La ruta e la malva, due farmacie a cielo aperto

di Armando Polito

nome scientifico:  Ruta graveolens L.       nome scientifico: Malva silvestris L.

nome italiano e dialettale neretino: ruta  nome italiano: malva

nome dialettale neretino: marva

Ruta è dal latino ruta(m), dal greco rytè che potrebbe essere connesso con rytér=protettore (con riferimento alle sue proprietà), a sua volta dal verbo rýomai=proteggere1. Graveolens (da grave=pesante+olère=mandar odore) significa di odore acuto.

Malva è dal latino malva(m) connesso col suo nome greco malàche, a sua volta collegato con malaké=morbida, tenera (con riferimento alle sue proprietà emollienti). Silvestris significa selvatica; la voce neretina presenta il passaggio –l->-r– (dalla liquida sonora alla vibrante sonora).

La ruta ogni mmale stuta2 (La ruta spegne ogni male).

La marva ti ogni mmale ti sarva (La malva ti salva da ogni male).

Questi due vecchi proverbi la dicono lunga sulle proprietà medicinali delle due piante e rappresentano la continuazione di conoscenze antiche che ne facevano quasi due erbe gemelle, dal momento che, come vedremo, molto spesso sono loro attribuite proprietà terapeutiche contro la stessa malattia. Non è un caso, perciò,  il fatto che a ciascuna di loro un naturalista come Plinio (I° secolo d. C.) dedichi esclusivamente un intero capitolo, senza contare le altre notizie fornite in ordine sparso.

Comincerò dalla ruta che vedremo proposta (lo stesso sarà per la malva) come rimedio contro un numero impressionante di malattie, dall’herpes zoster al mal di pancia, dalla dissenteria alle fratture, oltre che come anticoncezionale.

Essa fa la sua timida comparsa nel capitolo 37 del libro XIX: “Credono che solo la ruta rubata cresca più rigogliosamente, come pessimamente le api rubate”3. E, nello stesso libro, al capitolo 45: “Anche la ruta si semina quando spira il Favonio e dopo l’equinozio di autunno: odia l’inverno, l’umidità e il letame. Ama i luoghi assolati e secchi, soprattutto la terra utilizzata per fare i mattoni. Vuole essere nutrita con la cenere, chre viene mescolata anche al seme per non essere attaccata dai bruchi. Ebbe peculiare considerazione presso gli antichi. Trovo che da Cornelio Cetego quando era console insieme con Quinto Flaminino fu offerto al popolo vino alla ruta alla fine dei comizi. Ha grande amicizia anche col fico a tal punto che come non mai cresce più rigogliosa quando si trova sotto questo albero. Si pianta anche per ramo, meglio se ficcato in una fava forata che abbracciando il ramoscello lo nutre col suo succo. Si pianta anche da se stessa; infatti la rima di un ramo piegato appena ha toccato terra subito emette radici. Così fa anche il basilico , ma cresce più difficilmente. Ma quando è indurita viene sarchiata non senza difficoltà perché procura ulcere pruriginose se lo si fa a mani nude o non difese con olio. Si conservano anche le sue foglie in fascetti”4.

Il festival della pianta viene celebrato, però, poco dopo nel libro XX al capitolo 51: “Tra le principali medicine c’è la ruta. Le foglie di quella coltivata sono più larghe, i rami con più germogli. La selvatica è più brusca nei suoi effetti e più acre per ogni uso. Se ne estrae il succo dopo averla pestata con aggiunta di poca acqua e si conserva in un barattolo di rame. Una sua dose elevata è velenosa, soprattutto quello che si estra dalla ruta che cresce in Macedonia presso il fiume Aliacmone. E, cosa strana, viene neutralizzato dal succo di cicuta: sicché ci sono pure i veleni dei veleni, dal momento che il succo della cicuta giova alle mani di chi coglie la ruta. Del resto è uno dei primi componenti degli antidoti, soprattutto quella di Galizia. Inoltre qualsiasi ruta vale di per sé come antidoto, pestando le foglie e assumendole col vino. Soprattutto contro l’aconito e il vischio. Allo stesso modo contro i funghi somministrata come bevanda o come cibo. Sempre allo stesso modo contro il morso dei serpenti, giacché le donnole prima di scontrarsi con questi si premuniscono mangiando la ruta. È efficace anche contro le punture di scorpioni, ragni, api, calabroni, vespe e contro cantaridi e salamandre e contro il morso di cani rabbiosi: si beve il succo misto a vino nella misura di un bicchiere e si applicano le foglie pestate o masticate con miele e sale o cotte con aceto e pece. Dicono che quelli che si ungono col succo o la portano addosso evitano questi avvelenamenti e che se si brucia la ruta i serpenti fuggono per il suo odore. Tuttavia la più efficace è la radice di quella selvatica assunta col vino. Aggiungono che la stessa è più efficase se bevuta di giorno. Pitagora anche per quanto riguarda la ruta distinse il maschio dalla femmina per le foglie più piccole e del colore dell’erba e dice che è più bella nelle foglie e nel colore. Egli la ritenne nociva per gli occhi; falso, poiché gli scultori e i pittori proprio per la vista la usano come cibo col pane e col nasturzio e pure le capre selvatiche per la vista, come si dice. Molti ungendosi col suo succo mescolato con miele dell’Attica risolsero l’offuscamento della vista dopo essersi toccato gli angoli degli occhi o col latte di una puerpera o col puro succo di ruta. Applicata con polenta lenisce la lacrimazione.  Allo stesso modo i dolori del capo bevuta col vino o applicata ad empiastro con aceto o olio di rosa, in caso di cefalea persistente con farina di orzo e aceto. La ruta risolve le indigestioni, immediatamente i gonfiori e i vecchi dolori di stomaco; applicata ad empiastro su tutto il ventre e sul petto apre la matrice e corregge l’inversione uterina. Cotta nel vino fino a ridursi alla metà giova col fico agli idropici. Così si beve anche contro i dolori del petto, dei fianchi e dei lombi, contro la tosse, contro l’asma, contro i disturbi dei polmoni, del fegato e dei reni, contro i brividi di freddo. Il decotto delle foglie si somministra a chi a tavola ha ecceduto. Giova pure come cibo, cruda, cotta o condita, nonché cotta nell’issopo e col vino  contro il mal di pancia. Così la sua applicazione blocca le emorragie interne e l’epistassi , così giova pure alla pulizia dei denti. Il succo viene instillato pure negli orecchi in caso di dolore, fatte salve le modalità dette per la ruta selvatica. È indicato contro la durezza e i ronzii dell’orecchio con olio di rosa o di alloro o con cumino e miele. Il succo della ruta pestata in aceto si pone sulle tempie e sulla testa di chi delira. Altri ci aggiunsero serpillo e alloro e l’applicarono come cataplasmo alla testa e al collo. Diedero da bere il decotto prima degli accessi anche nella dose di quattro bicchieri agli epilettici, il cui freddo è intollerabile e cruda come cibo ai freddolosi.  Favorisce l’eliminazione dell’urina anche in caso di ematuria; lo stesso fa, bevuta con vino dolce nero,  con i mestrui , le seconde e in caso di aborto , come dice Ippocrate, il quale prescrive pure per curare la matrice che la si utilizzi in suffumigio. Diocle la prescrive pure ai sofferenti di stomaco con aceto, miele e farina di orzo. E contro le occlusioni intestinali cotta con farina nell’olio e raccolta con fiocchi di lana. Molti consigliano pure di assumere quella secca  contro le escrezioni purulente nella dose di due dracme, una e mezza di zolfo e contro quelle che contengono sangue tre rami cotti nel vino. Viene anche somministrata contro la dissenteria con formaggio pestata nel vino e l’hanno somministrato pure da bere sbriciolata nel bitume contro l’alitosi. Tre once di semi a chi è caduto dall’alto. Con una libbra di olio e un sestario di vino le foglie, dopo essere state cotte nell’olio, vengono applicate sulle parti colpite da assideramento.  Se muove l’orina, come dice Ippocrate, è strano che certi la consiglino, cime se fosse un medicamento inibitorio, contro l’incontinenza. Guarisce la rogna e la lebbra impiastrata con miele e allume, nonché la vitiligine, le verruche, le scrofole e simili con stricno e grasso di porco e sego di toro. Allo stesso modo il fuoco di sant’Antonio con olio e aceto o psimmizio, il carbonchio con aceto. Parecchi consigliano che insieme sia impiastrato il laserpizio, senza il quale curano le pustole che si sviluppano di notte. La applicano cotta pure sulle mammelle gonfie e con cera sulle emissioni di catarro, con rami teneri di alloro in caso di perdita di sperma; tanto la ruta ha effetto peculiare su questi organi interni che sostengono che le ernie sono guarite dalla rita silvestre solo chre vengano empistrate con sugna invecchiata. Anche le fratture vegono trattate col seme pestato applicato con cera. La radice della ruta impiastrata conla cera elimina il sangue diffuso negli occhi e in tutto il corpo le cicatrici e le macchie. Tra le altre cose che si tramandano è sorprendente, sapendo che la natura della ruta è calda, che un suo fascio cotto nell’olio di rose con l’aggiunta di un’oncia di aloe reprime il sudore a coloro che se ne ungono. Si tramanda anche che la generazione è impedita da questo cibo, perciò viene somministrato nelle perdite di sperma e a coloro che frequentemente fanno sogni erotici. Le donne gravide debbono fare attenzione a non cibarsene:  so che provoca l’aborto. Essa tra tutte è abbastanza usata anche nelle malattie dei quadrupedi o quando respirano con difficoltà, nonché contro il morso di animali velenosi, instillata nelle narici con vino o, se abbiano ingoiato una sanguisuga, con aceto; e ad ogni modo convenientemente mescolata in simile genere di malattie, come nell’uomo”5.

E la trionfale celebrazione si chiude con una nota funerea nel capitolo 23 del libro XXVIII: “…[dicono che] le viti novelle al suo [del sangue mestruale] contatto sono rovinate per sempre e che la ruta e l’edera, piante dalle notevoli proprietà medicinali, muoiono all’istante”6.

È la volta della malva. Libro XX, capitolo 84:

“…sono tenute in grande considerazione entrambe le malve, la coltivata e la selvatica. Le due varietà si distinguono dalla grandezza della foglia. Tra quelle coltivate i Greci chiamano malope una più grande. Ritengono che un’altra si chiami malache per la sua proprietà emolienti sul ventre. Tra le selvatiche quella che ha una grande foglia e le radici bianche è chiamata altea dall’eccellenza dell’effetto; da alcuni è chiamata plistolocia. Rendono più grasso ogni terreno in cui vengano piantate. L’altea ha efficacia contro tutte le punture, soprattutto di scorpioni, vespe e simili, nonché del topo ragno. In più chiunque si unge preventivamente con qualsiasi di loro pestata con olio o la porta addosso non sono colpiti. La foglia posta sugli scorpioni li stordisce. Sono efficaci pure contro i veleni. Applicate crude ad empiastro con nitro estraggono ogni aculeo; bevute in decotto con la loro radice neutralizzano il veleno della lepre marina e, come alcuni dicono, il vomito. Su di esse si raccontanoanche altre cose stupefacenti, ma soprattutto che chiunque quotidianamente beva il succo di qualsiasi di loro nella misura di mezzo bicchiere sarà immune da tutte le malattie. Putrefatte nell’urina guariscono le ulcere purulente che si formano sul capo, l’impetigine e con miele le ulcerazioni della bocca. Il decotto della radice risolve la forfora e l’instabilità dei denti. Con la radice di quella che ha un gambo solo stuzzicano intorno il dente che fa male finché il dolore non si placa. La stessa, con l’aggiunta di saliva umana, disinfetta le scrofole le parotidi e i gonfiori in uso esterno. Il seme bevuto con vino nero libera dai catarri e dalle nausee. La radice avvolta in lana nera giova alle malattie delle mammelle. Cotta nel latte e bevuta per cinque giorni elimina la tosse. Sesto Nigro dice che le malve sono inutili per lo stomaco. Olimpia di Tebe dice che assunta col grasso d’oca è abortiva. Alcuni dicono che le donne si purgano con le loro foglie assunte conolio e vino nella dose di un pugno. È certo che partoriscono più rapidamente se sotto di loro si stendono le foglie, ma subito dopo il parto se ne devono allontanare per evitare la fuoriuscita dell’utero. Danno anche da bere il succo a digiuno alle partorienti cuocendone nel vino un’emina. In più legano pure il seme al braccio di coloro che hanno perdite di sperma. E sono tanto adatte all’attività sessuale che Senocrate afferma che il seme di quella ad un solo gambo sparso sui genitali accresce all’infinito il desiderio maschile; così anche tre radici legate insieme; dice pure che sono somministrate con profitto contro il tenesmo e la dissenteria, come pure contro le malattie del sedere anche se sono usate in suffumigio. Il succo tiepido viene somministrato pure ai biliosi nella dose di tre bicchieri e a quelli che escono di senno di quattro; agli epiletici il decotto nella misura di un’emina. Si applica ad empiastro a questi e a chi soffre di calcoli, di flatulenza, di coliche o di spasmi alla schiena. Le foglie cotte nell’olio si applicano in caso di fuoco di sant’Antonio e di ustioni e col pane contro i dolori delle ferite. Il decotto giova ai nervi, alla vescica e aile coliche intestinali. Con l’olio assunta come cibo o in infusione mollifica la matrice; il decotto bevuto rende gradevole l’alito.  In tutti gli impieghi appena detti la radice dell’altea ha maggiore efficacia, soprattutto in caso di strappi e di rotture. Cotta in acqua blocca la diarrea. Le foglie cotte nel vino ed applicate ad empiastro eliminano le scrofole, l’infiammazione dele parotidi e delle mammelle e i gonfiori. Le stesse secche cotte nel latte sanano rapidissimamente qualsiasi pericolosa tosse. Ippocrate diede da bere il decotto della radice ai feriti, a chi aveva sete per difetto di sangue [diabete?] e la radice stessa con miele e resina da applicare sulle ferite, nonché sulle contusioni, sulle lussazioni, sui gonfiori, sui muscoli, sui nervi, sulle articolazioni e la diede da bere nel vino agli asmatici e ai dissenterici. Cosa portentosa è che esponendo l’acqua in cui ci sia una radice di malva esposta all’aria si addensa e diventa simile al latte. Inoltre tanto più è efficace quanto più è fresca”7.

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1 Renato Morea nel suo commento (Schola salernitana. De valetudine tuenda, Billaine, Parigi, 1672, pag. 455)  ad alcuni testi della Scuola medica salernitana scrive: Rutam denominatam vult Isidorus quod fit ferventissima (Isidoro vuole che la ruta sia chiamata così perchè è caldissima). In realtà Isidoro di Siviglia (V°-VI° secolo), Etymologiae, XVV, 11, 8, così dice: Eruca, quasi uruca, quod ignitae sit virtutis et in cibo saepe sumpta Veneris incendium moveat. Huius species duae, quarum altera usualis, altera agrestis, acrioris virtutis; utraque tamen Veneris commovent usum (Eruca, quasi uruca [da ùrere=bruciare) perché ha proprietà riscaldanti e presa come cibo fa scoppiare l’incendio d’amore. Due sono le sue varietà, di cui una coltivata, l’altra selvatica, di proprietà più spinte; entrambe tuttavia sono afrodisiache). Isidoro non parla di ruta ma di eruca, cioè della ruchetta e le proprietà afrodisiache sono proprie di quest’erba e non della ruta che, come vedremo, ne ha di diametralmente opposte.

2 Stutare, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, è voce letteraria già presente in Boccaccio (XIV° secolo), Filocolo, II : Voi, siccome savio, anzi che più s’accenda il fuoco providamente pensare di stutarlo; essa  è da un latino *extutàre, dal classico ex=lontano da+tutàre=proteggere; è chiaro il riferimento al fatto che se il fuoco non veniva custodito esso si spegneva. Nella saggezza popolare solo l’olio di oliva poteva competere in versatilità terapeutica con la ruta e la malva: cu ll’uègghiu ti ulìa ogni mmale pìgghia ia (con l’olio di oliva ogni male prende la via).

3 Rutam furtivam tantum provenire fertilius putant, sicut aves furtivas pessime. Certamente si tratta di una credenza popolare, probabilmente legata al fatto che la ruta, a differenza delle api, era quasi, data la sua natura selvatica, una res nullius che non si era affezionata, per così dire, al padrone del campo, a differenza delle api. Non tiene conto di questa mia considerazione di natura affettiva, Renato Morea che così, a proposito di questo passo di Plinio, si esprime (op. cit., pag. 458): Quis autem crediderit rutam furtivam provenire felicius sicut apes furtivas pessimas…? Nemo sane nisi qui superstitiosis herbarum virtutibus nimium credulus existit (Chi potrebbe credere che la ruta rubata cresca più rigogliosamente come le api rubate…pessimamente? Certamente nessuno, se non chi è eccessivamente credulo nelle virtù superstiziose delle erbe). D’altra parte lo stesso Plinio aveva già detto (XI, 15): Et furem mulierumque menses odere (E [le api] odiano il ladro e i mestrui);

4  Ruta quoque seritur Favonio, et ab aequinoctio autumni: odit hiemem et humorem ac fimum. Apricis gaudet et siccis, terra quam maxime lateraria. Cinere vult nutriri: hic et semini miscetur, ut careat brucis. Auctoritas etiam peculiaris apud antiquos ei fuit. Invenio mustum rutatum populo datum a Cornelio Cethego, in consulatu collega Quinti Flaminini, comitiis peractis. Amicitia est ei et cum fico, in tantum, ut nusquam laetioe proveniat, quam sub hac arbore. Seritur et surculo, melius in perforatam fabam indito, quae succo nutrit comprehendendo surculum. Seitur et a se ipsa; namque incurvato cacumine alicuius rami, quum adtigerit terram, statim radicatur. Eadem et ocimo natura, nisi quod difficilius crescit. Sed durata runcatur non sine difficultate, pruritivis ulceribus, ni munitis manibus id fiat, oleove defensis. Conduntur autem et eius folia servanturque fasciculis.

5 In praecipuis autem medicaminibus ruta est. Latiora sativae folia, rami fruticosiores. Silvestris horrida ad effectum est et ad omnia acrior. Succus exprimitur, tusa et aspersa modice, et in pyxide Cypria adservatur. Hic copiosior datus veneni noxiam obtinet, in Macedonia maxime iuxta flumen Aliacmonem. Mirumque, cicutae succo exstinguitur:  adeo etiam venenorum venena sunt, quando cicutae succus prodet manibus colligentium rutam. Cetero inter prima miscetur antidotis, praecipue Galatica. Quaecumque autem ruta et per se pro antidoto valet, foliis tritis, et ex vino sumptis. Contra aconitum maxime et viscum. Item fungos, sive in poto detur, sive in cibo. Simili modo contra serpentium ictus, utpote quum mustelae dimicaturae cum his, rutam prius edendo se muniant. Valet et contra scorpionum et contra araneorum, apium, crabronum, vesparum aculeos, et cantharidas ac salamandras canisve rabiosi morsus: acetabuli mensura succus e vino bibitur et folia trita vel commanducata imponuntur cum melle et sale vel cum aceto et pice decocta. Succo vero perunctos aut eam habentes negant feriri ab his maleficiis: serpentesque, si uratur ruta, nidorem fugere. Efficacissima tamen est silvestris radix cum vino sumpta. Eamdem adiciunt efficaciorem esse sub dio potam. Pythagoras et in hac marem minoribus herbaceique coloris foliis a femina discrevit: eam laetioribus foliis et colore. Idem oculis noxiam putavit: falsum, quoniam scalptores et pictores hoc cibo utuntur oculorum causa, cum pane vel nasturtio: caprae quoque silvestres propter  visum, ut aiunt. Multi succo eius cum melle Attico inuncti discusserunt caligines, vel cum lacte mulieris puerum puerum enixae, vel puro succo angulis oculorum tactis. Epiphoras cum polenta imposita lenit. Item capitis dolores pota cum vino aut cum aceto et rosaceo illita. Si vero sit cephalaea, cum farina hordeacea et aceto. Eadem cruditates discutit, mox inflationes, dolores stomachi veteres. Vulvas aperit corrigitque conversas, illita in melle, toto ventre et pectore. Hydropicis cum fico, et decocta ad dimidias partes, potaque ex vino. Sic bibitur et ad pectoris dolores, laterumque et lumborum, tusses, suspiria;  pulmonum, iocinerum, renum vitia, horrores frigidos. Ad crapulae gravedines decoquuntur folia poturis. Et in cibo vel cruda, vel decocta conditave prodet. Item torminibus in hissopo decocta, et cum vino. Sic et sanguinem sistit interiorem, et narium indita: sic et collutis dentibus prodest. Auribus quoque in dolore succus infunditur: custodito, ut diximus, modo, in silvestri. Contra tarditatem vero sonitumque, cum rosaceo, vel cum laureo oleo, aut cumino et melle. Succus et phreneticis ex aceto tritae instillatur in tempora et cerebrum. Adiecerunt aliqui et serpyllum et laurum, illinentes capita et colla. Dederunt et comitialibus bibendum decoctae succum in cyathis quatuor ante accessiones, quarum frigus intolerabile est: alsiosisque crudam in cibo. Urinam quoque vel cruentam pellit.  Feminarum etiam purgationes, secundasque, etiam emortuos partus, ut Hippocrati videtur, ex vino dulci nigro pota. Itaque illitam et vulvarum causa etiam suffire iubet.  Diocles et cardiacis imponit ex aceto et melle cum farina hordeacea. Et contra ileum decocta farina in oleo et velleribus collecta. Multi vero et contra purulentas exscreationes siccae drachmas duas, sulphuris unam et dimidiam sumi censent: et contra cruentas, ramos tres in vino decoctos. Datur et dysentericis cum caseo in vino contrita. Dederunt et cum butumine infriatam potioni propter anhelitum.  Ex alto lapsis seminis tres uncias. Olei libra vinique sextario illinitur cum oleo coctis foliis, partibus quas frigus adusserit. Si urinam movet (ut Hippocrati videtur) mirum est quosdam dare velut inhibentem potui, contra incontinentiam urinae. Psoras et lepras cum melle et alumine illita emendat. Item vitiligines, verrucas, strumas et similia, cum strychno et adipe suillo ac taurino sevo. Item ignem sacrum ex aceto et oleo, vel psimmythio, carbunculum ex aceto. Nonnulli laserpitium una illini iubent, sine quo epinyctidas pustulas curant. Imponunt et mammis turgentibus decoctam et pituitae eruptionibus cum cera. Testium vero epiphoris cum ramis laureae teneris, adeo peculiari in visceribus his effectu, ut silvestri ruta cum axungi veteri illitos rumices sanari prodant. Fracta quoque membra semine trito cum cera imposito. Radix rutae sanguinem oculis suffusum, et toto corpore cicatrices aut maculas illita emendat. Ex reliquis quae traduntur, mirum est, quum ferventem rutae naturam esse conveniat, fasciculum  eius in rosaceo decoctum addita uncia aloes, perunctis sudorem reprimere. Itemque generationes impediri hoc cibo: ideo in profluvio genitali datur, et venerem crebro per somnia imaginantibus. Praecavendum est gravidis abstineant hoc cibo: necari enim partus invenio. Eadem ex omnibus satis quadrupedum quoque morbis in maximo usu est, sive difficile spirantibus, sive contra maleficorum animalium ictus, infusa per nares ex vino: aut si sanguisugam exhauserint, ex aceto; et quocumque in simili morborum genere, ut in homine, temperata.  

6 …novellas vites eius tactu in perpetuum laedi; rutam et ederas, res medicatissimas, illico mori. Da notare, in riferimento esclusivo al presente lavoro, come l’effetto nefasto del sangue mestruale accomuni in Plinio la ruta e, per quanto è detto nel primo brano riportato, le api.

7 …in magnis laudibus malva est utraque, et sativa et silvestris. Duo genera earum amplitudine folii discernuntur. Maiorem Graeci malopen vocant in sativis. Alteram ab emolliendo ventre dictam putant malachen. E silvestribus, cui grande folium et radices albae, althaea vocatur, ab eccellentia effectus: a quibusdam plistolocia. Omne solum, in quo serantur, pinguius faciunt. Huic contra omnes aculeatus ictus efficax vis, praecipue scorpionum, vesparum, similiumque et muris aranei. Quia et trita cum oleo qualibet earum peruncti ante vel habentes eas non feriuntur. Folium impositum scorpionibus torporem adfert. Valent et contra venena. Aculeos omnes extrahunt illitae crudae cum nitro: potae vero decoctae cum radice sua, leporis marini venena restinguunt: et, ut quidam dicunt, si vomatur. De eisdem mira et alia traduntur. Sed maxime si quotidie quis succi ex qualibet earum sorbeat cyathum dimidium, omnibus morbis cariturum. Ulcera manantia in capite sanant in urina putrefactae, lichenas et ulcera oris cum melle. Radix decocta furfures capitis et dentium mobilitates. Eius quae unum caulem habet radice circa dentem qui doleat pungunt, donec desinat dolor. Eadem strumas et parotidas panosque, addita hominis saliva, purgat circa vulnus. Semen in vino nigro potum a pituita et nausis liberat. Radix mammarum vitiis occurrit adaligata in lana nigra. Tussim in lacte cocta et sorbitionis modo sumpta quinis diebus emendat. Stomacho inutiles Sextius Niger dicit. Olympias Thebana abortivas esse cum adipe anseris; aliqui purgari feminas foliis earum manus plenae mensura in oleo et vino sumptis. Utique constat parturientes foliis substratis celerius solvi; protinus a partu revocandum, ne vulva sequatur. Dant et succum bibendum parturientibus ieiunis, in vino decocta hemina. Quin et semen adalligant brachio, genitale non continentium. Adeoque eae Veneri nascuntur, ut semen unicaulis aspersum genitali, feminarum aviditates augere ad infinitum Xenocrates tradat; itemque tres radices iuxta adalligatas; tenesmo et dysentericis utilissime infundi; item sedis vitiis, vel si foveantur. Melancholicis    quoque succus datur cyathis ternis tepidus et insanientibus quaternis. Decoctae comitialibus heminae succi. His et calculosis et inflatione et torminibus aut opisthotonico laborantibus tepidus illinitur. Et sacris ignibus et ambustis decocta in oleum folia imponuntur; et ad vulnerum impetus cruda cum pane. Succus decoctae nervis prodest et vesicae et intestinorum rosionibus. Vulvas et cibo et infusione emollit in oleo; succus decoctae potus halitus suaves facit. Althaeae in omnibus supra dictis efficacior radix: praecipue convulsis ruptisque. Cocta in aqua alvum sistit. Ex vino albo strumas et parotidas et mammarum inflammationes et panos in vino folia decocta, quamlibet perniciosae tussi citissime medentur. Hippocrates vulneratis, sitientibusque defectu sanguinis, radicis decoctae succum bibendum dedit; et ipsam vulneribus cum melle et resina; item contusis, luxatis, tumentibus et musculis, nervis, articulis imposuit; et asthmaticis ac dysentericis in vino bibendum dedit. Mirum, aquam radice ea addita addensari sub dio atque lactescere. Efficacior autem, quo recentior.


8 Commenti a La ruta e la malva, due farmacie a cielo aperto

  1. Non è altro che la ripresa, in chiave cristiana, del concetto della sua efficacia contro i serpenti, espresso nel brano di Plinio.

  2. Mi ricordo che quando ero ragazzino ( oltre 60 fa) c’e’rano delle donne che usavano le proprie mani a sistemare le slogature o alleviare dei dolori, e ricordo che usavano queste erbe dopo aver manipolato il malcapitato, costatando che dopo due tre sedute stava bene,dico questo in quanto vicino a casa mia vi era una signora che faceva questo tipo di terapia e che a me piaceva assistere. La signora all’epoca della mia infanzia aveva oltre 80 anni e ricordo che era di Acquarica del Capo.

  3. Quando ero piccolo mia madre curava i miei ascessi ai molari con impacchi di schiuma di malva ottenuta portando ad ebollizione le sue foglie. Ottimo rimedio!

  4. Evidentemente quella signora di Acquarica del Capo faceva parte della categoria delle ‘ggiustaosse, praticone di ortopedia che curavano parallelamente con la fitoterapia, l’antica medicina popolare.

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