Litanie dell’acqua

di GIUSEPPE CRISTALDI

 

E’ probabile che Daniela Liviello sia un fluido ignoto figliato dall’acqua.
Che non appartenga alla specie della carne. Al contrario, che veda nel suo stato accidentale dell’esistere, la pelle o la carta quali registro del suo trapassare la terra. Il che non è attraversare la terra, non è un passaggio superficiale sulle misture di materia cadute nell’estetica, ma un trapasso, una perforazione degli stadi o degli stati nel mezzo dei quali vorrebbe fottere tutti gli astanti, sperdendosi.

Questo è quello che si percepisce quando tesse le sue litanie dell’acqua. S’avverte un accordo segreto con la terra, una terra a cui imputa dolori laceranti, ma in fondo una terra che le si è divaricata davanti come la peggiore ninfomane, nel medesimo istante in cui rabbia da un lato e precarietà storica dall’altro si fondono nell’identità. In più subentra uno stato di disarmo, avviene la verità, ovvero il perfetto coesistere tra dire umano ed espressione del creato; la verità che ti aspetta e non ti aspetta, nel mentre che la poesia si manifesta.
E’ probabile che Daniela Liviello sia di un fluido ignoto figliato dall’acqua.
Un flusso che faccia la spola fra due luoghi al fine di assegnare, assegnarsi, una provenienza.
Se non fosse che si ha, leggendola, lo stagnare tempestivo di una nostalgia, un dolore, insomma, un sentimento che vorrebbe ricondurre tutto alla sua origine. Gli uomini agli uomini, la terra alla terra, l’acqua all’acqua. In questo scocca la sua necessità, ovvero l’annullamento del vizio onomastico: chiede di non possedere nome perché dove il suo nome nasce, ella muore. Lo fa forse per poter essere ogni cosa e se stessa allo stesso tempo e quindi consegnarsi ad un flusso creativo che non implichi inani distinzioni e categorie.
I fogli, il compromesso mal sopportato, ove avere la misura del suo viaggio, non sanno scansarla dall’essere il passero che vola tra i limoni la cui sofficità non è inferiore ad una neve settentrionale, o il fiore diruto che galleggia e passa sullo stagno muto. Daniela c’è sempre, proprio per non esserci più. Così affermandosi, il libro di assenze che annovera ogni giorno, si popola, e la solitudine che prima ne derivava ora è una folla che denuncia l’assenza della donna che scrive.
Un’assenza che ha il sapore di pubblico sacrificio, pubblica resa nella rabbia, come arrendersi per non dire l’odio verso una madre bruta, molesta, una madre che l’ha scalciata altrove, da parte a parte in luoghi più o meno voluti, una madre che le ha ammiccato di ritornare, salvo poi stravolgerla di silenzio. Silenzio e ancora silenzio; nessun saluto, nessun benvenuto, solo un calcio in culo novello, ma espresso nella modalità di una dolce prigionia, una catena attorta all’essenza ultima dell’amore.
Pensi ad un imbroglio pazzesco, per cui se prima era lei a perforare gli stadi e gli stati della terra, ora sei tu. Tu, inerme lettore, che ti ritrovi impigliato nel meccanismo, proprio quando la verità, da dietro le quinte, mette piede sul palcoscenico spietato di quello che sei. Ci vedi tutto, e non sai che definizione dare a questo spettacolo.

Io non so cosa mi leghi al comporre indomito e zitto di Daniela Liviello, non so quanto valga ciò che ho scritto, e quante volte arrivi a reiterarsi l’omicidio eppoi la resurrezione sequenziale delle identità. Non so dove finisca il nome della cosa, del luogo, e cominci quello della persona. Non conosco ancora il punto preciso in cui odio e amore facciano l’odio e l’amore, siano l’insieme perfetto. Non so quante paralisi si nascondano dietro un andare, e quanti passi costruiscano un isolamento.
Non so se quella nave e quelle centinaia di naufraghi lasciassero la terra, o la prendessero.
Di mezzo vi era qualcosa, di mezzo vi è sempre qualcosa, solo questo so.
Mi rimane di guardare la distesa mediterranea attraverso gli occhi della donna che scrive, intuire da un’alga, fare parola la salsedine, vedere le braccia che annegando salutano. Tace tutto, poi tutto è assordante.
La commozione, ecco, è la venere dei tempi nostri, la schiuma lo sa.
Il resto è il brusio della quiete scomposta, violata eppoi venerata dall’acqua stessa.

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