La cinghia dei pantaloni, umiliante pegno della parola d’onore

LA CIVILTA’ CONTADINA NEL SALENTO DI FINE OTTOCENTO

LA CURESCIA

 

Nella ricerca di una giornata lavorativa, da simbolico scettro di comando la cinghia dei pantaloni diveniva l’umiliante pegno sostitutivo della parola d’onore.

Jean-François Millet – Uomo con la zappa

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

Cinca sciurnàta ole ttruàre si fazza la chiàzza pi’ cummàre” (“Chi vuole trovare giornata lavorativa, non una donna ma la piazza deve farsi per comare=amante”), consigliava un antico proverbio i cui termini, intesi come positivi, venivano però contrastati, anzi drasticamente capovolti da un altro detto che definiva la piazza “Càcchiu pi’ llu cuéddhru ti li sciurnalièri” (“Cappio per il collo dei giornalieri”). Diritto e rovescio di una stessa medaglia che nell’unificazione delle due oggettivazioni si tramutava in referente sociale, per di più venendo a spirare, per il tramite delle diversificate valutazioni, in una sintesi di consonanze fra le mutazioni cicliche della natura e le oscillazioni occupazionali di quanti lavoravano la terra.

In questa sincronia di rapporti infatti, il periodo invernale e quello estivo ne uscivano sottintesi, quasi mimicamente rappresentati da quel figurale di uomini dalle coppole scure che al crepuscolo affluivano verso il centro della piazza, via via formando una siepe lungo il tratto più di passaggio. Un modo – ufficializzato dall’uso – di porsi ‘in vendita’, ovverosia segnalare il loro stato di disoccupati ai rappresentanti del potere padronale, ai fattori appunto, che interessati a reperire manodopera da impiegare sulle terre dei latifondi o nei circondari delle masserie, incedevano con aria di superuomini per passare in rassegna quella merce umana doviziosamente offerta dalla miseria. Scelta accurata, condotta con sadica lentezza nei lunghi mesi invernali, quando, nel ripetersi delle inclemenze atmosferiche, anche il cielo sembrava mettersi d’accordo con i padroni per rendere estremamente precaria la possibilità di un’occupazione.

D’inverno, infatti, i fattori furbamente arrivavano in piazza a sera inoltrata, intendendo così cogliere i mendicanti del lavoro nell’estremo della macerazione e quindi speculare, oltre che sulla loro inermità, sulla stanchezza derivata dalla lunga sosta nel freddo. Erano creature fuse alla terra, abituate a mantenersi in sintonia con i ritmi della natura – ossia a levarsi a lla cantàta ti lu jaddhru e coricarsi a llu mmasùnu ti l’aucèddhri – e perciò più immediati nell’avvertire la pena di quel trascorrere la sera fuori casa, nella desolazione di una piazza che sembrava farsi patibolo e manifesto della loro condizione.

Il loro arnese era la zappa, la loro passione stava tutta nel preparare il letto alle sementi, nel dare ossigeno alle radici, nel rivoltare la terra con la stessa sacralità di chi impastava il pane, ma nell’ora della disperazione qualsiasi offerta di lavoro veniva vista come miracolo, e purché la fame uscisse dalle loro case erano disposti a fare anche li cumminanzièri, cioè i servi delle masserie. Ciò significava dover rimanere intere settimane lontani da casa, sobbarcarsi ai lavori più vari e più pesanti, avere solo poche ore di riposo, e tutto per una paga bassissima. Ma il poco era sempre meglio del niente, e alle condizioni da capestro che i fattori imponevano dettandole con autorità, non si poteva contrapporre altro se non un fievole “Gnorsì”.

Jean François Millet, Piantatori di patate (1861)

Nei mesi estivi, soprattutto a ttiémpu ti miéssi, la situazione si ribaltava, e pur se la condizione di base permaneva spareggiata nella valutazione della dignità individuale, il quadro assumeva tinte ben diverse: non erano i contadini a macerarsi nell’attesa di un ingaggio, bensì i padroni, ansiosi di trovare manodopera sufficiente per mettere al sicuro un prodotto che, ormai giunto a piena maturazione, sottostava a dei rischi, quali potevano essere un improvviso temporale o addirittura un incendio. Di conseguenza il passo dei fattori si faceva frettoloso e ben solerte il loro apparire nella piazza, così dimentica delle desolazioni invernali e quasi ubriaca nell’accavallarsi delle voci.

Chi di loro arrivava per primo poteva meglio scegliere in qualità di prestazione e oltretutto sfuggire a un eventuale rincaro di paga, facile a determinarsi in seguito a uno scompenso fra limitazione di manodopera ed eccedenza di lavoro. Lievitazione che di solito avveniva nelle ore più tarde, generando il problema delle defezioni: nnu sciurnalièri già ingaggiato per un tot paga, continuando a permanere in piazza poteva essere allettato dall’offerta di un maggiore compenso e cambiare datore di lavoro, non mantenendo l’impegno precedentemente preso. Un comportamento capace di suonare in netto contrasto con quelli che erano le sublimazioni etiche del tempo, nel cui contesto la parola data non solo era più che sacra ma superava i limiti di proposizione personale per assurgere a universalità di norma nella taratura dell’onorabilità umana. Inviolabilità di principio che però, come tutte le leggi a scansioni interpersonali, avanzava dei “distinguo”, nel nostro caso appuntati sui vizi di coattività e sfruttamento, di fronte ai quali veniva a crollare l’intesa sacralità dell’impegno.

Ne conseguiva che per i vessatori – primi fra tutti, quelli che strozzinavano sul lavoro – esigere o anche solo rifarsi all’onorabilità della parola data equivaleva ad afferrare il coltello dalla parte della lama, in pratica ritrovarsi da accusatori in accusati o, per dirla con i contadini, ti tàccaru ti margiàle a lléuna ti ccétta (da tronchetto d’ulivo, usato come manganello, a legna da fuoco spaccata con l’accetta). In tale prospettiva i fattori che per primi arrivavano in piazza , volendo rigirare i termini dello scacco ideologico e rimettere in moto il rullo compressore dell’azione costrittiva, all’atto della contrattazione richiedevano a mo’di caparra la curèscia dell’ingaggiato, il quale la sfilava dai passanti dei calzoni sostituendola con una cordicella previggentemente portatasi nella tasca.

Jean François Millet, Pausa di mezzogiorno

E una… e ddòi… e ttréte…”, facevano la conta i ringalluzziti ricattatori appendendosi al collo una dopo l’altra le cinghie; e una volta raggiunto il numero degli operai prefissato, rudemente giravano le spalle tuonando forte l’avviso: “Cinca no ssi pprisènta a lla fatìa la chiànga pérsa!” (“Chi domattina non si presenta al lavoro, pianga la cintura come persa!”).

A’ ppritésu pignu ti curèscia!” (“Il fattore ha preteso in pegno la cintura dei pantaloni!”), comunicava il lavoratore appena entrato in casa, e malgrado ciò determinasse in tutta la famiglia un ovvio senso di sollievo per l’avvenuta assunzione, la frase di rimando pronunciata dalla moglie (o dalla madre) nasceva ugualmente secca, quasi nell’obbligatorietà di un risentimento che dal determinato in oggetto risaliva al determinante causale: “Ddiu nni tégna cuntu e ddi li carruppàte e ddi li scapuzzàte!” (“Dio tenga conto e delle tosature [sfruttamento] e delle mozzate di testa [massimale di umiliazione]!”). Un appellarsi alla giustizia di Dio che non era – come potrebbe apparire – sproporzionata reazione alla richiesta di pegno, atto in sé e per sé cautelativo: a suscitare indignazione era la scelta dell’oggetto trattenuto, la curèscia appunto, le cui attribuzioni simboliche, ponendosi a livello di siglatura della personalità, assurgevano a implicita ratifica di una virilità a connotazioni patriarcali.

Per il capofamiglia contadino la cinghia  rappresentava infatti lo scettro di comando, il pugno di forza da far valere metaforicamente (spesso concretamente) non solo sulla moglie, sui figli e sulle bestie che lo servivano ma anche sul mondo agreste, come avveniva nel caso di un albero infruttifero, al quale si dava preavviso di estirpazione sferrandogli tre colpi di cinghia sul tronco. Un infierire che a livello di linguaggio gestuale si poneva come ritualizzazione di credo adamitico, motivando le ragioni del diritto a comandare: io, maschio, in forza della mia capacità di procreare, disprezzo la tua incapacità a fruttificare e ti condanno all’estirpazione.

E qui c’è da sottolineare che, all’epoca, la sterilità patologica – peraltro vista sempre come un’onta – la si addebitava esclusivamente alla donna, non avendo altra trasposizione nell’uomo se non come effetto di un’avvenuta castrazione. Massimale di degradazione la cui terribile ipotesi venendo a interferire nella sfera delle insicurezze psicologiche, spingeva a una continua riaffermazione della propria mascolinità, calcando tanto nei comportamenti che la caratterizzavano (forza, coraggio, onore) quanto nella tutela dei simboli che la rappresentavano (i pantaloni e, più ancora, la cinghia perché li reggeva).

Era proprio basandosi su questa indispensabilità di conferma vissuta nella trasferta delle immedesimazioni che i fattori si ostinavano a chiedere in pegno la curèscia e non le scarpe, la giacca o il corpetto: rincari o non rincari di paga, non uno degli ingaggiati avrebbe disertato il campo di lavoro, essendo oltre che inammissibile, del tutto impensabile si potesse rinunciare al riapproprio di un pegno tanto rappresentativo. Urgenza di recupero peraltro caldeggiata, sia pure in forma indiretta, dalla moglie, la quale, temendo che la disarmante visione dei pantaloni retti da una cordicella potesse generare nei figli più piccoli un senso di scandalo con conseguente deprezzamento dell’autorità paterna, si affrettava a redarguirli con piglio piuttosto duro: “Mbè?… Cce

gghéte tuttu stu uardàre a uécchi spaciddhàti?!… A scià ccurcàtibbe, e ppinsàti cu ddurmìti… ca crài lu tata si la rripìgghia la curèscia… si la ripìgghia e ccòmu!…

(“Beh?… Cos’è tutto questo guardare con occhi spalancati?!… Andate a coricarvi e pensate a dormire… ché domattina vostro padre se la ripiglia la cinghia… se la ripiglia e come!…”).

 

4 Commenti a La cinghia dei pantaloni, umiliante pegno della parola d’onore

  1. Per fortuna questi episodi sono alle ns.spalle.Attualmente si rischia l’effetto opposto e gli eccessi fanno sempre male.
    In questi giorni mi è capitato di richiedere dei preventivi a degli artigiani ma di loro non ho ancora visto l’ombra evidentemente costoro non conoscono le realtà sopra descritte e chi come me ha meno di 70 anni ha fatto in tempo ad assistere a simili nindecorosi spettacoli.

  2. Io capisco, caro amico, il disagio che sta vivendo a proposito della richiesta dei preventivi, ma oggi non è possibile fare un paragone con il passato in quanto non ci troviamo più fra un “Ieri” e un “Oggi” relativamente vicini. Le due Civiltà di cui lei si è trovato a fare da ponte nella vita sono talmente in contrasto fra di loro da non poterci permettere più alcun riferimento con quella superata. Mi creda, anche se la Civiltà dei “fattori” è relativamente recente e lei, per età, ne è stato testimone, è come se risalisse a tempi preistorici! D’altra parte dobbiamo tenere presente che la perfezione non esiste e che se fortunatamente nella Civiltà odierna siamo scevri da episodi come quelli esposti nel saggio antropologico di cui siamo ospiti, va da sé che ci tocca sopportare i “difetti” di cui possiamo essere vittime, compresa la perdita dei grandi valori. Lei ha ragione (Lu troppu stroppia!); l’operato da lei esposto non è corretto (la ggente à ppersu lu sensu!); ma cosa vuol fare: ogni epoca ha avuto le sue pecche!
    Si abbia, caro amico, la nostra solidarietà e i ringraziamenti per avere scelto questo spazio per il suo sfogo.

    • Sì, Carlo, e sono sicuro di non sembrare immodesto nel darti ragione perché questo è stato uno dei meriti riconosciuto alla Giulietta da più persone, critici e non. In effetti, conducendo lo studio sulla civiltà contadina la Giulietta e io ci siamo prefissato un obiettivo, quello di “trattarla” saggisticamente con lo stesso stile con il quale si può “trattare” un’opera letteraria dai contenuti allegorici o, forse meglio, di un’opera d’arte che si presta alla psico-critica. E – ovviamente al di là delle parti narrative, dove la Giulietta si riconferma scrittrice di razza -, penso anch’io di essere riusciti perfettamente nell’opera “Tre santi e una campagna” (basta pensare a “Lu mantìle”), in seno alla quale gli usi e i comportamenti popolari vengono studiati e analizzati così come potrebbe fare uno psicanalista con tutti gli elementi offerti da un suo paziente.

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