La storia verosimile della “Casa del capitano”. Nel Parco Porto-Selvaggio – Palude del Capitano

di Maria Grazia Presicce

 

Tanti, ma tanti anni fa un Capitano dopo aver navigato per tutti i mari e tra tutti i venti  un bel giorno decise che per lui era giunto il momento di mettere a riposo le sue membra e il suo vascello e avere finalmente una fissa dimora. Il suo continuo girovagare, purtroppo, non gli aveva consentito  di formarsi una vera famiglia. Gira di qua e gira di là di donne ne aveva conosciute e amate tante ma nessuna era riuscita a fermare la sua voglia di viaggiare e navigare.

Ora però era davvero stanco  e desiderava mettere i piedi per terra definitivamente. Aveva tanto pensato   a questa eventualità e si era detto che pur fermandosi  non sarebbe rimasto in un paese ma avrebbe cercato un luogo più consono alla sua natura libera e solitaria. Soggiornò per un po’ nel suo paesino d’origine e, a maggior ragione, si convinse che quella vita non faceva proprio per lui. Gli sembrava una vita vuota senza stimoli, senza avventure. Le giornate scorrevano oziose ed uguali. La gente del paese era avvezza a quella staticità che a lui sembrava una prigione, anche  il sole il mare il vento si placavano e stazionavano immobili e fiacchi tra le strade del paesino. Era lieto quando finalmente  il vento imperversava furioso e accumulava le nuvole o il tuono irrompeva improvviso  e scuoteva la terra e gli uomini dal loro torpore. Il vento era vita per lui, correva e fischiava, rincorreva le nuvole e le vele spingeva e affrontava avventure  e pericoli. Conosceva tutto lui dello spirare dei venti:  ne percepiva i respiri, gli affanni,   i segreti, le sue virate  improvvise,  il repentino placarsi.

 

Gli bastava chiudere gli occhi per ritrovarsi lì sull’immensa prateria blu al ritmo del fragor  delle onde e del fischiare del vento. Era quella musica che gli mancava e che ora avvertiva impellente mentre il temporale infuriava. Si riscosse. No, non poteva vivere di ricordi. Si sentiva ancora forte, pieno di vigore e di voglia di fare.   Gli mancava il suo mare, con il suo incessante movimento.

Aveva immaginato anche di poter vivere su un  barcone vicino al mare che gli avrebbe consentito di dedicarsi alla pesca e di non farlo sprofondare nella   nostalgia dei suoi viaggi. Si rese conto, però, che la vita sulla barca non era fattibile, cosicché risolse di cominciare ad esplorare la costa, perché lungo la costa era sicuro di trovare ciò che cercava.

Il  contatto con alcuni militari della zona lo aiutò nell’impresa. Da loro, che si recavano a fare esercitazioni militari in zone impervie e quasi irraggiungibili, ebbe notizia di un luogo meraviglioso   a ridosso del mare che si poteva  raggiungere,però, solo a piedi. Chiese indicazioni e così un bel giorno prese la decisione di avventurarsi .

Partì, naturalmente a piedi, un bel mattino all’alba. La direzione indicatogli era quella tra la torre di San’Isidoro( santusidru) e quella di Torre Inserraglio ( nsirragghia). La zona incantevole si trovava proprio nel mezzo. Camminò e camminò e dopo ore di cammino giunse finalmente su un’altura: era una serra. Da lassù la vista del mare s’imponeva allo sguardo. A quella visione   il capitano si bloccò . Sedette su una pietra e lasciò che lo sguardo affogasse nello sterminato blu che s’adagiava in fondo alla valle.

 

Campagna assolata, macchia selvatica e mare ,tanto mare… il suo mare. Respirò a pieni polmoni quell’aria limpida, fresca e selvaggia come lui. Non si vedeva ombra d’uomo andare, di tanto in tanto il cinguettio degli uccelli nei loro voli radenti e il fruscio solitario del vento tra le piante di lentisco, di mirto, di timo, di olivastri. Null’altro in quello sterminato paradiso! Pareva davvero un luogo incantato al di fuori di tutto e di tutti. Si levò allora in piedi e volgendo lo sguardo intorno immaginò di abbracciare l’intero spazio. Da una parte si scorgeva una torre, dall’altra quell’altra. Erano le torri che li avevano indicato. Con sorpresa notò che la fascia di natura  che circondava la torre alla sua destra appariva più folta e rigogliosa, non riusciva a spiegarsene la ragione per cui decise di dirigersi da quella parte. S’incamminò accelerando il  passo, la discesa del terreno lo facilitava nell’andare spedito. Così in poco tempo giunse ai piedi della serra e s’addentrò nella macchia . Procedeva facendosi largo con le mani tra gli alti lentischi ed i mirti, d’un tratto una limpida conca d’acqua tra due pungenti giunchi attirò la sua attenzione e lo fece fermare.

 

Si chinò e immerse  le mani poi, d’istinto si rinfrescò il viso ed il collo. Era freschissima e … grata quell’acqua non sapeva di mare anche se era salmastra. Riprese il cammino e man mano che andava altre conche scopriva tra i lentischi ed i giunchi finché si trovò dinanzi un piccolo e trasparente laghetto.

 

 

Rimase stupito di tanta bellezza. S’arrestò conteso tra mille emozioni : aveva trovato il suo luogo, era lì che voleva restare per ritrovare l’incanto di una vita serena e continuare a viverla senza rimpianto. E fu così, forse, che questo magnifico luogo si chiamò “  Palude del Capitano”.

 

 

4 Commenti a La storia verosimile della “Casa del capitano”. Nel Parco Porto-Selvaggio – Palude del Capitano

  1. Ingenuo cercare di fermare il corso del tempo e l’andirivieni del mare, inutile illudersi di trattenere uno spirito intriso di avventura, natura, istinto alla conoscenza. Ogni porto l’inizio di un nuovo viaggio, ogni amore la voglia di un altro e un altro ancora a voler allungare la vita di battiti preziosi di cuore. C’è però una possibilità remota di arrestare il passo di uno spirito libero: un posto ‘libero’ e un amore vero. Il primo sottende una bellezza mozzafiato del paesaggio che per riprenderti la devi poter guardare e riguardare milioni di volte; il secondo prevede un’attrazione e un’euforia tale che per assorbirla tutta devi, volta per volta, cancellare il primo imprinting per far posto al secondo e così all’infinito. Non importa se l’oggetto di tutto ciò sia un luogo, una donna, un uomo, una sensazione speciale, perchè quella è la volta buona che il capitano che ci portiamo un po’ tutti dentro si fermi per non fermarsi più. Niente di più esaltante e meraviglioso di un viaggio ‘di piacere’, uno di quelli sempre nuovo e mai deludente. Questa leggenda del capitano ricamata e raccontata in modo avvincente e raffinato da Maria Grazia Presicce non è che la consacrazione di un posto splendido come tutta la costa di Porto Selvaggio, casa elettiva di chiunque abbia occhi per guardare, oltre che romantica perifrasi intorno alla nostra anima.

  2. Ero da quelle parti la scorsa primavera, al seguito degli amici di Avanguardie, che ha sede a Nardò. Camminanti incalliti ed io fra loro.
    Fui toccata anch’io dalla magia del luogo e conservo il desiderio di tornarci presto. La bellezza da quelle parti è coinvolgente e pizzica sensi e fantasia.
    L’autrice si è fatta amabilmente coinvolgere dalla Casa del Capitano (ristrutturata di recente) ed io dai ruderi della Casa del Sale.
    Negli acquitrini migratori vari, cavalieri d’Italia ed altri, nella macchia i ginestrini in fiore, lungo le sponde del laghetto, tamerici, in fiore anch’esse.
    Grazie a Fondazione di Terra d’Otranto, perché permette di condividere luoghi e storie, contribuendo così a formare una piattaforma di esperienze.
    Grazie a M.G.Presicce perché ha saputo rendere la leggenda cosa vera.

  3. grazie per il bel commento.volevo solo precisare che non si tratta della “casa del sale” ma del
    “sentiero del sale” con i tipici furnieddi abitati dai salinieri.

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