Crisi, carovita ed emergenze: è dura, ma non bisogna soccombere

di Rocco Boccadamo

 

In tempi non lontanissimi, la scuola, fra l’altro, allenava ed educava sull’analisi grammaticale e poi su quella logica e, più avanti, sulla distinzione tra bisogni primari e secondari, consumi essenziali e voluttuari.

A quell’epoca, in linea generale, si disponeva di poco, nondimeno ci si sentiva appagati e sorretti da una grande ricchezza e forza, la semplicità e la robustezza della spina dorsale. Con naturale consapevolezza e senza grilli per la testa, si rispettavano, quasi religiosamente, i momenti difficili, facendo la cernita dei pur legittimi desideri e aspirazioni, rinviandone, al caso, l’appagamento e l’attuazione a momenti più propizi.

La prima gran crisi petrolifera degli ultimi decenni (1973 o 1974) ebbe per risposta generalizzata la scelta di muoversi, il sabato e la domenica, rigorosamente a piedi, e ciò non per scopi ecologici, ma per risparmiare sulla spesa per la benzina.

Il cosiddetto boom o miracolo economico, in Italia, ha avuto il pregio e il merito di far giungere tutti, a un certo punto, alla conquista dello strettamente essenziale, come dire alla cancellazione della miseria nera, del genere di desolate lande africane o del terzo mondo.

Insieme a ciò, ha, però, recato con sé una sorta di tarlo che, pian piano, è penetrato dentro ogni individuo, fiaccando o sgretolando completamente molti degli antichi principi di rigore, prudenza e parsimonia.

Sicché, oggi, appare superficiale e riduttivo parlare genericamente d’impatto con il cambiamento fisiologico dei tempi, laddove, in seno a ciascuno, è, di contro, intervenuto lo stravolgimento e il capovolgimento di costumi, usi ed abitudini, il senso del sacrificio e della rinuncia si è ridotto al lumicino.

Ormai, tutto è concesso, non ci si fa mancare alcunché, compreso molto che è meramente superfluo, altro che scala di priorità nei bisogni e nei consumi: tanto si compie, senza prendere le misure con le risorse disponibili, non v’è chi non sia divenuto esperto del credito al consumo o, per esser chiari, dell’indebitamento.

Ovviamente, la tendenza va rapportata ai 60 milioni d’italiani, con il risultato che, attraverso un’avanzata subdola ed inarrestabile, si sono riformate numerose e diffuse sacche d’accentuata povertà, condizioni assai vicine alla miseria debellata nella stagione del boom.

 

Purtroppo, statistiche congiunturali a parte, nulla sembra riuscire a frenare la gente nello “spendi e spandi”: in barba a, esemplificando, prezzi dei carburanti su valori impensabili (e potrebbe non essere finita), catastrofe smaltimento rifiuti, speculazioni illecite o quanto meno improprie connesse con l’avvento dell’euro, aumento di addizionali Irpef e varie, recente introduzione della micidiale IMU, progressiva lievitazione dei listini prezzi anche relativamente a diversi beni essenziali (pane, pasta, latte, frutta, verdura) e via dicendo.

Succede come se ci fossimo trasformati in un popolo abilmente cinico, sino a riuscire a passare sopra a difficoltà e problemi, illudendoci, forse, che sarà qualcun altro a sistemare le cose.

 

Tuttavia, non è  il  caso di piegarsi alla rassegnazione sterile e al pessimismo cieco e irrimediabile. A patto, però, che:

 

–         si arresti, finalmente, quest’andazzo pseudo godereccio a destra e a manca, a cominciare dalla corsa all’effimero e all’inutile;

–         si riprenda un cammino virtuoso, fatto, non di atti eroici o di miracoli, bensì di buon senso, onestà, correttezza nelle relazioni col prossimo, lealtà verso lo Stato, particolarmente mediante il pagamento delle imposte dovute;

–         da ultimo, ma con una particolare sottolineatura, chi ricopre ruoli alti, ponga fine agli sprechi irresponsabili di risorse non proprie, alle ruberie e ai tanti sfruttamenti e abusi dissennati.

 

In altri termini, parlando per metafora, occorre tornare a circondarsi di specchi nitidi e fedeli, in cui rimirare semplicemente le singole, personali coscienze.

 

Al fondo delle presenti notazioni di un comune osservatore di strada, non v’è ombra di suggerimenti velleitari su come poter, d’incanto, approdare, dal contingente ciglio di precipizio, su spiagge dorate di benessere. L’intenzione insita è, invece, di configurare, ancora adesso, la possibilità di rinascere a nuovi modelli d’esistenza, che prevedano, primariamente, l’innalzamento e il superamento delle situazioni povere e precarie, dando  così luogo a una società più giusta.

Con il che, beninteso, le differenze di ceto e di ricchezza seguiteranno a permanere, senza, però, lasciare del tutto ignorate le condizioni meno fortunate o disgraziate.

 

Un commento a Crisi, carovita ed emergenze: è dura, ma non bisogna soccombere

  1. Comprare comprare comprare per salvare l’economia. E così nascono bisogni indotti e velleitari imposti solo dalla pubblicità per quel fenomeno dell’usa e getta tipico delle società avanzate. Perfino il pane (si parla del 30%) viene gettato nell’indifferenziata giornalmente. Sogno di tornare a una società più semplice in modo che il pane, come altri alimenti e oggetti del nostro quotidiano, abbiano per noi un valore e senza quel fenomeno compulsivo di consumo che offende tutta l’umanità. Se poi consumare di meno significa andare a una riduzione dell’orario di lavoro, bene,vuol dire che vivremo di più all’aria aperta, avremo più tempo per stare in famiglia, coltiveremo le nostre amicizie, leggeremo più libri, vorremo più bene a noi stessi e a tutto il mondo.

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