Incontri d’autunno, Mogol: 50° di attività professionale

 

 

 

di Ermanno Inguscio

L’impatto mediatico sull’attività professionale di artisti della parola (e della musica) come quella del milanese Mogol (pseudonimo di Giulio Rapetti, aggiunto dal 2006  all’originario cognome) non è mancato, né era facile annullarlo, noto com’è il personaggio presso il grande pubblico se non altro per il sodalizio istituito a suo tempo con Lucio Battisti. In questi giorni di novembre, infatti, emittenti televisive e testate della carta stampata hanno dato grande risalto all’importante traguardo raggiunto in Italia dall’artista milanese, il quale, in un pomeriggio domenicale, il 4 novembre 2012, con un ristretto gruppo di amici, ha lasciato la fredda Milano per rifugiarsi a Saronno, in anonimato, nel Santuario della Vergine dei Miracoli, grande contenitore di opere d’arte del Cinque e Seicento italiano. Qui, l’abbiamo incontrato di persona, apprezzandone soprattutto l’umiltà e la cordiale semplicità dei grandi.

 

L’umida sera novembrina a Saronno, cittadina del varesotto lombardo, scivola verso la sua conclusione di domenica trascorsa con persone care e con emozioni vissute in ambito familiare. Un tappeto autunnale di foglie d’acero cadute in terra ci porta, dall’abitazione di una delle mie figliole, sino al Santuario mariano della Vergine dei Miracoli, sul cui sagrato si assiepa già una delegazione ufficiale di quel Comune, pronta per entrare nel tempio.

 

Tra i tanti convenuti ci sono  Mogol e uno sparuto gruppo di suoi amici. Capitiamo per caso, nelle prime file di banchi, seduti accanto nello stesso banco, subito dopo la selva di stendardi municipali e le numerose Associazioni combattentistiche. Il comune bisogno di raccoglimento e l’emozione per la data del 4 novembre, che riporta al sacrificio dei tanti Caduti, c’impediscono, all’inizio, persino quel pizzico di curiosità che ti abilita a distrarti nella individuazione delle persone presenti. Solo in fase di saluto finale ci siamo finalmente resi conto a chi avevamo stretto la mano. Proprio a Giulio Rapetti Mogol. Egli festeggia, infatti, proprio in questi giorni, i suoi 50 anni di fervida attività professionale. Figlio d’arte (suo padre Mariano era un importante dirigente della Casa editoriale musicale Ricordi), cominciò la sua avventura come impiegato della Ricordi Radio Record. Si era subito imposto all’attenzione del pubblico, come autore di testi musicali, ottenendo sin dal 1961 successi al Festival di Sanremo con Al di Là, scritta con il maestro Carlo Donida e interpretata da Luciano Tajoli e Betty Curtis. Misuratosi come traduttore di testi dall’inglese specie di musica di colonne sonore di films  e di brani di Bob Dylan e David Bowie, nel 1965 istituì il fortunato sodalizio musicale con Lucio Battisti. Interrotto nel 1980 il rapporto con quest’ultimo, operò come autore di testi con Riccardo Cocciante e Gianni Bella. Alla fine degli anni 1990 divenne autore di molti dei testi di canzoni di Adriano Celentano. Dal 1975 ha fondato (con Morandi, Mengoli e Baglioni) La Nazionale italiana Cantanti, con cui ha avviato l’importante Centro Europeo Toscolano (CET), sede di riferimento per artisti, cantanti e musicisti.

 

La sera del 4 novembre, con  Gabriella Marazzi ed un gruppo di amici milanesi, egli  recato a far visita alla “Madonna dei Miracoli” del famoso Santuario mariano lombardo. Lui che è, per noi mortali, fruitori di musica, uno dei “miracoli” della buona musica italiana.

Non mi aveva sorpreso, all’ingresso nella Basilica di Saronno, l’ordinato corteo presieduto di persona dal sindaco, Luciano Porro, con tanto di fascia tricolore, tra stendardi del Comune e quelli delle Associazioni di Combattenti (Esercito, Marina ed Aviazione). Tutti s’erano immessi nel silenzio del tempio, rotto dal grave fragore delle campane in cima alla superba struttura del campanile (1511) di Paolo della Porta, ritenuto uno dei più bei campanili lombardi. E’ toccato proprio al “Santuario della Vergine dei Miracoli”, quest’anno, essere il contenitore, il 4 di novembre, della celebrazione comunale in Saronno per la Festa delle Forze Armate. In breve resta vuoto il sagrato dell’imponente Santuario mariano, sotto il vigile sguardo del tiburio di Antonio Giovanni Amadeo (1505), che sovrasta la grande cupola e domina la parte rinascimentale della chiesa e la maestosa facciata disegnata da Pellegrino Tibaldi. All’interno il tempio è gremito di cittadini, autorità, delegazioni civili e militari, sotto le tre navate di Vincenzo Seregni (1566), mentre l’organo a canne, suonato da un abile maestro, sottolinea ogni passaggio dell’intera manifestazione liturgico-celebrativa. Un vero scrigno d’arte questo Santuario mariano, che ho imparato ad amare da una decina di mesi a questa parte, dacchè ritorno periodicamente in Saronno per  raggiungere la mia secondogenita. Confesso di distrarmi facilmente, ora, all’interno della chiesa e di sottrarre spesso tempo al raccoglimento, mentre con il naso all’insù ammiro le opere di scultura (specie lignea), di pittura e di decorazione dei più importanti maestri lombardi, al colmo della loro piena maturità artistica: Bernardino Luini (affreschi dell’abside, del presbiterio e dell’ antipresbiterio), Gaudenzio Ferrari (il Paradiso festante della grande Cupola, del 1535) con gli affreschi di 86 angeli cantanti e musicanti, 30 puttini danzanti e 10 cherubini, soggetti raffigurati, con ben cinquanta diversi strumenti musicali; Bernardino Lanino (1547) con i dipinti delle serliane e dell’organo. E poi gli intagli, nelle nicchie del tamburo, di Giulio Oggioni delle ventidue statue di profeti e sibille.

Si fa ascoltare il celebrante, il nuovo Rettore del Santuario fresco di nomina, don Sebastaino Del Tredici, nell’omelia nella quale si ricorda che il 4 di novembre è anche la festa di San Carlo Borromeo, che da cardinale aveva dimorato per due giorni proprio in Saronno ed aveva rivolto ai suoi abitanti un accorato appello alla frequenza e devozione al già rinomato santuario mariano. Il tempo vola in fretta, quasi più del solito delle Messe vespertine frequentate di domenica, e già mi trovo,  dopo l’omelia, così è nella liturgia ambrosiana che vige anche a Saronno, a dover “scambiare un segno di pace” con i vicini di fila e gli sconosciuti della fila davanti e di dietro. Il sottrarsi a tale compito sconfesserebbe  chi si reca in chiesa e lo collocherebbe tra i campioni della maleducazione. Un signore alto, attempato, ma distinto e affiancato da una signora, che dev’essere sua moglie, si gira e mi rivolge il saluto di rito, che ricambio. Non lo riconosco, pur avendo appreso che è presente in Santuario anche un gruppo di milanesi, che ha chiesto al Rettore di poter visitare, in questo pomeriggio novembrino, il famoso Santuario della Vergine dei Miracoli. Mentre io sono assorto nell’ammirare, alla recita comunitaria del Padre Nostro, l’Ultima Cena lignea (1531) dell’intagliatore Andrea da Milano e le decorazioni di Alberto Meleguli, opera di spicco di una delle Cappelle Laterali (da me distante appena due metri), quel signore ha chiesto di tenere nella sua sinistra la mano destra di mia moglie, e nell’altra quella della compagna, per la durata della preghiera cristiana per eccellenza. A conclusione della serata quel garbato signore ci saluta con una stretta di mano e ci tiene a dire, in modo affabile, e spera, che la richiesta del gesto di fratellanza non abbia infastidito nessuno.

 

Un incontro inaspettato e sereno, il nostro, con un personaggio,  il paroliere Mogol, ch’è si è subito diretto verso la sua Milano, dietro un sorriso, sciamando leggero, con un pugno  di suoi amici, tra il cadere delle foglie rossicce sul sagrato a rinnovare il miracolo dell’autunno.                                      

 

 

 


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