La sacralità del valicabile e dell’invalicabile da Terminus a Limentinus, passando per Cardea

 

di Romualdo Rossetti

 

Non si potrà analizzare bene il concetto filosofico di limite se non ci si soffermerà ad esaminare quali furono le antiche divinità italiche pagane preposte alla difesa dello stesso. Nel pantheon dei nostri predecessori latini non a caso comparivano più nomi preposti, a vario titolo, alla salvaguardia di quella linea, reale o immaginaria, che di volta in volta definiva il valicabile o l’invalicabile.

Terminus era la divinità preposta alla protezione dei marcatori di confine. A tale divinità erano dedicate le festività chiamate terminalia che si celebravano in suo onore dopo la prima metà del mese di febbraio. Secondo lo scrittore romano dedito all’agrimensura Siculo Flacco il luogo prestabilito per l’edificazione della stele in pietra posta a segnare la fine o l’inizio di un possedimento agricolo, veniva reso sacro con un sacrificio di un animale (un maiale o un agnello) il cui sangue veniva raccolto e versato insieme alle ossa e alle ceneri dello stesso alla base del cippo. Il culto di Terminus molto probabilmente fu introdotto a Roma ai tempi della prima coreggenza tra re Latini e Sabini (Romulus e Titus Tatius). Terminus essendo essenzialmente una divinità preposta alla divisione della proprietà privata sovraintendeva la giusta ripartizione dei possedimenti agricoli, mentre per ciò che concerneva l’equità del lavoro nei suddetti possedimenti e la sana ed equa procreazione dei frutti della terra in questi coltivati (cereali in primis) la mansione ricadeva su di un’altra divinità ctonia di nome Hostilina.

 

 

 

Altra importantissima divinità preposta alla sicurezza dell’ingresso domestico era Cardea e la sua localizzazione sacrale permaneva nelle cerniere delle abitazioni ma non solo. Il cardo (Il cardine ovvero la via/linea principale Nord-Sud rifacentesi nel nome stesso alla dea ed a questa consacrato), intersecato all’altro tracciato detto Decumanus Est-Ovest, era  anche l’asse di orientamento geomantico tramite il quale gli Auruspici nonché successivamente gli Edili suddividevano la planimetria di un accampamento militare o di una città a pianta urbanistica ortogonale come già avevano operato con la volta celeste.

 

 

Cardea, al contempo, rappresentava anche il cardine della vita e della salute  Anticamente venne considerata moglie di Ianus Bifrons (Giano bifronte) la maggiore divinità tra i Di Indigetes, predisposta al movimento ed al cambiamento, colui il quale permetteva il transito e l’ostacolo. Ianus presiedeva tutti i transiti e gli oltrepassamenti e di conseguenza anche le soglie, avessero queste valenza materiale e immateriale, le porte (che solo in caso di guerra rimanevano spalancate nei suoi santuari), i passaggi coperti e quelli sovrastati da un arco, ma sovraintendeva anche l’inizio di una nuova impresa inerente la vita umana, col tempo storico – mitico e religioso della civiltà con tutte le sue istituzioni.

 

Cardea, che da ninfa abitava in un bosco situato presso il Tevere denominato Lucus Helerni, per volere del suo sposo bifronte possedeva il potere di allontanare le Striges dagli infanti proteggendo le cerniere delle porte delle dimore in cui questi erano venuti al mondo. Le Striges, latine come le Arpie e le Lamie elleniche erano rappresentate, nell’immaginario collettivo, come degli orribili uccelli rapaci notturni, dalla grande testa umana e dal verso lamentoso che si cibavano delle viscere e del grasso dei lattanti per poi dissetarsi del loro sangue. Cardea, oltre a proteggere gli infanti, fu anche una divinità minore predisposta alla salvaguardia della salute corporale (l’altro suo nome, quello di Carna richiamerebbe le parole latine caro, carnis ovvero “carne, cibo” e per traslitterazione rimandava alla protezione del corpo dei neonati, invece col nome di Cardea rimandava ai cardini vitali del corpo umano e in primis alla funzione digestiva (si badi bene che l’aggettivo cardiacus in latino originariamente designava la malattia di stomaco e non quella di cuore come comunemente si può credere).

 

 

Cardea, come già citato, presiedeva i cardini degli usci ad uso latino che si aprivano verso l’interno della domus e che potevano essere facilmente forzati dall’esterno, a differenza di quelli in uso nel mondo ellenico che si aprivano sulla strada e che risultavano, quindi, più difficili da forzare per chi era fuori dal limite della dimora). Si narrava spesso che Cardea avesse il potere di “aprire ciò che era chiuso e chiudere ciò che era aperto” permettendo il transito umano, ma anche quello energetico e vitale. Suoi aiutanti erano altre due divinità minori chiamate rispettivamente Forculus e Limentinus. Il primo  proteggeva l’integrità delle porte per tutto ciò che riguardava la parte lignea e come tale veniva invocato dai falegnami quando costruivano una porta. Il secondo proteggeva la soglia della casa ed era in suo onore che i Romani ponevano con cura sopra di essa unicamente il piede destro, come segno di buon augurio e protezione. Secondo altre fonti Cardea presiedeva unicamene il cardine, Forculus il battente e Portunus la chiave. Per altri invece Forculus custodiva le imposte e Limentinus la soglia e l’architrave.

 

 

Limentinus col passare del tempo divenne poi la divinità tutelare più nota della soglia (limen) domestica, sulla quale era buon auspicio poggiare il solo piede destro, consuetudine scaramantica che è rimasta invariata ancora oggi in molte parti d’Italia nonostante il trascorrere dei secoli.

Limen dunque come ingresso, come quel qualcosa che consentiva di accedere in un altro luogo considerato però di propria pertinenza. Esattamente contrapposto al significato della parola quasi omofona Limes che designò in origine il sentiero, quella linea militare fortificata che proteggeva chi racchiudeva, che prima di divenire fines, ovvero, “linea di confine”, volle indicare principalmente non solo un momento di sosta verso l’espansione territoriale di Roma ma una certa volontà di separazione atta a salvaguardare il proprio patrimonio culturale condiviso e considerato il migliore da difendere a tutti i costi col buon utilizzo del pilum e del gladio.

Da qui, necessariamente, la frase antropologicamente sprezzante “Hic sunt leones” che ha accompagnato per millenni un certo modo di considerare la propria civiltà da parte degli Occidentali eredi degli antichi Romani. Ma a ben vedere non è mai esistito un Limes che non abbia avuto in sé uno o più Limen di oltrepassamento e di comunicazione . Il fatto che si sia sacralizzato la linea d’ingresso o la linea di confine non fa che rafforzare ulteriormente questa interpretazione storico antropologica. Quindi, ogni volta che calpestiamo una soglia, o quando superiamo palizzate o linee reali o immaginarie o abbattiamo altrettante barriere culturali sforziamoci di ricordarci sempre del nostro passato e dell’antico culto dell’oltrepassamento latino.

2 Commenti a La sacralità del valicabile e dell’invalicabile da Terminus a Limentinus, passando per Cardea

  1. Un acuriosità molto salentina, ma non solo, segna l’ingresso delle nostre campagne. Due pilastri, due colonne, in genere sormontate da forme geometriche, di solito coniche. Chi è il custode divino simboleggiato?…. Priapo, sì, proprio lui è il delegato alla custodia del campo, del giardino, dell’orto. Il timore per questa divinità è ben espresso da Leonida da Taranto:” Qui, io, Priapo, stò custode al bivio, con ritta clava e dura fra le cosce; via lontano, briccone. se non vuoi assaggiare il mio nerbo”. Ed il gran Virgilio:” Il villano mi ha posto a custodire il giardino ed i suoi frutti (…) chiunque, con pessime intenzioni, varchi il confine del mio campo, si accorgerà che io non son castrato”. Terribile avvertimento, simboleggiato dai manufatti litici delle nostre campagne, replicati nei secoli, fino ai giorni nostri, in cui il saggio contadino è ignaro dell’originario significato… e, forse, per fortuna!
    (sull’argomento, si confronti M.Piccinni e B.Montinaro)

  2. A proposito di “cavoli amari” per chi violava un confine mi piace ricordare, sempre di Leonida di Taranto (IV-III secolo a. C.), il componimento 236 dell’Antologia planudea (quello citato prima da Piero è il 261 della stessa antologia): “Dinomene ha collocato me, Priapo, sulla siepe di spini perché io vigile custodissi i suoi cavoli. Guarda, malintenzionato, come me ne sto ben saldo. Tu pensi che per pochi cavoli non ne valeva la pena? Ne vale, ne vale, pure per pochi cavoli!”.

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