che può.

La coltivazione in Europa e in Italia

La lenticchia potrebbe essere coltivata in tutta Europa, ma siccome il reddito è più basso di altre colture e anche per la suscettività agli attacchi fungini non è molto diffusa. Ecco che allo stato attuale l’Europa importa una grande quantità di lenticchie da Canada e USA, che è di 150mila tonnellate l’anno, mentre l’Italia ne importa circa 19mila tonnellate. Per rendere conveniente la coltivazione della lenticchia in Italia sono state istituite delle Lenticchie a Denominazioni di Origine Protetta DOP per specifiche varietà caratterizzate da particolari sistemi colturali in aree geografiche definite. Tale circostanza potrebbe essere la coltivazione della DOP Lenticchia verde di Altamura nel territorio della Puglia e quindi anche nel Salento leccese.

Il ciclo di vegetazione

La prima cosa che si deve tener presente è che la lenticchia non tollera la siccità e quindi va seminata nel periodo delle piogge se si desidera che cresca rigogliosa e in tal caso il ciclo di vegetazione è di 5 – 6 mesi; se invece si semina in primavera ecco che il ciclo si accorcia a 3 -4 mesi.

Preparazione del terreno

Due arature di cui la prima possibilmente alla profondità di 25 centimetri. La concimazione si fa utilizzando il perfosfato e la letteratura scientifica nonché le riveniente dalla pratica del Salento leccese sconsiglia l’utilizzo del letame.

Il perfosfato

Il perfosfato contiene anche dello zolfo, come ad esempio il perfosfato Yara che, nonostante sia classificato come concime CE minerale semplice, contiene il 19 per cento di fosforo e ben il 29 di zolfo. Mentre quello della Panfertil contiene anche solfato di calcio. Un medio perfosfato semplice, a differenza del perfosfato triplo, che è privo di zolfo, contiene il 34 % di anidride solforica, oltre al 31 % di gesso e vari ossidi di ferro, magnesio, sodio, potassio, ecc. Lo zolfo è richiesto dalla lavorazione, perché il fosforo delle rocce fosforiche non è assimilato dalle piante se non contiene, appunto, lo zolfo.

Il perfosfato ha un effetto acidificante per via del gesso, e in terreni molto calcarei questo è un beneficio anche perché il gesso è molto usato nei terreni sodici (che hanno pH alcalino) per migliorarli e allontanare il sodio.

La semina della lenticchia

Nel Salento leccese la semina della lenticchia si fa in dicembre. Per il nostro amico Fernando che ha un piccolo appezzamento è consigliabile una semina a mano in solco mentre se tu hai da investire qualche ettaro di terreno a lenticchia è consigliabile l’utilizzo di una macchina seminatrice regolata per una semina a file distanti 35 centimetri. Occorrono 40 chili di seme per ettaro.

Sarchiatura

Successivamente è bene effettuare una sarchiatura che con zappa o mezzi meccanici rompe lo strato superficiale del terreno ed estirpa le erbe infestanti ottenendo il risultato di areare il terreno e di diminuire l’evaporazione dell’acqua ivi contenuta, oltre a facilitare la penetrazione nello stesso dell’acqua piovana. Nel Salento leccese la sarchiatura è utilissima poiché, come tutti sappiamo, c’è la probabilità di una siccità in periodo primaverile estivo. Il nostro amico Fernando potrà senz’altro procedere alla sarchiatura sia utilizzando la zappa oppure le sarchiatrici meccaniche. Queste ultime effettuano la sarchiatura in modo molto più veloce ma in maniera meno precisa rispetto alla zappa. In genere la prima sarchiatura viene praticata un mese dopo la semina quando le piantine hanno già 3 o 4 foglie.

La raccolta della lenticchia

Si effettua a maggio quando la pianta in parte è ancora verde. Infatti la maturazione della lenticchia è graduale, dai baccelli più bassi a quelli più alti, mentre il baccello appena maturo deisce e quindi rilascia il seme che se non fosse in un ambiente protetto andrebbe disperso nell’ambiente. Il termine deiscenza indica, in ambito botanico, il fenomeno che riguarda quegli organi (come frutti o antere) che una volta giunti a maturità si aprono spontaneamente per lasciare uscire il proprio contenuto.

Inoltre tale raccolta anticipata della lenticchia previene anche l’infezione del Tonchio.

Produzione

La produzione oscilla fra i 6 e i 12 quintali di seme per ettaro e di 5 – 8 quintali di paglia. Tenendo conto che una confezione di 500 grammi di lenticchia si vende on line a circa 6 euro si avrebbe una produzione lorda vendibile di circa 14mila euro per ettaro.

è questo il tempo per i corbezzoli

 


di Antonio Bruno

Il corbezzolo (rùsciulu per il Salento leccese) è un arbusto o alberello sempreverde che può, con una ruvida corteccia scura.
Le foglie sono di colore verde scuro, più chiare nella pagina inferiore, lunghe 4-5 cm., ellittiche, lucide, col margine seghettato. I fiori sono piccoli e a gruppetti, di un colore che va dal bianco al roseo. I frutti sono simili alle fragole, sferici, grandi fino a 2 cm., conuna superficie verrucosa e ruvida.
Di seguito utili notizie su questo frutto del Salento leccese.

“Rusciuli russi, ci òle rusciuli?”

Cantu nna beddha strìa ca’ passa e tice:

“Rusciuli russi, ci òle rusciuli?”

O Lecce t’amu tantu e su’ felice.

Traduzione

Corbezzoli rossi, chi vuole corbezzoli?

Canta una bella ragazza che passa e dice

Corbezzoli rossi, chi vuole corbezzoli?

O Lecce t’amo tanto e son felice

Sarà per il loro colore che mi fa pensare al bel rosso delle labbra di questa donna, sarà che questa bella donna li offre con spensieratezza, ma questi frutti mi mettono allegria e sono stati per tanto tempo mangiati da papà e mamme del Salento leccese. Adesso non li trovi mai!
Scrive Gianni Ferraris nel sito della Fondazione Terra d’Otranto: “Terra di profumi, e di colori il Salento. Il cielo è azzurro intenso, il mare passa dal verde al bianco, al nero. E la campagna ha il rosso della terra e il verde intenso della vegetazione. In queste terre ho mangiato per la prima volta nelle mia lunga vita i corbezzoli raccolti dall’albero (rùsciuli in dialetto), ed ho raccolto rucola spontanea. Ne trovi ovunque qui. Ed ho visto ballare la pizzica. Pizzica e taranta, ritmi simili che hanno contaminazioni africane con l’ossessivo suono dei tamburelli.”
Il Corbezzolo Arbutus unedo L. è un arbusto sempre verde tipico del Salento leccese è una specie appartenente all’ordine delle Ericales, alla Famiglia delle Ericaceae e al genere Arbutus.
Gli antichi lo associavano alla dea Carna, protettrice del benessere fisico, rappresentata con un rametto di corbezzolo tra le mani con cui la dea scacciava gli spiriti maligni.
E’ stato descritto da Aristofane, Teofrasto, Virgilio, Plinio, Ovidio e Columella che hanno descritto l’uso dei frutti della pianta attribuendo il nome latino unum edo (Arbutus unedo).
Se Virgilio nelle Georgiche indica questa pianta semplicemente col nome “arbustus”: arbusto, Plinio il Vecchio era entusiasta di queste bacche rosse o di un bell’arancione solo che ne raccomandava un consumo limitato. Plinio diceva “unum tantum edo”, che tradotto significa “uno e basta”.

Questa cautela deriva dalla circostanza che vede alcuni individui che mangiano anche poche corbezzole soffrono di gravi disturbi gastrointestinali ed ebbrezza, quest’ultima determinata dal fatto che quando “i rusciuli”sono maturi contengono una discreta quantità d’alcol. Se vi avvicinate all’albero di Corbezzolo raccogliete i frutti. Si raccolgono quando sono belli rossi e morbidi al tatto.
Un frutto che ti ci possono mandare a raccoglierlo: “Ane! bba cuegghi rusciuli!! E poi dammeli tutti a mie!” che significa “E vai a raccogliere corbezzoli! E poi dalli tutti a me!”.

i fiori del corbezzolo (ph M. Gaballo)

E’ originario dell’Irlanda dove si trova ancora oggi. I Romani possono averlo introdotto nel Salento leccese. Lu rusciulu è quasi estinto eppure lo sapete che si racconta che il corbezzolo ha ispirato i colori della bandiera italiana?
Bianco, rosso e verde: il bianco dei suoi fiori, il rosso dei suoi frutti ed il verde intenso delle sue foglie, ed ecco che nel Risorgimento Italiano divenne un simbolo patriottico, perchè proponeva i tre colori della bandiera che guidava i nostri antenati desiderosi di unire l’Italia, fu per questo motivo che il corbezzolo divenne simbolo della lotta di indipendenza.
Il corbezzolo compare anche nello stemma della città di Madrid.
Oltre ai frutti che i nostri papà e mamme hanno abbondantemente mangiato la pianta sta riscuotendo un successo per la presenza contemporanea in inverno di fiori bianchi, frutti rossi e aranciati e foglie verdi.
La pianta di corbezzolo può raggiungere dimensioni ragguardevoli con un diametro di metri 2,5 e un’altezza di 5 – 8 metri.
Ha infiorescenze terminali che pendono con 15 – 30 fiori. La fioritura avviene a partire da questo mese di Settembre sino al Marzo successivo, il frutto è una bacca che pesa da 5 a 8 grammi, si può mangiare, ha una polpa ambrata piena di sclereidi (sono quelle parti che formano il guscio di molti semi) con un numero variabile di semi, ed è ricchissimo di zuccheri e vitamina C.
Gli uccelli sono ghiotti dei rusciuli, nutrendosene diventano i responsabili della diffusione di questa pianta, ma è anche riproducibile per parte di pianta visto che la pianta del corbezzolo dopo un incendio ricaccia abbondantemente, facendo questa pianta adatta per l’uso forestale nella nostra zona che è ambiente di macchia mediterranea soggetta agli incendi estivi.

Bibliografia

Pizzi – Gentile: Lecce Gentile
Gianni Ferraris: La torre del Serpe
Federico Valicenti: C’era una volta il Corbezzolo
Nieddu, G.; Chessa, I. : Il corbezzolo [Arbutus unedo L.]
Chessa, I.; Mulas, M: Le specie frutticole della macchia mediterranea: la valorizzazione di una risorsa
Morini, S.; Fiaschi, G.; D°Onofrio, C.: Indagini sulla propagazione per talea di alcune specie arbustive della macchia mediterranea
Chessa, I.; Mulas, M.: Le specie frutticole della macchia mediterranea: la valorizzazione di una risorsa

E i Re Magi continuano a portar doni…

 

di Paolo Vincenti

Chi erano i Re Magi? Da dove venivano? La leggenda dice che, nel IV secolo, Elena, madre dell’Imperatore Costantino, avrebbe portato da Costantinopoli le spoglie dei Re Magi a Milano. Da lì, nel 1164, Rinaldo di Dassel, cancelliere del Sacro Romano Impero e arcivescovo di Colonia, ricevette le ossa dei Magi da Federico Barbarossa, dopo la conquista di Milano. Lo scrigno dei tre re cela, però, le ossa di tre fanciulli: il loro sarcofago recava, un tempo, l’iscrizione “Tres Coronati”, che fece pensare alla corona di tre re, piuttosto che alla corona del martirio o della vita eterna, come probabilmente intendeva chi aveva posto quell’epigrafe.

In ogni caso, la figura dei Re Magi è da sempre viva nell’immaginario collettivo, nonostante documenti e ricerche storiche portino ad escludere assolutamente la loro esistenza. Innanzitutto, la Bibbia non ne parla. Dei Vangeli Sinottici, solo quello di Matteo ne parla molto incidentalmente. Luca e Marco non ne fanno menzione e così nemmeno Giovanni. Compaiono invece nei Vangeli apocrifi, come il Papiro Bodmer, sulla nascita di Maria, il Protovangelo di Giacomo, i Codici di Hereford e il Codice Arundel, il cosiddetto Vangelo arabo dell’infanzia e, soprattutto, il Libro della Caverna dei Tesori, arabo-siriano, e la Historia Trium Regum di Giovanni da Hildesheim, che raccoglie insieme più testi apocrifi.

Ma anche questi testi danno notizie molto frammentarie e disordinate. Alcuni studiosi hanno identificato i tre magi in Hormidz, re di Persia,  Jazdegerd e Peroz, re vissuti circa duemila anni fa, che vedendo passare la stella cometa cominciarono a seguirla, fino a raggiungere la capanna del Bambino. Il viaggio, secondo la leggenda, durò due anni e durante questo tempo, miracolosamente, i tre non sentirono né la fame né la sete, grazie all’astro, finchè non furono giunti a destinazione.

Il numero di tre è puramente simbolico (Matteo non cita quanti sono) e venne fissato da San Leone Magno, per rappresentare le tre età dell’uomo, la fanciullezza, la maturità e la vecchiaia, e le tre razze, semitica, camitica e giapetica.

Anche sui loro nomi, Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, non c’è concordanza. Baldassarre deriverebbe da “Balthazar”, mitico re babilonese; Melchiorre deriverebbe da “Melech”, che significa “Re”; Gaspare, invece, dal greco “Galgalath”, signore di Saba. Anche Marco Polo, nel Milione, parla di una città in Persia, Saba, o meglio Sawa, dalla quale partirono tre re che andarono ad adorare Dio quando nacque. Secondo numerose leggende, i Magi giunsero a Betlemme 13 giorni dopo la nascita di Gesù;  il 13 è un numero sacro: 13 erano gli apostoli, prima del tradimento di Giuda, 13 erano i cavalieri di Re Artù, prima del tradimento di Mordred, e forse per questo successivamente il numero 13 venne demonizzato. Gesù viene fatto nascere in una grotta. Questo elemento riporta alle credenze pagane: oltre ad essere legata all’utero, dalla grotta nascono Minosse, Dioniso, Mitra.

Inoltre a Bethelem, il villaggio a pochi passi da Nazareth, dove nacque Gesù, si adorava Adone-Tammuz, divinità arborea legata alla grotta e al ciclo di morte-resurrezione che richiamava la vicenda terrena di Gesù stesso. Per quanto riguarda la stella che guida i Magi, questa è presente nella Bibbia. Nel Libro dei Numeri, viene preconizzata la vera stella che nascerà da Giacobbe e quindi dal popolo di Israele. Questa stella può senza dubbio essere Gesù, la stella del mattino. Ma, per quanto riguarda la stella dei Re Magi, si potrebbe trattare di una Supernova, fenomeno di straordinaria luminosità ma molto breve. Altri studiosi hanno ipotizzato si trattasse della cometa di Halley, che si ripropone ogni 76 anni e sarebbe passata, allora, intorno al 12 a.C., data piuttosto tarda rispetto a quella indicata da Dionigi il Piccolo per la natività.

Altri hanno affermato che si trattasse di una congiunzione fra Giove e Saturno avvenuta nella costellazione dei Pesci. Secondo i calcoli fatti da Keplero, nel Seicento, questa congiunzione si sarebbe verificata nel 7 a.C., data molto vicina a quella del 6 a.C., quasi unanimemente riconosciuta come quella della nascita di Gesù. Il pesce, poi, ricorre come simbolo in codice che i primi cristiani usavano, durante le persecuzioni romane. Per riconoscersi fra loro, uno  tracciava con un labys metà disegno e l’altro lo completava. Questo disegno era appunto il pesce poiché lo stesso nome  con cui veniva chiamato Gesù, cioè  “Nazareno” significava “piccolo pesce”.

Curiosamente, all’ingresso di Gerusalemme, Cristo fu accolto al grido di “Oannes”, poi corrotto in “Osanna”: ebbene, gli Oannes erano proprio divinità medio- orientali, rappresentati metà uomini e metà pesci.

Fu Giotto, nella Natività degli Scrovegni,  il primo a rappresentare la stella cometa come guida del viaggio dei Magi, forse ispirato da quella di Halley del 12 a.C..

Dopo morti, i Magi pare che furono seppelliti, in un’unica tomba, a Costantinopoli. Elena, la madre dell’Imperatore Costantino, li ritrovò e  da Costantinopoli furono affidati al vescovo Eustorgio per portarli a Milano. I resti mortali di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, diventati per i milanesi Dionigi, Rustico ed Eleutero, furono seppelliti nella chiesa sorta dove il carro con le loro spoglie, condotto da Eustorgio, si era fermato perché non riusciva ad attraversare la Porta Ticinese. In questa chiesa, poi chiamata di Sant’Eustorgio,  il “Sepulchrum Trium Magorum” rimase dal 325 al 1164. Federico Barbarossa, vittorioso sui Milanesi, trafugò i resti dei Magi per tumularli nella cattedrale di Colonia, dove si trovano ancora oggi. I Milanesi continuarono, invano, a richiedere i resti ma ottennero soltanto, nel 1904, qualche frammento delle reliquie, custodito sopra l’Altare dei Magi, in Sant’Eustorgio. Ma fin dal Medioevo, con una lunga interruzione dal 1630 al 1962, anno in cui il Cardinale Montini ripristinò la tradizione, il giorno dell’Epifania è celebrato a Milano con il corteo dei Magi.

In conclusione, possiamo affermare che sembra abbastanza sconcertante l’apparizione della stella misteriosa  e molto strano come i Re Magi potessero comprendere il suo messaggio e seguirla fino al luogo dove era il Fanciullo. Strano, inoltre, che tutti gli abitanti di Gerusalemme, che odiavano il re straniero e dispotico Erode e che aspettavano un liberatore, un salvatore, il cui arrivo  da lungo tempo era stato vaticinato dai profeti, non si mettessero in cammino alla volta della grotta di Betlemme per salutare questo nuovo re che li avrebbe salvati.

Tutti questi interrogativi valgono ad avvalorare la convinzione che, quando Gesù nacque, ai tempi di Erode, non ci furono dei Magi che dall’Oriente si recassero a Betlemme e neanche dei visitatori dalle zone limitrofe. Gesù fu conosciuto dai suoi conterranei solo quando iniziò a predicare una nuova dottrina e la storia che si trova all’inizio del Vangelo di Matteo sembra puro frutto di fantasia. Ma, se è vero che nella fantasia dell’uomo, che ha elaborato questa ricostruzione, c’è una scintilla divina, ecco allora che il falso storico diventa ancora più vero del reale.

La paparìna (il papavero) (III parte)

di Armando Polito

TERZA ED ULTIMA PARTE: LE TESTIMONIANZE DEGLI AUTORI GRECI, QUALCHE IMMAGINE DI IERI E DI OGGI, UNA SORPRESA FINALE…

Aristofane (V-IV secolo a. C.), Gli uccelli, vv. 159-160: E becchiamo nei giardino i bianchi sesami e i mirti e i papaveri (nel testo originale mèkona, accusativo plurale di mekon) e i sisimbri.

Callimaco (III secolo a. C.), Inno a Demetra, vv. 44-45: Subito, dopo aver assunto le sembianze di Nicippa che la città stessa aveva fatto sua sacerdotessa, prese in mano la fascia sacra, il papavero (nel testo originale màkona, accusativo singolare di makon, forma dorica per l’attica mekon) e aveva la chiave appesa in spalla.

Teocrito (III secolo a. C.), Idilli, VII, vv. 255-257: …che io possa ancora piantare nel mucchio [di grano] la mia grande pala e che lei [Demetra] sorrida tenendo nelle due mani fasci di spighe e papaveri (nel testo originale màkonas, accusativo plurale di makon, forma dorica corrispondente all’attica mekon).

Dioscoride Pedanio (I secolo d. C.)

Il papavero in una tavola dell’opera di Dioscoride contenuta nel Codex Vidobonensis (VI secolo), custodito nella Biblioteca Nazionale Austriaca di Vienna, che costituisce il più antico erbario giunto fino a noi

Il papavero rhoeas (nell’originale greco mekon rhoiàs1) ebbe questo nome dal fiore che cade precocemente (alcuni lo chiamano oxytono (nell’originale greco oxýtonon2), i Romani papaverale (nell’originale greco papaberàlis), gli Egizi nanti). Nasce nei campi in primavera, periodo in cui viene pure raccolto. Le foglie sono simili a quelle dell’origano o della rucola o della cicoria o del timo, sono pennate ma lunghe e ispide. Ha il gambo esile,

La bottega del rigattiere

 “… era il tempo da ricordare, il tempo che avremmo ricordato, era il tempo di dire, quello che avremmo scordato, era il tempo da mangiare e da bere, era il tempo di vincere, il tempo che avremmo perduto, si, mi ricordo, forse non ti ricordi tu, era quel tempo che non torna più, smascherato, indebitato, risaputo,… il tempo che si sarebbe corrotto e pentito, era il tempo da finire, quello che avremmo finito, il tempo nascosto nelle pieghe di un dolore, amato, nel tempo dell’amore, …il tempo di allora, ovvero il tempo di adesso, il tempo che è sempre lo stesso…”

rigattiereRitorna PAOLO VINCENTI con la sua nuova fatica letteraria dal titolo LA BOTTEGA DEL RIGATTIERE (Lupo Editore). Questa volta non compare un sottotitolo, come Vincenti ci aveva abituato nelle sue precedenti opere, ma il libro è diviso in sezioni che circoscrivono e delimitano, arginando dallo straripamento, i vari e complessi nuclei tematici di cui si compone. Sette sono le sezioni del libro. In particolare, la prima sezione, “Il tocco di Dioniso” è un libero adattamento da “Le Baccanti” di Euripide (485 a.C.- 406 a.C.). In questa sezione, nell’atmosfera selvaggia e sfrenata suscitata dalle danze vorticose delle menadi, brani in prosa e in versi si alternano, nella messa pagana con la quale l’autore sembra voglia celebrare il mito e la magia del’antica terra madre Grecia che, in un gioco di piani sfalsati, si confonde e si identifica con il nostro Salento, passando dalla tragedia dello sparagmos e dell’omofagia, alla comicità delle situazioni e dei dialoghi un po’ surreali fra i vari protagonisti dell’opera. Un filo rosso, come il sangue dello squartamento del malcapitato Penteo ad opera delle ossesse Menadi, e come il colore della passione che una connotazione fortemente erotica dei brani evoca, sembra unire i balli delle Baccanti ai contorsionismi delle tarantate salentine, in una altalena di specchi riflessi e nella assoluta confusione degli spazi e dei tempi, fino ad un “non luogo” e un “non tempo” in cui l’autore svolge l’azione dell’opera. Mentre la seconda sezione, “Tempo al tempo”, richiama un tema caro all’autore e già affrontato nelle precedenti opere. E infatti sulla copertina del libro, al posto degli orologi che campeggiavano su quelle precedenti, troviamo l’immagine mitologica del serpente uroboros, una raffigurazione del tempo ancestrale, il tempo che ritorna su se stesso e si avvita, proprio come il serpente che si morde la coda.

 <Come W.B. Yeats ,citato in esergo sulla prima pagina, Paolo Vincenti  cercando  le origini  dei propri archetipi letterari  ritorna nel luogo dove “ dove tutte le scale hanno inizio” , cioè nella sudicia bottega da rigattiere : “tra vecchi bricchi , vecchie bottiglie  e un bidone rotto,/ Vecchi ferri, vecchie ossa , vecchi stracci, la puttana pazza /Che tiene la cassa[…].

L’autore, in questa sua fatica letteraria si aggira tra vecchi scaffali polverosi , dove sono stipati , ammassati,  simboli ancestrali in disuso; visita angoli  sommersi da ciarpame archetipo o da purificazioni oniriche cristallizzate; si sofferma sugli accumuli di categorie culturali estromesse dal moderno; ri-percorre sineddochi della dimenticanza; recupera ermeneutiche dell’amnesia, ricicla paccottiglia di risulta dell’epitomania . La bottega è metafora e rappresentazione euristica della sovra-abbondanza.

La bottega del rigattiere è il luogo primordiale dell’affastellamento di residui psichici dell’ esperienza umana e culturale dell’autore, datori di senso del presente, che fanno da premesse minori in un sillogismo che vuole espandere la validità all’universale…

Come per lo stregone, la cui dimora era significativamente posta nella periferia territoriale del villaggio, al confine fra mondo culturale e mondo mitologico , così la bottega del rigattiere si colloca alla periferia di questo Salento, tra l’avanguardia sperimentale post-moderna e la cultura popolare di massa omologante…Così come Antonio Verri , riprese e salentinizzò la lezione di Joyce e  Queneau, nel suo trittico sul tempo Vincenti aveva tradotto i moderni linguaggi aderenti ai clichè  dei mas-media degli anni 80-90. In questo suo nuovo lavoro letterario, invece, l’autore rivisita, attraverso un’operazione letteraria originale , alcune radici culturali di questo universo culturale, andandole a cercare tra i  classici latini e greci….                                                           Così Vincenti si riappropria e riscrive il mito dionisiaco  dalle Baccanti di Euripide. Il figlio di Semele,  con il suo tiaso, i suoi satiri e sileni , viene fatto danzare al centro del Salento. E le baccanti , di cui il dio si circonda , diventano le  verriane Betisse pizzicate dal ragno della frenesia sessuale, che l’autore immagina , sbircia, ama, sogna.. La rivisitazione della tragedia di Euripide, si dipana in una ri-scrittura dei dialoghi, dove la tragedia viene traslata in commedia.  I dialoghi , come ad esempio quello tra Penteo e Tiresia diventano esilaranti, leggeri, sincopati, svuotati dal pathos dell’opera euripidea…> (A.V.)

Nel libro compare una Prefazione di Carmen De Stasio e una Postfazione di Luigi Montonato. Ancora un blob cartaceo, dunque, come la scrittura di Vincenti è stata definita, un ammasso apparentemente informe di schegge impazzite che vanno a comporre questo miscuglio letterario, come la satura lanx dei latini, vale a dire quel genere letterario nato miscelando vari stili, da cui la Satira (“tota nostra” come affermò Quintiliano)

 

 

 

Il libro sarà presentato ufficialmente il 18 gennaio 2013 presso il Teatro Comunale di Aradeo. Nell’occasione, oltre agli interventi di Stefano Delacroix, cantautore e scrittore, Massimiliano Cesari, docente e critico d’arte, e Ilaria Ferramosca, scrittrice e sceneggiatrice di fumetti, verrà presentato il recital Contrappunti del tempo, a cura degli Amistade. Si tratta di musiche originali, scritte da Michele Bovino, basate sui testi dl libro, che saranno cantati e letti dallo stesso attore e promotore culturale Michele Bovino, e dell’attore Antonio D’Aprile. Introduce la serata Paola Sperti.

 

 

La bottega del rigattiere (Lupo Editore), di Paolo Vincenti

Euro 13

Contatti: paolovincenti71@gmail.com

 

 

 

Paolo Vincenti, giornalista e scrittore, vive a Ruffano (Lecce). Suoi testi sono presenti su svariate riviste salentine e sul web.  Ha pubblicato: L’orologio a cucù (Good times), I poeti de L’uomo e il Mare (Tuglie 2007) – A volo d’arsapo ( Note bio-bibliografiche su Maurizio Nocera), Il Raggio Verde ( Lecce 2008) – Prove di scrittura, plaquette, Agave Edizioni ( Tuglie 2008) –  Di Parabita e di Parabitani, Il Laboratorio (Parabita 2008)  –  Danze moderne ( I tempi cambiano), Agave Edizioni (Tuglie 2008) –  Salve. Incontri, tempi e luoghi, Edizioni Dell’Iride (Tricase 2009) – Di tanto tempo (Questi sono i giorni), Pensa Editore 2010.

 

 

Il Salento è un’immensa partita a scacchi in fondo

Nardò. Torre Squillace (ph Maria Aurora Trentadue)

 

di Gianni Ferraris

“Il gioco degli scacchi è il gioco della vita, il re ha un potere solo apparente, è la donna, la regina che decide le sorti della sconfitta o della vittoria, però è lui, alla fine, a capitolare” mi diceva in parte scherzando Giovanni, il mio maestro di scacchi. E mi raccontava di quella guerra sciagurata, della ritirata dalla Russia così lontana, così ghiacciata. E delle donne russe che lo hanno accolto nella loro casa e lei, la più anziana, che gli tolse scarpe e calze e mise i suoi piedi sul suo seno per farli rivivere. Poteva perderli. Non avevano abbigliamento adatto. Giovanni, bravo sarto e improbabile pittore che spiegava la sua filosofia in quei dipinti quasi infantili. E gli scacchi come gioia e simboli della vita stessa.  Si faceva serio quando ne parlava come “la battaglia, forse la guerra della vita”.

I quadri e i pezzi. Bianco e nero. La vita contro la morte, il caso contro la ragione, l’autodeterminazione contro la predestinazione, eros e thanatos.  Il bianco ha la prima mossa sempre. E’ la regola, è la vita che muove i suoi passi.  E la strategia è la speranza.

“Il settimo Sigillo”, con il cavaliere che si gioca la partita contro la morte. Quasi a significare la ricerca del senso della vita, di Dio, dell’uomo.    La vittoria non esiste, non può esistere.  Però il tempo lo si ruba con il tempo delle mosse. Non c’è possibilità di passare il turno, però si può azzardare, osare. Il cavaliere incontra la signora nel bosco (apertura), poi il pasto con fragole e latte (partita), poi la foresta, prima del temporale (il finale).

Nato forse in India, forse in Cina, e portato da noi nel medio evo, il gioco degli scacchi ha da sempre significato un unicum in cui si muovono emozioni e ragione. Probabilità e fato.  Strategia e tattica contro l’alea della fortuna cieca delle carte o dei dadi. I pezzi come gli arcani dei tarocchi, ognuno con un suo significato ed un suo ruolo preciso, colmo di misterioso fascino, unico.  Ci sono le truppe leggere, quelle da mandare avanti per aprire varchi, spesso carne da macello, i pedoni. Le torri, in origine carri da guerra possenti e potenti. Gli alfieri, nell’antichità erano elefanti usati in combattimento e per gli spostamenti. I cavalli, immutati e indispensabili. La regina e il re. Il generale e il suo consigliere e protettore. Tutti i pezzi possono cadere ed essere ammazzati, presi, eliminati. Tutti tranne il Re. A lui si può dare solo “Scacco matto”. Shah (re) dal persiano,  mat (è morto) dall’arabo. Solo quando gli scacchi arrivano a noi il re si dice “morto”, non prima.  Perchè nessuno può osare tanto. Si imprigiona, gli si impedisce di muoversi ulteriormente e deve capitolare, cedere le armi, però non muore. Deve essere pronto ad un’altra partita, un’altra guerra. Quando un re morirà sarà per sempre.

Vuole la leggenda che l’inventore della scacchiera e del gioco degli scacchi chiedesse al re un chicco di grano per la prima casella, due per la seconda, quattro per la terza e così via. Sarebbe arrivato alla cifra di 18.446.744.073.709.551.616 chicchi di grano.

Matematica e geometria si fondono nel gioco degli scacchi, a simbolismo e fato. Nelle case si muovono filosofia e pensiero. Bianco e nero. Le 64  case derivano forse dagli 8 trigrammi commentati nell’I-Ching. Il visibile, spirito e divino. In altri luoghi si parla del simbolismo 8 x 8 come iconografia sacerdotale per i brahamani.

Perché è utilizzata nell’arte, cosa rappresenta, a chi parla la scacchiera? In quella battaglia c’è l’essenza dell’essere, la contrapposizione stessa fra divino ed umano. Angeli e demoni che si scontrano, confliggono, periscono. Ed è ammessa la promozione, solo per i più umili pedoni però. Quando  uno arriva in ottava si trasforma in qualcosa di più grande, importante. Può diventare tutto tranne il re. Solo lui, il sovrano, il generale, non è mutuabile. L’esercito si può rinnovare e sostituire. La caduta del re è l’impero che si dissolve, senza possibile rinascita.

La scacchiera è l’otto per otto,   la forma ideale di una casa, un villaggio, una città, un mondo.   E’ il luogo per eccellenza. Nascita, vita e morte, tutto dentro quel quadrato e quelle case. Fuori solo il nulla. E il nulla è impensabile, troppo lontano e non immaginabile dalla mente umana, come l’infinito. Come quel numero di chicchi di grano.

Nardò, Torre di Santa Caterina (ph Maria Aurora Trentadue)

Giovanni, grande sarto passato dalla Russia non per turismo. Amante della vita e della pittura. Occhiali con spesse lenti, strano nodo alla cravatta. Ha trascorso tutta la vita fra case bianche e nere. Non era, in fondo, un buon giocatore. Lui la studiava la scacchiera, la viveva come filosofia. Però, a pensarci bene, era un ottimo giocatore. Sapeva che il re non muore. E sapeva che la regina, la donna, il consigliere del re è il vero stratega. Perché lui, il re, ha il cammino limitato, una casa per volta. Lei può correre fin dove c’è spazio aperto, tramare in ogni direzione. Amava, Giovanni, il pedone che non diventerà mai re. Al massimo una seconda regina, un secondo consigliere. Le torri di guardia della costa salentina stanno ad aspettare e proteggere il re. Come macchine da guerra in attesa della mossa avversaria.  Sono torri bianche. Forse così le avrebbe intese Giovanni se fosse arrivato fin qui.  Se il re nero muove le sue navi le torri riparano i pezzi bianchi. Arrocco, difesa. Il nero vince sempre?  A volte no, si può rimandare. Il Salento è un’immensa partita a scacchi in fondo. Forse la più grande che io conosca.  Nei paesi si muovono le pedine della vita e della morte. Ci sono anime di mille re (baroni?) sconfitti che vagano nelle piazze, con la rabbia per la sconfitta o pacata rassegnazione. E ci sono orgogliosi vincenti nei secoli. Hanno lasciato tutti un segno de loro passaggio. Dolmen e menhir. Palazzi baronali e chiese contrapposti che si guardano nelle piazze. Masserie fortificate con alte mura di cinta.  E’ un campo di battaglia, orgogliosamente chiuso in case bianche e nere. Fuori c’è altra vita, ma è, appunto, altra. La vita si combatte solo dentro quelle case. I neritini se la sono giocata con la “libera repubblica di Nardò” e prima ancora, nel 1647 con la rivolta vinta dal re nero. E si combatte a Calimera  :“Zeni su en ise ettu s ti kalimera”, dove vince il bianco, la morte per ora non arriva.

La paparìna (il papavero) (seconda parte)

di Armando Polito

SECONDA PARTE: LE TESTIMONIANZE DEGLI AUTORI LATINI

Le proprietà soporifere del papavero sono note da tempi antichissimi, perciò non fa meraviglia che esso sia presente, con tale particolare riferimento, nelle opere scientifiche e letterarie greche e latine. Comincerò da queste ultime e precisamente da Plauto (III-II secolo a. C.)  e dalla sua similitudine: [Il denaro] finisce subito, come se tu gettassi semi di papavero alle formiche1.

Più fortuna ha avuto, invece, un aneddoto (da cui è nato per papavero il significato traslato di persona di grande importanza che occupa un posto di primo piano nella vita pubblica di un paese) riportato dallo storico Tito Livio (I secolo a. C.-I secolo d. C.): Presso i soldati poi, [Sesto, figlio di Tarquinio il Superbo] condividendo con loro pericoli e fatiche, elargendo il bottino con tanta generosità, aveva accresciuto il suo carisma al punto che il padre Tarquinio non era a Roma più potente di quanto lui lo fosse a Gabi. E così, quando vide che aveva radunato uomini sufficienti per ogni tentativo, mandò a Roma uno dei suoi per chiedere al padre che cosa voleva che lui facesse, visto che gli dei gli avevano concesso il potere assoluto a Gabi. A quel messaggero poiché sembrava, credo, poco credibile, nulla fu risposto a voce; il re come se volesse riflettere si recò nel giardino del palazzo seguito dal messaggero del figlio e qui passeggiando si dice che col bastone abbia percosso in silenzio le alte teste dei papaveri. Il messaggero, stanco di porre domande e non ottenere risposta, credendo che la sua missione fosse fallita, se ne tornò a Gabi e riferì quello che aveva detto e quello che aveva sentito e che il re o per ira o per odio o per congenita superbia non aveva detto una sola parola. Quando a Sesto fu chiaro che cosa il padre voleva con il suo oscuro comportamento, eliminò i più importanti cittadini discreditando alcuni presso il popolo e approfittando dell’invidia che era nutrita nei loro confronti. Molti furono uccisi direttamente, altri, contro i quali non poteva essere formulata un’accusa specifica, di nascosto. Fu concessa ad alcuni che lo volevano la fuga o furono mandati in esilio e i beni degli assenti e degli uccisi furono spartiti. Così il sentimento del male pubblico fu lenito dalla dolcezza della elargizione e della preda e dell’interesse privato finché Gabi, privata di potere e di aiuto, passò nelle mani del re romano senza alcun contrasto2.

Se la soluzione appena vista non fosse il classico cadere dalla padella (del figlio) nella brace (del padre) essa sarebbe l’ideale per risolvere i tanti problemi attuali causati dai moderni papaveri. Mi resta, però, un dubbio atroce, cioé che veramente pappa, con stabilizzazione del significato con riferimento esclusivo al mondo degli adulti (compreso il pappa in cui la forma abbreviata per pappone certamente non ha comportato una parallela riduzione della voracità), sia l’etimo di base di papavero

In fondo, alle stesse conclusioni era giunto il testo della canzone Papaveri e papere di Panzeri3, Rastelli e Mascheroni classificatasi al secondo posto al Festival di Sanremo del 1952 nell’interpretazione di Nilla Pizzi, testo inteso da alcuni, nella sua apparente demenzialità, come allusivo agli esponenti del partito allora dominante, la Democrazia Cristiana; da quest’ultima la risposta non si fece attendere poiché i suoi comitati civici  per le elezioni di quell’anno idearono un manifesto in cui campeggiavano papaveri (simboleggianti, questa volta, il Partito Comunista Italiano) svettanti in un campo di grano e attraversati da un grande paio di forbici nell’atto di tagliarli.

È meglio tornare ad un passato più remoto…

La coltivazione del papavero (è il colmo per una specie infestante…) e il suo uso culinario sono attestati da Marco Porcio Catone il Censore (III-II secolo a. C.): Se non potrai vendere la legna e i ramoscelli e non hai pietre da

L’ abitudine al gioco offende Sua Divina Maestà e l’ onore del suo nobile vivere

 Sfogliando nell’ Archivio

 

 

di Marcello Gaballo

Più volte abbiamo ho modo di riferire su  fatti e cronache di qualche secolo fa, che il solito prodigo Archivio di Stato di Lecce ci propone nella ricerca tra i suoi atti notarili.

Buona parte di questi generalmente tratta di compravendite, concessioni, donazioni ed altri atti più o meno interessanti, ma di uno sono rimasto particolarmente colpito, se non altro per la sua assoluta originalità.

Mi piace riproporlo ai lettori di “Spigolature Salentine”, giusto perchè abbiano modo, come lo è stato per me, di conoscere come i tempi cambino, ma le passione e vizi umani restino sempre gli stessi, anche se adeguati ai costumi dell’ epoca in cui si vive.

I protagonisti della vicenda interessano una delle famiglie nobili più  ragguardevoli nel 1621, anno a cui risale l’ atto notarile di cui ci interessiamo, riguardante i baroni Personè, un ramo dei quali si erano portati da Lecce a Nardò.

Per amore paterno nei confronti del figlio Diego, Lucantonio Personè “è obligato dare et pagare ogn’ anno ad esso Diego ducati seicento terzo terzo”. Il padre è tenuto a versare ogni quattro mesi “la terza parte di detti ducati seicento, per vitto et alimenti”, come da accordo stabilito tra i due con pubblico atto notarile.

Ma qualcosa ha turbato la regolarità della “paghetta” quadrimestrale, visto che “insino al presente have atteso esso Diego al gioco, con disgusto di esso barone Lucantonio suo padre, del che esso Diego havendosi accorto del disgusto di suo padre, sotto della quale obedienza vole sempre vivere, come è tenuto”, contrasta col parere paterno che “dal gioco non ne può nascere se non disordini gravi”.

Oltre a tale rischio il padre è fermamente convinto che l’ abitudine al gioco è solita “offendere sua Divina Maestà, come anche circa l’ onore del suo nobile vivere”.

Per cercare di frenare la passione infrenabile del gioco, Lucantonio porta allora il figlio davanti al notaio Santoro Tollemeto e gli fa sottoscrivere un accordo: ’tutte le volte che esso giocarà… sia lecito al detto barone

Libri/ Mimmo Cavallo. Siamo meridionali!

mimmo cavallo d'errico

 

di Rocco Biondi

Il libro è la trascrizione di una lunga intervista al cantautore Mimmo Cavallo. Brevi domande, lunghe risposte. Merito dell’autore D’Errico è stato quello di pungolare opportunamente Cavallo per farne uscire fuori la grande ricchezza dell’uomo e dell’artista.

Si inizia dall’adolescenza quando, non essendoci ancora la tv, nelle fredde sere invernali, le famiglie contadine del Sud si riunivano intorno al fuoco e i grandi raccontavano storie meravigliose tramandate oralmente da generazioni. Le scintille che scoppiettavano erano le anime dei morti che si palesavano. Nelle menti dei bambini realtà, mito e fantasia si sovrapponevano.

Il primo rapporto del piccolo Mimmo con la musica era intriso di magia, di riti e credenze popolari. Ha visto ballare vecchie con una coperta in testa, seguite da suonatori sciamannati della taranta. In me – dice Cavallo – futuro e passato sono sempre stati insieme. Il primo strumento musicale che entrò in famiglia fu una chitarra, acquistata da suo fratello. Mimmo emigrò a Torino dove suo padre aveva trovato lavoro come operaio alla Fiat. Suo fratello mise su un gruppo musicale, nel quale successivamente entrò anche lui.

In quel tempo, oltre a scrivere canzoni e a svolgere lavori saltuari, leggeva molta letteratura di impegno. Pasolini fu un suo riferimento, ma anche Marcuse, Sartre, Moravia, Pavese.

Dalla prima moglie da giovanissimo (ventun anni) ebbe una figlia. Con un’altra donna ha poi avuto altri due figli. Queste donne e questi figli hanno avuto ed hanno una grande importanza nella sua vita umana ed artistica.

Mimmo Cavallo ha finora pubblicato sei album musicali: Siamo meridionali con la CGD nel 1980, Uh, mammà! ancora con la CGD nel 1981, Stancami, stancami musica con la Fonit Cetra nel 1982, Non voglio essere uno spirito con la DDD nel 1989, L‘incantautore sempre con la DDD nel 1992, Quando saremo fratelli uniti con la Edel nel 2011; nel 2006 la Warner aveva pubblicato una  raccolta con Le più belle canzoni di Mimmo Cavallo.

Cavallo è uno spirito libero, che non accetta nessun tipo di imposizione. Rifiuta di partecipare al Festival di Sanremo e a Quelli della notte di Renzo Arbore, che nella sua classifica lo aveva messo al primo posto. Rifiuti che nei fatti lo terranno ai margini del mercato della discografia nazionale. Resta lontano dai riflettori, anche se i concerti dal vivo non mancano, dal Nord al Sud d’Italia.

Cavallo si rimprovera di non essere un buon imprenditore di se stesso. Dice: «Uno può avere grandi doti – vocali, di immagine, contenuti – ma se reagisce male agli eventi può essere davvero problematico resistere dentro un mondo così pieno di gente pronta a lasciarti passare in secondo piano».

Eppure i suoi primi album Siamo Meridionali e Uh, mammà avevano avuto grande successo. Ma verso la metà degli anni ottanta il ‘meridionalismo d’autore’ perde interesse.

Scrive pezzi per Fiorella Mannoia (Caffè nero bollente), Mia Martini (Buio), Zucchero (Vedo nero), Gianni Morandi (E mi manchi), Al Bano (Gloria Gloria), Ornella Vanoni (Il telefono), Loredana Berté (Io ballo sola).

Dopo lunghi anni di silenzio come cantante, incontra Pino Aprile. Ne nasce un ricco e fruttuoso sodalizio, che porterà prima alla trasposizione teatrale del best seller Terroni e poi alla pubblicazione dell’album Quando saremo fratelli uniti. La filosofia che sta alla base di quest’ultimo album viene così esplicitata da Mimmo Cavallo nell’intervista: «L’Unità d’Italia, in realtà, è una vera e propria occupazione, in cui il Sud diventa colonia del Nord. La ricchezza del Nord sarà frutto di razzie compiute ai danni della colonia del Sud. Le strade ferrate, le ferrovie, i commerci, le banche, e tutto quello che verrà fatto al Nord sarà fatto coi soldi del Sud…». Fra i pezzi, tutti molto belli, io prediligo Siamo briganti.

Mi piace chiudere questa recensione con le parole con cui Pino Aprile chiude la presentazione: «Credo che Mimmo Cavallo abbia ricevuto meno di quel che ha dato».

 

 

Antonio G. D’Errico, Mimmo Cavallo. Da Siamo meridionali a Caffè nero bollente, dall’incontro con Enzo Biagi a Zucchero, Presentazione di Pino Aprile, Bastogi Editrice Italiana, Foggia 2012, pp. 122, € 12,00

 

Il libro sarà presentato

Sabato 29 dicembre 2012 – Ore 18.00
Sala Consiliare Comune di Villa Castelli (Brindisi)
Piazza Municipio

 

Ultime scansioni del calendario, fra ansie, ricordi e visioni

di Rocco Boccadamo

 

Fine d’anno particolarmente strano, delicato e difficile per il sentire e la soglia emozionale di chi scrive.

Ciò, non per via della brumosa atmosfera che va imperversando in giro, bensì a motivo di un problema di salute, esploso in capo a una persona vicinissima per legami di sangue e affettivi.

All’apice dell’evento, il suo ricovero in ospedale per un intervento chirurgico.

Così che, il giorno fissato, di buon mattino, eccomi in un’anonima corsia a presenziare all’avvio del tragitto di speranza di una lettiga, e, lì, invero, non manca un singulto, faticosamente ricacciato in gola.

Di seguito, molte, tante ore d’attesa, sino, finalmente, al riapparire della familiare degente, in stato, è ovvio, di risicata coscienza e, però, portante, sul volto, un’immagine d’intensa e profonda sofferenza, come scolpita sui lineamenti tesi e accentuati, tale, insomma, che difficilmente potrò scordarla.

Un volto, che mi fa compiere con la mente un salto a ritroso di oltre mezzo secolo, in un analogo scenario d’astanteria ospedaliera: in quella lontana circostanza, a trovarsi tristemente coinvolta, era la persona maggiormente cara ch’io abbia avuto e della quale, da un’esistenza, avverto la mancanza a livello struggente.

Era ancora giovane, quando se n’è andata, e io, addirittura, poco più che un ragazzo.

°   °   °

corbezzolo

Questo pomeriggio, ho fatto in tempo a passare dalla marina di mia figlia, per un contatto con i giovani ulivi e per la raccolta di un mazzetto di verdure.

Occhieggiando sui cespugli di corbezzolo che delimitano il primo terrazzamento dal successivo a salire, ho scorto un paio di frutti, gli ultimi.

Pensare che, già Ovidio cantava, fra il resto, di tal genere di piante:

« Per prima fiorì l’età dell’oro, che senza giustizieri

o leggi, spontaneamente onorava lealtà e rettitudine.

[…] Libera, non toccata dal rastrello, non solcata

dall’aratro, la terra produceva ogni cosa da sé

e gli uomini, appagati dei cibi nati spontaneamente,

raccoglievano corbezzoli, fragole di monte,

corniole, more nascoste tra le spine dei rovi

e ghiande cadute dall’albero arioso di Giove. »

Basta un movimento rapido del braccio, per cogliere la coppia di bacche dal colore rosso intenso, morbide e soffici, letteralmente, poi, scivolate in bocca, ivi lasciando una scia di gusto gradevolmente speciale.

°   °   °

 

In prossimità del tramonto, in auto sulla via del ritorno nel capoluogo, sono attratto da due contestuali, eccezionali sequenze.

Alla destra, proprio in coincidenza con il levante della rosa dei venti, il faccione della luna, quasi nella pienezza, levatasi da poco e mirabilmente sospesa giusto sul borgo di Castro: effetto, la Perla del Salento, ancor più impreziosita, nella circostanza, da quell’ideale corona.

Sul lato opposto, invece, il disco infuocato del sole, con sfumature tra il rosso e il viola, in procinto di tuffarsi e, temporaneamente, affogare in seno alla distesa blu dello Ionio.

°   °   °

Appena una breve parentesi di distrazione, dopo di che il pensiero ritorna alla realtà che ha monopolizzato e va tuttora caratterizzando la volgente, ultima parte di dicembre.

Se è permesso, un “in bocca al lupo” col cuore a mia sorella.

E’ tempo di anguille. Cosa bisogna sapere e come prepararle

da: http://www.afyacht.com/pesce_mediterraneo

di Massimo Vaglio

Uno dei più grandi misteri della natura è custodito proprio dalle anguille (Anguilla anguilla L.). Infatti sul loro ciclo vitale sono state formulate solo ipotesi, una delle quali è stata forse troppo presto, quasi universalmente accettata dalla comunità scientifica internazionale. Secondo questa ipotesi, elaborata negli anni Trenta, sulla scorta di laboriose ricerche sul campo dal biologo danese Schmeidt, le anguille, raggiunta la maturità sessuale, intorno ai dodici anni d’età, abbandonerebbero laghi, fiumi paludi e lagune per andare a riprodursi tutte nel Mar dei Sargassi a 1000 metri di profondità. Le larve impiegherebbero tre anni per ritornare nel Mediterraneo. Tuttavia sulla biologia dell’anguilla restano ancora da verificare tutta una serie di incognite. La loro reale diffusione è amplissima, essendo presente anche in America, in Africa, nel Nilo, in alcune regioni settentrionali dell’Asia e più giù sino in India. In Italia sono presenti in tutti i fiumi, in quasi tutti i laghi, in larghi tratti di costa marina e specialmente in quelli di basso fondale ove sfociano acque di falda.

In Puglia ne sono ricche le acque del porto di Brindisi, quelle del Mar Piccolo di Taranto, i Laghi Alimini e quasi tutti i bacini e canali di bonifica presenti in tutte le vaste ex zone paludose della regione, ma sono soprattutto i laghi-laguna di Lesina e di Varano, con i loro ben 112 chilometri quadrati, la più famosa e tradizionale fonte di anguille della Puglia e di tutta l’Italia meridionale. A quanto emerso dagli archivi storici, le anguille furono addirittura causa di aspri contenziosi fra alcune comunità monastiche. Per lo sfruttamento del lago di Lesina e della sua risorsa primaria, appunto le anguille, i monaci di Monte Cassino e quelli delle Isole Tremiti litigarono per secoli. E per lo stesso motivo ossia per la pesca delle anguille nei canali Delta e Luciana, ovvero gli attuali Fiume Grande e Fiume Piccolo di Brindisi sorse un contenzioso che si trascinò per secoli tra l’arcivescovo di Brindisi e i monaci

Tra le verdure più gustate dai Salentini: li paparine

LA PAPARÌNA (il papavero)

di Armando Polito

PRIMA PARTE: NOMENCLATURA ED ETIMOLOGIE

Un campo di papaveri costituisce ancora oggi, fortunatamente, almeno nel Salento, uno di quei fenomeni naturali che, al pari del sorriso di un bambino, della sensibilità di un animale, della bellezza di un tramonto e di una donna non ritoccata (ormai il come mamma l’ha fatta è stato soppiantato da come il chirurgo estetico l’ha trasformata e, in più di un caso, ridotta…), mi emozionano e mi commuovono.

Claude Monet, Musée d’Orsai, Parigi

Questo lavoro vuole essere, perciò, un omaggio a questo nostro compagno di avventura sulla Terra e solo alla sua varietà innocua, con tutto il rispetto per le altre (mi riferisco a quelle da oppio) che la perversione umana, in una delle sue innumerevoli contraddizioni (in cui, nonostante la loro da noi presunta inferiorità non incorrono le restanti specie animali) ha fatto assurgere da un lato a rimedio del dolore (e chi, meglio degli animali, conosce le proprietà terapeutiche delle piante?), dall’altro a folle evasione nel tentativo disperato di superare la propria debolezza. Se però, qualcuno conosce il caso di un solo animale non umano morto, dico morto, per aver abusato di qualche erba, me lo faccia sapere. Quella delle droghe è una piaga antica quanto l’uomo e tra le testimonianze del passato sulle innumerevoli varietà del papavero non è azzardato supporre che più di una faccia riferimento proprio a quelle con proprietà profondamente e in qualche caso irriversibilmente stupefacenti. Io mi limito solo a riportarle, lasciando a chi ha la preparazione scientifica, che io non ho,  il compito di riconoscerle.

nome  scientifico: Papaver rhoeas L.

famiglia: Papaveraceae

nome italiano: papavero rosso, rosolaccio

nome dialettale: paparìna

Papaver e rhoeas erano i due nomi usati dai Romani per indicare la nostra pianta (vedi più avanti le relative testimonianze).

Comincio dal primo. Papaver è troppo lungo perché non sia un nome

Gedik Ahmet Pascià e Giulio Antonio I Acquaviva. Breve profilo storico di due uomini l’un contro l’altro armati

Gedik Ahmet Pascià il rinnegato cristiano che divenne Gran Visir alla corte di Mehmet II il Conquistatore

1
Ritratto di Gedik Ahmet Pascià detto Giacometto

 

di Romualdo Rossetti

 

Il nome di Gedik Ahmet Pascià (… – Edirne, 18 novembre 1482) è tristemente ricordato in terra d’Otranto per la ferocia con la quale il 14 Agosto del 1480 ordinò ai suoi uomini di decapitare gli 800 prigionieri idruntini sul colle della Minerva, dopo aver fatto stuprare fanciulle, sgozzare inermi uomini di fede, donne, vecchi e bambini, abbattere ed insozzare i più importanti luoghi di culto cristiani come la chiesetta di San Pietro, la cattedrale e l’antico cenobio basiliano di San Nicola di Casole, segare in due il comandante della guarnigione cristiana Francesco Zurlo, e fatto impalare il boia Berlabei che colpito dal coraggio e dall’eroica e soprannaturale morte di Primaldo Pezzulla, il primo degli ottocento martiri, si era rifiutato di decollarne altri.

Ma chi era in realtà Gedik Ahmet Pascià? Secondo alcune fonti il comandante in capo dell’armata turca conosciuto anche con gli appellativi di Giacometto o Gedik lo sdentato pare non fosse altro che uno dei tanti rinnegati cristiani di origini serbe o greco-bizantine che si erano votati per codardia alla causa dell’Islam. Altre fonti invece, lo dichiarano di discendenza albanese visto che durante una manovra bellica si rifiutò di prendere parte ad una ritorsione nei confronti della città di Scutari che molti cedettero fosse la sua città d’origine. La sua folgorante carriera politica ebbe sicuramente inizio in ambito militare quando in qualità di stratega riuscì a sconfiggere l’ultimo karamanide che ostacolava l’avanzata di Mehmet II in Anatolia, principato islamico che resisteva alle mire espansionistiche degli Ottomani da più di duecento anni.

3
Stemma del Gran Visir della “Sublime Porta”

La sua vittoria contro i Karamanidi nel 1471, permise all’Impero della “Sublime Porta” di conquistare la strategica regione costiera che si affacciava sul Mediterraneo e che aveva reso prospere con le sue rotte commerciali e vie carovaniere le città di Silikke, Mennan ed Ermenek. Ebbe anche numerosi scontri con la flotta veneziana stanziata nel Mediterraneo orientale e fu inviato nel 1475 dal Sultano ottomano Mehmet II a dar manforte al Khanato di Crimea contro le forze genovesi che lo assediavano da tempo. In Crimea conquistò le città di Sudak, Balaclava e Caffa insieme a molte altre fortezze e roccaforti genovesi. Per opera sua capitolarono il Principato di Teodoro con la sua capitale Mangup e le regioni costiere della Crimea. In un’occasione mise in salvo inoltre, Mengli I Giray, il Khan di Crimea dagli attacchi dei Genovesi. Conquistò al soldo del suo sultano la Crimea e la Circassia. Nel 1479 il Sultano Mehmet II gli ordinò di porsi alla guida della flotta ottomana nel Mediterraneo nella guerra contro il Regno di Napoli ed il Ducato di Milano.
Durante questa campagna, si appropriò delle isole di Cefalonia, Santa Maura (Leucade) e Zante (Zacinto).
Dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453, Mehmet II volle considerarsi il legittimo erede dell’Impero Romano, cosa che gli fece credere di poter intraprendere la conquista della penisola italiana per riunire i territori romani sotto la sua dinastia. Dopo un tentativo non riuscito di strappare l’isola di Rodi ai Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, nel 1480 riuscì a conquistare la città portuale di Otranto.
Nel frattempo, nel 1474 Gedik Ahmet Pascià, uno dei primi fra coloro che avevano istruito i Turchi sull’arte della navigazione, era stato da nominato dal suo amato sultano Sadrazam (supremo Visir, carica che terrà fino al 1477) successivamente retrocedette alla carica di “Sançak Bey”, ovvero governatore del sangiaccato di Valona.

2
Ritratto di Maometto II di Giovanni Bellini

La flotta messagli a disposizione per la conquista dell’Italia era imponente. Stando alle varie fonti storiche pare fosse composta da un numero compreso tra le 70 e le 200 navi nominalmente capaci di trasportare tra i 18.000 e i 100.000 uomini: cifre però queste non storicamente confermate ed in continua oscillazione. Per approssimazione, la flotta doveva disporre in fatto di navi da guerra di 90 galee, 40 galeotte e altre 20 navi, per un totale quindi di circa 150 imbarcazioni. È ipotizzabile che la flotta turca trasportasse un esercito di 18.000 uomini. Presa Otranto ordinò ai suoi uomini svariate incursioni lungo la penisola salentina ai danni di numerosissimi villaggi e casali non trascurando di attaccare però città di notevoli dimensioni come Galatina che sotto i suoi assedi rovinò il 7 febbraio del 1481.

La presa di Otranto e le scorribande nel Salento durarono in realtà pochi mesi perché gli assedianti si trovarono, ben presto, senza vettovagliamenti e ripiegarono in Albania con l’intento di riprendere l’assedio con l’arrivo della buona stagione. La morte improvvisa di Mehmet II il 3 maggio del 1481 causata da un complotto di palazzo orchestrato con buona probabilità dal figlio Bayezid II pose Gedik Ahmet Pascià in una posizione abbastanza scomoda tanto che fu posto dal nuovo sultano agli arresti e dopo nemmeno diciannove mesi la morte del suo grande benefattore, fu fatto uccidere ad Edirne il 18 novembre del 1482.

Giulio Antonio I Acquaviva lo sfortunato “defensor fidei” di Don Ferrante d’Aragona che perse la testa per la causa cristiana

Ritratto di Giulio Antonio Acquaviva in veste di condottiero conservato nella sala consiliare del Municipio di Giulianova
Ritratto di Giulio Antonio Acquaviva in veste di condottiero conservato nella sala consiliare del Municipio di Giulianova

 

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VII Duca d’Atri, I Duca di Teramo, XIII Conte di Conversano e di Castro San Flaviano e Signore di Forcella, Roseto e Padula, Giulio Antonio Acquaviva I nacque in Abruzzo nel 1425. Figlio di Antonella Riccardi Migliorati dei signori di Fermo e di Ortonae del famoso capitano di ventura Giosia Acquaviva, VI duca d’Atri.

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Le famiglie di entrambi i suoi genitori appartenevano al più antico patriziato napoletano. Suo padre Giosia aveva ereditato vasti territori lungo il litorale adriatico da parte dei propri predecessori che erano scesi in Italia dalla Baviera con gli Ottoni nel corso del X secolo. Questi vasti possedimenti avevano il loro centro d’irradiazione nel feudo della città di Acquaviva Picena, graziosa città in Abruzzo Ultra, da cui la famiglia acquisì il nome a partire dal regno dell’imperatore Federico II di Hohenstaufen.Gli Acquaviva ricoprirono le più alte cariche sia in campo militare che in quello civile ed ecclesiastico. Le prime scritture risalgono al 1195 con tal Rinaldo sposato a Foresta, figlia di Lione signore d’Atri.

Stemma ducale della Casata Acquaviva
Stemma ducale della Casata Acquaviva

Gli Acquaviva parteciparono, con le proprie milizie alla Crociata del 1185 e, con propri navigli, alla guerra contro l’Imperatore d’Oriente. L’antica prossimità degli Acquaviva con la casata sveva rese inevitabile il forte contrasto con gli Angioini ed i loro vassalli. Un suo avo , Antonio Acquaviva nel 1376 riuscì a sottomettere gli Ascolani che si erano ribellati e fronteggiò con successo anche Lodovico d’Angiò tanto che per riconoscenza, re Carlo III di Durazzo lo nominò suo ciambellano donandogli i possedimenti di San Flaviano e di Montorio col titolo di Conte.Con un’abile strategia e manovra militare, nel 1390 riuscì a penetrare di notte nella città di Teramo uccidendo Antonello della Valle che dormiva nella sua dimora. Il 20 giugno del 1393 ottenne da re Ladislao di Durazzo, dietro pagamento il riconoscimento del possesso di Atri e Teramo. Suo padre Giosia intraprese la stessa strategia alleandosi con Alfonso d’Aragona nella lunga, drammatica contesa per il trono di Napoli. Per questa netta scelta di campo, egli dovette subire periodiche devastazioni delle sue terre da parte degli Sforza, alleati degli Angioini, venendo persino preso prigioniero da questi ultimi dopo la sanguinosa battaglia di Ortona del 1440. Cresciuto in un contesto così violento ed infido il giovane Giulio Antonio I non potette che farsi strada con l’astuzia e la forza delle armi, militando con onore nell’armata del principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini del Balzo.

La sincera devozione verso il suo signore – dimostrata in molti campi di battaglia tra Marche, Abruzzo e Puglia – gli portò in dote la contea di Conversano, acquisita tramite il matrimonio che si celebrò nel 1456 con Caterina Orsini del Balzo, Contessa di Conversano, Signora di Turi, Noci, Castellana, Casamassima, Bitetto e Gioia del Colle, nonché figlia naturale del suo amato principe. Affiancando la politica del suocero, prese parte alla prima congiura dei baroni sconfiggendo il 22 luglio del 1460 presso il proprio feudo di Castello S. Flaviano le guarnigioni reali anche se non potette gioire della vittoria perché ostacolato dalle forze di Giorgio Castriota Scanderbeg. Passò poi a prendere parte all’assedio di Troia e quindi a quello di Andria insieme con Niccolò Piccinino col quale si sforzò di piegare ma invano la resistenza di Francesco del Balzo, padre di Raimondello e fedele a Ferrante d’Aragona. Presa infine la città di di Andria ma fu però sconfitto nel 1462 a Troia.

Successivamente Giulio Antonio I Acquaviva negoziò un trattato di pace tra il suocero e gli Aragonesi, riuscendo ad instaurare così un buon rapporto personale con il nuovo sovrano Ferrante. Nel 1463 tale simpatia gli permise di recuperare alcuni possedimenti di famiglia a Montepagano, e di imporre alla città di Bari un esoso tributo ammontante ad oltre 4000 ducati. Nel 1463, una volta deceduto il suocero, capo ed organizzatore principale della rivolta dei baroni, passò senza preavviso dalla parte del re Ferrante d’Aragona, al quale da allora in poi serbò fede fino alla morte. Ferrante lo accolse con ogni onore, concedendogli il 30 aprile del 1469 la restituzione dei possedimenti di Atri e di Teramo, che erano stati privati a suo padre Giosia.

 Busto in ceramica policroma di Re Ferdinando I d’Aragona detto “Don Ferrante”
Busto in ceramica policroma di Re Ferdinando I d’Aragona detto “Don Ferrante”

Nel 1473 ebbe l’incarico di scortare a Ferrara Eleonora d’Aragona, che andava in sposa ad Ercole d’Este. L’anno successivo fece parte del corteggio di Federico d’Aragona nel viaggio verso la Borgogna, per chiedere la mano di Maria, figlia di Carlo il Temerario. Il 16 settembre del 1477 accompagnò Giovanna d’Aragona da Castelnuovo alla chiesa dell’Incoronata, dove doveva aver luogo la cerimonia della sua incoronazione.

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Con l’interdizione della carriera militare ai nobili, decisa da don Ferrante, il maturo condottiero si stabilì definitivamente nei suoi possedimenti abruzzesi dove pose in essere un’intensa attività artistica e culturale.Questo ritiro fu interrotto per poche settimane solo dalla guerra di Toscana del 1479. Ormai sicuro dei propri diritti feudali, Giulio Antonio I Acquaviva progettò la ricostruzione di molte località del ducato di Atri, diroccate durante le precedenti ostilità tra Aragonesi e Angioini.La prima località ad essere soggetta a tali interventi urbanistici fu la città di Conversano, dove venne ristrutturato l’antico castello medievale che fu arricchito con un’ampia torre a base decagonale e lunghe mura a scarpata, particolarmente ardite dal punto di vista ingegneristico. Il resto del maniero fu invece fortificato con parapettie bastioni a pianta cilindrica che lo fecero divenire un vero e proprio capolavoro dell’architettura militare del tredicesimo secolo. Subirono importanti restauri anche la Cattedrale e il Monastero di San Benedetto, governato spesso nei secoli seguenti da badesse appartenenti alla famiglia ducale Acquaviva d’Aragona.

Giunse poi il tempo della ricostruzione di Atri, con l’edificazione della chiesa di San Liberatore che era stata originariamente cappella votiva degli Acquaviva e l’ampliamento di quella di San Nicola.Fu però l’antico borgo di Castel San Flaviano ad assorbire le massime attenzioni del duca mecenate. Posto sul litorale adriatico dopo la famosa battaglia del Tordino del 25 luglio del 1460 tra le truppe di Francesco Sforza e quelle Niccolò Piccinino, Castel San Flaviano, la residenza degli Acquaviva, fu saccheggiata dai soldati di Matteo di Capua e ridotta in un cumulo di macerie.Invece di ricostruire la città, Giulio Antonio I preferì costruirne una nuova a settanta metri sul livello del mare vicino alla città antica romana denominata Castrum Novum Piceni.

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Stemma d’Aragona

Il 31 maggio1471 Ferrante I re di Napoli emise un proclama mediante il quale autorizzava Giulio Giulio Antonio I Acquaviva a riedificare Castel San Flaviano sul luogo che egli stesso aveva prescelto. Il nuovo nucleo prese da lui il nome di Julia e più tardi quello di Julia nova. Il progetto della cittadella fu affidato dal duca ai famosi architetti Leon Battista Alberti e Francesco di Giorgio Martini che lo terminò nel 1472, ispirandosi agli antichi modelli vitruviani ed ai nuovi criteri di prospettiva e razionalità propri dell’età rinascimentale. I lavori di edificazione si protrassero per più decenni e si presentarono come un’impresa titanica, fortemente voluta dallo stesso duca che più di una volta s’interessò personalmente dell’opera, anche con l’aiuto di persone di sua fiducia, come il suo legittimo primogenito Giovanni Antonio, e Sulpizio altro suo figlio naturale. Il centro abitato originario era racchiuso per intero entro una possente cinta muraria della forma di un quadrilatero irregolare, difeso da otto torrioni di cui uno inserito nel palazzo ducale. L’impianto dell’urbe era di tipo radiocentrico imperniato su un nucleo monumentale costituito dal Palazzo degli Acquaviva, dalla fontana pubblica e dal Duomo di forma ottagonale che dominava l’Adriatico.

Stemma Acquaviva d’Aragona
Stemma degli Acquaviva d’Aragona

La cittadella, progettata per accogliere non più di un migliaio di residenti, ebbe al principio una scarsa popolazione, composta per lo più da immigrati di altri stati italiani o provenienti da alcuni paesi dell’Europa orientale. Nel primo censimento comparivano dieci Albanesi, quattro Croati non ben identificati e tre Greci mentre per quanto concerneva gli Italiani si segnalavano la presenza di ben quindici Lombardi oltre ad alcuni Veneti e Romagnoli, un Ragusino, un Marchigiano ed un solo Abruzzese. La città di Jiulia nova fu il definitivo trionfo di Giulio Antonio I Acquaviva, ormai acclamato non solo per le diverse battaglie sostenute ma anche per le grandiose opere artistiche realizzate durante il suo lungo ritiro professionale.

Uomo d’arme e d’ingegno fu utilizzato più volte da re Ferrante per i suoi fini politici. Nel 1478, riprese le armi e comandò la flotta che sosteneva l’esercito napoletano di Ferrante d’Aragona, che si era unito alla coalizione costituita dal papa Sisto IV contro Firenze e nel luglio dello stesso anno partì alla volta di Genova alla testa di una spedizione armata, in occasione della ribellione genovese contro gli Sforza, di lì attraverso la Lunigiana transitò in Toscana con Roberto Sanseverino, combattendo sotto le mura di Pisa e passando poi a sostenere nel 1479 i Senesi ribelli contro Firenze.

Una volta ritornato alla corte di Napoli per aver guidato e consigliato il duca di Calabria, fratello del re, venne insignito dell’Ordine del Ermellino. Inoltre con privilegio del Re di Napoli del 30 aprile 1479, ricevette l’onore di poter aggiungere al suo cognome il nome di Aragona e di inserire nel blasone di famiglia i colori della nobile casata regia. Una volta occupata Otranto dai Turchi di Mehmet II, fu posto a capo della prima spedizione di millecinquecento soldati mandata per recuperare la cittàportuale salentina.

Stanziatosi con le sue truppe nella piccola città di Sternatia, il 7 febbraio del 1481 saputo della caduta in mano musulmana della roccaforte di Galatina cercò di inseguire le retroguardie turche che ritornavano ad Otranto ma alla guida di un manipolo di suoi fedeli, s’impantanò nelle terre paludose e boschive nei pressi dei casali di Acquarolo (oggi località “Laccu”) e Pulsanello (oggi località “Pulisanu”) a poche miglia dai centri urbani di Muro Leccese e Giuggianello cadendo in un agguato dei Turchi che lo decapitarono in battaglia. La sua testa fu dapprima issata su di una picca e mostrata a sfregio durante gli scontri poi successivamente fu inviata a Costantinopoli come trofeo di guerra.Nonostante vari tentativi diplomatici non fu mai riportata in patria ad alcun prezzo. La leggenda racconta che una volta decapitato rimase in arcione sul suo cavallo che lo riportò privo di testa a Sternatia nel fortilizio da dove era partito con le sue truppe.A vendicarlo ci pensò il figlio Andrea Matteo, che condusse il lungo assedio delle posizioni turche nel Salento sino alla loro resa definitiva.

Il suo corpo fu sepolto, assieme a quello della moglie, nella chiesa di Santa Maria dell’Isola a Conversano, in un momumento funebre opera dello scultore galatinese Giulio Barba.

Ancora dolci salentini. La torta di pasta di mandorla

 

di Massimo Vaglio

 

Ingredienti: 1 kg. di mandorle dolci pelate, 50 gr. di mandorle amare, 800 gr. di zucchero, la buccia di un limone, il succo di un limone, 1 bustina di vanillina pura, uova q.b.

Per il ripieno: savoiardi, elisir San Marzano o similare, cioccolato fondente, marmellata d’arance.

 

Macinate le mandorle insieme alla buccia del limone unitele con tutti gli altri ingredienti e amalgamate il tutto con delle uova, sino ad ottenere un composto facilmente lavorabile. Ricoprite una teglia con carta da forno e fate uno strato sottile con una metà della pasta ottenuta; disponetevi sopra un leggero strato di marmellata d’arancia, il cioccolato fondente sbriciolato ed infine uno strato di savoiardi bagnati nel San Marzano allungato al 50% con acqua. Ricoprite il tutto con il restante strato di pasta e pennellate la torta con un po’ di uovo sbattuto, ponete in forno a 180° finché non vedrete la superficie ben dorata. Fatela raffreddare, quindi toglietela dalla teglia e cospargetela di zucchero a velo.

Lu sanapùddhu (la senape selvatica)

di Armando Polito

nome scientifico: Sinapis arvensis L.

nome italiano: senape selvatica

nome dialettale: sanapùddhu a Nardò, rapèsta a Calimera, Cutrofiano, Galatone, Galatina, Poggiardo, Seclì, Vernole e Veglie; rapìsta ad Aradeo, Bagnolo e Sogliano; lapìstra a Castro e Squinzano; laprìsta a Calimera e Parabita.    

famiglia: Brassicaceae

Tra le specie vegetali spontanee commestibili del Salento occupa un posto privilegiato per il sapore particolare, esaltato da diverse opzioni di preparazione, su cui non sono assolutamente all’altezza per soffermarmi. Con la culinaria (attenzione agli errori di battitura…perché basta che ti sfuggano due spazi  in più  per trovarti in situazioni, almeno per chi, come me, ha ancora gusti “tradizionali”, spiacevoli…) non ho un buon rapporto; sono, però, almeno così dicono, un’ottima forchetta. Ogni tanto indosso pure i panni del divulgatore, come faccio ora, sperando che il Padreterno me la mandi buona. E lo faccio non per apparire come il “dotto” invocato nel post Torre Inserraglio, Salento.  I sanàpi e una ricettina sciuè sciuè del 7 settembre u. s., a firma di Tommaso Esposito, che ho letto solo qualche giorno fa. La sua pubblicazione, evidentemente, era avvenuta in un periodo in  cui il pc era andato in tilt e non ho potuto disporne se non dopo quattro o cinque giorni, un periodo breve ma sufficiente per non tenermi aggiornato con Spigolature salentine, il che la dice lunga sulla sua prodigiosa funzione di sviluppo della cultura non solo salentina. Poi il caso ha voluto che mi imbattessi nel post citato e…eccomi qui.

Cominciamo con l’etimologia. Una volta esclusa la possibilità da parte della pianta di sanare qualche malattia dei polli (i miei polli e galline, per esempio, neppure la guardano) e che, dunque, sia un termine composto da sanare  e puddhi1  (=polli), bisogna enucleare –ùddhi  che è un suffisso diminutivo, come succede, per fare un solo esempio, in crucùddhu=cavalletta, deformazione di *brucùllus, diminutivo del greco brykos, che ha lo stesso significato (il passaggio b->c– dovrebbe essere stato indotto per influsso della c della seconda sillaba).

La voce primitiva, infatti è sanàpi che, a quanto ne so, è usata da alcuni come sinonimo di sanapùddhi (senape selvatica, arvensis nel nome scientifico, da arva=campi), da altri per indicarne la varietà coltivata, entrambe della famiglia delle Brassicaceae (da bràssica=cavolo).

Sènape è uno dei rari esempi di parola italiana che ha conservato l’ accento della parola greca di origine (sìnapi o sìnapu o sìnepu o sìnepi), mentre la dialettale sanàpi ha seguito l’accentazione latina (siccome la della voce greca è lunga, in latino è sinàpi o sinàpe o sinàpis). Il sanare, infine, cacciato, a proposito della forma dialettale,  dalla porta potrebbe rientrare dalla finestra, a spiegare, per incrocio, il passaggio –e->-a-.

Tutte le altre denominazioni dialettali sono figlie del latino rapìstrum=rapa salvatica.

Passo ora agli autori antichi che di quest’erba si sono occupati, cominciando da quelli greci. Le testimonianze più remote, purtroppo, sono costituite per lo più da frammenti giunti fino a noi per tradizione indiretta2, il che pone spesso problemi interpretativi, come di norma succede, in qualsiasi campo,  in assenza di un adeguato contesto. La miniera più ricca in tal senso è certamente l’opera I deipnosofisti (I dotti a banchetto) di Ateneo di Naucrati (vissuto probabilmente tra il II e il III secolo) in cui lo stesso titolo è tutto un programma, perché il banchetto non è assolutamente da intendersi in senso metaforico, sicché si è davanti ad un immenso trattato di culinaria in cui gli chef sono autori di cui non sapremmo pressoché nulla se Ateneo (a loro posteriore di almeno cinque secoli) non avesse genialmente pensato di riunirli per l’occasione e sui vari argomenti non li avesse fatti intervenire con citazioni tratte dalle loro stesse opere. Le erbe in questa piacevole e dotta conversazione hanno, come di dovere, un posto privilegiato e alla nostra è dedicato un lungo passo (IX, 366): “ Essendo stati serviti dei prosciutti e avendo detto uno che sono freddi Vipiano disse:- Dove questo sta scritto e chi ha chiamato la senape (sìnapu) napi (napy)?  Perchè vedo che viene portata nei piatti insieme con i prosciutti (kolèa, di genere femminile)?  So che il prosciutto è chiamato anche così, coscia (koleòs, di genere maschile), con nome maschile e non , come i nostri compaesani ateniesi, solo con un nome femminile. Epicarmo in Megaridecosì dice: -Salsiccia (chordé, di genere femminile), piccola forma di formaggio, vertebre e tra i cibi neppure un prosciutto indicato con un nome maschile  . E nel Ciclope : -Intestini, cibo soave, per Giove!, e la coscia-. O sapientissimi, sappiate da me pure questo, che Epicarmo  diede il nome di salsiccia (chordé) a quello che allora di solito chiamava prosciutto (orýa, di genere femminile). E vedo il sale come condimento in altri cibi…Così nominò la senape (sìnepu) Nicandro di Colofone in Antidoti:  -o anche limatura di rame o senape (sìnepu)-. In Georgiche: -I semi piccanti di senape- e di nuovo: -La senape che ha le foglie nere…-. Crates nei libri sulla lingua attica presenta Aristofane che dice: -Vide la senape (sìnepu) e contrasse il volto-, come disse Seleuco nei libri sul corretto uso della lingua greca. Ci resta poi un carme de I cavalieri che dice: -E vide il napi (napy)-. Nessuno degli abitanti dell’Attica disse senape (sìnapu). Ognuno dei due termini ha la sua ragione. Infatti napi (napy) è come nafi (nafy) poiché è privo (afyès) della natura, insignificante e piccolo, come anche l’acciuga (afýe)4.  (Si dice) senape (sìnapu) poiché nuoce (sìnetai) agli occhi (opas)5col suo olezzo, come fa anche la cipolla, poiché restringe le pupille (koras)6. Il commediografo Senarco in Sciti disse: -Questo male non è ancora un male. La mia figliola è irritata (sesinàpike)7 a causa di una straniera-”8.

Più avanti nello stesso libro Ateneo fa parlare Antippo che ne L‘uomo che si nasconde, da altri autori attribuito non senza dubbi ad Anasippo (IV-III secolo a. C.), così dice: “Il palato dei vecchi ha una differenza: è molto più tardo di quello dei giovani. Ai vecchi servo la senape e  preparo succhi dal gusto aspro perché dopo averli eccitati li riempia di aria“.9

Nicandro di Colofone10  (II secolo a. C.) nel suo Alexiphàrmaca (Antidoti) propone questo rimedio contro l’avvelenamento da funghi che, secondo lui,  sono diventati nocivi per essere venuti a contatto con una vipera o per averne assunto il fiato: “Prendi la testa di un sinuoso cavolo, oppure recidi un rametto di ruta, prendi se è il caso un pizzico di limatura di vecchio rame, getta un po’ di cenere di clematide nell’aceto e trita il tutto; aggiungici piretro o nitro o una foglia di nasturzio, il medo e la piccante senape (sìnepu).“11

Dopo i poeti è la volta dei medici. Dioscoride Pedanio (I secolo d.C.) che così parla dell’olio di senape (sinapèlaion) nel capitolo 38 del libro I della sua opera: “L’olio di senape si prepara dopo aver tritato la senape (sìnepu) ed averla fatta macerare in acqua fredda, con l’aggiunta successiva di olio e spremitura; giova contro i dolori cronici come componente “.12

Oribasio (IV secolo d. C.) dedica al senapismo (vedi nota n.7) l’intero capitolo 13 del libro X della sua opera scritta in greco ma giuntaci nella traduzione latina del V o VI secolo: ”Il cataplasma che si prepara con la senape (sinàpi)  è alquanto efficace perché è consigliato non solo nelle malattie acute. Lo usiamo da solo  nei casi di fiacchezza e stordimento, nelle malattie croniche, per quasi tutte le infermità di lunga durata;  laddove abbiamo constatato che più debole è l’efficacia degli altri rimedi e non in grado di opporsi alla malattia, il senapismo (nel testo sinapìsmus) è efficacissimo. Ma tuttavia in presenza di pus e perdita di liquidi da una lesione che riguardi il fegato non consigliamo il senapismo, neppure in qualche altra ulcerazione che riguardi le parti intime, appunto perché diventano acuti e sono resi feroci dall’asprezza della senape; anzi bisogna guardarsi dall’usarla nelle parti cartilaginee, come nelle orecchie e nelle narici infiammate e ogni qual volta quelle che sono prive di carne e le parti cartilaginee siano annerite;  invece tutte le altre parti del corpo e le malattie croniche traggono giovamento da questo rimedio. I rilassamenti del pene e della vescica ne hanno un grande aiuto e allo stesso modo tutte le parti rilassate. Anche nell’intestino retto rilassato si introduce una pallottola di senape. A coloro che hanno difficoltà di udito un unguento preparato con la senape pestata viene applicato alle orecchie e una volta che la parte abbia in qualche modo percepito l’effetto del preparato, tolto con un panno l’unguento, si lava la parte con idromele. Nel caso in cui la parte è carnosa o meno sensibile si ponga fine  al trattamento solo quando l’infermo sente un violento dolore, la carne è diventata un po’ nera e sollevata rispetto a quella circostante e le vesciche sono leggermente sollevate; per le malattie e per le parti facilmente sensibili bisogna usare la senape più moderatamente, finché la carne non diventi un po’ rossa. Quest’uso moderato non sarà vano se si sarà usato il senapismo sempre un giorno sì e uno no oppure per due giorni, affinché l’uso continuato abbia l’efficacia di un unico robusto trattamento. Certamente c’è un limite per l’uso continuato,  quando le parti trattate e spamate col sinapismo non hanno alcuna senzazione di dolore. Nelle malattie acute raramente applichiamo questo tipo di rimedio: solo in caso di catalessi e in tutti gli altri casi di eccessiva tendenza al sonno, come succede in caso di febbre e di catalessi e di escoriazione che bruci dolorosamente. Procuriamo col senapismo contrazioni alle gambe di coloro che sono eccessivamente soggetti al sonno e in coloro che sentono molto freddo alle gambe e alle braccia. Per il resto la senape vada applicata in uno strato sottile a tutti gli altri dopo aver coperto la parte con un panno di lino. Il senapismo si prepara in questo modo: bisogna il giorno prima macerare fichi secchi in acqua tiepida; il giorno successivo dopo aver strizzato con forza  l’acqua vanno pestati energicamente; a quel punto prendere senape pungente, come è quella della Siria e dell’Egitto, e pestarla da sola versando poco a poco l’acqua in cui sono stati macerati i fichi perché così si amalgama meglio. Poi si formino due ammassi , uno di fichi, l’altro di senape. Il senapismo sarà più energico se aggiungeremo due parti di senape ad una di fichi,di media forza se sarà preparato con due parti uguali; se poi riesce poco forte aggiungeremo un terzo di senape due terzi di fichi. Si usa spalmato sul lino o su un panno qualsiasi. La parte cui si deve applicare il senapismo prima dev’essere prima spalmata di nitro, poi va applicato il cataplasma e il tutto va protetto con una fascia. Il senapismo va usato al sole o in una casa esposta al sole e preferibilmente prima del bagno. Non si può determinare a priori quanto deve essere lasciato poiché alcuni ne sentono l’efficacia prima, altri dopo. Perciò spesso bisogna osservare la parte per vedere se si è sufficientemente arrossata. Se dopo un lungo tempo  il senapismo applicato non agisce, imbevuta di acqua calda una spugna e collocatala nel panno in cui c’è il cataplasma, bisogna riscaldare la parte. Una volta usato più che a sufficienza il senapismo, il malato sia condotto al bagno e, lo si bagni tutto perchè si rilassi moderatamente, comprese preferibilmente le parti alle quali è stato applicato il senapismo; queste però non siano unte e se il malato sembra sopportarlo lo deve sopportare ed entrare di nuovo nel bagno ed essere bagnato senza, beninteso, essere unto neppure allora. Laviamo pure parecchi senza ungerli fino al giorno seguente. Dopo l’ultimo bagno ungiamo le parti con olio di rose. Se il dolore diventa violento e si sono formate pustole: le parti devono essere trattate con lana imbevuta di acqua e di olio di rose o anche con olio di mandorle misto ad acqua, meglio ancora se invece dell’acqua si usa succo di malva. In coloro che il dolore tormenta, la parte va spalmata con malva ben cotta o da sola o con pane; quando il dolore sarà cessato useremo  un cerotto all’olio di rose con biacca. Gli affetti da sonnolenza e quelli che soffrono di malattie acute devono essere lavati, gli altri ai quali è stato applicato il senapismo li ungiamo con olio e lo stesso facciamo con quelli che hanno carni estremamente delicate. In quelli per i quali usiamo il senapismo non per le parti più superficiali ma per quelle che stanno vicino alla pelle va mescolato alla senape pane reso liscio invece dei fichi. Bisogna sapere anche che se si macera la senape nell’aceto vien fuori un cataplasma più debole, se nell’acqua meno pungente. Coloro che applicano il senapismo alle orecchie devono fasciarle con un panno o con una doppia fascia di lino; se viene applicato ai malleoli bisogna prima ungerli con olio, poi fasciarli con un doppio strato di lino”.13

Passo alle più significative testimonianze degli autori latini. La nostra erba ha l’onore della citazione in due commedie di Plauto (III-II secolo a. C.): “Si macina la scellerata senape (sinàpis) che fa lacrimare gli occhi ancor prima di macinarla”; “Se, per Castore, quest’uomo si ciba di senape non credo che possa essere tanto triste”14.

Ampio spazio le dedica, pure con riferimento alla sua coltivazione, Columella (I secolo d. C.): “In periodo non diverso si piantano anche il cappero, merce da conserviere, le amare enule, le minacciose canne, i serpeggianti cespi di menta e si spargono i fiori dell’aneto dal gradito profumo…“; “La senape (sinàpi) e il coriandro nonché la rucola e il basilico rimangono al loro posto come furono piantati e non bisogna fare altro che letamarli e sarchiarli…Anche le piantine della senape trapiantate all’inizio dell’inverno sviluppano più cime”;  ecco come la senape entra nella preparazione, credo a lunga scadenza, delle rape: “Raccogli rape quanto più rotonde, se sono sporche lavale, con un coltello affilato elimina la corteccia superficiale; poi, come sono soliti fare i conservieri, con una mezzaluna  fa un taglio ad x facendo attenzione a non trapassare la rapa da parte a parte. A questo punto spargi del sale non troppo fino nel taglio e sistema le rape in una catinella o in un vaso di terracotta e, dopo averle cosparse abbondantemente di sale, lasciale trasudare per tre giorni. Al terzo giorno assaggia un pezzo interno di rapa per controllare se il sale ha fatto effetto;  poi, quando ti sembrerà che ciò sia avvenuto, toglile tutte e lavale una per una col loro stesso liquido, oppure, se non ce n’è molto, aggiungi salamoia concentrata e così lavale e poi sistemale in una cesta quadrata di vimini che sia fatta a maglie nontroppo strette ma robuste. Allora posaci sopra una tavola tale che possa arrivare, se è necessario, al fondo della cesta; mettici sopra un grosso peso e lasciale ad asciugarsi per un’intera notte e per un giorno. Fatto questo sistemale in un contenitore di terracotta impeciato o di vetro e spargi senape e aceto fino a che non siano coperte”; ed ecco, infine, la ricetta per preparare un aceto particolare: “Lava accuratamente e passa al setaccio il seme della senape; poi lavalo con acqua fredda e quando sarà ben pulito lascialo a mollo in acqua per due ore, quindi toglilo e pestalo in un mortaio nuovo e ben pulito. Quando sarà stato sminuzzato raccoglilo tutto al centro del mortaio e comprimilo col palmo della mano. Fatto ciò, fai delle incisioni e, messici pochi carboni vivi, versa acqua nitrata perché vadano via il sapore amaro e il color giallo. A questo punto inclina immediatamente il mortaio perché tutto l’umore scorra via, poi aggiungi aceto bianco forte, batti col pestello e filtra. Questo succo è splendidamente adatto a condire le rape. Del resto, se vuoi prepararlo per ogni uso, una volta fatta scolare la senape, aggiungi pinoli freschissimi e amido e pesta accuratamente dopo aver versato dell’aceto. Fa’ il resto come ho detto prima. La senape così trattata potrai adoperarla non solo come salsa piccante ma come qualcosa di particolare; infatti è di una bianchezza eccezionale se è fatta con cura”15.

Per non fare io stesso, oltre che farla fare al fin qui paziente lettore,  indigestione di senape, chiudo con il principe dei naturalisti,  Plinio (I secolo  d. C.): “Nell’equinozio di autunno…si seminano il coriandro, l’aneto, l’atriplice, la malva, il lapato, il cerfoglio che i Greci chiamano pederoto e la senape (sinàpi) dal sapore piccantissimo, effetto di fuoco e molto salutare per il corpo; non ha bisogno di alcuna coltura anche se la cresce meglio quando è trapiantata. Al contrario, una volta che sia stata seminata, non è più possibile eliminarla dal campo perché il seme, che cade subito, subito nasce. La si usa come vivanda cotta in padella in modo che appena si senta il suo sapore piccante. Si cuociono anche le foglie, come per le altre erbe. Ce ne sono tre specie:  una sottile, l’altra simile nelle foglie alla rapa, l’ultima alla rucola. Ottimo seme è quello egizio. Gli Ateniesi la chiamarono napi, altri tapsi, altri ancora saurio”; “La senape, della quale nominammo tre specie tra le erbe coltivate, secondo Pitagora detiene il primato tra quelle la cui forza sale in alto, poiché nessuna più di essa penetra nel naso e nel cervello. Pesta con l’aceto viene applicata ad empiastro contro i morsi dei serpenti e degli scorpioni.  Neutralizza il veleno dei funghi. Contro il raffreddore si tiene in bocca finché non si scioglie o si fa il gargarismo con acqua mista a miele. Viene masticata contro il mal di denti, in caso di malattia all’ugola viene gargarizzata con aceto e miele. È utilissima contro tutte le malattie dello stomaco e dei polmoni. Assunta col cibo rende facile l’espettorazione e viene somministrata anche agli asmatici, nonché col succo di cocomero negli attacchi di epilessia. Purga i sensi e con gli starnuti il capo, mollifica l’intestino, stimola il ciclo mestruale e la diuresi. Si somministra agli idropici, pesta con fico e cumino nella dose di un terzo. Giova all’epilessia e mescolata con aceto e col suo odore rianima le donne soffocate da un attacco isterico, allo stesso modo giova ai letargici. Si aggiunge il tordilio che è il seme del sesili. Se un sonno profondo ha preso i letargici, si spalma con fico ed aceto sulle gambe e sulla testa. Con il suo potere caustico cura i vecchi dolori del torace, dei fianchi, delle gambe, degli omeri e i disturbi che vanno eliminati dal profondo, creando, dopo che è stata  spalmata, delle vesciche. Se la parte è molto dura si applica senza fico e se si ha paura di ustionarsi si utilizza un doppio panno. Si usa contro l’alopecia  insieme con l’argilla rossa, contro la rogna, la lebbra, la ftiriasi, l’impetigine, l’opistotono. La spalmano pure col miele sulle guance screpolate o sugli occhi offuscati. Si estrae il succo in un vaso di terracotta e lo si lascia riscaldare al sole moderatamente. Dal gambo fuoriesce un succo simile al latte che, una volta indurito, cura il mal di denti. Il seme e la radice dopo che sono stati immersi nel mosto vengono pestati e bevuti nella dose che sta in una mano per tonificare la gola, lo stomaco, gli occhi, il capo e tutti i sensi e sono efficaci anche contro la stanchezza femminile. La senape bevuta nell’aceto elimina pure i calcoli. Si applica con miele e grasso d’oca o cera di Cipro come cataplasma sui lividi. Dal seme macerato nell’olio e spremuto si ricava un olio che viene usato contro l’irrigidimento dei nervi e per frizionare i fianchi e le gambe”16.

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Puddhu [dal latino pullu(m)=animale giovane, da cui l’italiano pollo] nel dialetto salentino esiste ma a seconda delle zone designa la larva delle api oppure il salvadanaio di creta (per la somiglianza con la testa di un bambino), non il pollo adulto (jàddhu; per la par condicio, la femmina è iaddhìna) o giovane (jaddhùzzu e , sempre per la par condicio,  puddhàscia).

2 Cioè non presenti in manoscritti recanti parte dell’opera di un autore o la sua opera intera (tradizione diretta), ma solo grazie a citazioni tramandateci da altri autori.

3 Traduco dal testo originale dell’edizione Fragmenta comicorum Graecorum  a cura di A. Meineke, Reimer, Berlino, 1840, vol. III, pag. 624

4 Qui viene stabilito un parallelo etimologico tutto da verificare tra l’aggettivo afyès (da privativo+fyo=produrre, a sua volta connesso con fysis=natura) e il sostantivo afýe.

5 Altra etimologia tutta da verificare: sìnapu sarebbe parola composta dalla radice sin– del verbo sino=nuocere e dalla radice op– di ops=occhio; come proposta sarebbe perfetta se si fosse sviluppato sìnopu e non sìnapu.

6 Approfitto dell’occasione per mettere in risalto un concetto comune al mondo greco e a quello romano. Kore in greco significa ragazza e, per traslato, bambola, figurina, pupilla (per la figurina che vi si vede riflessa); il latino pupìlla(che è diminutivo di pupa=fanciulla, bambola) significa fanciulla minorenne,orfanella, pupilla. Inutile dire che le voci italiane pupillo e pupilla (quest’ultima nel doppio senso di minorenne sottoposta a tutela o soggetta a particolare predilezione,  come per la voce maschile, e di parte dell’occhio).

7 Da sinapìzo=applicare dei senapismi (cataplasma fatto con farina di senape nera impastata con acqua e, per traslato, cosa assai molesta o persona intollerabile). Sui senapismi, comunque, vedi più avanti nel testo.

8 Traduco dal testo originale dell’ edizione Athenaei Deipnosophistai libri XVuscita a Lipsia nel 1868 per i tipi di Tauchnit, pagg. 262-263.

Athenaei…, op.cit., pag. 333.

10 È lo stesso autore prima citato in Ateneo, uno dei pochi del quale abbiamo anche l’opera per tradizione diretta. Facendo il confronto tra il testo originale e la citazione il lettore si renderà conto di quanto sia pieno di rischi, per non dire aleatorio, il campo in cui la filologia si muove. Meno male che almeno la voce che ci interessa è riportata in entrambi i casi nella stessa forma (sìnepu).

11 Vv. 527-533; traduco dal testo originale dell’edizione a cura di M. Bandinio, Ex officina Moückiana, Firenze, 1764, pagg. 238-240

12 Traduco dal testo originale dell’edizione Pedanii Dioscoridis Anazarbei De materia medica tres, a cura di C. Sprengerl, Cnobloch, Lipsia, 1829, tomo I, pag. 52.

13 Traduco dal testo originale dell’edizione a cura di G.B. Rasatio Oribasii Sardiani collectorum medicinalium libri XVII, Aldo, Parigi, 1555, pagg. 174-175.

14 Pseudolus, atto III, scena 2, v. 28; Truculentus, atto II, scena II, vv. 60-61. Traduco dal testo originale dell’edizione M. Accii Plauti comoediae superstites viginti, Davison, Londra, 1823, pagg. 109 e 55.

15 De re rustica,  X, 117; XI, 29; XII, 56; XII, 57. Traduco dal testo originale dell’edizione a cura di G. Scheider, Antonelli, Venezia, 1846, pagg. 601, 679, 803 e 804.

16 Naturalis historia, XIX, 54 e XX, 87.Traduco dal testo originale dell’edizione a cura di L. Domenichi, Antonelli, Venezia, 1844, vol. I, pag. 1799 e vol. II, pagg. 91-93.

Giovanni Antonio Colicci maestro di legname

di Maura Sorrone

 

Figura 1. Nardò, Cattedrale, G. A. Colicci, Madonna Assunta, 1714 (foto V. Giorgino)

Recentemente, gli studi sulla scultura in legno, sostenuti da numerosi interventi di restauro, ci hanno permesso di aggiungere ulteriori tasselli allo sterminato e immenso patrimonio di opere presenti sul territorio salentino; ed è proprio grazie a ciò che altri nomi si aggiungono a quelli dei più conosciuti artisti del legno, svelando intrecci e legami che i documenti finora conosciuti avevano solo suggerito.

È proprio il restauro delle opere che può compensare le lacune documentarie, permettendo, spesso a distanza di molto tempo, di chiarire importanti vicende stilistiche1.

Negli ultimi anni, si è cercato di utilizzare al meglio le nuove tecnologie nel campo della diagnostica2, ma quando ciò non risulta possibile, anche solo un corretto intervento di restauro può permettere una lettura omogenea dell’opera e il più delle volte salvarla dall’incuria e da metodi di scarsa manutenzione utilizzati di frequente in passato.

Tra i casi più noti ci sono le vicende artistiche di scultori come Nicola Fumo e Giacomo Colombo, ai quali spesso, vengono attribuite opere sulla base di una somiglianza stilistica con opere certe, dimenticando però che tale somiglianza è frutto di restauri poco corretti. Ciò ha portato ad accrescere inevitabilmente il catalogo di alcuni artisti a scapito di altri, ancora poco conosciuti, che meritano le dovute attenzioni.

È il caso di Giovanni Antonio Colicci3, scultore di origini romane, documentato negli anni 1692 – 17404, autore di due opere in legno custodite ancora oggi a Nardò, negli ultimi anni recuperate e ripulite da interventi che ne occultavano il valore.

Prima di soffermarci sulle due opere in questione è necessario spendere alcune parole sul Colicci e sulle vicende che lo avvicinarono all’ambiente napoletano.

Il nostro artista, sembra appartenere ad una famiglia di intagliatori romani, che negli anni Novanta del XVII secolo, lavorano nell’Abazia di Montecassino collaborando alla realizzazione del coro ligneo della basilica5.

In questi anni i lavori nel cantiere cassinate impegnano importanti artisti napoletani, tra cui Luca Giordano, Francesco Solimena e Francesco De Mura; dunque la famiglia Colicci era già ben inserita nell’ambiente artistico napoletano; infatti come ha evidenziato Filippo Aruanno, già nel 1699, Giovanni Antonio Colicci realizza due angeli che reggono uno stemma per la Chiesa degli Incurabili di Napoli6.

I documenti pubblicati da Gian Giotto Borrelli7 testimoniano, inoltre, Giovanni Antonio attivo a Napoli a partire dal 1712 come scultore de legnami8, perfettamente inserito nella società napoletana.

E dalla sua bottega sita ante largum Archiepiscopalis Ecclesia9 due anni più tardi, nel 1714, partirono le due belle statue, quella della Madonna Assunta (fig. 1) e il busto di San Filippo Neri (fig. 2) che giungeranno a Nardò per volontà del Sanfelice10. Dunque un’ incarico illustre per il Colicci, al quale, proprio in questi anni, verranno commissionati arredi lignei per monasteri e chiese, e diverse statue, tra cui quella di San Benedetto per la badessa del monastero di San Giovanni a Capua11.

Figura 2. Nardò, Seminario Diocesano, G. A. Colicci, San Filippo Neri, 1714

Tutto questo mentre Antonio Sanfelice aveva già dato inizio all’opera di restyling dell’intera diocesi salentina.

Scontato ricordare l’attività di grande mecenate che il vescovo intraprese, i cui segni, ad ogni modo, sono tuttora visibili12. Interessante porre attenzione sui rapporti del vescovo – committente con gli artisti che da Napoli inviavano le proprie opere nella provincia salentina. A tal proposito, ricordiamo che intenso doveva essere il rapporto del vescovo Sanfelice, tramite il fratello, con Francesco Solimena o comunque con artisti della sua cerchia13, che fruttò alla città di Nardò diverse opere. Proprio questa potrebbe essere la stessa strada che ha portato Giovanni Antonio Colicci, a ricevere degli incarichi da parte del vescovo Sanfelice, mediante l’intervento, anche in questo caso, del fratello architetto14, al quale forse, come ipotizza Borrelli, spetta il disegno delle due opere neretine15.

Purtroppo le sostanziose visite pastorali sono avare di notizie riguardanti i nomi degli artisti, ma è indicativo ricordare che proprio al 1714, anno di commissione delle due statue, risale il rifacimento dell’altare maggiore e l’intero presbiterio della Cattedrale che verrà dedicato alla Vergine Assunta16 mentre a San Filippo Neri, già da tempo venerato in città17, fu intitolato il Seminario diocesano18.

Questi segni testimoniano l’intenzione del vescovo di attuare un vero programma politico19, che anche per la scultura sembra seguire la stessa linea che Galante ha ipotizzato per le pitture dell’Olivieri nella chiesa della Purità20.

Chiarito a grandi linee il clima culturale e accennato ai proponimenti del Sanfelice, possiamo ora soffermarci sulle statue oggetto della questione.

Le due opere sono state di recente restaurate21, e ciò ci permette di avere una lettura omogenea dei manufatti.

Figura 4. G.A. Colicci, Madonna Assunta, 1714, part. della pulitura durante il restauro (foto di Valerio Giorgino)
Figura 3. Nardò, Cattedrale, G. A. Colicci, Madonna Assunta, 1714, prima del restauro

L’intervento effettuato sulla statua dell’Assunta ha ripristinato quella che sembrerebbe essere la policromia originale dell’opera: la tunica rosso – arancio con piccoli motivi floreali, il manto blu che dalla spalla sinistra scende sulla figura, il copricapo color avorio a strisce rosse, che dalla spalla destra scivola con un delicato movimento sulla sinistra.

Prima del restauro la statua si presentava completamente modificata nella cromia (fig. 3 e 4), al rosso della tunica era stato preferito l’avorio, mentre uno spesso strato di sporco e vernice ossidata ricopriva l’intera superficie.

Per realizzare l’opera lo scultore ha utilizzato diversi masselli di legno, lavorati e poi assemblati insieme; con il restauro, è stato possibile constatare la situazione compromessa di tutta la struttura e capire in quali punti sono stati assemblati i pezzi (fig. 5)

L’intera figura, piuttosto grande, presenta la Vergine assisa su una nuvola circondata da teste alate di cherubini, ha le braccia aperte e lo sguardo rivolto verso l’alto.

Il pessimo stato in cui versava l’opera aveva finanche nascosto completamente la delicatezza dell’intaglio, alquanto profondo nelle pieghe del vestito e più dettagliato e minuzioso per ali dei puttini.

Figura 5. G. A. Colicci, Madonna Assunta, part. masselli danneggiati (foto di Valerio Giorgino)

Sappiamo bene che, soprattutto le sculture in legno, sono dei veri e propri oggetti di culto legati alla devozione. Inoltre il legno stesso non aiuta la conservazione e così le statue nel corso dei secoli hanno subito integrazioni e ridipinture. Per questo, molte volte sembra essere inutile e dannoso tentare di riportare le opere al loro stato originario. Per esempio, sul manto blu della Vergine Assunta, si vedono delle stelle, che in origine sicuramente erano realizzate con la foglia oro, forse anche leggermente in rilievo.

Durante l’intervento di recupero della cromia, sono invece state semplicemente dipinte, perché la materia originale era andata perduta totalmente e si dovuto tenere conto del ruolo che l’opera doveva svolgere: cioè quello di essere esposta al culto dei fedeli.

Per quanto riguarda la scultura in legno, infatti, più che per altri manufatti, ci troviamo di fronte quasi sempre a dei veri e propri simulacri, ancora oggi utilizzati come tali.

Il busto di San Filippo Neri, collocato nel Seminario Diocesano, è stato restaurato dalla Soprintendenza BAAAS per la Puglia, anche in questo caso il lavoro di restauro, ha permesso di recuperare interamente la policromia dell’opera.

Il santo, vestito con una dalmatica verde, cosparsa di roselline rosse, ha al centro del petto un incavo che custodisce la reliquia. È raffigurato in una posa alquanto ieratica mentre regge nella mano sinistra il libro della Sacra Scrittura.

La totale compostezza della figura si allenta soltanto in un movimento delle pieghe, che cadono leggere, andando a coprire una parte della base realizzata in finto marmo.

Le ridipinture precedenti occultavano quest’importante particolare che, com’è stato scritto, è un rimando ad una tipologia tipica di tutto il Settecento, che si vede già in un disegno del Solimena per una statua d’argento, raffigurante San Matteo22. Inoltre, anche il modo di realizzare la base a finto marmo è una pratica piuttosto diffusa nel Settecento; ritroviamo precise indicazioni a riguardo in un documento per la commissione di una statua di San Francesco di Sales scolpita da Giovanni Antonio Colicci23.

Gli studi, soprattutto negli ultimi anni, hanno ricostruito la biografia dell’artista, ampliando il catalogo con opere certe24.

Figura 6. G. A. Colicci, Sant’Antonio da Padova, 1736 Lequile (Le)
Figura 7. G. A. Colicci, Sant’Antonio da Padova, part. della pedagna con firma e data

Questo ci permette almeno di abbozzare e riconoscere i dettagli stilistici che egli sembra ripetere nelle sue sculture. Oltre a quel <<lieve e distaccato sorriso>>25 e ai volti ovali, ritroviamo panneggi morbidi e raffinati, che sembrano adagiarsi con delicatezza sulle immagini scolpite quasi a circondarle di grazia leggera, come per esempio nei busti di San Francesco di Paola e di San Giuseppe col Bambino conservati nella Chiesa Madre di Savoia di Lucania (Pz), e di recente pubblicati26. Qui, come già abbiamo visto nel San Filippo Neri di Nardò, lo scultore ripete la particolarità del panneggio che scende fino alla pedagna.

Anche l’intaglio della barba si ripete, nelle diverse opere, piuttosto simile con linee fitte e regolari, ma ad un esame più attento delle opere, notiamo che la maestria dell’artista permette di caratterizzare al meglio i personaggi scolpiti. Infatti, per quanto riguarda il busto di San Francesco citato in precedenza, Giovanni Antonio Colicci, oltre ad evidenziare <<la condizione di eremita del Santo con rughe profonde>>27, rende la barba con linee più nervose e ondulate che terminano in ricci mossi e vivaci, differente dall’intaglio che vediamo nella barba di San Giuseppe o di San Filippo Neri: qui entrambe le figure mostrano un intaglio della barba più regolare e ordinato.

Come abbiamo accennato in precedenza, Colicci, non è da annoverare tra gli scultori più conosciuti, per diverse vicende, tra cui la trascrizione, spesso scorretta, del suo cognome che ha generato non poche confusioni tanto da intendere la firma sul busto di Sant’Antonio da Padova (figg. 6 e 7) della Parrocchiale di Lequile28 frutto di una inesattezza nel ridipingere l’intera opera29.

Il busto del santo di Padova, è citato da Foscarini che nel 1941 ne riporta nome dell’autore e data di esecuzione30.

Purtroppo l’opera non è in buone condizioni: la delicatezza dell’intaglio è vistosamente occultata da numerose ridipinture e anche il legno è danneggiato dai tarli, per questo è difficile poter fare un confronto critico con altre opere dello scultore. Ciò nonostante, possiamo riconoscere anche in quest’opera particolari che sembrano ormai essere tipici del Colicci: il solito lembo di panneggio che scende fino al basamento, anche qui realizzato a finto marmo, e più in generale le fattezze delle mani, il volto tondo, gli occhi grandi e le pieghe morbide del saio, sebbene il tutto appesantito dalle ridipinture. Elementi che si ripetono in un’opera pubblicata di recente. Mi riferisco al San Filippo Neri di Cassano Murge, segnalato nel 2010 da Clara Gelao31.

Il santo è rappresentato qui a figura intera e sulla base sono presenti firma dell’autore e data di esecuzione.

Ad ogni modo, sembra essere giunto il momento di dedicare a Giovanni Antonio Colicci studi più ampi, per il cospicuo numero di opere firmate e datate, che permettono appunto di valutare meglio la sua crescita artistica e i contatti che egli ebbe con artisti e committenti.

Si ringrazia il restauratore Valerio Giorgino per le informazioni fornitemi riguardo il restauro della Madonna Assunta e per le foto numero 1, 4 e 5.

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1 A tal proposito si ricorda il saggio di R. Casciaro, Due botteghe a confronto: intaglio e policromia nelle sculture di Gaetano Patalano e Nicola Fumo, in La statua e la sua pelle, Galatina 2007, pp. 221 – 245, p. 226 – 227: “[…] l’apporto personale dei singoli maestri è un elemento imprescindibile nella comprensione delle opere d’arte e l’individuazione di tale apporto nelle opere autografe […]è l’unico modo per risalire anche ai processi produttivi, all’organizzazione delle botteghe, alla sequenza modello – opera – copia – imitazione”.

2 R. “B. Minerva, Strati pittorici e tecniche esecutive nel restauro di alcune sculture lignee napoletane di età barocca, in Sculture di età barocca tra Terra d’Otranto, Napoli e la Spagna, catalogo della mostra, Lecce 2008, pp. 339 – 349.

3Oltre a problemi di attribuzione dovuti a restauri pesanti, il nome di Giovanni Antonio Colicci non ha avuto fortuna anche perché spesso trascritto in modo errato generando ulteriore confusione.

4 G. Filangieri, Documenti per la storia, le arti e le industrie delle provincie napoletane, vol. 5, Napoli 1891, “Colicci Domenico Antonio di Roma, scultore in legno. Operò nel 1696. Fece lavori di sculture e di intagli all’Organo della Chiesa di Monte Cassino […] . Questi aveva con sé due suoi figli, Giuseppe Salvatore e Giovanni Antonio, il quale ultimo nella sedia all’angolo destro intorno allo scudo, che un guerriero tiene levato, incise il suo nome Jo. Ant. Coliccius faciebat aetat XV.1696”, con bibliografia precedente: A. Caravita, I codici e le arti a Monte Cassino. Monte Cassino, pei tipi della badia, 1869 – 1870, vol. III, p. 391 e segg.

5 A. Caravita, I codici…,1869 – 1870, op. cit. in nota prec., Vol. III, p. 395

6 si veda A. Caravita, I codici… cit. pp. 394 – 395. Il Colicci è poi ricordato in un documento del 1722 come membro della Congregazione dell’Assunta, in G. G. Borrelli, Sculture in legno di età barocca in Basilicata, Napoli 2005, doc.37, pp. 109 – 110.

7G. G. Borrelli, Sculture in legno di età…cit. in nota prec., pp. 109-110.

8 G. G. Borrelli, Sculture…cit., doc. 36, p. 109 “Intus apotheca Gio. Antonio Coliccio sita ante largum Archiepiscopalis Ecclesia eius civitatis [Neapolis], costituiti il canonico Galeotto Gignano patrizio capuano[…] e Giovanni Antonio Colicci scultore de legnami”.

9 G. G. Borrelli, cit. in nota precedente.

10 V. Rizzo, Scultori napoletani tra Sei e Settecento. Documenti e personalità inedite, in Antologia di Belle Arti, Nuova Serie, nn.24 – 25, 1985, p. 29, doc. 11: “A Don Ferdinando Sanfelice, Ducati 15 a Gio. Antonio Celucci, a saldo e final pagamento di una Statua della SS. Vergine Assunta e un mezzo busto di S. Filippo Neri, fatte per il Vescovo di Nardò secondo il pattuito. 27 febbraio 1714”; riguardo la commissione della Statua dell’ Assunta, la notizia è riportata anche nel primo testamento del Vescovo, pubblicato da M. Gaballo, Antonio Sanfelice Vescovo della diocesi di Nardò, in M. Gaballo, B. Lacerenza, F. Rizzo, Antonio e Ferdinando Sanfelice il vescovo e l’architetto a Nardò nel primo Settecento, Galatina 2003, p. 35: “Doniamo alla nostra S. Cattedrale l’altare di marmo che abbiamo fatto lavorare in Napoli con la statua della SS. Vergine Maria Signora Nostra, che aspettiamo da Napoli…” il documento è datato 6 Marzo 1714; e ancora R. Casciaro, Ex vario rum colorum selectis lapidibus: le opere in commesso marmoreo di Ferdinando Sanfelice a Nardò, in Antonio e Ferdinando Sanfelice… cit, Galatina 2003, p. 117 (l’altare maggiore) era tutto di pietre nobili commesse di verde e giallo antico, con una statua di nove palmi della Vergine S. ma assunta in cielo” con riferimento alla Visita Pastorale del Sanfelice, anno 1719, p. 220.

11 G. G. Borrelli, cit… doc. 36, p. 109. Recentemente è stata pubblicata una scheda biografica del Colicci, si veda F. Aruanno,Giovanni Antonio Colicci, in E. Acanfora (a cura di), Splendori del barocco defilato, catalogo della mostra, Firenze 2009.

12 Cfr. M. Gaballo, B. Lacerenza, F. Rizzo, Antonio e Ferdinando Sanfelice, cit… Galatina 2003.

13 B. De Dominici, Vite de’ pittori, scultori ed architetti napoletani, 1846, tomo IV, Vita del Cavalier Francesco Solimena… e de’ suoi discepoli, pp. 405 – 630.

14 L. Galante, Antonius Sanfelicius Episcopus Neritinus Quo Facilius Posteritati Commendaret Pennicillo Esprimi Curavit Anno Domini MDCCXVIII, in Saggi di Storia dell’arte,Roma 2005,pp. 281 – 287, p. 281: “Orientata verso Napoli fu l’azione di Antonio Sanfelice. Pesarono in ciò naturalmente le sue origini napoletane con le inevitabili relazioni che egli intrattenne con l’ambiente artistico della città campana […] il fratello Ferdinando, allievo di Solimena, aveva intrapreso la carriera artistica.

15 G. G. Borrelli, Sculture barocche e tardo barocche in Calabria. Un percorso accidentato, in Sculture in legno in Calabria dal Medioevo al Settecento, Napoli 2009, p.72.

16 E. Mazzarella, La cattedrale di Nardò, Galatina 1982, pp. 72 – 73 “il presbiterio era circondato la balaustra in marmo e terminava con cinque gradini marmorei[…]su ciascuno dei quali si leggeva un rigo della seguente iscrizione: Ad pedes Dominae suae et vivere vult et mori cupit Antonius Sanfelicius dictus neriton. Episcopus Beatissimae Virginis Cappellanus anno a partu Virginis MDCCXIV”; e R. Casciaro, “Ex vario rum colorum selectis lapidibus… cit., in M. Gaballo, B. Lacerenza, F. Rizzo, Antonio e Ferdinando… cit, p. 117.

17 A Nardò esisteva una chiesa dedicata a San Filippo Neri, E. Mazzarella, Per la storia degli istituti di formazione per gli ecclesiastici in Puglia: il seminario di Nardò (1674), in Studi di storia pugliese in onore di Giuseppe Chiarelli, Galatina 1974, p.493 – 525, p. 509 “la chiesa era vicina alle carceri del governatore e alla chiesa di San Giovanni Battista, esattamente nel luogo dove sorgono la chiesa e il conservatorio della Purità”.

18 E. Mazzarella, cit. Per la formazione degli istituti… in Studi di storia pugliese…, op. cit. p. 512 “si giunse al 27 febbraio 1674, quando, essendo già pronti i locali e l’occorrente per la dimora… il vescovo emise la Bolla di costruzione del seminario diocesano sotto il titolo di San Filippo Neri”.

19 Si deve ricordare inoltre, la volontà del Vescovo di riportare nelle Visite Pastorali “epigrafi, stemmi, decori e sculture rinvenute nella diocesi”. M. Gaballo, Antonio Sanfelice vescovo…, in Antonio e Ferdinando Sanfelice…, op. cit. p. 15. Dunque il Sanfelice scelse di rinnovare la diocesi, ma anche di mantenere un legame con il passato, tutelandone le tracce.

20 L. Galante, Antonius…cit p. “Più verosimile è che Sanfelice avesse ritenuto Olivieri, meglio il suo modo di dipingere, soprattutto per quel giusto tono nobilitante, idoneo a dare veste alla sua visione <<politica>> proprio per la vicinanza al Solimena, che evidentemente restava il referente culturale forte”.

21 Rispettivamente il busto di San Filippo Neri dalla soprintendenza BAAAS di Puglia e la statua a figura intera della Vergine Assunta da Valerio Giorgino nel 2000.

 

22 E. Catello, Francesco Solimena e la scultura del suo tempo, in Ricerche sul ‘600 Napoletano, Saggi e documenti 2000, Rubrica per Luca Giordano, Napoli 2001, pp. 7- 17, p. 14 e fig. 10 a pag. 13.

23 G. G. Borrelli, Sculture di età…, cit. p. 110, doc. 39 “A Giuseppe Cuomo doc. dieci per esso al canonico don Nicola Rocco per alt.ti; e per esso a Gio. Antonio Colicci[…]per prezzo e final pag.to di una statua intiera fattali di San Francesco di Sales… con vestito di prelato […] e d.ta base scorniciata in ottangoli con due pezzi d’intaglio inargentati[…]ed il rimanente di color marmoresco[…]”.

24 G. G. Borrelli, Sculture in legno di età…, p. 31 e docc. Nn. 36 – 39, pp. 109 – 110;F. Aruanno, in E. Acanfora (a cura di), Splendori del Barocco…; schede opere n. 82 – 83, p. 158; biografia dell’artista pp. 277 – 278; G. G. Borrelli, Sculture barocche… cit., in Sculture in legno in Calabria… cit. p. 72; C. Gelao, Un’aggiunta alla scultura del Settecento in Puglia: il San Filippo Neri di Giovanni Antonio Colicci a Cassano Murge, in Kronos 13 speciale 2009, scritti in onore di Francesco Abbate, vol. 2, pp. 41 – 48.

25 G. G. Borrelli, Sculture barocche… cit., in Sculture in legno… cit., p. 72.

26 F. Aruanno, schede opere Nn. 82 e 83, p. 158, in Splendori del barocco… op. cit.

27 F. Aruanno, scheda op. n. 83 p. 158, in Splendori del barocco, catologo della mostra, Firenze 2009.

28 Ringrazio il parroco Don Luciano Forcignanò che mi ha permesso di vedere e fotografare l’opera.

29A. Foscarini, Lequile. Pagine sparse di storia cittadina, pubbl. a cura di Gioacchino Ruffo, principe di Sant’Antimo, con illustrazioni di Gino Bolzani, Lecce, Tip. La Salentina, 1941, in 8°, II ed. a cura di M. Paone, Galatina 1976.

30 A. Foscarini, op. cit. in nota precedente, II ed. p. 59 nota 1: Giovanni Antonio Colicci scolpì in legno nel 1726 il busto di Sant’Antonio di Padova, opera che firmò e datò (I altare a sinistra).

31 Gelao, Un’aggiunta alla scultura…, in Kronos 13/2009 op. cit. pp. 41 – 48.

Le quattro stagioni del Salento: un invito a visitarci tutto l’anno

di Pier Paolo Tarsi

Le virtù della terra e della bellezza salentina si possono declinare in modo plurimo, inseguendo il naturale ciclo di stagioni sempre miti e dolci nel corso dell’anno; allo stesso modo si devono delineare possibilità, diverse e alternative, di apprezzare, come viaggiatori o semplici turisti, questo estremo lembo d’Europa. Questo vuole essere un invito a visitarci tutto l’anno, non solo in…

Estate

Verso Sud, assillati dalla calura estiva cittadina, accorrono masse di turisti alla ricerca di refrigerio su soleggiate coste bagnate da mari purissimi, sedotte e incoraggiate da una fresca accoglienza che ha il colore di rosse angurie e di gialli fichi d’india, il ritmo allegro e vitale di notti che pulsano ovunque all’eco dei tamburelli. Le selvagge vibrazioni dei suoni fuggono propagandosi nell’oscurità, al di là delle luci dei falò, presso anfratti di spiagge gialle come il grano e scogliere severe sorvegliate da malinconiche torri, confondendosi infine con i riflussi delle onde quasi placide, nella cui immensità mediterranea si esauriscono placando così l’orgiastico furore da cui sono generate.

C’è da onorare un Bambino…

<Io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo> (Matteo, 28,20)

natale

di Elio Ria

 

Natale! Che bello! Il presepe. La famiglia. I Magi. I Pastori. L’uomo, adesso, è a disagio; escluso:  un anonimo osservatore di un evento; e intorno un mondo appeso tra il nulla e l’incertezza, con l’incombenza di un disegno divino che ogni anno si ripete in celebrazioni e ricordi.

Nessun elemento ostativo verso Colui che nasce in una mangiatoia che è luogo sacro nella commozione collettiva per l’affezione stupita di Maria, lo sguardo incredulo di Giuseppe, la speranza dei Magi, lo stupore dei pastori per il Bambino.

 

Questa famiglia è la più importante  della storia dei popoli. Ma la sovrabbondanza cieca induce nausea e il ritrovarsi di molti davanti alla meravigliosa nascita è un rituale passivo, frettoloso, come a voler significare l’abolizione di ogni idea di dipendenza con l’affermazione invece di un’autonomia assoluta e la negazione di legame. Un gesto consueto di riverenza, e poi basta. Un saluto come fra vecchi amici che non hanno molto da dirsi.

 

La povertà biblica è il distacco dal possesso ma è anche la condizione ideale dell’avvicinamento dello spirito a Dio che non si accontenta della solita liturgia d’incensi. Offrire se stessi a Dio senza condizioni e con il cuore in dono è il gesto sensato e giusto dell’uomo verso Gesù.

I Magi sono lontano, chissà dove; resistono nelle immagini sacre, nei testi biblici; e di quell’oro, incenso e mirra che con devozione donarono al Bambino oggi non v’è traccia. Le mani sono vuote della mirra dal buon profumo e dall’incenso.

C’è da onorare un Bambino con atti grandi e azioni semplici nell’esistenza di tutti i giorni anche quando non c’è grano ma gramigna, riso e dolore. Chiudere finalmente a chiave l’orizzonte dell’egoismo dove tutto deve essere immediato, evanescente ed ergersi dalla palude della banalità e della superficialità affinché le mani ritornino ad essere piene di doni graditi a Dio.

 

Il nostro Presepio

di Emilio Panarese

Il Natale, allora, si sentiva nell’aria e nel cuore, quasi due settimane prima, sin dalla festa dell’Immacolata.
Sin da questa festa – ricordo – io e mio fratello andavamo già raccattando qua e là, negli angoli più remoti della spaziosissima bottega artigiana di mio padre, assicelle di legno e ritagli di compensato di varia forma, e, di soppiatto, occultavamo tutto anche i chiodi, una piccola sega, il martello e le tenaglie in un cantuccio del lungo capannone, dove mesciu Totu Pàssaru se ne stava chino, ore ed ore, diligentemente assorto a verniciare i calessini leggeri come piume.

Bisognava subito darsi da fare, perché in dicembre, nel mese di Natale, i giorni camminano lesti e sono scarsi di luce.

Il presepio grande, che occupava tutta una stanza, quello che nostro padre con quattro colpi di martello magistralmente ci allestiva, quello ricco di pastori alti quanto un braccio, e vivi e parlanti, scintillante di luci e di colori, ci sembrava troppo bello, quasi irreale; noi gli preferivamo quello rustico, fatto con le nostre mani inesperte, sconnesso e traballante e miseruccio, con la sola capanna della nascita, la via tortuosa dei Magi, con le montagne di sprùscini (carbone bruciato) e i pupi de crita, il venditore di fichidindia, la lavandaia, il pastore con le pecore zoppe, il massaru con le ricotte.

Ci attraeva perché era il “nostro” presepio, un presepio fatto di niente, che alle deboli luci di due lumini, con quei rametti di mortella e di ginepro, coi pani di molle muschio, assumeva l’aspetto di un paesaggio vero, l’aspetto delle umili cose godute con trepida gioia.

Stavamo a contemplarlo, specialmente la sera della vigilia, incantati, trasognati nell’ora favolosa della nascita del Bambino, quando con candido, innocente fervore noi si canticchiava giulivi il noto ritornello: «Eccu è nnatu lu Mamminu,/ jancu e rrussu comu milu,/ cu lli rasci de lu sule,/ li dicimu ttre palore…».

Poi di colpo il sogno del viaggio a Betlemme veniva infranto dalla voce della mamma che ci invitava a rientrare, noi riluttanti, in casa… nella casa fragrante di miele e di vaniglia… di fumanti pìttule d’oro e di cartellate cosparse di zucchero e cannella…

 

In «Tempo d’oggi», II (26), 1975

Il latte di mandorla, per palati fini

di Massimo Vaglio

 

Il latte di mandorla, è un’emulsione acquosa ricavata dalle mandorle pelate e triturate con l’aggiunta di zucchero.

È un prodotto tipico diffuso, con qualche piccola variante, un po’ in tutta la Puglia, si consuma quasi esclusivamente nelle vigilie di Natale e in altre feste particolari. E’ tradizione, in queste occasioni, recare in omaggio a qualche famiglia amica o vicina di casa, una scodellina di vermicelli con il latte di mandorla fumanti, che vengono presentati, come l’atmosfera festiva conviene, ben apparecchiati, in una salviettina ricamata. La sua tradizione è antica, e nei secoli scorsi, fra i ceti più abbienti, veniva consumato normalmente a colazione in sostituzione del latte, considerato un alimento plebeo e forse non a torto, viste le precarie condizioni igieniche considerato un alimento igienicamente poco raccomandabile, il suo uso decadde intorno al primo ventennio del secolo scorso, quando venne soppiantato nella colazione delle ragazza bene, dal Vermut o dal Marsala all’uovo con i savoiardi.

Importantissimo fu il suo ruolo nell’evoluzione del gelato, attraverso di questo si passò dai primitivi sorbetti di frutta al biancomangiare, da cui, per arrivare al gelato come lo conosciamo oggi il passo fu breve.

Preparazione

2 Kg di mandorle sgusciate, zucchero q. b. , 5 l d’acqua una stecca di cannella.

Mettete a bagno le mandorle, cambiando spesso l’acqua sino a quando si riescono a pelare con una certa facilità. Tritatele finemente, ponete la pasta ottenuta un poco per volta in un telo a trama larga, fatene un fagotto e immergetelo in una casseruola contenente cinque litri d’acqua molto calda. Lasciatelo per qualche minuto, quindi ritiratelo e strizzatelo per bene. Ripetete l’operazione sino all’esaurimento della pasta di mandorle. Portate ad ebollizione il latte ottenuto zuccheratelo, a vostro gusto e aromatizzatelo con la stecca di cannella. Tradizionalmente  si adopera per cuocervi, in alcune ricorrenze i vermicelli pugliesi, che sono un formato di pasta simile a chicchi d’avena…

 

Bianco mangiare

1 kg e 1/2 di mandorle, 1kg di zucchero, 350 gr d’amido di frumento, 1limone non trattato, 1 stecca di cannella.

E’ una crema, d’antica origine, il cui uso, un tempo molto diffuso è andato via, via perdendosi venendo sostituita dalla più pratica crema pasticcera. La sua riscoperta potrebbe rivelarsi utile nei sempre più frequenti casi d’intolleranza al latte. Utilizzando la tecnica descritta nella ricetta precedente ricavate 4 litri di latte di mandorla. Ponete in una casseruola lo zucchero e l’amido, mischiateli per bene, versate a filo il latte di mandorla, ponete sulla fiamma  e girando di continuo lasciate addensare unendo la scorza del limone. Versate la crema ottenuta in coppette monoporzione e spolverate in superficie con cannella in polvere.

Un antico piatto salentino per la vigilia di Natale

LETTERATURA GASTRONOMICA  

IL BIANCO MANGIARE,

 antica ricetta salentina

 

Nel latte ricavato dalle mandorle, la vigilia di Natale, si cuocevano li  passaricchi di pasta, aggiungendo zucchero e insaporendo, a cottura avvenuta, con molta cannella e manciate di canditi.

collezione privata, ph Nino Pensabene (riproduzione vietata)

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

Venivano nei giorni precedenti il Natale, avvolte nei lunghi scialli e dondolando i fianchi, diventati enormi per via delle gonne arricciate. Arrivavano di prima mattina, ciarliere come le gazze, con un sorriso appena accennato sul viso cotto dal sole: Peppa, Cìa e Ssunta, le tre contadine che, nei periodi di maggiore lavoro, venivano ad aggiungersi alle due domestiche.

Appena arrivate, sgusciavano oltre il cortile, in una stanza grande dalla volta bassa sagomata a spigoli, tanto da sembrare una stella. Più che una stanza poteva dirsi un salone, anche se i lunghi tavoli appoggiati al muro e le vasche di pietra allineate al centro ne limitavano lo spazio.

“San Martino ti cresca il lavoro” si auguravano in dialetto  l’un l’altra prima di cominciare, e si segnavano col pugno chiuso, quasi per completare una cerimonia, un rito che per me, rimasta a curiosare sull’uscio, aveva un certo che di misterioso, un fascino che si sommava a quello del Natale vicino.

Rimanevo con loro, accoccolata su uno sgabello, con la bambola in grembo e gli occhi fissi al loro sfaccendare. Avevo poco più di cinque anni e non mi badavano mentre si raccontavano le loro pene. Parlavano in fretta, quasi a sincronizzare il suono delle parole con i colpi di martello, battuti con decisione sulla corteccia dura delle mandorle.

Quando i tavoli risultavano sommersi da una massa di mandorle schiacciate, si sospendeva il ticchettio, per separare il gheriglio dalla corteccia e versarlo, a larghe manate, nelle vasche di pietra. Poi, attinta l’acqua con le giare di coccio, colmavano le vasche, lasciando le mandorle a gonfiarsi.

collezione privata, ph Nino pensabene (riproduzione vietata)

Uscendo, chiudevano a chiave la porta, come a tutelare una congiura e, a fila indiana, si avviavano in cucina, dove un mucchietto di farina bianchissima era già pronta sulla piattaforma di marmo. Sistemata a cono, con un pozzetto nel centro a forma di cratere, mi dava l’idea di un vulcano pronto per l’eruzione ma, al posto della lava, scorreva acqua tiepida, mentre le mani di Cìa, a scatti nervosi, impastavano a lungo.

Ne veniva fuori una palla di pasta molto densa, dalla quale, con una lestezza invidiabile, a pizzicotti, le donne traevano dei pezzettini che, strofinati fra pollice e indice, assumevano la forma di sottilissimi pinoli. Una specie di chiodini che le donne chiamavano “passaricchi” e che disponevano in un grande staio per farli asciugare.

antiche lucerne, collezione privata, ph Nino pensabene (riproduzione vietata)

Dopo due giorni di sospensione si riprendeva il lavoro, togliendo le mandorle dalle vasche per sgusciarle. Dalla loro camicia marroncino saltavano fuori bianche, lucide, e ammucchiate davano l’idea di una risata aperta, incontenibile. Anche le donne apparivano meno addolorate e attendevano, con una specie di euforia, l’ingresso di Gaetano.

antica bilancia da tavolo, collezione privata, ph Nino Pensabene (riproduzione vietata)

Arrivava sul mezzogiorno, con il suo berretto da campagnolo e la giacca scura dei giorni segnati; se ne liberava subito, arrotolando le maniche della camicia a quadri e sistemando – operazione preliminare – il grande mortaio di marmo sul tavolo centrale. Con un peso di bronzo, si dava poi a pestare le mandorle sino a ridurle in poltiglia. E man mano che il lavoro andava avanti, le donne raccoglievano la poltiglia in sottili fazzoletti bianchi che immersi, così pieni, nell’acqua fresca e strizzati, davano fuori un latte bianchissimo.

In quel latte, la vigilia di Natale, si cuocevano i pinoli di pasta, aggiungendo zucchero e insaporendo, a cottura avvenuta, con molta cannella e manciate di canditi.

Ne veniva fuori un dolce cremoso, gustosissimo, che, certo per via del suo colore, si chiamava “Bianco mangiare”.

Se ne preparava in abbondanza, giacché era uso della famiglia riunire, la notte di Natale, contadini e giardinieri per il consueto cenone di mezzanotte.

Il ritrovo avveniva nella cantina più vasta, quella sottostante al salone delle feste, dove fra botti piene di malvasia e orci ribollenti di “aleatico” si preparava un tavolo lunghissimo, magicamente illuminato da lanterne.

I natali della mia infanzia sono rimasti caratterizzati da quella cena e dal “bianco mangiare”. Più volte, trascinata dal ricordo nostalgico, ho ridato vita alla vecchia ricetta, anche se la turbinosa realtà dell’oggi non consente lunghe soste in cucina.

L’ultima volta l’ho preparato per Peppa. Tornata nella mia terra salentina, me la vidi venire incontro con il viso incartapecorito e negli occhi la distaccata lontananza di chi sta per andarsene. Era la sola a portare ancora la lunga gonna arricciata e a vederla camminare tra lo sfrecciare dei motori e l’irrompere delle ragazze in minigonna, dava l’idea di un fantasma, risvegliato per il compimento di chi sa quale missione.

Mi abbracciò piangendo e continuò a piangere, mentre rivangava i natali del passato. “Vorrei riviverli”, ripeteva.

Non era Natale, ma io volli preparare ugualmente una scodella di “bianco mangiare”, con tanta cannella e tutto un ricamo di canditi.

“Cìa, Ssunta e Ccaitànu no nci sontu cchiùi” (“Lucia, Assunta e Gaetano non ci sono più”) diceva piano “sono morti e io, soltanto io sono rimasta…”!. E si annodava più forte il fazzoletto e si segnava, guardando il “Bianco mangiare” così come si guarda la foto dei propri morti.

Da “L’APOLLO BONGUSTAIO”, ALMANACCO GASTRONOMICO PER L’ANNO 1970, a cura di Mario Dell’Arco (Dell’Arco Editore in Roma).

La Via dicembrina e natalizia a Lecce e nel Salento

 

di Daniela Bacca*

Gli itinerari dicembrini e natalizi a Lecce e nel Salento, sono tra i percorsi più ammalianti ed evocativi della cultura locale.

Ci si incammina nell’intimità dei borghi antichi e dei luoghi di culto, alla scoperta dei simboli e delle tipicità rituali e artistiche, sociali e religiose che fin dall’antichità raccontano il ciclo del calendario liturgico e tradizionale natalizio.

I percorsi tematici seguono originali atmosfere invernali riscaldate da immagini festose ed avvolgenti: la “via delle opere d’arte” che illustrano le storie dei tanti Santi celebrati nel mese di Dicembre ed il “ciclo della natività” di Gesù Bambino; la “strada dei presepi” culturali ed artigianali, di cartapesta, pietra e terracotta, tematici e viventi; il “calendario delle feste” nutrite da riti religiosi e pagani e degustazione di prodotti enogastronomici tipici preparati durante l’inverno ed in occasione delle festività.

Lecce è la “regina” salentina: il suo centro storico sembra un presepe blasonato, addobbato a festa con le sue delicate e raffinate luminarie lungo le strade e le piazze, e con le ghirlande ed i capitelli barocchi che arricchiscono i prospetti dei palazzi nobiliari e le facciate delle Chiese; esposizioni artigianali, mostre tematiche ed eventi musicali e teatrali impreziosiscono le sue scenografie urbane e culturali; le botteghe di cartapesta immerse a modellare e fuocheggiare “pupi” e presepi,  e le prelibatezze dolciarie di pasta di mandorla e cotognate leccese sui banconi dei forni e delle pasticcerie, sprigionano i profumi ed i colori della bontà di un tempo che puntualmente si rinnova ogni anno con  tradizioni storiche e culinarie. Barocco e balocco di gioie autentiche evocano le percezioni  della bellezza e della nascita natalizia.

La Grecìa Salentina è il Natale contadino, un presepe sentimentale che richiama il ritorno ed il ritornello delle storie paesane e fiabesche, delle misteriose leggende folcloristiche e dei “cunti” delle donne con in mano il ricamo del bisogno e del passatempo: suggestivi centri storici e minute “case a corte” ospitano i presepi viventi, animati dai mestieri domestici intorno al focolare dove si impastano la pasta, il pane locale ed i dolci della festa, si cucina la “pignata” e si friggono le “pittule”; nei conventi si respira la spiritualità della Nascita, meditazione candida tra presepi artistici, storici e francescani che si incontrano tra aulici altari, silenziosi chiostri, verdeggianti giardini e sontuose navate; nelle stradine c’è il profumo del fuoco scoppiettante, ancora propiziatorio dei riti simboleggianti il nutrimento ed il rinnovamento, la purificazione e la speranza.

Il Sud Salento ricorda il presepe arcaico incastonato tra le tortuose stradine a labirinto dei centri storici, i muretti a secco e le pietre affioranti delle campagne, ed i belvedere paradisiaci dei “due mari”: incantevoli scorci paesaggistici su pendii e colline, pittoreschi borghi urbani e rurali, e deliziosi angoli marini ospitano rappresentazioni magiche degli uomini sapienti e laboriosi, impegnati nei dolci e faticosi mestieri agresti ed artigianali salentini ; tra i vicoli si respira il clima del silenzio e del lavoro offerti a Dio; nelle Chiese si intonano inni e canti gioiosi tra le immagini dipinte e modellate che narrano le storie evangeliche di Maria e del Bambinello.

I circuiti diversificati della “Via dicembrina e natalizia”, sono articolati e programmati dal 6 Dicembre 2011 al 6 Gennaio 2012 e si differenziano sulla base dei giorni specifici e delle esigenze dei gruppi organizzati e delle scolaresche.

INFO: PolisTurismo – itinerari tematici e visite guidate

polisturismo@libero.it – cell. 340/4054179

* Progettista di itinerari tematici, turistici e culturali; Guida Turistica di AssoGuide regionali di Puglia;  Titolare della Polis Turismo – percorsi a tema e visite guidate

Il presepio in cantina

presepe di Ortelle del 2011, realizzato da Antonio Chiarello

di Giorgio Cretì

Era andato al bosco dello Scravasciu per tagliare qualche ramo di alloro da mettere come sfondo al presepio che sta­va costruendo con i bambini in un ango­lo della cantina, tra la catasta della le­gna e l’angolo della capra. Lo costruiva lì per due motivi: primo perché quello era l’unico spazio disponibile e poi perché in cantina non c’era mai freddo.

Il supporto era costituito da due casse da tabac­co vuote, affiancate e poste contro la pa­rete coperta in molti punti dal salnitro, bianco come zucchero, che, a causa dell’umidità, affiorava dalla pie­tra. Certi ciocchi di ulivo, massicci e pe­santi, si prestavano molto bene per l’ar­chitettura della parte montagnosa del paesaggio e, una volta sistemati, veniva­no ricoperti con carta ricavata da vecchi sacchi di cemento, spruzzata con calce e tempera di vario colore. La stessa archi­tettura prevedeva anche la grotta verso la quale si spostavano le statuine rappresen­tanti i Magi che venivano da lontano, i pastori, i contadini e gli artieri con le loro umili bot­teghe. La parte piana veni­va ricoperta con il velluto, il muschio, pure raccolto nel fitto del bosco dello Scravasciu ed un frammento di spec­chio, ben camuffato, serviva a dare l’idea di un laghetto o di un fiumiciattolo presso cui venivano piazzati gli armenti. I Magi viag­giavano a dorso di cammello e giungeva­no dal sentiero tra le montagne sullo sfondo del quale, tra le frasche dell’allo­ro, si intravedevano alcune palme da dattero, abbozzate su carta da imballag­gio azzurrina. Sopra una grossa radice nodosa e contorta, che era servita per ri­cavare la forma della grotta, era già piantata una stella di latta che comincia­va ad arrugginire.

Era tornato a casa con i rami di alloro ed aveva trovato i bambini che armeg­giavano per conto loro con i ciocchi di le­gna, con una certa difficoltà. Montò

La pasta di mandorla dei salentini

di Massimo Vaglio

Gli ingredienti sono: mandorle pelate e zucchero per la pasta di mandorle; confettura di pere o marmellata di agrumi, faldacchiera, cioccolato fondente e facoltativamente, canditi d’agrumi. La faldacchiera, è una densa crema, ricavata addensando dello zabaione, è ingrediente fondamentale della farcia di parecchi dolci, in particolare di quelli di pasta di mandorla. Per prepararla, ponete in un recipiente svasato dei tuorli d’uovo freschissimi e un uguale numero di cucchiai di zucchero. Lavorateli a lungo con una frusta fino ad ottenere una crema gonfia e spumosa, versatela in una casseruola o meglio in un polsonetto e ponetela a cuocere a bagnomaria girando di continuo con un cucchiaio di legno sino a quando, sollevando lo stesso, la crema che cadrà filando, scriverà, ovvero formerà sulla superficie della crema, un cordone che rimarrà ben visibile per qualche istante. Una volta raffreddata, potete addizionarla a piacere, con della bagna tipo Benevento.

Macinate le mandorle con un uguale quantitativo di zucchero stemperate con un poco d’acqua e mettete a cuocere il tutto in una casseruola a fuoco moderato, sino a quando l’impasto si stacca dalle pareti della stessa. Quando l’impasto è freddo, stendetelo con il matterello sino allo spessore di circa un centimetro e foderale lo stampo in gesso a forma d’agnellino accovacciato o di pesce, precedentemente spolverato di zucchero a velo. Farcite con la marmellata, pezzetti di cioccolato fondente e faldacchiera. Ricoprite con altra pasta di mandorle e capovolgete su vassoi in cartone per alimenti o cestini di legno, quindi decorate. Per decorare l’agnellino, utilizzate della pasta di mandorle stemperata con albume d’uovo che facendola passare  attraverso il beccuccio zigrinato di una siringa per pasticcere, produrrà un decoro piacevolissimo ed efficace, in quanto molto simile ad un vero vello d’agnello. Applicate la faccia dell’agnellino, (si acquistano nei negozi di articoli per pasticcerie, di varie misure) e completate con confettini argentati, nastrino, la classica bandierina recante i simboli della Pasqua e ricoprite con un foglio di cellophane trasparente.  L’agnellino di pasta di mandorle, è un dolce tipico della Pasqua.

Per Natale, invece, con gli stessi ingredienti e con lo stesso procedimento si realizza il pesce. L’agnello, nella simbologia cristiana, rappresentano il sacrificio di Cristo; il pesce, Cristo e la ragione.

Questo dolce, in entrambe le forme, viene confezionato dalle suore del Monastero benedettino di san Giovanni Evangelista di Lecce almeno dalla fine dell’ottocento e viene per la sua squisitezza richiesto in tutt’Italia e anche all’estero. Per molto tempo questo dolce per la sua prelibatezza e per l’elevato costo era detto: “tuce te li signori” dolce per signori.

Da almeno 50 anni viene preparato nella quasi totalità delle pasticcerie di Lecce e Provincia.

Metereologia salentina e celebrazione dei Santi, dall’8 settembre a Natale

da un vetrino a coppia stereoscopica (per gentile concessione di Nino Pensabene)

CULTI MAGICO-RELIGIOSI  NEL SALENTO  FINE OTTOCENTO

TI LA MMACULATA

L’ACQUA SERVE SULU PI LLI PUCCE

 

 Le celebrazioni dei santi come termini convenzionali di riferimento meteorologico in una strumentale emissione di volontà collettiva e l’accanita ricerca di segni a carattere divinatorio.

 

 

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

(…) Dal niente al troppo. Era questa la scomoda altalena della meteorologia salentina, nel cui quadro però, il “troppo” non veniva tanto rappresentato dagli improvvisi nubifragi – statisticamente rari nel Salento -, quanto dalle possibili eccedenze pluviali del tardo autunno, capaci di determinare, con l’impantanamento delle campagne, non solo la crisi economica dei coltivatori (era periodo di semine e di raccolta delle olive), ma soprattutto la disperazione dei sciurnaliéri (giornalieri) che, privati di ogni possibilità di trovare ingaggio di lavoro, soffrivano la fame.

Uno spauracchio che nella frequenza del suo proporsi aveva generato una vera e propria psicosi stagionale, a sua volta convertita, quasi a contrasto propiziatorio, in una sorta di tabella delle piogge da scandire in misura calendariale, ovverosia assumendo le celebrazioni native dei santi come termini convenzionali di riferimento meteorologico. Riferimento che, sia pure inconfessatamente, voleva adire alla messa in orbita di un condizionamento, la cui sostanza magico-religiosa la si poteva carpire più che dalla valenza delle singole aggiudicazioni, dalla curiosa eterogeneità di significanti espressi dallo stessa scadenzario, nel quale venivano a confluire, unitamente ai sensi di affidamento devozionale, una strumentale emissione di volontà collettiva e l’accanita ricerca di segni a carattere divinatorio.

Tela della Vergine Immacolata e Santi. Per gentile concessione di Nino Pensabene

Appena iniziato settembre, con ancora sulla nuca lo specchio ustorio dell’estate, i contadini cominciavano a parlare di pioggia come di un ospite che avesse già annunziato il suo arrivo, fissandone la data in concomitanza con la festa della Madonna delle Grazie (8 settembre), giorno ritenuto di stura ai doni celesti e perciò quanto mai adatto a segnare l’avvio di quello che era il ciclo di fertilità della terra:

Pi’ lla Matònna ti li razzie,

ssetta li roddhre, scupa la lliàma

e mminti lu limmu sott’a llu canàle,

scuscitàtu ca l’acqua la tiéni an capitàle.

Entro la ricorrenza della Madonna delle Grazie, / sistema i semenzai, scopa la terrazza / e metti la vaschetta sotto il canale di scolo, / sicuro di avere l’acqua già sotto il guanciale.

Pur se attinte al comune canovaccio delle consuetudini contadine e perciò ricche di una certa spontaneità nella scelta, le tre azioni da compiere in sostanza risultano ideologicamente mediate nella sovrapposizione dei simboli, ovverosia finalizzate a rappresentare il passaggio da un presente ancora in debito col passato a un presente già in commistione col futuro: la terrazza da liberare dalle scorie accumulatesi durante  il tempo dell’arsura; la presenza della conca che da vuota deve farsi piena; la sistemazione dei semenzai– momento icastico del rinnovamento nel festoso schiudersi dei germogli -, nel mentre provvedono ad assolvere a quelli che sono gli strascichi della patita sofferenza estiva, si convertono in rituale di accoglienza dell’acqua, peraltro celebrata non in quanto oggetto della speranza, ma come bene già assicurato, prova ne sia che la si dà presente sotto il guanciale, notturno posto di deposito dei risparmi contadini e quindi significante il pieno possesso del tesoro.

Non è infatti difficile notare come il tutto tenda a stabilire un magico processo di decretazione, quasi si voglia, attraverso la forza coercitiva del pensiero, vincere le leggi della fisicità facendole incappare nel tranello di una finzione che vuole dare per conclusa una stagione ancora in attivo.

Malgrado gli alberi di fico fossero ancora carichi di frutti in maturazione e si prevedesse di continuare il lavoro di essiccazione per tutto settembre, li ficalùri (i ficaioli) si imponevano l’aria del disarmo già dai primi del mese, non trascurando di far rimbalzare da campo a campo l’interessato monito:

A Mmatònna rriàta,

furnìta la spaccata…

Stà rrusce lu mmuddhràtu…

ncanìscia lu siccàtu,

ccuégghi lu siccatiéddhru

e lli littére mìntile a ccastiéddhru.

L’8 settembre, / la spaccatura dei fichi è conclusa!… / Si avverte già il crepitìo della pioggia… / ci conviene, pertanto, radunare nella canestra l’ultimo prodotto seccato, / raccogliere da terra quello appassito sugli alberi / e mettere i cannicci a deposito, sistemandoli, come si fa a ogni fine stagione, uno sull’altro a mo’ di castello.

Né diversamente si comportavano gli ortolani di Copertino: pur sapendo che avrebbero aspettato la festa ti li paisàni [1] (19 settembre) per portare al mercato li ponte ti cucùzza (le cimature delle piante di zucca), ritenute una leccornia in quanto raccolte solo una volta all’anno – in concomitanza cioè con l’estirpazione di tutta la coltura -, nell’approssimarsi della festa della Madonna delle Grazie davano già per conclusa la stagione orticola:

La tìa ti li ràzzie

no ffranca la mmuddhràta:

scigghiàmu la pagghiàra

e ffacìmu scapuzzàta.

Il giorno dedicato alla Madonna delle Grazie / non ci rinfranca dalla pioggia: / smontiamo perciò il pagliaio / e, raccogliendo gli ultimi frutti, sradichiamo le piante.

 

A quanti potranno trovare assurda tanta finzione, magari giudicandola incompatibile col rozzo semplicismo campagnolo, facciamo presente che lo spirito d’impostura non era estraneo al comportamentale  dei contadini spesso obbligati dalla necessità a prospettare ai padroni, più precisamente ai fattori, una situazione  – familiare, economica o agricola – diversa da quella reale, all’uopo mendicando la complicità dei vicini e sempre riservandosi la possibilità di cambiarne i termini allorché venivano a mutare le tangenze della loro convenienza.

Ugualmente impotenti di fronte alle forze della natura, trovavano logico ricorrere allo stesso stratagemma, credendo di poter influire sul proporsi della fenomenica meteorologica così come, imbrogliando, condizionavano le decisioni dell’avversario padrone: unica differenza  che questa volta la complicità la chiedevano ai santi, delle cui ricorrenze si servivano come di altrettante chiavi di volta in sintonia con i loro tornaconti. L’avere scelto la festività della Madonna delle Grazie a data della prima pioggia, rientrava in un loro calcolato piano di ipotetica regolamentazione degli avvicendamenti atmosferici, nella convinzione che solo attraverso lo scatto del primo passo le nuvole stabilivano il tempismo dei successivi: un partire col piede giusto, in base al quale – e proprio in virtù di quelle che erano le naturali leggi di avvicendamento fra periodi di sereno e giornate piovose -, una volta piovuto ai primi di settembre, si sarebbe avuto bel tempo durante la vendemmia, il cui travaglio aveva inizio subito dopo la festa di San Giuseppe da Copertino (18 settembre).

Processione di S. Giuseppe da Copertino, 1914. Immagine ricavata da un vetrino a coppia stereoscopica. Collezione Nino Pensabene

Va da sé che simili previsioni erano del tutto aleatorie, nessuno essendo certo che una volta ottenuta la pioggia questa non avrebbe poi continuato a cadere per giorni e giorni, miseramente fagocitando quello scampolo di sereno necessario ai vendemmiatori, nonché a quanti dovevano approntare i campi per la semina delle granaglie. Un’apprensione che, sollecitando al rimedio preventivo, faceva sì che i contadini, appena superata la festa della Madonna delle Grazie, avessero di colpo a cambiare bandiera, incentrando la loro volontà – sino a quel momento evocativa della pioggia – in uno scongiuro orientato a ottenere bel tempo. E poiché la vendemmia, come già detto, si poneva a ruota delle celebrazioni patronali, era proprio a San Giuseppe che si appellavano, coinvolgendolo in un’azione di salvaguardia comprendente festa e campagna:

Ti la paratùra e ddi lu innimàre

Sangiséppu nuésciu no ssi nni pote scirràre.

Della luminaria e della vendemmia / San Giuseppe nostro non se ne può dimenticare.

   L’associazione delle due proposte beneficiarie – luminaria e vendemmia – risultava più che pertinente ai fini atmosferici, e non soltanto perché l’addobbo stradale, per essere l’elemento più fragile della festa, offriva perfetta corrispondenza alla deperibilità dell’uva in caso di gravi intemperie, ma anche per il sottile concatenamento di incomodi che pure una semplice piovuta avrebbe provocato e ai festeggiamenti e ai vendemmiatori.

Per comprendere l’oggettività della concatenazione, occorre rifarsi all’epoca, cioè tenere presente che nell’Ottocento, essendo l’illuminazione elettrica una realtà di là da venire e non avendo il  Salento adottato quella ad acetilene – attestatasi solo ai primi del Novecento -, le luminarie venivano ancora allestite fissando alle arcate di legno – in una composizione a tappeto – dei piccoli bicchieri di vetro variamente colorato, che debitamente riempiti d’olio  e muniti di luminelli venivano accesi dai paratori con un paziente passare di stoppino.

Copertino, Festa patronale 1925. Nell’evoluzione dei tempi l’illuminazione non è più ad olio ma ad acetilene. Lo rivelano i tubicini di conduttura del gas applicati alla luminaria. Collezione Nino Pensabene

A tanta laboriosità di accensione corrispondeva un’altrettanta precarietà di funzionamento, essendo bastevole un semplice piovasco a decretare non soltanto l’immediato abbuiarsi, ma anche l’intransitabilità delle strade addobbate: la pioggia, colmando i bicchieri, faceva infatti traboccare l’olio, macchiando i vestiti di chi si trovava a passare sotto gli archi e, quel che era più grave, rendendo pericolosamente sdrucciolevole il selciato. Un incomodo che durava anche a pioggia finita, convertendosi in vero e proprio ostracismo al passeggio, soprattutto a quello dei contadini, i quali, calzando acchétte cu lli tacce (stivaletti con le suole bullonate), nel contatto fra metallo e pietra unta facilmente finivano stesi per terra.

Analoghe conseguenze si registravano in campagna se la vendemmia si svolgeva sotto la pioggia: nel passa e ripassa fra i filari di vite, il terreno bagnato diventava estremamente viscido, non  offrendo stabile appiglio ai piedi nudi ti li scufanatùri (dei trasportatori) che, già sbilanciati dal peso delle tinéddhre (tinozze) rette sulle spalle, sommavano capitomboli con grave rischio per la loro incolumità e ovvio danneggiamento dell’uva così malamente scodellata per terra. C’è da aggiungere che all’impraticabilità dei terreni faceva riscontro quella dei viottoli e strade sterrate, per cui spesso capitava che i carri pieni d’uva s’impantanassero, richiedendo,  per il loro disincaglio, immani sforzi di uomini e bestie messi insieme.

Alla luce di tanta collimanza e soprattutto tenendo presente la stretta successione dei tempi – inizio di vendemmia a fine celebrazioni – , vien fatto di pensare che i contadini, nel basare la richiesta di protezione sull’abbinamento “paratùra-innimàre”, al di là dell’indiscusso interesse alla buona riuscita dei festeggiamenti, perseguissero un calcolo di opportunistica connessione delle due citazioni, volendo far sì che l’una (luminaria) avesse a risultare il preambolo dell’altra (vendemmia): se infatti avesse piovuto durante i giorni di festa, all’untuosità del selciato avrebbe corrisposto la fanghiglia della campagna, mentre il bel tempo assicurato ai festeggiamenti – qui rappresentati dalla luminaria – si convertiva in terreno asciutto per chi si accingeva a vendemmiare. Un esplicito sfruttamento delle circostanze, che trasferito sul piano morale veniva a configurarsi in manovra di incastro per le buone disponibilità di S. Giuseppe, il quale, dopo aver vigilato sinu all’ùrtimu scungulàre ti nucéddhre (fino all’ultimo sgusciare di noccioline [fino agli ultimi minuti di festa]), e presumibilmente soddisfatto per le onoranze ricevute, non poteva ingratamente uscirsene con un ”Sparàti li fuéchi, ccenca bbole fazza, fazza!” (“Una volta esplosi i fuochi d’artificio, quel che il tempo vuol fare, faccia!”), fregandosene della vendemmia: se per tre giorni consecutivi il paese si trasformava in un “paradiso di suoni e di luci”, lo si doveva in buona parte al contributo economico di pastori e contadini, i quali, abituati com’erano all’obbligatoria  spartizione dei prodotti cu lli patrùni ti stu munnu (con i padroni terreni), si facevano scrupolo di non concorrere personalmente e tangibilmente alla spesa per i festeggiamenti in onore ti lu  patrùnu an celu ti tuttu lu paése (del santo padrone di tutto il paese). Quasi il pagamento di una decima, il cui saldo, per i contadini avveniva proprio durante la vendemmia, quando i componenti del comitato feste patronali imboccavano i viottoli campestri sollecitando i coltivatori – così come d’estate avevano fatto con i pastori per le pezzotte di formaggio – a offrire uno o più panieri d’uva.

Nna stiddhra ti miéru pi llu Santu nuésciu!…” (“Una goccia di vino per il nostro santo!…”), chiedevano con voce stentorea fermando al margine del campo il loro traino con sopra due botti vistosamente contrassegnate da più croci dipinte con la calce; e a ogni vuotata di paniere si facevano obbligo di prendere un grappolo d’uva e sollevarlo verso il cielo, quasi volessero lasciare intendere che S. Giuseppe stava lì, affacciato a conteggiare l’entità dell’offerta. “Bbiùnnali a ccentu vussignurìa…” (“Ricompensali centuplicando, vostra signoria…”), dicevano infatti, dandone per scontata la presenza; e  rifacendosi alla necessità del momento, concludevano pressanti: “E stiénni la manu a ttiémpu ssuttu… ca topu nn’annu ti fatìa, no bbògghia Ddiu àggianu a sprangìre jastìme!…” (“E stendi la mano a trattenere il bel tempo… ché dopo un anno di lavoro, non voglia Dio abbiano motivo di snocciolare bestemmie!…”).

Copertino, vendemmia 1924. Immagine ricavata da un vetrino a coppia stereoscopica. Collezione Nino Pensabene

L’abitudine a minacciare i santi di un possibile ricorso alla bestemmia in previsione di un qualsivoglia accadimento avverso – viziosità della religione popolare, altrove messa in rilievo – in questo caso viene a spogliarsi da ogni sospetto di esagerazione nella causa, suffragata com’è dal fatto che settembre era periodo di rotture atmosferiche, facili a passare dalla semplice piovuta alla catastrofica grandinata. Un peggio che se pure scaramanticamente taciuto per non creare nell’alone evocativo dell’immagine una qualche forza di richiamo, era nel senso e nella destinazione dell’appello, implicitamente intendendo stabilire nella raccomandazione “stendi la mano a trattenere il bel tempo” il più radicale dei fermi all’evoluzione del negativo.

Non a caso fra richiesta di intervento e minaccia di ricorso all’imprecazione scatta la cognizione di causa “dopo un anno di lavoro”, pregiudiziale che nel mentre si fa consuntiva dei sacrifici affrontati, allude a una temuta vanificazione degli stessi, qualificando lo stato apprensivo in paura di completa distruzione dell’uva. Un attestarsi sul problema di fondo – quello degli interessi economici -, del resto implicito nello scongiuro iniziale, non certo esauribile agli incomodi provocati dalla banale piovuta ma chiaramente finalizzato a salvaguardare quello che era il nocciolo e della vendemmia e della festa: il guadagno, appunto.

Dietro l’ostracismo al passeggio, in sé per sé patetico – e diciamo pure alquanto comico -, scattava l’anticipato rientro dei pellegrini, decurtando, se non addirittura azzerando, l’introito dei venditori. E in quei tre giorni di festa, venditore non era soltanto il piazzista venuto da fuori a rizzare la sua bancarella, ma anche la contadina che, collocando sulla soglia di casa uno sgabello con sopra tre fichi e un grappolo di ua rosa (uva da tavola bianco-rosata), invitava i forestieri a entrare e comprare i frutti della sua campagna; o l’artigiana che, sperando di ottenere commesse di lavoro, appendeva agli stipiti della porta – a seconda se era tessitrice, frangiaia o filatrice – un lembo di tela, due fiocchetti di frangia o una matassina di cotone filato. Un intrecciarsi di piccole industrie casalinghe che venivano a saldarsi agli introiti delle improvvisate trattorie, ai contributi pro-festa, alle offerte lasciate in chiesa e – perché no? – all’accarezzata speranza delle ragazze di trovare marito, assillo che le madri fronteggiavano corredando le figlie di un vestito nuovo, magari stentatamente pagato cu ssordi pigghiàti a spiéttu (con denaro preso in prestito) e per la cui restituzione attendevano i risultati della vendemmia.

Nel malaugurato caso di una grandinata, altro che mancato pagamento del vestito! Dopo un intero anno di lavoro non retribuito in quanto svolto nel proprio campo, e privata di quella che sarebbe stata la giusta ricompensa dei sudori, la famiglia si ritrovava sul lastrico, impossibilitata non solo ad assolvere ai debiti contratti nell’attesa del raccolto, ma tragicamente catapultata nel contesto di una miseria in alcuni casi talmente nera da far dubitare circa le possibilità di sopravvivenza. Ecco perché a scongiurare simile catastrofe i componenti il comitato festa patronale si rifacevano all’uso del ricatto: furbamente menzionando il disperato ricorso alla bestemmia erano convinti che S. Giuseppe, interessato come tutti i santi a salvare l’anima dei fedeli, pur di non indurre in tentazione i contadini facendoli peccare, avrebbe soddisfatto le loro suppliche, quella preventiva e quella memorativa, che ripetevano in continuazione mentre vendemmiavano:

Sangiséppu no tti nni scirràre

mantiéni lu tiémpu

pi’ ttuttu lu innimàre.

 

S. Giuseppe non te ne dimenticare; / trattieni il bel tempo / finché tutti abbiano finito di vendemmiare.

 

Richieste che in fin dei conti si riducevano a ottenere solo una breve parentesi di sereno, essendo bastevoli pochi giorni a eseguire il taglio di tutte le uve: a parte l’abbondanza della manodopera, all’epoca il Salento non vantava le odierne estensioni di vigneto, trovando gli agricoltori pari convenienza economica in coltivazioni alternative, quali i seminativi e i ficheti, senza parlare poi degli uliveti, ai cui impianti secolari nessuno si sarebbe mai azzardato di sostituire la vite. “Cinca tàgghia nn’àrriru t’aulìa / scetta nna chésia!” (“Chi taglia [estirpa] un albero d’ulivo / abbatte una chiesa!”), dicevano i contadini a difenderne la sacralità, ben lontani dall’immaginare i sacrilegi che invece furono perpetrati subito dopo la seconda guerra, quando, col sorgere delle cantine sociali e quindi nel miraggio di una redditizia esportazione vinicola, vaste zone furono selvaggiamente disarborate.

C’è da aggiungere che, allora, si coltivavano solo ue nustràli (uve nostrane, cioè vitigni non innestati), capaci di dare qualità, non quantità di prodotto, per cui a fine settembre la vendemmia poteva dirsi conclusa o quanto meno agli sgoccioli. In verità, se qualche ritardo c’era, lo si doveva al caparbio ordine di quei padroni che, dovendo vinificare solo per uso familiare, pretendevano uva ultramatura, spesso cozzando con gli intendimenti dei coloni, il cui credo, in tempo di vendemmia, era solo quello di “manisciàmune mmanisciàmune prima ca rrìanu l’àngili”  (“sbrighiamoci, sbrighiamoci, prima che arrivino gli angeli”).

Nel loro quadro meteorologico, infatti, il 2 di ottobre (festa degli Angeli custodi) era giornata di rientro nel clima piovoso; e questo porsi nuovamente in aspettativa dell’acqua lo si poteva notare già nella mattinata del 27 settembre, quando le donne, convenendo in chiesa per la messa dei SS. Cosimo e Damiano (protettori della salute), si auguravano l’un l’altra: “La casa a mmanu a lli Santi miétici / e lli gnofe a mmanu a ll’Angili ti Ddiu” (“La casa sia affidata ai Santi medici [affinché custodiscano la salute degli abitanti] e le zolle agli Angeli di Dio [affinché non le abbiano a privare dell’acqua]”). Un buttare in avanti le mani nel timore che il bel tempo, una volta instauratosi, non avesse più a finire, in questo caso confermando lo sgradito detto:

Ci l’Angilu no ssi mmoddhra l’ale

no cchiòe fenca a Nnatale.

Se il 2 ottobre l’Angelo non si bagnerà le ali / non pioverà fino a Natale.

 

Previsione preoccupante per l’andamento agricolo, essendo ottobre e novembre gli antonomastici mesi delle piogge, periodo che i contadini, vigili traduttori delle necessità della campagna, definivano ti mpurpamiéntu (di rimpolpamento [nutritizio]), poeticamente immaginando la terra nello stadio della primissima infanzia, quando unico compito – e spettanza – è quello di dormire e succhiare. Dal canto loro avevano provveduto ad assicurare questo nutrimento, spargendo a larghe manate il letame curato nelle concimaie, ma affinché lo stesso penetrasse ingrassando le zolle e raggiungendo le radici delle piante, occorreva la collaborazione delle nuvole, ovverosia l’azione dissolvente della pioggia, in assenza della quale il processo rigenerativo non sarebbe avvenuto, mettendo in serio dubbio la sperata produttività:

Fiàcca nnata si para nnanti

ci ti tutti li Santi

la nuégghia no cchiànge

e lla gnofa no rrufa!…

Cattiva annata si prospetta / se arrivata la festività di Ognissanti / la nuvola non piange / e la zolla non tracanna!…

Luigi Bechi, Raccolta delle olive

Situata com’era il I° di novembre, proprio al centro di quello che veniva ritenuto il periodo delle piogge, la festa di Ognissanti si poneva a data di resoconto della situazione, diciamo pure di verifica dell’ansia insorta un mese prima, cioè quando, ricorrendo la festa degli Angeli custodi, si era paventata la iattura di un asciutto protratto sino a Natale. Ormai non si era più nell’ambito delle ipotesi, bensì dei riscontri oggettivi, al di là dei quali c’erano solo urgenze, venendo inesorabilmente a restringersi il tempo giudicato utile all’impinguamento idrico della campagna. La ricorrenza di San Martino (11 novembre) era vicina e per quella data ogni acquiescenza nell’attesa si intendeva bandita, letteralmente cancellata dal montare di una fretta tradotta in perentorietà di affermazione:

Ti Santu Martinu

la gnofa s’à ttaccàre a lla menna ti la nuégghia

comu lu mbriàcu a lla entre ti la otte.

 

Di San Martino / la zolla deve attaccarsi alla mammella della nuvola / come l’ubriaco si attacca al ventre della botte.

 

     Considerando come questo era l’ultimo dei detti affermanti la necessità della pioggia e senza trascurarne il senso di voluttuosa imbibizione – già espresso nel detto riguardante la ricorrenza di Ognissanti e perciò piuttosto esasperante nella rimarcatura -, vien fatto di pensare che i contadini, nella scelta della data e  più che altro mediante la metafora comparativa terra-ubriaco, intendessero – sia pure in modo indiretto – prefigurare i termini di quella che, nella loro visuale, doveva essere la svolta meteorologica.

Decretando l’immancabilità della pioggia per l’11 novembre, in sostanza concedevano parecchio spazio al pacifico susseguirsi delle precipitazioni, ma nell’istintiva rimonta dell’atavica diffidenza prudentemente cercavano di segnarne  la cessazione ricorrendo, appunto, alla comparazione terra-ubriaco: se da una parte l’ubriachezza relazionava l’avidità del bere, per cui ne usciva esclusa l’immagine limitativa del bicchiere – controfigura dell’isolata pioggerellina -, dall’altra, proprio in virtù dell’ingordo tracannare, scattavano i limiti dell’assorbimento: continuando a bere, l’ubriaco rischiava di vomitare, così la terra, nell’esagerato intridersi, si sarebbe impantanata.

Una deduzione che potrebbe apparire frutto di arzigogolamento, se ad assolvere ogni dubbio di arbitraria interpretazione non concorresse il successivo detto imperniato sul 30 novembre, ricorrenza di S. Andrea Apostolo:

Pi’ Ssantu Ndrea ti li corde

tinne croce fatta;

ca ci nno rria jùtu ti limòne

nni tocca lu maru ti lu fele.

Il giorno di Sant’Andrea delle corde[2] / devi dire “Sia croce fatta [punto e basta]”; / perché se non viene in aiuto il limone [fermo della pioggia] / ci toccherà l’amaro del fiele [vomito, cioè tanta pioggia d’averla a nausea].

 

Ora, premettendo come questi detti, che a noi possono apparire isolati, in realtà si ponevano a tasselli di un mosaico unico, per cui, nascendo concatenati nella significazione, l’uno si prestava a complementarità dell’altro, va sottolineato che quest’ultimo riguardante S. Andrea non aveva esclusiva applicazione agricolo-meteorologica, essendo ampiamente sfruttato dai cantinieri allorché, per una certa etica professionale, si vedevano costretti a rifiutare la mescita agli ubriachi che palesemente non erano più in grado di reggere altro vino. Esortazione-imposizione che accompagnavano appunto con l’offerta di un limone (ne tenevano sempre un cesto pieno sul banco), le cui proprietà antiemetiche e astringenti venivano a rappresentare sia il rimedio pratico, sia la scansione simbolica del punto e basta.

Detto questo, al lettore risulterà chiara – e soprattutto giustificata – l’interpretazione fornita circa il ricorso alla comparazione terra-ubriaco; tanto più se riuscirà a convincersi che i simbolismi popolari – spesso esposti in accozzaglia – non erano riducibili a semplice funzione connotativa, ma erano invece condizioni della decifrabilità stessa dell’esposto, in quanto metro delle effettive denotazioni psicologiche. Un eleggere l’immagine a mezzo di svisceramento della tensione interna, e che, per quanto riguardava il 30 novembre, denunciava un vero e proprio subbuglio negli animi, venendo di lì a due giorni a scattare la ricorrenza di S. Bibiana, giornata pericolosa ai fini meteorologici, gravata com’era dalla scoraggiante affermazione:

Ci chiòe ti Santa Bbibbiana

quarànta sciùrni e nna simàna.

Se piove il giorno di S. Bibiana / pioverà per quaranta giorni e una settimana.

 

     Se in ottobre e novembre l’acqua veniva invocata, compiacentemente  tollerandone anche l’eccesso, con l’attestarsi di dicembre si reclamava un tassativo ritorno del sereno, nel timore che le granaglie già seminate avessero, per il troppo ammollo, a marcire e ponendosi la fretta di iniziare la raccolta delle olive, per la quale occorreva poter contare su un terreno agibile al via-vai dei passi. Ansia che, pur quando veniva brillantemente superato lo scoglio di S. Bibiana, non  si acquietava, tant’è che il 7 dicembre, vigilia dell’Immacolata, ci si impegnava a dire e ridire “Ti la Mmaculàta / l’acqua serve sulu pi lli pucce” (“Il giorno dell’Immacolata / l’acqua serve solo per fare le pagnottelle con le olive”), enucleando, nella laconicità della frase, e la tangenza del rifiuto, e la blandizie devozionale.

Essendo le pucce assurte a emblema del digiuno vigiliare, nominandole si faceva presente alla Madonna la pia disponibilità alla penitenza, implicitamente chiedendole, a contropartita, di appoggiare il rifiuto dell’acqua, peraltro espresso in una forma che oseremmo definire elegante, cioè basandolo su un simbolo privilegiato e facendolo nascere per gioco di antitesi: nel dichiarare l’acqua necessaria solo alla produzione delle pucce, ci si riferiva a quella occorrente per sciogliere il lievito e impastare, operazione per la quale si adoperava solo acqua piovana, essendo quella sorgiva di scarso sollecito alla fermentazione; nel momento però che si tirava in campo la panificazione, automaticamente si entrava nell’aura di quelli che erano i rituali domestici, sicché l’immagine mentale che ne conseguiva escludeva l’acqua piovana come contemporaneità di effetto-pioggia, focalizzata com’era sulla madre di famiglia che, scoperchiando la cisterna – sua o della vicina di casa -, religiosamente vi attingeva ripetendo ad alta voce una delle tante antiche formule di benedizione scrupolosamente trasmesse da madre a figlia. Tirando le somme e tenendo presente che in quel periodo le cisterne erano già colme, si può affermare che nel dire “L’acqua serve solo per le pucce” i contadini intendevano precisare: “La pioggia non serve affatto”.

Dal diplomatico rifiuto all’aperta provocazione il passo era breve; sette giorni appena, quelli appunto che intercorrevano fra la vigilia dell’Immacolata e la ricorrenza di S. Lucia (13 dicembre), al cui approssimarsi i contadini non si peritavano di commentare “Santa Lucia éte pisciacchiàra!…” (“S. Lucia è pisciona!…”), furbamente sperando che la santa, risentita per così irrispettoso epiteto, si impegnasse a smentirlo tenendo lontana la pioggia.

Azzardo curioso nel suo farsi chiave di convincimento attraverso l’offesa, ma non certo unico nella proposizione, poiché se ne trovava copia pressoché conforme il 16 di luglio, quando la Madonna del Carmine veniva definita “La Madonna latra ca pìzzica la ua” (“La Madonna ladra che ruba l’uva”), nell’ingenuo convincimento, appunto, di indurla a moderare i raggi solari che, battendo sui chicchi d’uva ancora troppo teneri, ne provocavano la bruciatura con ovvia decurtazione del raccolto.

E’ chiaro che, pur se anomali nella formulazione, tali detti nascevano per così dire comprovati, traendo origine dal riscontro oggettivo di quelle che erano le climatiche stagionali: se la Madonna del Carmine diventava “ladra”, era perché, essendo piena estate, bastava una giornata di sole più cocente a danneggiare i chicchi in gonfiatura; così come con  S. Lucia, alla quale si dava della “pisciona” perché piscione poteva essere il tardo autunno, spesso caratterizzato da uno snervante rincorrersi di pioggerelle che, si sapeva, erano di preludio a quelle più compatte dell’inverno ormai alle porte.

L’accanimento con il quale i contadini perseguivano lo stralcio di sereno era dovuto in  buona parte a questa consapevolezza, diciamo pure paura dei mesi a venire, a moderare la quale altro non rimaneva che aggrapparsi alla consolatoria previsione scandita a chiusura della tabella calendariale:

Ci uéi bbegna nna bbona nnata

Natàle ssuttu e Pasca mmuddhràta.

Per avere una buona annata / Natale asciutto e Pasqua sotto la pioggia.

Vergine Immacolata nella cappella della “Casa dei Poeti” a Copertino. Per gentile concessione di Nino Pensabene

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[1] Essendo la festa di S. Giuseppe da Copertino (16-18 settembre) frequentatissima da pellegrini che giungevano da tutto il Salento, gli abitanti del luogo, per un senso di ospitalità, l’avevano soprannominata “Festa ti li furastiéri”. Di contrasto, il 19, giornata ritenuta di ponte fra la stanchezza delle celebrazioni e la ripresa della normale attività lavorativa, era festa tutta per loro; festa ti li paisàni, appunto, durante la quale potevano, senza la confusione dei giorni precedenti, fermarsi con calma alle bancarelle superstiti, comprare a minor prezzo, e a sera, sia pure a luminaria pressoché spenta, assistere tranquillamente all’esibizione concertistica di una delle bande rimasta in paese esclusivamente per loro.

[2] Detto “delle corde” per agevolarne la visualizzazione iconografica che lo presentava su una croce decussata, oltre che confitto, legato con più giri di grosse funi.

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Da “TRE SANTI E UNA CAMPAGNA”, Culti Magico-Religiosi nel Salento fine Ottocento, con la collaborazione di Nino Pensabene, Laterza, Bari 1994, pagg. 359-373

Etruschi e Messapi. La stessa origine?

di Maurizio Miglietta

Si può notare una certa relazione tra l’origine del nome Maremma e l’origine del nome Salento. Entrambi i nomi derivano dalle caratteristiche morfologiche del territorio. I territori della Maremma e del Salento sono caratterizzati dalla massiccia presenza di paludi e di acquitrini. I due luoghi hanno poi avuto nel corso dei secoli lo stesso destino, la storia è stata matrigna con le popolazioni autoctone residenti nelle due aree in questione. Comunque è sempre il mare, che ha caratterizzato profondamente le due realtà storico-geografiche. Un’altra cosa, che lega insieme le origini dei due luoghi geografici, è la provenienza delle etnie che popolarono per la prima volta le due zone d’Italia, entrambe le etnie provenivano dal mare. Il Vocabolario Etimologico della Lingua Italia­na di Ottorino Pianigiani fa risalire il nome maremma all’antico francese maremme, l’origine del nome sarebbe però latina, ma­rit’ma, sincope di marìtima, ad indicare una terra sulla riva del mare. Infatti, salta subito all’occhio una certa somiglianza, che può essere colta più dettagliatamente nel brano seguente tratto dal sito http://it.wikipedia.org/wiki/Salento: ” Il toponimo Salento ha origini incerte. Secondo un leggenda deriva dal nome del Re Sale, un mitico re dei Messapi. Il nipote del Re Sale poi, il re messapico Malennio – figlio di Dasumno, avrebbe fondato Syrbar (primo nome della località costiera Roca, che significa Città del Sole), nonché Lyppiae (l’attuale Lecce) e Rudiae.
Uno studio di Mario Cosmai lo farebbe derivare da “salum”, inteso come “terra circondata dal mare”: i Romani, infatti, indicavano con Sallentini gli abitanti delle paludi acquitrinose che si addensavano intorno al Golfo di Taranto[1]. Esattamente dal libro citato: <<Salento in messapico significa “mare” : ce lo conferma Plinio che dice “Salentinos a salo dicto” (cfr. il greco hals,halòs e il latino salum, mare)>>Secondo Strabone, il toponimo deriverebbe dal nome dei coloni cretesi che qui si stabilirono, chiamati Salenti in quanto originari dalla città di Salenzia[2]. L’ipotesi di Marco Terenzio Varrone, invece, è quella di un’alleanza stipulata “in salo”, ovvero in mare, fra i tre gruppi etnici che popolarono il territorio: Cretesi, Illiri e Locresi[3].”

Si può notare una certa relazione tra l’origine del nome Maremma e l’origine del nome Salento. Entrambi i nomi derivano dalle caratteristiche morfologiche del territorio. I territori della Maremma e del Salento sono caratterizzati dalla massiccia presenza di paludi e di acquitrini. I due luoghi hanno poi avuto nel corso dei secoli lo stesso destino, la storia è stata matrigna con le popolazioni autoctone residenti nelle due aree in questione. Comunque è sempre il mare, che ha caratterizzato profondamente le due realtà storico-geografiche. Un’altra cosa, che lega insieme le origini dei due luoghi geografici, è la provenienza delle etnie che popolarono per la prima volta le due zone d’Italia, entrambe le etnie provenivano dal mare.

Si potrebbe pensare a un origine comune dei popoli etrusco e messapico, tanto per incominciare si potrebbe facilmente notare una certa comunanza delle origini, data dalla loro provenienza. Questi due popoli provenivano dal mare, il punto di partenza dal quale si erano imbarcati non si è mai conosciuto con certezza. Questo può essere considerato un punto in comune che mette in relazione i due popoli, e che potrebbe far pensare che magari avrebbero potuto avere le stesse origini. Un altro punto in comune è la mitologia che presenta quasi la stessa origine di alcune divinità dei due popoli. La religione e riti cultuali sono sicuramente un altro punto di contatto, e si può aggiungere a questa serie di analogie anche il culto dei morti, uguale in entrambe le etnie. Ma c’è di più una altra cosa in comune è l’alfabeto, che risulta essere quasi del tutto uguale per i due popoli del mare. Riportiamo qui di seguito un brano tratto dal sito web: http://www.belpaeseweb.it/articolo.asp?di=I+Messapi%2C+Etruschi+di+Terra+d+Otranto%3F&rubrica=Cultura&sezione=Rubriche&id_sezione=5&id_rub=58&id=3892“Le similitudini tra questi due popoli appaiono fin troppo evidenti, non solo nel pantheon, che vede nella coppia sacra messapica una corrispondenza nell’etrusca Aite-Persipnai (sebbene vi fossero anche Mantus e Mania), ma anche nella concezione della morte, della necropoli come vera e propria “città dei morti” distinta da quella dei viventi alla quale era però contigua e nel Mundus etrusco che ripropone la grotta messapica come luogo di passaggio soprannaturale. Anche gli Etruschi veneravano un dio del fulmine, Apulu (l’assonanza con “Apulia” è purtroppo solo suggestiva) ed due dei della superstizione, Tagete e Vetis che avevano caratteristiche simili a quelle di Bes. Anche gli etruschi veneravano infine Artume con le stesse caratteristiche della Thana messapica. Vi è perfino una leggenda che unisce questi due popoli, quella della ninfa Themis, patrona dell’aruspicina, la quale, provenendo dalla Città arcade Pallanzio, ritrovò nella terra dei Messapi il proprio alfabeto, iscritto sulla tavoletta bronzea conservata presso il Tempio di Minerva, e da qui le portò nel Lazio dove formò l’alfabeto latino. Senza addentrasi tuttavia nel campo proprio della linguistica si può notare, suffragati dalla sola mitografia, la sorprendente somiglianza tra l’alfabeto messapico e quello etrusco, dal quale il latino trasse origine e che sarebbe un ulteriore tassello nella conferma della comune origine del celebre popolo che colonizzò la toscana e di quello messapico, accomunati da queste veteres graecas litteras.

Un altro punto di contatto fra le due etnie era l’organizzazione politico-sociale delle loro comunità, riportiamo un’altra citazione tratta sempre dal sio web più sopra riportato: “La più sorprendente similitudine tra questi Messapi ed Etruschi si trova nella loro organizzazione sociale e politica. Come gli Etruschi i Messapi erano infatti organizzati secondo un criterio gerarchico al vertice del quale si situava un’aristocrazia sacra presieduta da un Re, traccia evidente della comune radice indoeuropea. L’unità politica di entrambi i popoli era la città, organizzata urbanisticamente secondo criteri ben precisi, con templi e città di pianta circolare, in perfetta continuità con quelle pre-italiche. Ogni città costituiva un istituzione a sé, indipendente in tutto e con una propria divinità tutelare, alla quale era dedicato un fuoco sacro pubblico, che tutta la popolazione era chiamata ad alimentare, come il fuoco era simbolo dell’unione domestica, il nucleo originario e fondante della società indoeuropea, ossia il clan familiare, fondato sulla natura.

Nel V secolo a.C. i Messapi si unirono in una lega sacra, modellata secondo una struttura tipicamente etrusca, ossia la dodecapoli, nella quale il numero sacro 12 era la cifra della compiutezza (la riduzione di 12 è infatti 1+2=3, numero della perfezione e 3 *4 – numero della terra – è uguale nuovamente a 12) della ricomposizione della totalità originaria, la discesa in terra di un modello cosmico di pienezza e di armonia. La Lega, fondata su un solenne giuramento di fedeltà, fratellanza e reciproco aiuto, non solo mise fine ai dissidi che vi erano stati tra le varie comunità, ma costituì il germe dell’unità politica ed ideale del Salento come entità politica, insomma, il cuore stesso della nostra Identità.”.

A questo punto sarebbe opportuno ipotizzare un’origine comune per le due etnie.

 

Le Panare, Santa Vittoria e Spongano (Lecce)

La nascita e le origini delle “Panare” si perdono nel tempo e sarebbe suggestivo farle risalire alle feste del fuoco che nell’antichità si svolgevano in prossimità del solstizio d’inverno tra cui quella paganissima del Sole Invitto su cui si è poi innestato Natale.

 

LE PANARE

di Giuseppe Corvaglia

Una storia precisa delle “Panare” sarebbe difficile da tracciare e questo lo sa bene chiunque abbia cercato con curiosità appassionata tra le carte (che non ci sono) e nella memoria collettiva della nostra comunità.

E’ innegabile che questa sia una festa propria della cultura contadina e racchiude, probabilmente, i due significati tipici di queste feste: il ringraziamento per il raccolto dell’annata e la propiziazione per il raccolto dell’anno successivo.

La nascita e l’origine delle “Panare” si perdono nel tempo e sarebbe suggestivo farle risalire alle feste del fuoco che nell’antichità si svolgevano in prossimità del solstizio d’inverno tra cui quella paganissima del Sole Invitto su cui si è poi innestato il nostro Natale.

E’ probabile che la nostra festa possa essere annoverata tra quelle che si celebravano per ottenere la benevolenza del Dio Sole e che presentavano come elemento caratterizzante il culto del fuoco come apportatore di salute, benessere, ricchezza e vita.

Le analogie sono innegabili: ad esempio il gesto rituale di raccogliere del fuoco dal falò acconciato dalle “Panare” per portarlo nel braciere di casa propria era non era solo un’esigenza dettata dalle povertà ma un vero e proprio atto propiziatorio (si diceva per devozione) con cui ogni famiglia rinsaldava i suoi legami con l’intera comunità prendendo parte alla prosperità generale.

In altri paesi sono ancora in uso oggi riti del tutto simili dove al centro delle feste invernali c’è il ceppo di Natale o “Confuoco” nome nel quale è messo bene in evidenza il legame fra i vari nuclei familiari della comunità intera.

Un significato analogo va ricercato nel legame tra le Panare e la protettrice Santa Vittoria, legame tenacemente ricercato dalla fantasia popolare fino a cambiare il martirio della giovinetta, che venne trafitta con la spada in un rogo di cui le “Panare” sarebbero il simbolo.

Ho potuto constatare ultimamente la tenacia degli sponganesi nel difendere questa versione ascoltando un adattamento che è un compromesso delle due versioni.

Il racconto ammetteva il martirio tramite la spada ma solo perché le fiamme del rogo rifuggivano dalla Santa. Non c’è che dire: proprio incorreggibili.

Certo da tempo immemorabile su tante “Panare” viene messo un ritratto di Santa Vittoria ed anche il comitato che si occupa della festa del giorno dopo in onore della Santa organizza pure le “Panare”.

Tuttavia un nesso vero e proprio non c’è e lo dimostra il fatto che ancora oggi la messa importantissima con il bacio della reliquia è in contemporanea con il corteo delle “Panare”, per cui partecipare ad una festa significa escludere l’altra. D’altra parte in una festa il cui significato preponderante è quello propiziatorio di favorire un buon raccolto è naturale che trovi spazio una Santa Protettrice così amata e venerata.

A Spongano era tradizione che il 22 dicembre, nel pieno della stagione olearia, ogni frantoio attivo preparasse queste ceste intrecciate appositamente per sostenere un peso discreto, riempiendole con sansa a “paddhrotte” e decorandole al meglio con elementi naturali o, comunque, combustibili come mandarini, arance, festoni d’edera e fiori e bandierine di carta colorata. Così acconciate venivano caricate su un carretto, almeno prima dell’avvento di camion e trattori, e portate la sera in un giro di raccolta per le vie del paese.

Ogni panara, anche se il frantoio era decentrato rispetto al percorso, aveva il diritto di uscire accompagnata dalla musica di una bandinella; la banda andava a prenderla ed essa si metteva in coda al corteo che proseguiva nella raccolta delle rimanenti.

La prima panara era ed è ancora quella della “Casa  cranne” vale a dire del palazzo del barone Bacile, o più precisamente del suo frantoio; e per lungo tempo proprio piazza Bacile è stato il punto d’arrivo del corteo. Non è stato tuttavia l’unico sito utilizzato per l’occasione anzi ve ne sono stati diversi : dalla piazza principale, quando si chiamava piazza Mercato (probabilmente cambiata perché all’epoca troppo piccola) a via Fratelli Rosselli o al largo vicino al Mercato coperto in tempi più recenti.

Il numero delle panare indicava se l’annata era stata buona o grama poiché corrispondeva al numero dei frantoi in attività.

A cavallo degli anni Ottanta le “Panare” hanno conosciuto un momento di scarsa partecipazione: erano infatti poche (molti dei tradizionali frantoi rimanevano inattivi con l’avvento delle moderne mulinove in grado di molire più ulive con costi più bassi) e l’entusiasmo della gente per questa festa si era ridotto in parte per l’uso smodato dei mortaretti che pure, se usati con criterio, fanno parte della tradizione.

E’ in questo periodo che un gruppo di persone, pur non facendo parte di un frantoio ma comunque pratiche del mestiere, decise di fare una sua Panara. Quello che poteva sembrare una rottura della tradizione ha rappresentato invece l’inizio di una partecipazione più attiva da parte della gente del paese.

Nel 1987 il Gruppo di Ricerca e Sperimentazione- musica  popolare –, inserendosi in questo spirito nuovo, ha voluto riproporre la Panara quanto più vicina alla tradizione e l’ha acconciata su un carretto tirato dai suoi componenti, sotto la supervisione di Salvatore Bramato.

Per l’occasione il gruppo in collaborazione con il comitato per i festeggiamenti, ha intrattenuto, con il suo spettacolo di musica popolare, la cittadinanza prolungando ben oltre la festa.

Da qualche anno poi le scuole elementari hanno voluto fare le “Panare dei bambini” che sono una lodevole esperienza didattica e un’occasione per i più piccoli di partecipazione in prima persona.

Dopo quelle esperienze la festa si è andata allargando e la cittadinanza oggi partecipa sempre più attivamente sia acconciando le “Panare”, sia prendendo parte ai vari intrattenimenti che i vari comitati approntano.

In questo modo la Panara è diventata occasione di aggregazione non solo per le varie associazioni ma anche per gruppi di amici o vicini di casa. In questo sembra rivivere l’atmosfera dei tempi andati quando la competizione fra le tante persone coinvolte nel lavoro dei frantoperciò protagoniste di questa festa, poteva portare a risultati lodevoli o a vere e proprie marachelle.

La Panara, infatti non doveva spegnersi e anche dopo che era stata scaricata veniva sorvegliata durante tutta la notte poiché il farla consumare lentamente era indice di maestria.

Si doveva inoltre badare acchè qualcuno non vi gettasse dentro qualche mortaretto con le conseguenze immaginabili.

Oggi la partecipazione è cresciuta ma la maestria non è andata di pari passo: non di rado, infatti, si vedono Panare che inquinano  con il loro  fumo eccessivo dovuto ad una cattiva gestione della fiammella  posta al centro. Il “fuochista” ha a disposizione sul carro due secchi, uno contenente pezzuole imbevute di nafta (combustibile lento) e uno con acqua: le prime servono ad alimentare il fuoco quando minaccia di spegnersi, mentre l’acqua, come si può immaginare, viene usata per temperare gli eventuali eccessi della fiamma.

Oggi l’inesperienza porta ad eccedere con la nafta e a dover correre ai ripari con l’acqua troppo spesso.

La sansa troppo umida, però, provoca a contatto col fuoco, un denso fumo che disturba la festa e può anche arrecare danni alle persone.

Una festa come questa non potrebbe trovare una collocazione migliore se non a Spongano che  in passato è stato un centro dove si effettuava la lavorazione di ogni parte o residuo dell’oliva, dall’olio alla sansa, alla morchia.

Oltre ai frantoi, fino a non molto tempo fa, era operante uno stabilimento per la trasformazione della sansa, progettato dall’ing. Rizzelli, dove veniva distillata la sansa in modo da ottenere l’olio di sansa. Non bisogna poi dimenticare che la sansa veniva pure utilizzata come combustibile non solo per il riscaldamento delle abitazioni ma anche per i forni o per le “carcare” dove si ottengono le pietre di calce.

E’ poi opportuno ricordare l’attività di saponai che era diffusa a Spongano tanto da porlo in concorrenza con S. Pietro in Lamis, altro centro produttore di sapone dalla morchia o dai fondi dei recipienti dell’olio. Il sapone prodotto a Spongano si differenziava da quello di San Pietro non solo perché era duro , mentre quello era quasi liquido, ma anche per l’idrossido usato nel processo di saponificazione: nel nostro paese si usava l’idrossido di sodio (soda) mentre i nostri concorrenti usavano invece l’idrossido di potassio (putassa).

 

 

Pubblicato su Nuovo spazio del 22 dicembre 1994. Anno 12 n°11.

 

Si veda anche:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/12/22/la-festa-delle-panare-a-spongano-ovvero-quando-il-contenitore-prende-il-sopravvento-sul-contenuto/

 

 

Le panare di Spongano per la festa di Santa Vittoria

di Rocco Costantino Rizzo

 

A Spongano resiste la tradizione  delle “Panare” e si rinnova ogni 22 dicembre in occasione della festa di Santa Vittoria.

Purtroppo cominciano a venire meno gli esperti della Panara, per cui ci pare utile rammentare come avviene la sua preparazione.

 

 

Spongano (Lecce). Una delle panare esposte in occasione della festa
Spongano (Lecce). Una delle panare esposte in occasione della festa

La panara o cista è costituita da vinchi di ulivo e canne tagliate perpendicolarmente, in modo da formare degli intrecci robusti e flessibili. I vinchi di olivo sono necessari per la base della panara, per il telaio e per le impugnature: da essi dipendono la robustezza e la finitura della stessa.

Le panare, trai recipienti più comuni della tradizione contadina, avevano utilizzi diversi in base alla capienza, in base alla quale venivano distinti in panari e panareddhri. Entrambi utilizzati nella raccoltadelle olive, dei pomodori, dei fichi e di altri frutti, i secondi si differenziano per avere un’impugnatura più centrale e più grande.

Ancora più capienti erano invece le panare, utilizzate dal popolo per riporvi il pane e le friselle, al momento della consegna a domicilio dopo la cottura nel forno pubblico. A Spongano esse sono strettamente legate ad una singolare tradizione, che i cittadini rievocano in occasione della festività di Santa Vittoria, il 22 dicembre.

Ma come si realizza una panara?

Se ne sceglie una alquanto capiente, il cui tronco di cono capovolto sia ben definito e più o meno simmetrico. Si fissano perpendicolarmente, ai vertici di un trapezio ideale, circoscritto dalla base maggiore della panara, le quattro barre di legno, le varre.

Ho preso come esempio i vertici di un trapezio e non di un quadrato perché, secondo l’esperienza di Salvatore Bramato, costruttore di panare e governatore del fuoco, le varre che servono per sostenere le palme, sistemate in questo modo, permettono un migliore aspetto frontale ed una maggiore comodità al fuochista, che si pone nella parte posteriore.

Ultimato il lavoro di fissazione delle varre con del filo di ferro, si versa nella panara della sansa spriculata (prodotto ottenuto dalla spremitura a freddo di olive mediante mulinova o sansa a paddhrotte sbriciolata), che serve unicamente per zavorrare la panara e darle una solida base, tale da poter reggere l’intero addobbo (anticamente si usava zavorrare anche con pietre o tronchi di ulivo).

La panara con i quattro rami di palma ben fissati
La panara con i quattro rami di palma ben fissati

Si inserisce, quindi, al centro, un tubo o un tronco dal diametro di circa 15/20 cm, in modo tale che le paddhrotte di sansa vengano sistemate attorno al tronco sino ad una certa altezza: ciò fatto, si procede alla rimozione del tronco o del tubo. Questa operazione è necessaria per creare una sorta di camera d’aria che consenta una riserva di ossigeno, da sfruttare per favorire in seguito la combustione. Lo spazio lasciato vuoto dal tronco o dal tubo viene coperto alla base con altre paddhrotte di sansa, quindi si inserisce un cestello (cisteddhru o cistarieddhru), realizzato con fil di ferro, che viene utilizzato come braciere per tutto il percorso.

Il  cisteddhru è preparato con cura dal nachiru o fuochista, così che abbia la certezza che la panara  arrivi indenne: essendo le paddhrotte altamente infiammabili, basta un attimo di distrazione perché prenda fuoco tutta la panara. Il cisteddhru viene comunque occultato sistemandogli intorno altre paddhrotte, che vengono fissate con corde di fìscoli (tappeti circolari di canapa che insieme a dei dischi di acciaio permettono di pressare le olive macinate ed ottenere così l’olio).

A questo punto la panara è pronta per essere piazzata sul mezzo di trasporto (trattore, camion o traìno) e si dà inizio all’addobbo delle quattro palme già fissate. La parte inferiore, generalmente spoglia, viene rivestita con tralci di edera, fiori, ramoscelli d’olivo, e tra le due palme anteriori si colloca l’immaginetta  di Santa Vittoria. Quindi si addobbano i rami con bandierine, palle natalizie, luci, fili dorati, mandarini, arance, secondo il gusto di chi la prepara e che ha tutta la libertà di dare sfogo alla sua fantasia per un migliore effetto scenico.

Spongano (Lecce). Si sistemano gli ultimi addobbi di una delle panare poste sula carro
Spongano (Lecce). Si sistemano gli ultimi addobbi di una delle panare poste sula carro

Durante il percorso del corteo occorre prestare massima attenzione a che il fuoco non si spenga ed è per questo che il nachiro prepara delle bende imbevute d’olio o nafta che, una volta accese, sistema nel cisteddhru. Per evitare che le fiamme si propaghino a tutto l’addobbo si è soliti “addomesticarle” bagnando con acqua le paddhrotte poste intorno al braciere o versandovi del tufo inumidito.

A fine percorso, che coincide con il mercato coperto di Spongano, la panara viene tolta dal mezzo di trasporto; il fuochista tira fuori il cisteddhru e con un bastone rompe le paddhrotte che chiudevano la buca della camera d’aria, favorendo così la combustione.

Le panare bruciano lentamente...
Le panare bruciano lentamente…

La panara resterà dunque accesa sino al suo lento e completo consumo.

 

La “cupeta” dei salentini

di Massimo Vaglio

Gli ingredienti della cupeta sono: mandorle leggermente tostate zucchero e aroma alla vaniglia. Viene realizzata in almeno tre versioni: cupeta nera, (con mandorle integre); cupeta bianca, con mandorle pelate; cupeta macinata, con mandorle pelate e tritate. Si mette lo zucchero nel polsonetto, si bagna con l’acqua in modo che ne derivi uno sciroppo molto denso, si pone sulla fiamma che deve essere abbastanza viva e, quando lo zucchero diviene di un bel colore ambrato, si unisce un analogo quantitativo di mandorle, si mescola bene, si aromatizza con la vaniglia e si sorveglia, mescolando di tanto in tanto. Quando lo zucchero bollendo non genera più schiuma e appare limpido, viene tolto prontamente dalla fiamma onde evitare che superi la cottura (condizione che lo renderebbe amaro) . Si versa il contenuto del polsonetto sopra un tavolo di marmo unto di olio, dove si procede a spatolarlo un bel po’, rivoltandolo ripetutamente con uno specifico utensile che altro non è che una sorta di coltello dalla lama rettangolare  molto allungata, alta e con affilatura appena accennata, che si utilizza a mo’ di spatola. Appena accenna ad indurirsi si stende velocemente e utilizzando sempre il coltello, si rifila ai bordi, in modo da ottenere una forma rettangolare il più regolare possibile. Infine, si taglia la cupeta così ottenuta, a stecche larghe due dita e spesse una.

Ad Otranto non ti senti turista plagiato

di Florio Santini

…A Otranto […] il tono allegro della gente, tuttavia, non concede arrabbiature; se vuoi non importa cosa, vai con fiducia al mercato e […] tra scalini, scale, scalette e scalinate, puoi persino trovare chi t’incornincia i quadri come sempre avevi sperato […]; ad Otranto non ti senti turista plagiato, sei solo un amante della costa, dunque un uomo libero. In definitiva, gli otrantini non vogliono perdere l’antica dignità di abitanti di un’antica terra, per certi viandanti stagionali […] Di cappelle ne ho viste in tutta la Cristianità, ma quelle ossa, quelle tibie, quei teschi sottovetro in Cattedrale sono un insolito, formidabile martirologio; e quella consunta gradinata in pietra secolare, con a lato la moderna, in marmo per i visitatori, che discendono e risalgono verso e dal cuore profondo di Otranto eroica, sembra l’allegoria leggendaria e reale assieme di questa terra bivalente, non abbastanza nota, i cui testi, le cui municipalistiche ricerche meriterebbero d’esser presenti nelle grandi biblioteche italiane…

Si apre una nuova era: quella degli alberi

di Mimmo Ciccarese

 

“Gli alberi hanno pensieri di lunga durata, di lungo respiro e tranquilli, come hanno una vita più lunga di noi. Sono più saggi di noi, finché non li ascoltiamo. Ma quando abbiamo imparato ad ascoltare gli alberi, allora proprio la brevità, rapidità e fretta puerile dei nostri pensieri acquista una letizia senza pari. Chi ha imparato ad ascoltare gli alberi non brama più di essere un albero. Brama di essere quello che è. Questa è la propria casa. Questa è la felicità”

(H. Hesse)

 uliveti

Il “21 dicembre” è in arrivo! Con la profezia ci si concede la facoltà di ritoccare, credere e sognare nuovi periodi. In natura i tempi cambiano, si sa, l’evoluzione non ha limiti, i geni si ricombinano a creare nuove varietà in grado di resistere a eventi traumatici, di ogni tipo, ma non a quelli di una possibile fine dei tempi.

Si dice che saranno contati i luoghi dove si può star tranquilli per passare indenni l’ipotetico default calcolato dai Maya. Che cosa dovremmo aspettarci allora da una possibile fine di un’era? Forse un dialogo più avvincente e profondo che riguardi la protezione del Pianeta, oppure già lo stiamo già condividendo senza essercene mai accorti?

Il presunto“grande tilt” che dovrebbe sconvolgere la condotta umana potrebbe essere vicino, se si analizzano le cause dell’effetto serra e gli studi sul cambiamento climatico lo potrebbero anche convalidare. Gli ecosistemi non possono reggere il peso dell’incoscienza e delle scelte errate, quelle che per intenderci, rimuovono continuamente l’habitat delle nostre verdi vedute.

È proprio questa sottrazione che accresce l’affezione e il desiderio di tutelare un paesaggio, rinforza il senso dell’appartenenza alla terra, solleva trincee e fa nascere gruppi spontanei di tutela dell’ambiente, forum aperti di discussione come germogli possibili di cambiamento.

La causa ecologica dovrebbe essere l’inizio della prossima era, quella che non apparterebbe ad alcuna costellazione, rito o divinità ma semplicemente quella che ci meritiamo attraverso la cultura e il rispetto di ogni essere vivente.

Dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere” (Ghandi) e senza troppi quesiti, dovremmo restituirci alla terra con l’esperienza, perché la demolizione dell’ecosistema non è una questione virtuale, ma è qualcosa di tangibile e di misurabile.

alba tra uliveti
alba tra uliveti

La mia terra è un torace dal cuore generoso, spesso pugnalato, i cui ulivi sono una lenta e silente esplosione della propria origine. Alberi secolari spesso divelti, rassegnati come martiri e castigati dalla scure degli interessi o dell’abbandono agricolo; fotogrammi di un paesaggio dove la questione meridionale e le antiche lotte di conquista contadina sono state già dimenticate.

L’immagine di un ulivo sradicato, sbrancato o incendiato, per qualsiasi motivo, è surreale e apocalittica perché per ogni forma di strappo non decade solo la pianta ma anche la memoria storica di un territorio.

Per ogni lacerazione si smarrirebbero una porzione di cultura, un pregio ambientale, la ricchezza e la biografia di un popolo. Se la linfa degli alberi non fosse trasparente e avesse il colore del nostro sangue, forse ci spingerebbe a rispettarli di più e magari condividerli con la semina.

L’auspicio della nuova era si apre, quindi, con un semplice gesto che estrae una semplicissima metafora dagli alberi: questo è il momento in cui si dovrebbe accrescere l’affezione verso ogni, essere naturale per ridare quello che è stato sottratto per restituirci dolcemente alla Terra.

 

Un pregevole presepio di Malecore a Nardò

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Tra fede e tradizione

L’artistico presepe in cartapesta di Malecore

nella chiesa del Sacro Cuore a Nardò

di Marcello Gaballo

Ben volentieri richiamo l’attenzione sul grande livello qualitativo di un gruppo statuario che è presente nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù in Nardò. Ogni anno, ormai da oltre otto lustri, la comunità esibisce il complesso figurativo in originali e mai ripetitivi presepi, seguendo le volontà del sacerdote che volle commissionare le opere, don Salvatore Leonardo (1939-1997), primo parroco, il cui ricordo e la cui sensibilità restano ancora vivi tra quanti lo ebbero pastore.

Questi ebbe grande cura della comunità e dell’edificio sacro a lui affidato, preoccupandosi di dotarlo di ottimi arredi, tra i quali le statue presepiali di cui si scrive in questa nota.

Attento cultore dell’arte popolare e particolarmente devoto al grande evento della Natività di Cristo, francescanamente innamorato del presepe di Greccio, don Salvatore volle dotare il suo gregge di quanto meglio potesse rievocare la lieta Novella.

Si rivolse dunque al più valido artefice della cartapesta leccese vivente, il maestro per eccellenza, Antonio Malecore,[1] ultimo esponente della celebre bottega ancora attiva sino a qualche decennio fa nel cuore della Lecce antica, impiantata dallo zio Giuseppe nel 1898.[2]

ancora un presepe tradizionale realizzato negli scorsi anni dalla comunità dela parrocchia del Sacro Cuore di Gesù in Nardò. Le statue, come nelle altre foto d’insieme, sono quelle del maestro Antonio Malecore

Il sacerdote aveva notato la finezza e la valenza artistica del Malecore in numerosi lavori sparsi nelle diverse chiese salentine, cogliendone la cura meticolosa dell’esecuzione, il sorprendente realismo dei personaggi e la perizia tecnica esercitata in ogni particolare delle statue. Era soprattutto attratto dalla dolcezza dei volti del maestro, dall’anatomia, dal panneggio e dalla delicata cromìa, mai esagerata, non translucida, ben accostata.

Ne commissionò ben sei, con costi non indifferenti per quel periodo (1979) e per le limitate risorse degli offerenti, sempre ripromettendosi di ampliare la scena con successive committenze, come effettivamente avvenne nei decenni successivi da parte del suo successore e dei parrocchiani.

Maria, Giuseppe, il Bambino con la mangiatoia, il pastore in ginocchio, l’umile contadina con il cesto di mandarini, il pifferaio. Meravigliose opere gelosamente custodite nel corso dell’anno, tolte dal luogo “proibito” solo alla vigilia, per essere collocate nel presepe allestito, ultimo atto da compiersi poco prima della Veglia della Santa Notte.

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Nel 1998 alcuni fedeli, desiderosi di incrementare il patrimonio scultoreo, commissionarono al medesimo maestro, ormai al termine della carriera, i tre Magi, l’angelo e un terzo pastore.

La diversa cronologia delle opere non si ravvisa in modo netto, è evidente per lo più nella crescita artistica del Malecore: è il caso ad esempio degli alteri Magi, particolarmente interessanti rispetto alle restanti statue per la capacità manuale che senz’altro supera il limite dell’artigiano.

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Non è da meno il bel pastore genuflesso sull’arto destro, figura che si volge delicatamente verso destra, con un atteggiamento devoto che nulla ha da invidiare ai simili dipinti nelle più belle opere del Seicento. La raffinata resa delle mani, i lineamenti del volto, l’andamento della barba e la garbata posa forse potrebbero designarlo come il miglior pezzo della collezione.

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Non esiste tuttavia competizione tra le figure, rispettando ognuno il suo ruolo ed esercitando un fascino che solo Malecore poteva attribuire loro. E quanta dolcezza nel volto di quel giovin suonatore di piffero, le cui mani stringono con incredibile eleganza l’umile strumento che sembra davvero diffondere un melodioso suono nell’angusta stalla.

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Lo stile del gruppo statuario senz’altro richiama ai leccesi altari zimbaleschi, infinite volte ammirati dal maestro nella chiesa del Rosario in particolare,  la sua “maniera” tuttavia si distingue dallo stile accartocciato barocco, prediligendo una composizione più sobria e più vicina al gusto del contemporaneo. L’angelo del presepio neritino, per esempio, nulla ha a che fare con gli angioletti paffuti e giocosi degli altari di S. Irene o di Santa Croce e di tanti altri altari barocchi salentini, offrendosi allo spettatore in posa severa, consapevole dell’evento che si celebra, fiero di esibire quel cartiglio che esorta alla Gloria al Padre per tutti gli uomini nel più alto dei Cieli, in eterno.

E quella che potrebbe apparire come la statua più semplice, raffigurando un contadinello con la legna nella saccoccia, ancora una volta conferma l’abile modellazione plastica del Malecore, evidente nella realizzazione di caratteri somatici sempre differenti, marcati, tipici della gente del Sud, con uno standard che non tradisce mai la sua inconfondibile arte scultorea.

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La semplice carta, ridotta in poltiglia secondo tecniche centenarie, diventa pregevole materia capace di competere con i più nobili materiali, alla ricerca della perfezione e della bellezza classica che indossa le vesti del popolo salentino. Ma anche quando deve trattare “reali” personaggi, come i tre Magi, l’artista riesce a conservare la dolcezza dei loro volti, l’umile posa, rendendoli esuberanti solo per le vesti degne del loro status, impreziosite dall’abile collocazione  di gemme e minuterie in metallo dorato.

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Il risultato è dato dall’insieme di undici figure a tutto tondo, di grandezza proporzionatamente ridotta (la più alta è di circa 120 cm), colorate a pennello, dal peso alleggerito grazie alla struttura impagliata.[3] Il contesto presepiale in cui vengono annualmente inserite – anche questo mai ripetitivo – conforme al mondo contadino di fine Ottocento, esalta la bellezza dei manufatti, esprimendo egregiamente il bimillenario racconto della Natività nell’angusta stalla.

Non ci vuole molto a capire che il maestro Antonio Malecore qui, come per altri presepi sparsi nelle sedi più prestigiose del mondo, è andato ben oltre la tradizione leccese, con risultati che lo inseriscono di diritto nella storia della cartapesta. Un catalogo delle sue opere, a mio parere, è più che mai auspicabile, a dispetto degli scettici che si ostinano a ritenere quella della cartapesta un’arte di livello inferiore.

Il gruppo statuario neritino, per la sua singolarità e il gusto realistico, meriterebbe una collocazione stabile nel sacro edificio, magari in un’apposita cappellina laterale. Questo eviterebbe gli immancabili guasti delle opere, in più punti già riscontrabili con le cadute di colore e la frattura di alcune parti più deboli, come purtroppo ho potuto constatare.

Plaudo comunque alle sagge scelte della fervente comunità, che ha saputo ben scegliere, investendo attentamente sulla cultura dell’arte popolare a Nardò e nel Salento.

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Le foto sono state concesse in esclusiva a Spigolature Salentine e non è consentita in nessun modo la loro riproduzione.©

Ancora una prelibatezza salentina: le Bocche di dama

di Massimo Vaglio

 

Sono dolci monoporzione, dalla tipica forma a cupoletta, costituiti da pasta savoiardo, farcita con crema e glassata con zucchero fondente bianco.

Nell’aspetto, sono molto simili alle famose “Minni di Vergine” della pasticceria siciliana, ma al contrario di queste, sono meno elaborate nella preparazione e molto più povere di ingredienti. Originariamente pare che fossero un dolce rituale, legato alla devozione per Sant’Agata della quale nella forma avrebbero dovuto ricordare la crudele mastectomia. Dolce di tradizione molto antica anche nel Salento, sono, come abbiamo visto, una variante povera del dolce   siciliano, anche se, vista la loro originaria diffusione nelle famiglie più agiate, probabilmente ciò non è scaturito da motivi economici, ma è stato semplicemente un intelligente quanto ben riuscito adeguamento agli stilemi più sobri della cucina locale. Molto più diffuse in provincia di quanto non lo siano nel capoluogo, hanno sempre accompagnato molti lieti eventi, ed erano immancabili nei buffet dei tradizionali veglioni di carnevale. Sono dolci che possiedono la rara qualità di coniugare una straordinaria squisitezza ad una assoluta genuinità, non compaiono infatti nell’impasto né agenti lievitanti né grassi saturi.

Preparazione:

Montate a neve ferma gli albumi di dieci uova con trecento grammi di zucchero, unite i tuorli spappolandoli con le mani e mescolandoli rivoltando la massa dal basso verso l’alto, agendo molto velocemente in modo da riuscire ad incorporarli prima che gli albumi si smontino. A questo punto, sempre rivoltando il composto, versate quattrocento grammi di farina 00 setacciata, e quando anche questa sarà incorporata ed amalgamata, riempite una tasca da pasticcere con foro largo e formate delle cupolette piuttosto alte su di una teglia rivestita con carta da forno. Mandate subito in forno a 200 °C, dove 10 minuti di permanenza, dovrebbero essere più che sufficienti, comunque il colore dorato vi avvertirà dell’avvenuta cottura. Estraetele dal forno, lasciatele raffreddare, ponete un po’ di crema pasticcera su di una metà delle cupolette dopo averle leggermente spianate e scavate quindi sopra ognuna di queste sovrapponetene un’altra. A questo punto, glassatele superiormente con zucchero fondente bianco e ponetele in dei pirottini di carta plissettata sul cui fondo avrete versato un po’ di bagna, tipo Benevento allungata e dolcificata. La classica ciliegina completerà questo dolce squisito e naturale.

Novità archivistiche sul santuario di San Pietro in Bevagna

Santuario di San Pietro in Bevagna

 

di Nicola Morrone

Come è noto ai più, gran parte delle fonti storiche utili ad una ricostruzione delle vicende che hanno interessato le istituzioni religiose secolari e regolari della nostra diocesi è conservata nell’Archivio vescovile di Oria , sito appunto nella graziosa cittadina messapica, nei pressi della Cattedrale. Soprattutto dopo il recente riordino, a partire da questo ricco patrimonio documentario, costituito da migliaia di carte, lo storico locale e quello accademico possono studiare con profitto anche la storia della chiesa mandurina, nelle sue varie articolazioni.

Con il cortese consenso di Don Daniele Conte, direttore dell’Archivio, e con l’aiuto delle sue collaboratrici, ci siamo piu’ volte accostati ai fondi manoscritti, nella speranza di trarre notizie utili, in particolare, ad una ricostruzione della storia artistica mandurina dei secoli moderni. Soprattutto per le epoche più antiche, non sempre i risultati sono stati proporzionati alle aspettative (i fondi contengono documentazione in particolar modo a partire dal sec. XVI) ma da uno studio accurato dei documenti sono comunque emersi dati interessanti, e in alcuni casi, vere e proprie novità archivistiche.

Ci siamo negli ultimi tempi dedicati allo studio delle comunita’ religiose maschili, delle cappelle rurali, e in particolar modo abbiamo scandagliato il faldone (gia’ noto da tempo agli studiosi, a partire da Primaldo Coco) riguardante l’abbazia di San Pietro in Bevagna.

Abbiamo avuto il primo approccio con quest’ultimo fondo manoscritto al tempo della stesura della nostra tesi di laurea sul Santuario costiero manduriano, tra il 2004 e il 2005, traendone utili e, in taluni casi, inedite informazioni, chiaramente sostenute, per una loro migliore comprensione, dalla preliminare lettura di tutto la bibliografia prodotta sull’argomento, riassunta da E.Dimitri in un saggio del 1993.

A quella prima ricognizione ne seguirono altre, tutte finalizzate a trarre il maggior numero di indicazioni utili ad una ricostruzione dell’aspetto materiale della cappella di San Pietro in Bevagna nel corso dei secoli, e possibilmente, anche dell’abbazia benedettina che ancora resiste, allo stato di rudere, ad un centinaio di metri di distanza dal santuario, in direzione Nord.

Allo stato attuale, le notizie piu’ preziose per la nostra ricerca sono state fornite dai documenti del sec. XIX. Questi ultimi, tra l’altro, si sono rivelati nella gran parte dei casi anche di piu’ facile lettura rispetto alle carte dei secoli precedenti (XVII e XVIII),che pure riveleranno in futuro, a chi avra’ la pazienza di compulsarle, molti altri preziosi dati.

Particolarmente proficua per la ricerca storico-artistica e’ stata la consultazione degli “Inventari dei beni” del santuario, che periodicamente venivano redatti dai Rettori, al fine di avere (e trasmettere ai superiori) una conoscenza precisa della suppellettile in dotazione alla cappella petrina.

Il primo documento utile alla nostra ricerca è risultato essere un inventario redatto da Don Giuseppe Ferrara, rettore del Santuario, risalente al 1836 (pubblicato dal Coco in appendice alla sua monografia su San Pietro in Bevagna, data alle stampe nel 1915). Dalla sua lettura abbiamo appreso che nella cappella petrina esisteva ancora, alla meta’ dell’800, una dignitosa suppellettile liturgica e un buon numero di paramenti sacri, di cui però non è precisata la datazione.

Barca d'argento (1889)

 

 

Nella chiesetta, per esempio,vi erano ancora “una pisside con la coppa d’argento e piede d’ottone, un calice con la sua patena tutto d’argento, una reliquia di San Pietro con l’ostensorio [leggasi:reliquiario] fogliato d’argento” , e ancora “quattro candelieri con la croce all’altare di marmo e quattro piu’ piccoli con la croce all’altare di pietra detto Spirito Santo tutti otto di ottone; quattro frasche di foglie di ottone,(….) il quadro di San Pietro con la sua cornice e lastra, ecc.”.

Sia detto per inciso: tutti questi oggetti, ancora in uso nel Santuario fino a due secoli fa, sono stati purtroppo accomunati da un unico destino, cioe’ la dispersione, e a nessuno e’ certamente dato recuperarli.

Come scrive Michele Paone in relazione alla vastissima quadreria degli Imperiale di Francavilla, questi oggetti sono ”cose di un tempo perduto, cose ormai lontane, disperse, forse distrutte, sono lacrimae rerum”, sottolineando pero’ che, grazie ai descrittivi inventari cartacei ancora superstiti, essi “riacquistano spessore e consistenza, umore, forme e colori, in una parola, la loro antica realtà”.

Il secondo documento rappresenta una vera e propria scoperta archivistica, relativa ad un oggetto tuttora conservato nel Santuario, miracolosamente scampato alla dispersione dell’intera suppellettile ottocentesca.Questo oggetto e’ la “barca d’argento”(visibile nell’elaborazione fotografica dell’amico Mino Morrone) applicata per molto tempo alla base del quadro processionale di San Pietro, e proprio in virtù di tale pratica esigenza, ancora esistente, ed attualmente collocata in una vetrinetta nel sacello petrino, insieme a due altri significativi ex-voto di privati cittadini. Il documento ad esso pertinente e’ collocato nella cartella 40 del fondo “San Pietro in Bevagna”, con l’indicazione “Dono del popolo di Manduria al Santuario” e la data 1889. Questo il testo del documento: ”L’anno 1889, il giorno 25 del mese di Giugno si e’ presentato in questa Curia Vescovile il Sacerdote D. Saverio Polverino da Manduria, ed ha presentato un oggetto di argento del peso di once undici e tre quarti, fatto lavorare da una Deputazione di Manduriani, de’ quali ci ha presentato ancora i nomi, per rimetterlo alla chiesa di San Pietro in Bevagna, come offerta fatta dal popolo a San Pietro. L’oggetto rappresenta una Barca sormontata da un triregno, con lavori e pietre, filettato d’oro, con sopra un globo dorato, e al di sopra di questo una croce, colle infule anche lavorate con ornati d’oro, con un’ancora che lo sostiene; piu’ una Croce a destra e un Pastorale Pontificio a sinistra. Tutti questi accessori che trovansi al di sopra della Barca son tutti d’argento. Noi dichiariamo di aver ricevuto l’oggetto sopradescritto, per rimetterlo al Cappellano del detto Santuario di San Pietro in Bevagna. Oria, dalla Curia Vescovile, 8 Agosto 1889. (Firmato) Tommaso vescovo di Oria [trattasi di Monsignor Tommaso Montefusco, vescovo di Oria dal 1888 al 1895].

Il manufatto, di cui non si conosce l’autore (verosimilmente un argentiere locale) e’ importante proprio perche’ e’ un ex-voto offerto da tutta la comunita’ manduriana al Santuario. Infine, in dotazione da almeno tre secoli alla chiesa di San Pietro in Bevagna c’è pure un’altra, in questo caso monumentale, reliquia del passato, cioe’ il meraviglioso altare maggiore, che campeggia al centro del presbiterio. Si tratta di un commesso marmoreo policromo barocco, verosimilmente di scuola napoletana, su cui non abbiamo rintracciato finora documentazione d’archivio (quest’ultima potrebbe dare una risposta a molteplici interrogativi:in quale anno esso fu realizzato,chi ne fu l’artefice,quanto costo’, ecc.). L’altare, comunque, fu con ogni probabilità commissionato dal potente ordine monastico dei Benedettini d’Aversa, nel cui possesso ricaddero il Santuario e l’abbazia dalla fine del sec. XI all’inizio del sec. XIX. Vale la pena descriverlo brevemente.

E’caratterizzato da un paliotto a motivi rettilinei, che diventano volutiformi nel medaglione centrale, ed ha ampia mensa retta da mensoloni a volute su snelli pilastrini. Il postergale, a due ordini, è concluso alle estremità da putti capialtare. Il tabernacolo, figurato, non conserva la portella d’argento originaria. Nei cantonali non compare lo stemma del committente, mentre nella parte posteriore, purtroppo, non c’e’ l’epigrafe con l’anno di consacrazione.

 

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Nelle chiese manduriane, tra l’altro, sono ancora presenti una decina di commessi marmorei barocchi napoletani, di cui solo la ricerca d’archivio potrà precisare datazione, artefici, committenti e costi. Si tratta di opere che, ingiustamente definite seriali, rappresentano invece (come del resto le molteplici statue lignee policrome che spesso le sormontano) veri e propri capolavori dell’arte napoletana dei secoli d’oro, meritevoli, per la loro importanza, di uno studio di carattere monografico.

In conclusione, le informazioni rintracciate sulla suppellettile del Santuario di San Pietro in Bevagna (in passato ricca e preziosa), in uno con le opere ancora superstiti, ci obbligano a riconsiderare l’importanza storica di quella che, a motivo del presunto passaggio petrino e di una radicatissima devozione popolare, fu sempre, per il popolo, molto piu’ che una piccola e periferica cappella campestre.

 

 

 

 

Gastronomia natalizia salentina

di Paolo Vincenti

Sulle tavole salentine il Natale è allietato da una quantità notevole di delizie e ghiottonerie nostrane, come le pittule, di cui abbiamo già ricordato la leggenda sull’origine di queste frittelle, che possono essere semplici oppure dolci, zuccherate e ripiene di mela, o ancora salate ripiene di cavolfiore lesso, di cime di rape lesse o con pomodorini, cipolla, olive nere e peperoncino, o ancora con pezzetti di acciughe sotto sale.

Il Natale, la festa più magica dell’anno, porta con sé infinite tradizioni, riti, leggende, proverbi e detti popolari, che uniscono il sacro al profano, documentati da molti studiosi di tradizioni popolari nelle loro pubblicazioni.

Facciamo allora un tuffo nel Natale del passato, per vedere come questa festa veniva vissuta dai nostri antenati. Secondo la tradizione i piatti del pranzo di Natale dovevano essere tredici anche se, in passato, le condizioni economiche della famiglia non erano certo molto buone ed allora si contavano anche gli ingredienti per poter arrivare al canonico numero di tredici. Sicuramente non potevano mai mancare ciciri e tria,  i purciddhuzzi e le ncarteddhate.

I purciddhuzzi, così chiamati perché essi avevano la forma del muso di un porcellino, fritti in olio bollente e decorati con confettini, sono una ricetta di derivazione persiana, portata dagli Arabi in Spagna e poi dagli Spagnoli in Puglia.

Le ncarteddhate, fritte e cosparse di miele, erano servite insieme ad altri dolci, come gli anisetti, che erano dei piccoli e policromi confetti, simili a chicchi di grano, e il pesce di mandorla, che richiamava il Cristo, rappresentato nell’iconografia cristiana dei primi secoli con il simbolo del pesce, che molto spesso compariva nelle catacombe  dove si rifugiavano i cristiani perseguitati. A proposito delle ncarteddhate, alcuni studiosi fanno derivare questo dolce da una specialità marocchina, anzi dal dolce più tipico del Marocco, la cebakeia, preparato durante il periodo del Ramadan. Questo dolce, ottenuto mescolando insieme farina, zucchero, uova, olio, fiori d’arancio, cannella, sesamo, semi di finocchio e lievito, fritto in pezzi cosparsi di miele caldo e semi di sesamo arrostiti, è straordinariamente simile alle nostre ncarteddhate, pur essendo frutto di una cultura religiosa completamente diversa e lontanissima  ( quella musulmana) dalla nostra. Nelle ncarteddhate,  A.E.Foscarini ha individuato come derivazione quei dolci che nell’antichità i salentino offrivano alla Dea Minerva, protettrice della Terra D’Otranto, in occasione delle “Quinquatrie”, cioè le feste in onore della dea che si celebravano dal 1 al 15 marzo.

Le pittule, ottime se mangiate calde, appena tolte dall’olio di frittura, potevano essere accompagnate da lu cottu, cioè il vin cotto, e, insieme alle pucce e ai taraddhi, accompagnavano tutto il periodo natalizio. Fra le ricette salentine di questo periodo, vi erano i caranciuli,dei bastoncini grossi quanto un dito, tagliati a tocchetti, avviluppati di miele e cosparsi con cannella e confettini, e poi, per la gioia del palato di grandi e piccoli, scajozzi, cupeta, pane cottu.

Nei paesi della Grecìa Salentina, immancabili sono li jermiceddhi cu lu ronghettu, le sagne ncannulate e i classici pezzetti de cavaddhu; ancora, rape nfucate, li turcinieddhi, la pasta al forno, i peperoni arrostiti, il capitone e poi la carne, preparata in tutti i modi, frutta di stagione, dalle arance ai mandarini clementini, alle mele e alle pere, e i fichi secchi con le mandorle.

Si è perduta anche la memoria del rosoliu, un liquore zuccheroso fatto in casa che suggellava l’abbondantissimo cenone della vigilia. Dalla strada veniva il fracasso dei tronetti, i tricchi tracchi, fatti esplodere in segno di gioia.

Dopo la mezzanotte, ci si scambiava i doni sotto l’albero, si deponeva il Bambinello nella mangiatoia e ci si faceva gli auguri per un altro Natale arrivato, quello più bello, il Natale dei ricordi.

Mare di tramontana a Castro

 

 di Rocco Boccadamo

Venti dicembre, alle soglie del Natale, il primo approccio dell’inverno indossa le vesti di una giornata non solo fredda, ma anche caratterizzata da vivace vento di tramontana, mare mosso e, appena al largo, addirittura in burrasca.

In siffatte condizioni ambientali, la sosta sulla rotonda di Castro è un’autentica meraviglia. Colpiscono i vari elementi prima accennati, vale proprio la pena di soffermarsi a rimirarne l’insieme, dall’eccezionale palcoscenico si possono trarre molteplici pensieri, motivi di riflessione, ricordi, visioni e rievocazioni.

Ecco, la natura è protagonista in pieno, non meno indicativamente di ciò che accade allorquando, in un teatro cittadino, si esibiscono artisti di calibro che catturano l’attenzione e l’interesse degli spettatori.

Personalmente, bavero alzato e berretto in testa per non farmi attaccare troppo dai soffi settentrionali, trovo attraente soffermarmi a guardare la distesa.

Già, il suo colore è speciale, assolutamente non comune, come tonalità si aggira fra l’azzurro e il grigio, rispecchiando in fondo anche le sfumature in alto, ma soprattutto, la superficie, la sconfinata coperta è increspata di strisce, ghirigori, accavallamenti di bianco, evidente effetto del trascinamento operato, dai refoli decisi, sullo strato liquido: talmente espressiva, la contingente situazione del nostro Canale, da sembrare quasi un’eco di immagini, voci provenienti dalla profondità e vogliose di proferire o suggerire qualcosa.

La prima sequenza nella memoria è fatta di un piccolo gozzo di legno recante sulla fiancata la denominazione carina di “Davide”, non proprio comune da queste parti. A imbracciare i remi del legno, un signore di mezza età, da poco pensionato, il quale sembra usare il veicolo acquatico alla stregua d’una bicicletta, vi monta dentro ogni giorno che il tempo lo consente, a prescindere dalle stagioni.

E’ comunissimo notarlo nei pressi del molo frangiflutti  o a ridosso del Pizzo Mucurune in tutti i mesi dell’anno, in particolare il sabato e la domenica, unico soggetto in servizio,  gli altri operatori che si pongono a disposizione dei turisti e visitatori per escursioni in barca esercitano, in genere, da giugno a settembre/ottobre, mentre l’armatore di ”Davide” è fisso, mai che manchi, remi in mano e muovendo lentamente il piccolo pegno, d’incitare e di richiamare i turisti a passeggio sulla banchina esterna del molo  foraneo, invitandoli a raggiungerlo sulla barchetta, al Porto vecchio, sua base di partenza e di rientro. Precisa ad alta voce “a prezzi modici”, si sa che le sue sono gite brevi, un quarto d’ora, venti minuti, d’altro canto il nocchiero non si avvale di motore, bensì soltanto della forza delle sue braccia d’anziano, però è egualmente bello scorgere sparuti gruppi di visitatori/utenti a bordo del risicato gozzo “Davide”.

Una seconda immagine che, nonostante il passare del tempo, rimane incancellabile, è quella di un bel barcone, con, al timone, un’altra figura tipica di qui, Vincenzo. Decisamente più giovane del precedente personaggio ma non in grandissima forma dal punto di vista della salute, sempre cordiale affabile e disponibile, egli si avvale di un potente entrobordo per il suo “stozzo” intitolato “Nina”, che mena i turisti sino alle grotte Zinzulusa e Romanelli  o a Porto Miggiano, giacché il motore, appunto, consente di coprire discrete distanze. Col suo modo di parlare, calmo, quieto, lento, quasi cantilenante, Vincenzo fornisce, agli ospiti, sommarie e tradizionali illustrazioni sui tratti e i dintorni della costa e del paesaggio di Castro.

Vincenzo è permanentemente di colorito scuro, nero, tanto che A., quando capita di incontrarlo, è indotta a sostenere che, secondo lei, non è italiano, che, magari ha origini indiane, laddove però di indiani, da queste parti, non é che ne siano capitati molti nei secoli, essendo semmai approdati gruppi di turchi, i quali, invero, nulla hanno a che vedere con il colorito di Vincenzo.

Ma Vincenzo è un personaggio unico e basta. Fa un certo contrasto vederlo con indosso la cotta bianca, nell’atto di servire Messa nella ex cattedrale di Castro, e però quest’ultimo ruolo rientra nell’accennata disponibilità dell’uomo a trovarsi con la gente, per la gente.

Vincenzo, dunque, soggetto servizievole, umile, indubbiamente unico a Castro: peccato che, al pari del proprietario di “Davide”, non ci sia più.

I riverberi di bianco sulla superficie scompaginata dalla spinta del vento sembrano una serie di voci, di volti e d’immagini solo superficialmente cancellate dal tempo e dagli eventi, ma che, in realtà, quanti si sono trovati a vivere lungo le stagioni passate e lasciate alle spalle, nel loro intimo  non dimenticheranno facilmente.

In proposito, il pensiero non può non andare a chi, sulle onde di questo tratto di mare, ha concluso i suoi giorni, a causa di vicende varie, per una burrasca che lo ha colto intento alla pesca, oppure in servizio, come qualche militare delle Fiamme Gialle in attività di contrasto e di controllo avverso ai tristemente noti fenomeni dell’immigrazione clandestina e dei trafficanti di vite umane, sfociati, talvolta, in epiloghi tragici.

E, poi, non è difficile immaginare che, attraverso le striature di schiuma o tra le onde sbattute dal vento, facciano capolino una serie di persone che hanno semplicemente preceduto il cronista di oggi, testimone e spettatore di una giornata di tramontana, figure riconducibili ad ambiti disparati, dai legami differenti ma, ugualmente, non meno solidi: familiari, parenti, amici, paesani, giovani e meno giovani

Tra dette figure – che, a loro volta, in tante occasioni si saranno verosimilmente soffermate a godersi lo spettacolo del mare, di Castro, di Marittima, dell’insenatura Acquaviva, delle scogliere di  Porticelli – mi sovviene quella di un primo cittadino, il sindaco del comune dove sono nato, il cui nome, questa è una cosa bella, di qui in avanti sarà ricordato o scritto o letto più spesso, giacché è stato recentemente deciso di intitolargli una strada e, quindi, sia per indirizzo, sia per transito, sia per sguardi rivolti verso la relativa targa toponomastica, il suo nome ricorrerà, insomma, più spesso, per il futuro e per le generazioni che seguiranno.

Del resto, la personalità in discorso è ampiamente meritevole di restar viva nella memoria, dal momento che, a suo tempo, non è passata inosservata, anzi ha fatto molto, ha lasciato il segno in senso positivo e costruttivo.

Seguita a soffiare e a sussultare, il vento di tramontana e, a un certo punto, causa anche qualche brivido. L’osservatore di strada è nondimeno molto soddisfatto dello spettacolo cui è andato assistendo, avendo potuto cogliere, in una mattinata prenatalizia, in una particolare situazione meteorologica, fra clima freddo, vento, mare mosso, burrasca al largo e impossibilità di esercizio della pesca, una rappresentazione non comune che gli è penetrata dentro, lo ha colpito, lo ha arricchito di nuove emozioni e di nuove sensazioni.

Del resto, sul metro e lungo il canovaccio del suo abituale e costante rapporto di amore, consuetudine, vicinanza e colloquio con la natura della propria terra d’origine.

Tradizioni di Natale. Gli zampognari del meridione salentino

 di Cristina Manzo

Sono venute dai monti oscuri

le ciaramelle senza dir niente

e hanno destato né suoi tuguri

tutta la buona povera gente

Giovanni Pascoli

Se comandasse lo zampognaro

che scende per il viale,

sai cosa direbbe il giorno di Natale?

“Voglio che in ogni casa

spunti dal pavimento

un albero fiorito

di stelle d’oro e d’argento” …

Gianni Rodari

 
zampognari

Zampognari che suonano per le strade, la novena di natale

 

Tutte le tradizioni natalizie, nei secoli passati erano molto più suggestive di quelle di oggi. Ce ne accorgiamo leggendo Usi, costumi e feste del popolo pugliese (1930) di Saverio La Sorsa e Folklore garganico (1938) di Giovanni Tancredi, opere fondamentali per gli appassionati di antiche tradizioni popolari pugliesi.

Una di queste tradizioni, la storia degli zampognari, che potremmo quasi definire un mito, è appunto uno di quei fenomeni importantissimi, che purtroppo sembra essere quasi finito nel dimenticatoio.

zampognaro

Figura antichissima, legata indissolubilmente a quella dei pastori e della transumanza. Quando essi portavano al pascolo tutti gli animali, spingendosi a seconda dei periodi, anche molto lontano dalle loro case, era consuetudine infatti che ognuno di loro portasse con sé uno strumento: chi la zampogna, chi la ciaramella, chi l’organetto, chi il tamburello, chi i flauti di canna, e ogni pastorello imparava da quello più grande. Così, durante il riposo, quando gli animali erano giunti al pascolo, tra un sorso di vino e un pezzo di formaggio, si liberava nell’aria un vero concerto musicale dalle note soavi e dolcissime.

La ciaramella e la zampogna, sono gli strumenti più tipicamente pastorali, proprio perché realizzati con la pelle di capra. La zampogna è un aerofono a sacco dotato da 4-5 canne che vengono inserite in un ceppo dove viene legata l’otre. Solo 2 canne sono strumento di canto mentre le altre fanno da bordone (suonano una nota fissa). Le canne terminano con delle ance che possono essere singole o doppie, tradizionalmente realizzati in canna, e recentemente anche in plastica. La sacca di accumulo dell’aria, otre, è realizzata con una intera pelle di capra o di pecora, utricolo, e oggi anche da altri materiali o da una camera d’aria di gomma, nella quale il suonatore immette aria attraverso un insufflatore, cannetta o soffietto, che mette in vibrazione le ance innestate sulle canne melodiche: sempre due, quella destra per la melodia, quella sinistra per l’accompagnamento e nei bordoni detti basso e scantillo.

Esiste una grande varietà nella lunghezza dei diversi tipi di zampogne. Mentre nell’Italia meridionale, l’unità di misura utilizzata per indicare la lunghezza della zampogna è il palmo, nell’Italia centrale la misura e quindi la tonalità, dello strumento, viene indicata in modo alquanto insolito, con un numero (ad es. 25) corrispondente alla lunghezza in centimetri del fuso della ciaramella corrispondente.

 

 

zampogna

Modello di zampogna

Secondo alcune leggende la zampogna sarebbe in qualche modo legata alla figura di Pan; il dio Pan, poggiato su un cane, ha nella mano destra un bastone e nella sinistra il flauto di Pan, cioè la siringa. Il bastone simboleggia tutti gli elementi maschili del cosmo, la siringa tutti quelli femminili. Secondo il nostro storico i sacerdoti del dio Pan hanno, deliberatamente, trasformato il bastone in un bordone di zampogna, la siringa nel chanter con tre fori. Cioè hanno riproposto l’immagine del dio Pan, molto presente nell’iconografia del dio, in chiave musicale, sonora, per poter, attraverso il suono, armonizzare gli elementi maschili del cosmo con quelli femminili.

panChe sia uno strumento natalizio deriva dal fatto che il dio Pan, al solstizio di inverno, con la zampogna incoraggiava la rinascita del sole e, in più, dirigeva il caos da lui stesso provocato verso un nuovo ordine cosmico. L’iconografia medievale ben ci informa della diffusione e della varietà morfologica dello strumento. Una leggenda narra che San Francesco abbia inserito per primo una coppia di suonatori di zampogna nel suo Presepe… che da allora sono rimaste figure sempre presenti.

In epoca più vicino a noi troviamo ampie descrizioni della zampogna in Praetorius e Mersenne. Essa fu fonte di ispirazione anche per i musicisti colti e letterati. Una pastorale del Messiah di Handel trae ispirazione da melodie popolari di zampognari (forse gli zampognari ciociari: Haendel soggiornò ad Alvito, a pochissimi chilometri dalla zona da cui ancor oggi provengono moltissimi di questi musicisti). Hector Berlioz ebbe occasione di ascoltarli a Roma e furono d’ispirazione per la “Sèrenade d’un montagnard.” Lo zampognaro, quindi, è il suonatore di zampogna.

Le regioni dove è tradizionalmente presente la zampogna sono: Lazio (province di Frosinone e Latina), Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia.

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Con l’arrivo del Natale, in particolare durante il periodo della Novena dell’Immacolata Concezione e del Natale, essi abbandonando temporaneamente il loro lavoro di pastori, scendono a valle nei paesi, o nelle piazze, percorrono le vie cittadine, in abiti tipici, suonando motivi natalizi tradizionali, quali ad esempio “tu scendi dalle stelle di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori,” e, comunque, il loro repertorio comprende sempre pastorali, giaculatorie e storie di Natale. Generalmente gli zampognari suonano in coppia, uno la zampogna vera e propria ed un altro la ciaramella o altri strumenti a fiato e talvolta sono accompagnati anche da donne o bambini, con nacchere, tamburelli e scacciapensieri. Essi sono vestiti con brache corte, giacca di fustagno, ampio mantello, sostituito qualche volta dal pelliccione, berretto di panno, e calze con fiocco e cioce ai piedi.1 Accurata è la descrizione che il Tancredi ci fa del costume tradizionale di questi robusti zampognari dal viso abbronzato:

cappelli a cono con le fettucce attorcigliate, corpetto di vello di capra, robone bruno (un’ampia veste di drappo pesante aperta dinanzi), camicia aperta sul collo “taurino”, calzoni di velluto marrone o verde abbottonati sotto il ginocchio, calze di lana grossa, lavorate a mano, e cioce che salgono attorno ai polpacci. Il tutto avvolto da un ampio mantellone pesante di lana blu, con due o tre pellegrine (corte mantelline) una sopra l’altra. I due mistici pastori, uno anziano, l’altro molto più giovane, attorniati e seguiti da gruppi di ragazzini festanti, suonavano le loro “allegre novene” innanzi a ogni porta della città; si fermavano dappertutto: davanti alle botteghe, agli angoli delle vie, sulla soglia delle case, dove le famiglie erano raccolte attorno al focolare. Il più vecchio, dai capelli bianchi e dalla barba incolta, suonava la classica zampogna di legno di olivo a tre pive, stringendo l’ampio otre gonfiato fra il braccio destro ed il corpo; il ragazzo imbottava il piffero esile e snello fatto di olivo per metà e di ceraso per l’altra metà con la pivetta di canna marina. Ed entrambi accordavano le caratteristiche nenie in onore della Madonna e di Gesù. Dopo la suonata di ringraziamento, gli zampognari facevano una “scappellata” salutando il capofamiglia con un addio, sor padrò, con l’intesa di rivedersi l’anno successivo. Il suono melanconico, dolce della zampogna ed il trillo stridulo ed allegro del piffero” conclude poeticamente il Tancredi, “ si spandevano per l’aria rigida sotto l’arco limpido del cielo”2

Nel Salento fino agli anni settanta, come in tutto il meridione, quando arrivava il 6 di dicembre e sino alla festa dell’Epifania, gli zampognari giravano ininterrottamente per tutte le strade di Lecce, in particolar mondo nel cuore storico della città, facendo felici soprattutto i bambini, che ascoltando il suono delle loro zampogne, capivano che finalmente stava arrivando il Natale, per loro, la festa più attesa di tutto l’anno. Poi la notte del ventiquattro dicembre e il mattino dopo, si posizionavano all’ingresso delle chiese, dove i cittadini andavano a pregare durante la veglia per la nascita di Gesù, e per la celebrazione della messa natalizia, suonando le loro melodiche nenie. Continuavano la loro performance, fino al giorno dell’epifania.

La loro scomparsa non è stata repentina, ma è avvenuta in modo graduale, prima accorciando i giorni delle loro…serenate durante la novena dicembrina e poi scomparendo dalla città, per restare ancora qualche anno come consuetudine e costume dei paesi.

Oggi, però, chi è legato particolarmente alle tradizioni, perché comprende l’importanza e il valore che esse hanno nella nostra cultura, per cui non dovrebbero assolutamente andare smarrite, può ammirare queste carismatiche figure, nel contesto dei presepi viventi, fenomeno sempre più diffuso, nel Salento, dove si svolge una vera e propria sfida, tra il borgo o il paese che riesce a realizzare quello più suggestivo.

Si entra così in un’atmosfera surreale di magia del Natale, dove lungo il percorso si incontrano, pastori, ciabattini, fabbri, falegnami, pescatori, che svolgendo il loro mestiere, abitano un villaggio magico, lungo un sentiero che tra rocce e ruscelli, porta sino alla grotta di Betlemme, dove giace tra Maria, Giuseppe, il bue e l’asinello, il bambino Gesù, circondato dagli angeli, e dal suono celestiale delle zampogne. Nel Salento ve ne sono alcuni veramente belli, e i visitatori arrivano da ogni luogo. Inoltre, le tradizioni antiche, vengono di continuo recuperate e restaurate, esattamente come è successo con la musica popolare. Questo grazie ad un gruppo, fondato nel 1975 dalla scrittrice Rina Durante, il Canzoniere Grecanico Salentino, che è il più importante gruppo di musica popolare salentina, il primo ad essersi formato in Puglia. L’affascinante dicotomia tra tradizione e modernità caratterizza la musica del CGS: il gruppo è composto dai principali protagonisti dell’attuale scena pugliese, che reinterpretano in chiave moderna le tradizioni della musica passata. Un membro in particolare di questo gruppo, il giovane Giulio Bianco, animato da grande curiosità e passione per gli strumenti a fiato, si dedica ad uno studio meticoloso e costante dei flauti (dritti e traversi), dell’armonica a bocca e della zampogna italiana. L’esigenza di ampliare le possibilità dello strumento lo porta, inoltre, a intraprendere lo studio della zampogna a chiave “Melodica” e della zampogna zoppa, che gli permette il confronto con altri generi musicali, e che gli da l’opportunità, nella riproposta della musica popolare salentina, di usare lo strumento con una sensibilità moderna e personale.3

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1 Natale, storia, racconti, tradizioni. Paoline editoriale libri, 2005, p.98

2 Giovanni Tancredi, Folklore garganico, 1938

3 Giulio Bianco, membro del canzoniere grecanico salentino, il primo e più antico gruppo di musica popolare salentina ad essersi formato in Puglia, più di 35 anni fa.

 

Noi, nostro… e “Paternosciu”, ovvero “Buon Natale!” a modo mio.

di Armando Polito

Non c’è dichiarazione di uomo politico di qualsiasi colore che non contenga la locuzione fare un passo indietro o voci come discontinuità e condiviso.

A quest’ultima dedicherò alcune riflessioni partendo dall’amara considerazione che, pur essendo la nostra, almeno sulla carta, una democrazia rappresentativa, a causa dell’idea privatistica che della politica hanno mostrato di avere e di continuare ad avere gli eletti, l’integrazione obbligata per condiviso non è da tutti ma, bene che vada,  da noi, il più delle volte da me.

E pensare che, se esiste una voce che può sintetizzare l’idea della fratellanza, questa è, anch’essa sulla carta, proprio noi! Quale altro pronome fiorisce sulla bocca degli innamorati quando tutto fila liscio e neppure l’ombra di un terzo o di una terza può propiziare l’utilizzo, da parte del cornuto o della cornuta, non più di noi ma di voi? quale altro è il più usato da un gruppo compatto e fortemente unito come può essere una squadra sportiva finché la lealtà e l’affiatamento prevalgono su interessi inconfessabili? quale altro in un’ azienda in cui gli operai riconoscono nel titolare uno di loro, forse più importante, senz’altro non autoritario ma autorevole, non un cinico manager che percepisce un compenso stratosferico per far loro perdere, perché così vuole spietatamente il nuovo mercato, il posto di lavoro e farli morire di disperazione o di fame? quale altro in una classe in cui, nel rispetto reciproco dei loro ruoli, docente e discenti crescono insieme, e non solo culturalmente?

Purtroppo lo stesso pronome si presta molto bene a sintetizzare anche la complicità, non quella sana, sorella della fratellanza di cui ho appena parlato, ma quella intesa nel suo significato deteriore, nonché della connivenza: e penso ad una banda di rapinatori, ad un’associazione a delinquere di più ampio respiro (non necessariamente a Cosa nostra), all’uso criminale del pubblico denaro, quando non rubato, elargito ad incompetenti e disonesti per mera riconoscenza di partito.

Le due categorie di esempi appena fatte hanno, però, un punto in comune: tutelano un interesse parziale, coinvolgente due o più persone, e persino la prima, che sembrava la più nobile, è ben lontana dal concetto di fratellanza universale che implica un noi inteso come comunione di io, tu, egli, voi ed essi (presi singolarmente o no) con il resto dell’Umanità.

Consapevole che non sapremo invertire la rotta seguita dalla nostra comparsa sulla Terra fino all’estinzione della nostra razza, credo, tuttavia, che ogni tanto valga la pena riflettere sulle nostre miserie nobilitate a colpi di retorica, per evitare che nel prosieguo del nostro cammino sempre più raramente si accendano fasci di luce ad illuminarci, anche per poco, la strada: intendo riferirmi a quelle vite  spese, nel silenzio e nel buio o tra rumori di altoparlanti e sotto luci di riflettori di cui i protagonisti avrebbero fatto volentieri a meno, al servizio degli altri, le uniche, in fondo, degne di essere ricordate e di essere prese ad esempio.

Sicché anche un ateo, un miscredente, un senzadio, un indegno, secondo l’accezione corrente dei termini, come me può permettersi di citare per tutti Cristo, quel Cristo che, grande come uomo, paradossalmente è quotidianamente vilipeso e offeso proprio da chi ha voluto riconoscergli natura divina. È una strumentalizzazione che ha coinvolto tutti coloro che sono considerati come i fondatori delle grandi religioni del mondo, facendo leva, sostanzialmente, sulla paura della morte, fenomeno, in fondo, sul quale è basata ogni religione.

Yseult de Lacy, in  Petit Heures of the Duke of Berry, c.1380.
Yseult de Lacy, in Petit Heures of the Duke of Berry, c.1380.

Ma voglio tornare a Cristo e a quella che i Cristiani considerano la loro più bella preghiera, il Paternoster, il cui autore dalla tradizione è indicato proprio in Cristo. A questo punto il lettore si meraviglierà che abbia scritto Paternoster con l’iniziale maiuscola e mi accuserà di incoerenza o di vigliaccheria attribuendomi la convinzione che col potere, qualunque esso sia, è meglio non scherzare…

Niente di più infondato, non tanto e non solo perché del potere esercitato in un certo modo (e Cristo fu il primo ad aborrirlo) me ne impipo, ma soprattutto perché sono stati altri ad obbligarmi a farlo e in particolare colui al quale venne l’idea di chiamare paternoster un particolare tipo di ascensore ancora in uso negli Stati Uniti ed in Europa. In Italia l’installazione è vietata per motivi di sicurezza, anche se il solito maligno potrebbe vederci in questo lo zampino del Vaticano…1

Della preghiera riporto il nesso iniziale in greco, in latino ed in italiano2:

Πάτερ ἡμῶν… (Padre di noi…)

Pater noster… (Padre nostro…)

Padre nostro…

Il lettore mi perdonerà se per agganciarmi al titolo sarò costretto a fare una premessa di natura grammaticale. Come appare dalla traduzione letterale, dopo aver detto che Πάτερ, Pater e Padre sono dei vocativi, il secondo componente è in greco un genitivo plurale del pronome personale di prima persona plurale, mentre in latino e in italiano è il corrispondente aggettivo.

È intuitivo che l’aggettivo ha un significato meno pregnante rispetto al sostantivo o al pronome da cui è nato; ne consegue che la resa in latino con noster e in italiano con nostro dell’originale greco ἡμῶν corrisponde ad una sorta di traduzione annacquata3. Questo succede quasi sempre quando per fornire una traslazione più agile e conforme ai canoni espressivi correnti non si rispettano i valori grammaticali del testo originale; ed è per questo che dai miei ragazzi ho sempre preteso accanto alla traduzione libera quella letterale. Non è tutto: se in passato poteva succedere che per un colpo di fortuna la fraseologia contenuta nel vocabolario (sempre che lo si sapesse leggere e usare al meglio…) costituisse un formidabile aiuto in occasione dei compiti in classe (per quanto riguarda i classici da parecchi anni i testi in uso recano nelle note la traduzione, per lo più libera, quasi integrale…), oggi in rete è possibile trovare la traduzione di tutto (non mi riferisco solo alle lingue classiche) e i pericoli di non profonda comprensione del testo o, addirittura, di un suo travisamento, si sono moltiplicati in modo esponenziale.

Per tornare, è veramente  il caso di dire, a noi: è come se nell’originale greco i due protagonisti (noi e il Padre) fossero presenti in tutta la loro concretezza e nelle traduzioni, invece, la componente umana avesse meno rilievo. Che ciò sia avvenuto per dichiarazione di umiltà lo dubito fortemente…

Penso, invece, che sia avvenuto per superficialità, non dissimilmente da quanto si può notare in documenti laici. E penso agli atti notarili del passato ed alla formula in nostra presentia che si alterna con in nostri presentia o con in presentia nostra o con coram nostra presentia. Non attribuirei al notaio che usava in nostri presentia (nostri genitivo oggettivo) una particolare consapevolezza dell’importanza del ruolo ricoperto, come non attribuirei a dichiarazione di umiltà la costanza della formula in nostra presentia in atti di natura ecclesiastica, anche perché a questo punto non dovremmo più parlare di nos maiestatis ma di nos humilitatis.

Ho parlato di superficialità senza citare fino ad ora il responsabile (se reale o presunto lo lascio giudicare ai lettori). Com’è noto, il traduttore della preghiera dal greco (il testo greco è attribuito a Matteo; tutto il Nuovo Testamento ci è pervenuto in greco e ciò che ci è giunto in aramaico, non quello parlato ai tempi di Cristo, è una ritraduzione dal greco) al latino fu San Girolamo, e illuminante per il problema qui posto è questa sua affermazione metodologica, già da me, con tutto il rispetto, precedentemente contestata in toto nella sostanza. In una lettera4 indirizzata nel 395 a Pammaco egli scrive: Ego enim non solum fateor, sed libera voce profiteor, me in interpretatione Graecorum, absque Scripturis santis, ubi et verborum ordo misterium est, non verbum e verbo, sed sensum exprimere de sensu (Io infatti non solo dico ma con libera voce proclamo che io nell’interpretazione dei Greci, eccetto le sacre scritture dove anche l’ordine delle parole è un mistero, esprimo non parola da parola ma significato da significato), invocando poco dopo l’autorità di Cicerone del quale cita quest’affermazione: …nec converti, ut interpres, sed ut orator, sententiis iisdem et earum formis tam figuris quam verbis ad nostram consuetudinem aptis. In quibus non verbum pro verbo necesse habui reddere, sed genus omne verborum vimque servavi. Non enim me annumerare ea lectori putavi oportere, sed tamquam appendere5 (…e non tradussi [le orazioni di Eschine e di Demostene] come traduttore, ma come scrittore, adattando le loro opinioni e forme, tanto nelle figure che nelle parole, al nostro modo di esprimerci. In questo non ritenni necessario rendere parola per parola, ma conservai tutta l’essenza delle parole e la loro forza; non pensai infatti che fosse opportuno contarle per il lettore ma soppesarle); e ancora più avanti Girolamo cita Orazio: Nec verbum verbo curabis reddere, fidus interpres6 (E da fedele interprete non curerai di rendere parola per parola).

Affermazioni sacrosante su un compito difficilissimo qual è quello del traduttore (figura che, secondo me, dovrebbe essere in grado di unificare in sé le funzioni, nell’ordine, del filologo,  dell’interprete e del glossatore), ma che, sempre secondo me, sono fuorvianti quando non si tiene nella giusta considerazione anche il valore grammaticale della parola da tradurre, al quale corrisponda anche una pregnanza di pensiero che non ci si può permettere il lusso di omettere, a costo di usare un eloquio poco elegante o, comunque, non perfettamente consono all’uso corrente.

Proprio il caso, mi pare, del nostro ἡμῶν; e non posso neppure sospettare che il buon Girolamo non conoscesse il nesso classico amor mei=amore di me stesso (genitivo oggettivo con valore riflessivo) in contrapposizione ad amor meus=il mio amore (cioè quello che io provo per gli altri). Dopo aver detto che con questo mio rimprovero non ambisco certamente a soppiantarlo (anche perché non sono certo uno stinco, tanto meno una testa, di santo) nel ruolo, ufficialmente riconosciutogli, di protettore dei traduttori, passo ad un’ultima riflessione più intimamente legata, forse, allo spirito e agli interessi culturali di questo sito.

Se nel passaggio dal greco al latino ho parlato di traduzione annacquata, dovrei definire bastarda e strana quella dal latino al dialetto neretino. Paternòsciu, infatti, consta di un primo componente che è tal quale quello latino; eppure mi sarei aspettato un dialettale patri, forma non usata autonomamente ma solo col possessivo singolare enclitico (pàtrima/pàtrita/pàtrisa=mio padre/tuo padre/suo padre) dal quale pure si sarebbe potuto estrarre, magari nella forma non apofonizzata patre; il secondo componente, invece, appare come la trascrizione dialettale dell’italiano nostro con il normale passaggio str>sc (come in finestra>finescia) che ha dato in neretino nuèsciu (per il femminile la forma  però è, per metafonia, nòscia), mentre qui compare, stranamente, nòsciu usato in altre zone del Salento).

E come non ricordare i due proverbi salentini in cui il Pater noster è la preghiera per antonomasia?

Picchi pane e picchi paternosci (Poco pane e poche preghiere), corrispondente, grosso modo, a chi si accontenta gode, un inno quasi alla vita semplice e frugale che presuppone pochi peccati da emendare.

Santu Nicola meu se nu me mariti, paternosci de mie nu nne spittare (San Nicola mio, se non mi fai trovare marito non attendere da me preghiere); agli occhi di qualcuno potrebbe sembrare come il classico esempio di una religiosità pratica, se volete rozza, strumentale, utilitaristica, contadinesca ma disincantata e, uso una parola grossa, ricattatoria.

Però, non sono forse intrise di rinfaccio prima e di una minaccia e  ricatto sottintesi poi le preghiere che non solo gli eroi ma perfino i sacerdoti greci rivolgevano ai loro dei? Sentite, è uno dei tanti esempi tant’è che per le preghiere si può parlare di parti formulari, cioè obbedienti ad un modello per forma e contenuto, l’invocazione di Crise ad Apollo (riporto per brevità solo la traduzione di Ippolito Pindemonte):

Dio dall’arco d’argento, o tu che Crisa

proteggi e l’alma Cilla, e sei di Tènedo

possente imperador, Smintèo, deh m’odi.

Se di serti devoti unqua il leggiadro

tuo delubro adornai, se di giovenchi

e di caprette io t’arsi i fianchi opimi,

questo voto m’adempi; il pianto mio

paghino i Greci per le tue saette.7

 

Non guasta chiudere, dopo aver ricordato il detto gallipolino sinti nu mòzzaca patarnosci8(sei un bigotto; alla lettera: sei un mordi-rosario),  con la nostalgia di un canto bugiardo9del tempo che fu:

Ci ‘uliti cu bu dicu ‘na menzogna,/’nu puntu de ‘erdade nun ci sia:/ de sira ‘iddi ballare la lucerna,/lu lucernaru la danza facia;/lu manimuzzu petre ‘scia cugghiendu,/e ‘mpiettu a ‘omu nudu le mentia;/lu mutu patarnosci ‘scia decendu,/lu surdu ‘scia de ‘retu e lu sentia; lu musciu casu ‘ecchiu ‘scia endendu,/lu surge lu ‘eddhanzie nni tenia (Se volete che vi dica una menzogna/non ci sia  nemmeno un punto di verità:/di sera vidi ballare la lucerna/il lucerniere faceva la danza;/ una persona con la mano mozzata andava raccogliendo pietre/e le poneva nel petto di un uomo nudo;/il muto andava dicendo Pater noster/, il sordo gli andava dietro e lo sentiva; il gatto andava vendendo formaggio stagionato, il sorcio gli teneva la bilancia).

Per farmi poi perdonare, almeno in parte, il turbamento che questo mio scritto potrebbe aver procurato a qualche lettore, per farmi perdonare, dicevo, e non solo da lui…,  chiudo con una galleria fotografica in cui di mio ci ho messo solo un copia-incolla, praticamente nulla, non senza augurare a tutti, consapevole di non aver fatto, come vuole in questo periodo la pubblicità, il buono …, il mio non convenzionale Buon Natale!.

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1 Ma, se l’ascensore, costituito da una serie di cabine  applicate ad una catena senza fine, risale ai primi decenni del secolo scorso,  paternoster in documenti notarili di Gallipoli del secolo XV è un monile di coralli per grandi occasioni e  patarnòsci a Squinzano indica un tipo di maccheroni molto minuti e patarnòsciu a Castro e a Scorrano il frutto dell’edera, a Cutrofiano   un frutto poco sviluppato. Punto di partenza comune è il rosario (che già è una traslazione metonimica: dalla preghiera all’oggetto che l’accompagna): la somiglianza è integrale nell’ascensore, parziale (con riferimento al singolo grano) nei maccheroni e nel frutto.

2 Altri passi della preghiera sono stati accusati di traduzione infedele se non  errata ma, a quanto ne so, nessuno si è mai soffermato sulle due parole iniziali.

3 Infatti Pater noster in greco sarebbe stato Πάτερ ἡμέτερε (l’ultima parola vocativo dell’aggettivo possessivo di prima persona plurale).

4 Epistola LVII; cito dal testo riportato nella Patrologia del Migne; la traduzione, letterale…, è mia).

5 De optimo genere oratorum, V, 14.

6 De arte poetica, vv. 133-134.

7 Iliade, l, 47-54.

8 Emanuele Barba, Proverbi e motti del dialetto gallipolino, Stefanelli, Gallipoli, 1902, pag. 189.

9 Così lo chiamarano (il motivo si capirà dopo averlo letto),  inserendolo  insieme con altri canti di Lecce e Cavallino, Vittorio Imbriani e Antonio Casetti nella loro raccolta intitolata  Canti popolari delle provincie meridionali, Loescher, Torino, 1871; il canto in questione è a pag. 202.

Aspettando il Bambinello: semplici note di un disincantato cercatore di muschio

Lichene

di Rocco Boccadamo

 

In talune circostanze e/o inseguendo determinati, particolari temi, si ha la sensazione che la mano esiti nell’impugnare la penna e, più in dettaglio, che il coacervo dei polpastrelli manchi della forza necessaria per tenerne ferma l’asta.

E, però, prodigiosamente e fortunatamente, viene puntualmente a scattare la spinta dell’inchiostro espressivo coagulatosi, per conto suo, nella mente e non solo lì, sino allo scioglimento sotto forma di parole, concetti, righe e pagine.

Fuori di preambolo, ci siamo. In seno all’agenda 2012 ormai prossima all’indice e in correlazione al foglietto del 25 per antonomasia, affiora una sequenza di domande: “Arriverà, anche quest’anno, il Natale? Come si presenterà? Quale sarà l’espressione del volto del Bambinello?”.

Purtroppo, non si tratta d’interrogativi accentuati che traggono origine da mera stravaganza o da incertezza senza fondamento.

Succede, infatti, che l’atmosfera e le scene aleggianti nei dintorni, lungi dalle immagini d’antica tradizione che porgevano, alle menti e ai ricordi, rudimentali presepi, nude grotte e poveri pastori, appaiano costellate da nugoli, quando non veri e propri schieramenti, di pupazzi e pupi, che poco o niente hanno d’innocenza, semplicità e disinteresse, recitando, più che altro, nel ruolo di paladini alla rovescia.

Non palline colorate, non arance ai rami dei verdi abeti, nessuna stella cometa ad illuminare e guidare. All’orizzonte di detti astanti, invece, l’aspirazione a posizioni privilegiate nelle liste, il miraggio di scranni, il sogno di potere e viepiù potere.

In un bailamme eccezionalmente variegato, dove s’improvvisa, si avanza e s’indietreggia, si avverte ansia spasmodica per la tornata elettorale alle porte. Al che, come non augurarsi e sperare che il Bambinello ce la mandi buona? Che il rinnovo del Parlamento e del Governo sia quanto più radicale possibile, racchiudendo, in pari tempo, sane e sagge finalità, in luogo delle solite stucchevoli velleità dai mille reconditi risvolti?

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bergamo alta innevata due

Alleggerendosi d’abito, lo scrivente osservatore di strada tiene a far notare che, in fondo e volendolo, contrariamente ad ogni apparenza e impressione, può essere sempre tempo buono per la venuta del Bambinello e per il contatto o l’incontro con Lui.

Io, l’ho trovato, seduto giusto accanto a me, qualche giorno addietro, intervenendo a un consesso multietnico per l’ascolto di canti natalizi e di sprazzi di letture varie intonate alla ricorrenza: astanti, di lingua inglese, albanesi, egiziani, arabi e musulmani.

Un substrato di credo comune pur sotto l’insegna di religioni differenti, fra strofe di nenie in idioma arbereshe, versi del Corano, recite di brevi poesie da parte di bambini e giovanissimi, accenni di sermone dalla voce di un pastore protestante, col cappello conclusivo di canti caratteristici eseguiti da una coppia di artisti di strada provenienti dalla Grecìa Salentina.

E mi si è presentato un’altra volta, in una recentissima buia sera, punteggiata a mala pena dalla caduta di nevischio, in un capoluogo della Padania: in macchina, non riuscivo a procedere, ho arrestato il mezzo sulla destra e mi sono diretto a chiedere lumi all’automobilista che mi seguiva immediatamente. Ha stentato ad abbassarsi il finestrino, dopodiché si è delineato alla vista il volto di una giovane donna dalla pelle nerissima, la quale, ad ogni modo, con eccezionale gentilezza e dolcezza mi ha opportunamente indirizzato.

Così raggiunta la meta, ne ho nuovamente scorto le sembianze dalla finestra di una camera al sesto piano, affacciata a pieno schermo sulla bellissima parte alta di quella località, ricoperta di fresca neve: davvero, un gigantesco presepe, eccezionale, unico.

Ne ho, ancora, percepito la presenza e la vicinanza, presenziando alla celebrazione delle nozze di una coppia di giovani familiari, nel cui ambito, fra le invocazioni o intenzioni dei fedeli, ho ascoltato la seguente: “Che gli sposi P. e G., insieme con il loro piccolo (che attendono) eccetera”.

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presepe uno

Nel saloncino della mia abitazione, fa bella mostra un minuscolo presepe in cartapesta, gesso, legno e terracotta, realizzato e donato da un amico artigiano – artista.

Pur diverso nella foggia e preziosità, simboleggia per me la continuità dell’analogo manufatto alla buona che, intorno al 1950, a Marittima, era costruito in casa, con cartone d’imballaggio e qualche cassetta di legno, per opera di mia madre. Neppure una lampadina elettrica ad illuminarlo, ma appena qualche sparuto lumicino di cero o candela, tuttavia vantava una ricchezza o dotazione speciale, conferita proprio da noi ragazzi: tappetini di muschio e frammenti di lichene, cercati e raccolti con pazienza nelle incontaminate campagne di quell’epoca.

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muschio buona

Manca una settimana al Natale e, in tale frattempo, il mio personale proposito, se non di estraniarmi completamente, è di non farmi prendere dai riti dei primi menzionati pupi e pupazzi della cosiddetta “casta”, predisponendomi, da credente, ad accogliere con leggerezza di spirito la Creatura che nascerà nella fredda grotta.

Buon Natale.

 

Taranto. Una segnalazione nella chiesa di Sant’Agostino



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di Nicola Fasano

Nella riscoperta di tesori artistici a Taranto possiamo sicuramente annoverare la statua lignea policroma settecentesca di San Nicola da Tolentino, conservata nella cappella eponima, la prima a sinistra entrando nella chiesa di Sant’Agostino. La stessa cappella venne fatta erigere dalla confraternita dedicata al Santo, che molto probabilmente commissionò anche la statua; purtroppo non si hanno notizie archivistiche sul simulacro ligneo in quanto un incendio nel XVIII secolo ha distrutto i preziosi documenti. L’eremita agostiniano (1246 ca.- 1305) canonizzato nel 1446 è riconoscibile per il saio nero dell’ordine agostiniano e per la stella al centro del petto, che alluderebbe all’astro che apparì al momento della sua nascita.

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Il Santo è colto nel momento estatico tipico della retorica barocca, lo sguardo rivolto al cielo, la bocca socchiusa, le braccia aperte, gesti caratterizzanti un dialogo privilegiato con il trascendente. La qualità sostenuta della statua lignea, data dall’estrema raffinatezza nell’intaglio, fa pensare senza ombra di dubbio all’ambito napoletano e, più in particolare, alla cerchia di Giacomo Colombo, uno dei maggiori artefici della scultura lignea del settecento meridionale.

La sinuosità della forma e la resa naturalistica degli incarnati controbilanciano la stesura un po’ bloccata e accademica del modello, vivacizzato dalle fluenti pieghe delle vesti che cadono perpendicolari e lasciano intravedere un accenno di movimento della gamba destra rispetto a quella sinistra di appoggio.

Sciogliere l’attribuzione in favore del maestro è quanto meno rischioso, vista la serialità di opere realizzate dalla fiorente bottega, per venire incontro ad una committenza sempre più numerosa ed esigente. Tuttavia, azzardando un’ipotesi, la nostra statua richiama la mano di Francesco Picano, collaboratore di Giacomo Colombo, nel trattamento del panneggio che viene semplificato rispetto ai modelli del più quotato maestro, come già sottolineato dalla Gaeta, una delle maggiori esperte su Colombo; sono inoltre palesi i rimandi del santo agostiniano con il San Francesco di Paola nella chiesa di Santa Lucia a Serino.

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Il mio breve contributo vuole essere da stimolo alla riscoperta e allo studio della statuaria lignea, visto che rispetto ad altri territori baciati da studi specifici e da indagini scientifiche, i simulacri lignei tarantini, importantissimi dal punto di vista religioso e antropologico (basti pensare alle statue napoletane dell’Immacolata in San Michele e a quelle del Cristo Morto e dell’Addolorata del Carmine) , hanno avuto solo la degna attenzione del compianto Nicola Caputo e di qualche altro storico locale.

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