Saiètta, fùrmine e ccòccia

di Armando Polito

 

Nel dialetto neretino il nesso del titolo (ma anche e più spesso  singolarmente ciascuno dei tre sostantivi che lo compongono) costituisce tra le locuzioni interiettive la più efficace e spinta per esprimere il disappunto.

Cominciamo dai primi due elementi che a prima vista si direbbero concentrare in sé tutta la rabbia possibile e la sovente connessa voglia di distruzione e annichilimento, in quanto saiètta corrisponde all’italiano saetta (usato al plurale da solo o nella locuzione saette e fulmini!) che è dal latino sagìtta(m) di probabile origine etrusca e fulmine è da un latino *fùlmine(m)1 variante del classico fulmen, da fulgère=splendere

Chiunque sa cosa una saetta (o fulmine, o folgore) è in grado di fare, ma non può certo immaginare che con lei possa competere una semplice, apparentemente innocua goccia; sì, perché il corrispondente italiano di còccia (usato anche come normalissimo nome comune: tamme nna còccia ti mièru=dammi un goccio di vino) è proprio goccia, da un latino *guttiàre=gocciolare, dal classico gutta=goccia.

Sulla potenza, per quanto insospettabile, della goccia fanno testo parecchi autori latini:

Lucrezio (I secolo a. C.), De rerum natura, I, 313: stilicidi casus lapidem cavat (la caduta della goccia scava la pietra);

Tibullo (I secolo a. C.), Elegie, I, 4, 18: longa dies molli saxa peredit aqua (Il trascorrere del tempo ha consumato la roccia con la morbida acqua);

Ovidio (I secolo a. C.-I secolo d. C.), Ars amandi, I, 476: dura tamen molli saxa cavantur aqua (tuttavia la dura roccia è scavata dalla morbida acqua; il verso sarà citato, insieme con quello di Lucrezio,  qualche decennio dopo da Seneca nelle Naturales quaestiones, IV, 3 ); Epistulae ex Ponto, IV, 10, 5: gutta cavat lapidem (la goccia scava la pietra); proprio quest’ultima sequenza ovidiana è divenuta proverbiale, pur essendo il poeta, cronologicamente, l’ultimo arrivato ma non è difficile immaginare che la sinteticità (soggetto, predicato verbale, complemento oggetto) abbia avuto un ruolo determinante.

Nel mondo greco il concetto sarà ripreso da Galeno (II-III secolo d. C.): Κοιλαίνει πέτραν ῥανὶς ὕδατος ἐνδελεχείῃ (Una goccia d’acqua con persistenza scava una pietra).

Che poi, buco nella roccia a parte,  la goccia non sia tanto innocente lo dimostra il fatto che da gutta(m), accusativo di gutta è derivato gotta per l’opinione sostenuta dalla patologia umorale che la malattia fosse provocata da gocce alterate di uno degli umori del corpo. Questa disfunzione del metabolismo era considerata tipica dei ricchi, i quali potevano permettersi un’alimentazione dall’elevato contenuto proteico e lipidico. L’etimologia di còccia da gutta con riferimento alla gotta però  sarebbe stata proponibile se questa malattia avesse avuto anche per il passato esiti estremamente gravi o addirittura fulminanti; e non sarebbe stato neppure una bella soddisfazione augurare al proprio nemico, magari povero in canna, che gli venisse la gotta perché sarebbe stato come augurargli anzitutto di diventare ricco…

E allora? Una goccia era ritenuta responsabile anche di un’altra malattia ben più grave, invalidante e spesso mortale: l’apoplessia, detta anche goccia,  male della goccia, gòcciola, male della gòcciola perché si pensava che fosse provocata da una goccia d’umore discesa nel cuore dal capo.

Eccone alcune testimonianze, sempre letterarie, in ordine cronologico:

Franco Sacchetti (XIV secolo), Il trecentonovelle, novella 167: “…E questa era la doglia del capo: ché sono molti che berranno tanto che non che dolga loro il capo, ma e’ diventeranno paralitichi ritruoplichi, e col male della  gocciola  che più tosto si potrebbe dire il male del quarto; che a tanto è venuto questo misero difetto ch’e’ giovani tutti se ne guastono, usando la mattina più e più volte bere la malvasìa e altri vini, e poi corrono alla lussuria; e così si guastano e mancano i corpi…”

Lorenzo de’ Medici (XV secolo), Poemetti in terzine, Simposio, VI, 7-9: “Tra lor ve n’era alcun zoppo e sciancato, e gamberacce e occhi scerpellini, e altri dalla  gocciola  scempiato”.

Masuccio Salernitano (XV secolo), Il novellino, parte IV, novella XXXIII: “…E non dopo multo spacio che gli venne un stupore sì grande, che per morta cascò in terra; de che le sue fante con grandissimi gridi féro il vecchio patre con altre assai brigate al romore correre, e trovata la sua unica e da lui tanto amata figliola già morta, con dolore mai simele gostato fatti vinire prestissimo medici con ogne argomento da revocarla in vita, e niuno valendole, fu da tutti tenuto per fermo lei da supravenutale  gocciola  fusse morta…”.

Francesco Guicciardini (XVI secolo), Storia d’Italia, III, 15: “…la notte innanzi all’ottavo dì d’aprile morì il re Carlo in Ambuosa, per accidente di gocciola , detto da’ fisici apoplessia, sopravenuto mentre stava a vedere giocare alla palla tanto potente che nel medesimo luogo finì tra poche ore la vita, con la quale aveva con maggiore impeto che virtù turbato il mondo, ed era pericoloso non lo turbasse di nuovo…”.

Giorgio Vasari (XVI secolo), Le vite de’ più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, Vita di Ercole Ferrarese: “Poi gli cadde un giorno la  gocciola , di maniera che in poche ore gli tolse la vita.”; Vita di Perino Del vaga: “… non giovando rimedii e seguitando il catarro, una sera parlando vicino a casa con uno amico suo, di un subito mal di  gocciola  cascò morto, nella età sua di quarantasette anni”.

Matteo Maria Bandello (XVI secolo), Novelle, quarta parte, novella VI: “Questo prezioso e vitale liquore fuori de l’uva premuto se si beve senza modestia e senza regola, come sogliono fare gli ubriachi, infrigidisce per cagione acccodentale tutto il corpo, suffocando il calore naturale, come si estingue un picciolo fuoco, cui sovra sia gettata una gran quantità di legna, nuoce al cervello, offende la nuca e debilita i nervi; onde causa assai sovente apoplessia, cioè la goccia, paralisia, mal caduco, spasimo, stupore, tremore, abbagliamento di occhi, vertiggini, contrazione di giunture, letargia, frenesia, sordità e catarro”.

Torquato Tasso (XVI secolo), Lettere, lettera 456: “… ho udito strepiti spaventosi; e spesso ne gli orecchi ho sentito fischi, titinni, campanelle, e romore quasi d’orologi da corda; e spesso è battuta un’ora; e dormendo m’è paruto che mi si butti un cavallo addosso; e mi son poi sentito alquanto dirotto: ho dubitato del mal caduco, de la  gocciola , de la vista…”

Giulio Cesare Croce (XVI-XVII secolo), Le piacevoli e ridicolose simplicità di Bertoldino: “Beva chi vuole, e se bevesti tre giorni continui di questo chiaro liquore non v’alteraresti punto, né vi sarebbe pericolo né sospetto di goccia  né di paralisia, come spesse volte suole accadere a molti di quelli i quali caricano l’orcia di quei vini grandi e possenti, senza meta né misura alcuna, i quali similmente levano l’intelletto e sono causa di mille strani inconvenienti, perché, come l’uomo ha riscaldato il cervello, facilmente si piega a far delle cose indegne e di poca lode, onde esso dà da ridere bene spesso al volgo e fa piangere quei di casa; ma chi beve di questa sta sempre in tono e sempre ha il suo cervello a segno”.

Il tema è particolarmente ricorrente nella letteratura religiosa del XVII e XVIII secolo:

Pietro Antonio Cassuoli, Veridico racconto dell’origine, progressi et miracoli della Madonna di Reggio, Soliani, Modena, 1666. pag. 104: “Dall’apoplesia, o sia male di goccia scampati. Chiara di Gasparo Zilocchi sendole caduta la goccia, e restata tremando, con la bocca rivolta fino all’orecchie in modo spaventevole, stete caduta in terra per lo spatio d’un quarto d’hora, nel qual tempo avotita alla madonna da una sua compagna, subito ritornò la bocca al suo luogo, cessò il dolore, e parlò, restando senza alcuna lesione. Il Signor Cvaliere Donato Azzaioli Gentilhuomo Fiorentino levandosi del letto restò sovra preso da un mal grandissimo di goccia, onde stete tre giorni senza poter parlare, et havendo fatto voto a quella Santissima Madonna, in poco tempo rimase sano. Il Signor Giovanni Bismantova, Figliuolo del Conte Antonio Bismantova Reggiano cadè all’improviso in terra nella Piazza, oppresso da un accidente di goccia, onde perdette la metà della sua persona; et quando fu portato a casa s’avotò alla Madre di Dio, et all’hora in un’istante, proferito, c’hebbe il voto, restò libero, et sano, senza alcuna sorte di mancamento. Il Signor Paolo Bondini da Bologna, havendo patito per tre anni il male della goccia, senza haver potuto trovarvi rimedio, si raccomandò a questa B. V. et subito cominciò a migliorare, rimanendo poi del tutto libero”.

Paolo Segneri (XVII secolo), Opere, tomo I, Baglioni, Venezia, 1716, pag. 14: “Considera che non v’è cosa o più vile o più vana o più instabile d’un vapore il quale è soggetto ad ogni aura. E tale è la vita umana: vapor est. Quanti accidenti te la possono togliere, quando anche meno tel credi! Una goccia la qual ti caschi dal capo, una soffocazione di catarro…

Carlo Ambrogio Cattaneo (XVII-XVIII secolo), Opere,  tomo IV, Eredi Baglioni, Venezia, 1821, pag. 101: “Ha forse Dio bisogno di scatenarecontro di me i ministri della sua giustizia, per annientarmi? Non basta una goccia, che mi cada, un catarro che mi affoghi…?”,

E ancora:

Alessandra Macinghi Strozzi (XIX secolo), Lettere ai figli esuli, lettera XXVII: “… Giovanni della Luna duo dì sono, gli cadde la  gocciola : ha perduto tutto il lato ritto, e non favella, e sta male: Iddio l’aiuti…”

Giuseppe Gioacchino Belli (XIX secolo), sonetto 2161 (L’uguri de sto monno), v. 14: “Che mme pijji una goccia o ‘na saetta”; sonetto 2176 (La mutazzion de sscena), v. 13: “Bbe’, er zervitore, je pijji ‘na  goccia”.

Un uso ambiguo, quasi un gioco di parola propiziato, dopo goccia, da paralisi e che sembra riprendere l’antica eziologia della malattia: Italo Svevo (XIX secolo-XX secolo), Una vita: – Non lo credo! – rispose Prarchi – Forse è stata la  goccia  che ha fatto traboccare il vaso, ma sono malattie che si formano lentamente. Chissà da quanti anni essa minava l´organismo di Fumigi! Lavorò troppo e visse da celibe; non mi pare che occorrano altre spiegazioni. Oggi noi possiamo seguire i progressi della paralisi, ma certo è da molto tempo ch´essa s´era messa in marcia…

Spesso in uso isolato nel dialetto neretino còccia è sostituito da corpu, corrispondente all’italiano colpo2 (apoplettico). Se in còccia (come pure nella locuzione italiana emorragia cerebrale) prevaleva l’eziologia,  qui, come negli altri sinonimi (apoplessia, ictus3) è la sintomatologia (paralisi o perdita della conoscenza, come può succedere, sia pure temporaneamente, per un colpo in testa) a dettar legge.

Poteva una voce così “scabrosa” (di regola lo sono le imprecazioni e quelle attinenti al sesso) come còccia sottrarsi a quella forma di ipocrisia espressiva che è l’eufemismo? Ecco allora nel dialetto neretino (ma il Rohlfs la registra solo per Galatone) la variante còbbia. In dialetto milanese sta per coppia, ma non credo che sia forma importata, anche se individuarne l’origine è più complicato che per la serie cazzu>cazzalòra in cui interviene come sostituta un’altra parola (cazzalòra=casseruola) che ha in comune con quella da sostituire la sillaba iniziale; o come nella serie Matònna>Matòmbula in cui la parola sostituente (tòmbula) si è agganciata alla sillaba iniziale della parola originale (Ma-) e, a differenza del primo caso, il risultato non è una parola esistente; o come nella serie Ddiu>Ddissi in cui non credo che Ddissi sia un recupero del latino deus (che eufemismo sarebbe? di matrice dotta?) ma piuttosto una sovrapposizione, con la consueta conservazione, però, della sillaba iniziale della parola di partenza (Ddi-), di tissi (terza persona singolare del passato remoto di dire). Però, come parole autonome cazzalòra, tòmbula, deus (o tissi che sia) esistono, còbbia no. D’altra parte mi sembra piuttosto banale (forse perché alcuni di noi tendono a complicarsi la vita e credono che raramente una banalità possa essere verità) sostenere che in còbbia è stata operata la sostituzione della consonante con quella immediatamente precedente (e perché non con quella seguente: còddia?). Potrebbe essere suggestivo, ma ci credo poco pure io che lo sto pensando, che còbbia in qualche modo evochi la persona gobba di sesso femminile che, a differenza dell’analoga maschile, non porta fortuna ma, addirittura, suscita repulsione.4

Riesco a dare, invece, piuttosto agevolmente un’interpretazione per  saièmma, forma eufemistica per saiètta, che secondo me sarebbe una dimostrazione di sensibilità altruistica nascente da paretimologia, cioè da un’etimologia popolare. Mi spiego: indipendentemente dal motivo del disappunto ascrivibile a chi pronuncia l’interiezione o ad altri, nell’immaginario dell’utente popolare quel –tta di saiètta potrebbe essere stato interpretato come un segmento evocante l’aggettivo possessivo enclitico di seconda persona singolare (o ad esso,addirittura, corrispondente) usato in unione ai nomi indicanti parentela (màtrita, pàtrita, sòruta, fràita); l’eufemismo  di cui ho parlato prima ha comportato la sostituzione di quel –tta col possessivo enclitico di prima persona singolare (-ma: màtrima/màuma, pàtrima, sòruma, fràima), da cui saièmma, con un’ altruistica assunzione di responsabilità rispetto alla voce di partenza.

Purtroppo per cobbia, nel frattempo (per fùrmine non conosco forme eufemistiche), non mi è venuta in mente nessun’altra idea. Chi mi aiuta?

________

1 Di regola i nomi derivano dall’accusativo e perciò il classico fulmen (neutro) avrebbe dato fulme, come lumen ha dato lume; fulmine, invece, fa supporre un *fulmine(m). Tuttavia va detto che, per converso,  come forma letteraria e per ragioni in tutta evidenza metriche fulme s’incontra in Baldassarre Tassone (XV secolo), Comedia di Danae, atto III: “…colui che porta el fulme  e ha ‘n man la face” e lumine in Lorenzo de’Medici (XV secolo), PoemettI in terzine, Capitoli, III: “Te conosciuto abbiamo, immenso  Lumine,/lume che sente sol la mente degna”. Colgo l’occasione per far notare, a proposito di quest’ultimo distico di endecasillabi, come il primo, essendo sdrucciolo, di sillabe ne ha, correttamente, dodici e come Lùmine nella sua forma anche graficamente più estesa integri perfettamente immenso, anche in contrasto-accordo con il gemello lume usato subito dopo e all’inizio del verso successivo come nome comune.

2 Colpo è da un latino *colpu(m) a sua volta dal classico còlaphu(m)=schiaffo, e questo dal greco κόλαφος, a sua volta da κολάπτω=beccare, battere. È interessante notare che corpu è usato anche con valore di interiezione (proprio come succede con còccia), mentre quando assume il significato generico di colpo è usata la forma cuèrpu (mo ti menu nnu cuerpu an capu=mo ti do un colpo in testa), che è un omofono di cuèrpu=corpo (cce ttieni an cuerpu?=che hai in corpo?), dal latino corpus.

3 Apoplessia è dal greco ἀποπληξία=paralisi, da ἀπόπληκτος=stordito, a sua volta da ἀποπλἡσσομαιrestare stordito, composto da ἀπό=da e πλἡσσομαι, che è mediopassivo di πλἡσσω=colpire. Ictus è il sostantivo latino derivato dal participio passato di ìcere=colpire.

4 Sul tema vedi il mio contributo in

http://www.vesuvioweb.com/it/wp-content/uploads/Aniello-Langella-Scartiello-vesuvioweb-2012.pdf

Un commento a Saiètta, fùrmine e ccòccia

  1. mi sono divertita moltissimo a risentire in termini così dotti espressioni legate all’infanzia (sono di Porto Cesareo ma vivo da molti anni a Bologna) e mi e’ tornata in mente mia nonna che imprecava augurando al malcapitato di turno “ci cu ti cascia toccu!”
    un saluto Giovanna

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