Le ricette salentine con il baccalà

di Massimo Vaglio

 

Baccalà al forno con patate 1°metodo

Spargete un trito di cipolla e sedano in un tegame con un filo di olio sul fondo, disponete sul trito un letto di patate affettate sottilmente, spolverizzate di sale e adagiate il baccalà ammollato tagliato a pezzi. Spolverizzate di pepe nero macinato al momento, cospargete con prezzemolo tritato e facoltativamente con uno spicchio di aglio tritato. Ricoprite infine il tutto con un altro strato di patate affettate, spolverizzate di sale, irrorate generosamente con olio extravergine d’oliva e aggiungete delicatamente acqua sino quasi a sfiorare la superficie delle patate. Ponete in forno caldo sino a quando le patate saranno ben cotte e la loro superficie si presenterà dorata.

Baccalà al forno con patate 2°metodo

Versate sul fondo di un tegame un filo di olio extravergine d’oliva, fate uno strato di pomodori triturati e cospargetelo con un trito di cipolla, sedano, prezzemolo, sale e pepe. Quindi disponete uno strato di patate affettate sottilmente e su queste i pezzi di baccalà ammollato. Spargete sul baccalà qualche filetto di pomodoro, un po’ di trito come quello posto sul fondo, ricoprite con un altro strato di patate e versate delicatamente acqua sino a sfiorare il livello delle patate. Spolverizzate la superficie con un miscuglio di pangrattato, formaggio vaccino grattugiato e pepe nero, irrorate il tutto con un’emulsione di acqua e olio extravergine d’oliva e passate in forno caldo sino a quando le patate saranno ben cotte e la crosticina superficiale apparirà ben dorata. Badate a non fare asciugare troppo poiché per la perfetta riuscita questo piatto dovrà risultare piuttosto brodoso.

Zuppa di baccalà

In un capace tegame fate scaldare in ottimo olio extravergine d’oliva della cipolla tritata finemente. Prima che questa imbiondisca unite abbastanza sedano tagliato a tocchetti; poiché è proprio quest’ortaggio che conferisce il gusto caratteristico alla pietanza, prezzemolo, una manciatina di olive nere in concia e un pugnetto di uva passa fatta preventivamente rinvenire in acqua tiepida. Rimescolate il tutto, aggiungete  dei pomodori pelati

Andrano. Chiesa di S. Andrea Apostolo

la chiesa matrice di Andrano (da wikipedia)
La chiesa parrocchiale di S. Andrea Apostolo si eleva in Piazza Castello, di fronte al sontuoso matroneo che abbellisce l’angolo nord-ovest della fortezza gentilizia e fa supporre l’origine feudale della comunità.L’epigrafe incastonata tra due blasoni sul portale del frontespizio racconta: “Questo tempio fu eretto dalle fondamenta a spese e per interessamento dell’Ecc.mo Signore D. Gennaro Fulvio Caracciolo, Duca di Montesardo e Feudatario di Andrano e dedicato all’Apostolo S. Andrea, titolare del medesimo, nell’anno 1741”.E’ pervenuta alle attuali dimensioni in tre tappe. Vistosi segni esterni confermano la tesi delle ricorrenti manipolazioni. Fu costruita originariamente nelle dimensioni adeguate alle esigenze della comunità dell’epoca, tassata nel 1737 per 36 fuochi, corrispondenti a circa 300 abitanti, isolata perimetralmente da strade.L’edificio si eleva con muratura in conci levigati artigianalmente, compatti, ma soggetti all’annerimento per la prolungata esposizione agli agenti esterni. Il tozzo frontespizio mal si incorpora all’edificio, poiché non nasconde i contrafforti di spinta, elevati per il sostegno della volta e sembra recuperato da altra chiesa demolita.All’interno, il sontuoso arco trionfale a tutto sesto, che campeggia nella navata, delimitava lo spazio riservato al presbiterio da quello assegnato ai fedeli. Invece i quattro archi trionfali a sesto acuto, sormontati dagli ovali finestrati, che attualmente caratterizzano il centro dell’edificio sacro, trasformato a croce latina, segnalano gli spazi incorporati successivamente per realizzare l’ampliamento, iniziato nel 1836.Per circa due secoli fu anche, nel sottosuolo, luogo di sepoltura.

L’arredo interno di interesse storico-artistico e religioso è costituito da alcuni dipinti su tela, di autori ignoti, probabilmente di scuola napoletana. Raffigurano l’Immacolata, Il perdono di Assisi, La Madonna del Carmine e San Vito.

Altri sono di formato ridotto: La Madonna del Buon Consiglio, San Giuseppe, San Francesco di Assisi, S. Oronzo. Sei statue in cartapesta: S. Antonio di Padova, San Pietro Martire, San Rocco, S. Andrea Apostolo, San Giuseppe, Sacro Cuore di Gesù, prodotte da rinomati artisti leccesi, sono sistemate in appositi spazi.

La statua della Protettrice, Maria SS. Delle Grazie, è costituita da intelaiatura di legno rivestita di abiti finemente ricamati ed è custodita in un grande armadio a vetrina. Per adeguare il tempio allo svolgimento del culto, secondo le norme innovative disposte dal Concilio Vaticano Secondo, recentemente si sono resi necessari interventi che non hanno alterato la fisionomia originaria dell’edificio sacro al quale sono stati addossati modesti locali di servizio pastorale. Il più antico manoscritto parrocchiale che registra gli Atti di Battesimo data dal 1579.

dal sito del Comune di Andrano:

Una tela del Catalano a Presicce

ph Stefano Tanisi

Domenico Catalano da Gallipoli, Martirio di S. Andrea (1604), olio su tela, chiesa parrocchiale di Presicce

Gian Domenico Catalano nacque a Gallipoli ed operò tra il 1604 e il 1628. Tra le opere presenti nel Salento si ricordano, oltre il Martirio di s. Andrea nella parrocchiale di Presicce, il S. Carlo Borromeo in S. Maria degli Angeli a Lecce, il S. Francesco della chiesa di S. Nicola a Squinzano, del 1613, il Trittico della Assunta nella chiesa di S. Nicola della stessa città, datato 1614, la Madonna con s. Antonio e angeli nella chiesa dei minori di Minervino Murge (1628),  l’Assunta, nella chiesa dei teatini a Lecce.

Numerose le tele nella città natale, Gallipoli: nelle chiese del Carmine (Pietà), di S. Domenico (Annunciazione, Circoncisione, Assunta), di S. Francesco (Annunciazione, Assunzione, Circoncisione, S. Diego), di S. Chiara (Annunciazione, Natività, Crocefisso), di S. Maria degli Angeli (Madonna e angeli), la celebre Madonna coi ss. Giovanni e Andrea nella cattedrale.

Molte altre tele sono conservate in vari altri centri del Salento: Alezio, Galatina, Scorrano, Squinzano, Taviano.

Per la Bibliografia si riporta pari pari quella di Pina Belli d’Elia nella scheda dell’Autore, in:

http://www.treccani.it/enciclopedia/gian-domenico-catalano_(Dizionario-Biografico)/

sebbene molti altri studi e volumi siano stati successivamente pubblicati, tra cui Gian Domenico Catalano. Eccellente pittore della città di Gallipoli, di Lucio Galante, edito nel 2004 tra le edizioni Congedo di Galatina.

G. C. Infantino, Lecce sacra, Lecce 1634, pp. 7, 83, 94; L. Franza, Colletta istor. e trad. anticate sulla città di Gallipoli, Gallipoli 1835, pp. 57, 67, 70 s., 74 s.; B. Ravenna, Mem. ist. della città di Gallipoli, Napoli 1836, p. 330 e passim; C.Villani, Scritt. ed artisti pugliesi antichi moderni e contemp.,Trani 1904, pp. 1234 s.; G. Gigli, Il tallone dItalia, Bergamo 1912, p. 36; C. Foscarini, G.D.C., in Fede, III (1925), pp. 99 ss.; P. Marti, Architetti, pittori e scultori fino a tutto il sec. XIX, in Il Salento, XXXI(1927), p. 34; M. D’Orsi, Mostra retrospettiva degli artisti salentini (catal.), Lecce 1939, p. 11 (rec. di E. Scarfoglio Ferrara, in Rinascenza salentina, VII[1939], pp. 2 ss.); V. Liaci, Un geniale pittore salentino, in Rinascenza salent., X (1942), 2-3, pp. 123-26; M. D’Elia, Mostra dellarte in Puglia…(catal.), Roma 1964, pp. 138-141; L. G. De Simone, Lecce e i suoi monumenti, Lecce 1964, p. 116; M. Paone, Curiosità storiche salentine, in Studi salentini, XXIV(1966), pp. 292 ss.; Id., Un dipinto inedito di G.D.C. in Lecce, ibid., pp. 391-394; M. S. Calò, La pittura del Cinquecento e del primo Seicento in Terra di Bari, Bari 1969, p. 170.

Le vongole nella cucina del Salento

di Massimo Vaglio

Le vongole, il plurale si impone in quanto sono diverse le specie che vengono genericamente, commercialmente così denominate, sono dei molluschi bivalvi che vivono sprofondati nella sabbia o in particolari tipologie di fanghi marini. Sono animali filtratori, ovvero, che si nutrono filtrando le particelle sospese nell’acqua o depositate nel fondale; tale nutrimento, è costituito principalmente da alghe unicellulari ossia dal cosiddetto fitoplancton. Allo scopo, la natura le ha dotate di un perfetto, quanto funzionale meccanismo di cilia vibratili collegate con due sifoni, uno inalante e l’antro esalante, il volume d’acqua che attraversa ogni giorno il corpo di ogni singolo animale è sorprendentemente grande.

Nei mari pugliesi sono presenti anche quasi tutte le specie di vongola che vivono nel mediterraneo, fra queste, la fatidica vongola verace Venerupis decussata della quale però il quantitativo pescato non è sufficiente a coprire la grande richiesta di mercato che invece viene compensata da altre specie di vongola quale la Chamelea gallina più conosciuta dagli esperti come lupino o ancora più di sovente con la Tapes philippinarum, ovvero con la cosiddetta vongola filippina, una specie alloctona (di origine asiatica) da qualche decennio perfettamente acclimatatasi nelle acque costiere e nelle lagune dell’Alto Adriatico ove viene ampiamente sfruttata sia con il prelievo dai banchi naturali, sia con l’allevamento, praticato intensivamente.

Le vongole (o lupini che dir si vogliano) della specie Chamelea gallina, sono invece presenti nei fondali sabbiosi dell’Adriatico pugliese in enormi stock e la

Castro, purissima perla del Salento

Castro, mio grande amore: la purissima perla del Salento, incastonata fra illuminanti fuochi di storia e sfavillii di modernità

 

di Rocco Boccadamo

 

Non sembra per niente di sognare, si avverte anzi una sensazione concreta, quasi che la divina Pallade Atena per i greci o dea Minerva per i romani – il cui nome costituisce parte integrante dell’ appellativo originale del piccolo borgo di cui mi accingo a dire, appunto Castrum Minervae – forse a causa di una cocente delusione, avesse lasciato stillare da queste parti una piccola pioggia di lacrime, lacrime che, penetrando poi nel terreno e irrorandolo, si sarebbero trasformate in un humus del tutto speciale, a sua volta fonte e origine di una vasta gamma, meglio un concentrato, di bellezze naturali straordinarie e mirabili che si riscontrano diffuse in questa ridente e amena plaga del sud Salento.

Un puntino quasi invisibile sulle carte geografiche, che però reca, di per sé, il pregio di ergersi un po’ ad una sorta di ombelico del connubio fra gli ultimi strati del verde Adriatico e le più vivaci distese, dalle sfumature blu intenso, del mare Ionio.

Come per effetto di un miracolo strano, ma di miracolo non si tratta, Castro è compostamente «vecchia» sulle orme della sua antica e gloriosa storia, intessuta anche da vicende di saccheggi e distruzioni per opera di orde piratesche e di bramosi eserciti conquistatori che salpavano le ancore dalle opposte sponde, vicinissime, del Canale d’Otranto. Si presenta, nello stesso tempo, gioiosamente giovane, dal momento che è riuscita a conservare, anche il giorno d’oggi, una compatta voglia di vita e di crescita: qui, si deve sottolineare, non esiste, se non in termini modesti, il problema del calo delle nascite, sicché i giovani, i ragazzi e i bimbi appaiono numerosi, almeno quanto (se non addirittura di più) viene dato di constatare con riferimento alle persone anziane.
Castro la minuscola, pur tuttavia centro importante nella storia della cristianità. Molti, forse, non sanno che, per tanti e tanti secoli, è stata sede vescovile e, quindi, dimora di una lunga serie di Pastori della Chiesa, con giurisdizione su una decina di piccoli paesi del circondario.

Castro, con appena 100/150 anime, sede diocesana guidata da alti prelati delle più svariate provenienze, anche se in prevalenza di origini meridionali.
Mi immagino tali molteplici figure di successori degli Apostoli in condizioni di naturale e dignitosa povertà, dimoranti sì nel «loro» piccolo palazzo vescovile, ma certamente povere: e, del resto, come poteva essere altrimenti alla luce e sulla base di una comunità – e relative risorse – così risicate?
Chissà quale vita austera, al di là dei paramenti sacri e degli stemmi, dovevano condurre! Chissà come e con quali mezzi di fortuna si arrischiavano, quando arrivava il momento, ad affrontare i viaggi a Roma, alla sede di Pietro, per le periodiche visite apostoliche «ad limina» secondo la definizione del diritto canonico! Nel corso di così lunghi spostamenti, sostavano forse in lussuose dimore pluristellate, o erano costretti ad accontentarsi dell’ospitalità di qualche «collega» o povero parroco dei paesi che attraversavano?
Castro, dunque, e i suoi vescovi, rimasti insediati lì sino all’anno 1818, allorquando la diocesi, al pari di altri similari organismi di piccola portata, venne abolita, dopo che, negli ultimi periodi, mancando completamente i mezzi per il «mantenimento» della sede, alcuni Presuli erano stati costretti ad abbandonare la loro residenza e si erano trasferiti nei paraggi, prima nella località di Poggiardo e poi in un convento di frati della confinante Marittima.
Un breve inciso. A proposito di Marittima, mette conto di sottolineare come i corsi della storia siano davvero strani, ove si pensi che tale convento è attualmente di proprietà di un lord inglese, il quale – previo una serie di ammirevoli, importanti e radicali restauri – lo ho adibito a sua stabile dimora e, in aggiunta, vi ha organizzato un’attività turistica nella formula del «bed & breakfast».
Castro cancellata quindi, oramai da due secoli, come diocesi. Attenzione però, non si è trattato di un colpo di spugna in ogni senso! Le autorità ecclesiastiche hanno infatti gelosamente «conservato» l’antica e prestigiosa sede vescovile «castrensis», tenendola annoverata fra le cosiddette «Chiese titolari», quelle cioè che sono attribuite, giusto come titolo, al momento della nomina, a nuovi Vescovi, nelle più svariate parti del mondo, i quali non siano Pastori residenziali di una determinata città o sede, vale a dire, ad esempio, i Vescovi Ausiliari, i Nunzi Apostolici, i prelati preposti ad organismi pontifici. Per la cronaca, attualmente – precisamente dal dicembre 1979 – il titolo di «Vescovo titolare di Castro delle Puglie» è proprio di un Ausiliare della arcidiocesi della città nord americana di Milwakee, S.E. Rev.ma Mons Richard J. SKLBA.
L’antica «Castrum Minervae» richiamata all’inizio, si identifica oggi con Castro Città o Castro Alta, adagiata su un costone/promontorio discretamente rialzato sul mare e cinta in parte, almeno intorno all’estensione del borgo, da mura e da una catena di castelli con torri cilindriche o a sagoma di cubo/parallelepipedo.
La torre più grande, per la verità, da circa un trentennio è stata «sdemanializzata», passando così in proprietà ad un facoltoso medico, il quale la ha trasformata in lussuosa residenza privata che vanta, soprattutto, un panorama a dir poco mozzafiato: vi si spazia verso nord, quasi a voler rivolgere un rispettoso saluto ideale alla Serenissima, regina di sempre dell’Adriatico, verso est, dove a portata di mano si trovano, e sovente si scorgono, le coste e i rilievi dell’Albania e della Grecia, verso sud, nella quale direzione lo sguardo, doppiato il capo di Santa Maria di Leuca, sembra invece rivolgersi all’universo delle civiltà musulmane, importanti e contrapposte.
Sostando presso questa torre, si ha veramente la sensazione di «sollevarsi» dall’esistenza quotidiana con i suoi intoppi e le sue brutture e, per un arcano
artificio, di salire, salire in alto.

A pochi passi, ecco il piccolo, ma molto armonioso, edificio dell’ex cattedrale, con annesso un raccolto e ben restaurato palazzo vescovile. Soffermandosi sia pure per un momento all’interno della chiesa, si riceve una ventata di sublimazione dello spirito: la mente e il cuore si spostano indietro e lontano, si registra intimamente la rievocazione di annunci di Natività, proclami di Resurrezione del Signore, canti solenni di «Te Deum» di ringraziamento, succedutisi nel corso di secoli; quasi non ci si avvede più della comunità del terzo millennio che qui, appena all’esterno, al contrario è pullulante, viva ed attiva. Da due lati, l’ex cattedrale si affaccia su uno slargo molto accogliente e tranquillo, riparato dai venti, dove, anche in pieno inverno, è concesso di godere magnificamente sostando sotto il sole che non brucia, ma riscalda.
Altri pochi metri di distanza e si apre il piccolo e infiorato Vico S. Dorotea, terminante in un belvedere che si affaccia, a fianco di un altro torrione dei castelli, verso il porticciolo della marina, le incombenti serre salentine e il capo di Santa Maria di Leuca.

A ridosso del primo castello, cilindrico, si stende un’altra piazzetta costituente il classico punto di ritrovo degli abitanti di Castro in ogni stagione, largo impreziosito da un‘ampia terrazza quasi protesa verso il mare sottostante sul fronte nord est e nord, con veduta delle scogliere della Grotta Zinzulusa, di Porto Miggiano e di Santa Cesarea Terme.

E’ questo il sito da cui, più frequentemente e maggiormente, si ha modo di impattare visivamente con la costa greco/albanese, che in certe occasioni, d’inverno in particolare, grazie ad uno speciale fenomeno di rifrazione della luce volgarmente denominato «Fata Morgana», sembra trovarsi a pochissimi chilometri di distanza, potendo distinguerne finanche determinati particolari come strade, edifici ed altri punti cospicui.

All’estremità del Paese, nella parte che conduce ad una piccola altura chiamata con un pizzico di esagerazione Monte Lacquaro, si gode ancora di una entusiasmante veduta su Porto Miggiano e Santa Cesarea Terme, nonché su altre rade e grotte marine, prima fra tutte la Grotta Romanelli.

A Castro città, le giornate si dipanano attive e vive ma, nel contempo, quiete e silenti: un autentico prodigio rispetto alla frenesia e al movimento, almeno durante la bella stagione e nei weekend, che caratterizzano invece Castro Marina, rinomata località di villeggiatura e di esodo frequentata da migliaia di turisti e visitatori – provenienti non solo dalle zone limitrofe, ma anche da tutta l’Italia, specie dal Nord, e dall’estero – i quali rimangono letteralmente estasiati dalla bellezza di questo mare e inebriati dalle acque cristalline che ridanno vitalità e senso di benessere a chi vi si immerga.
Fare il bagno a Castro Marina ingenera un sublime godimento, senza prezzo e  senza paragone.

Nell’ambito del porticciolo, accanto ai villeggianti, si svolge anche la vita di un discreto numero di pescatori: certo, ora i pescherecci si sono ridotti appena a tre/quattro e in più rimangono solo i piccoli battelli dei singoli. Eppure, i pescatori di Castro conservano ancora un’abitudine contratta nel corso delle lunghe stagioni delle battute di pesca in gruppo, quella cioè di parlare tra loro solitamente ad alta voce, così come facevano in alto mare per superare i rumori delle onde, della motobarca e dei movimenti dell’attività peschereccia.
Sebbene il mio paese di nascita sia la piccola località contermine di Marittima e abbia trascorso per lavoro diversi decenni fuori regione, Castro è da sempre un po’ parte della mia vita: conosco molti degli abitanti e auspico di arrivare ad essere considerato da loro quasi alla stregua di compaesano.
Altro particolare: nel Santuario di Castro Marina, quaranta anni addietro, mi
sono sposato.

Non è un bel quadretto d’insieme?

D’estate, nel porticciolo di Castro Marina, lascio agli ormeggi la mia piccola barca a vela per le quotidiane regate nella rada, al largo oppure nei dintorni.
Infine, conservo presenti e integri taluni ricordi molto belli di quando ero ragazzo.
Innanzitutto, le gite su barche da pesca, rigorosamente a remi e dotate di grandi lampare, per accompagnare la statua della Madonna di Pompei in occasione della tradizionale processione a mare nel mese di agosto. Particolarmente impresso nella mente, quindi, un piccolo episodio, risalente al 1950 o 1951, periodo in cui – durante le vacanze scolastiche – mio padre soleva portarmi con sé in Municipio, dove era impiegato, per aiutarlo: un giorno, allo sportello dell’anagrafe, rilasciai la prima carta di identità ad un bellissima ragazza bionda di Castro, di quindici o sedici anni, il cui nome di battesimo era Natalizia. Poco tempo fa, un po’ prima della scomparsa di detta persona, ho scoperto che si trattava della madre di due soci della cooperativa che al porticciolo custodiscono le barche dei villeggianti, compresa la mia. Ho successivamente riferito dell’episodio a Luigi, padre dei predetti e vedovo della stupenda Natalizia, il quale si è profondamente commosso ed ha voluto rendere partecipe della mia antica testimonianza un giovane nipote, il quale, da quella volta, ho notato che mi si rivolge con maggior rispetto e riguardo.
E poi, le scalate dei costoni di Pizzo Mucurune alla «caccia» di giovani gazze (qui sono chiamate «ciole») nidificanti nei numerosi anfratti, uccelli che venivano portati in casa, in un certo senso addomesticati e giungevano a far
parte, per l’intera estate, dei nuclei familiari.

E che dire dei richiami ad alta voce, di buon mattino, da parte di pescatori rientranti dalla nottata trascorsa in mare, i quali si fermavano a riva in corrispondenza della «marina» e della semplice casettina di vacanza della mia famiglia per lasciare a mio padre piccoli panieri, o semplici incartate, di pesci azzurri spesso ancora guizzanti.

Piccoli amarcord, intrisi però da profondo significato umano.
Certo, Castro ha un grosso problema: quello delle aree di parcheggio per le auto; spero vivamente che gli amministratori si impegnino e riescano a trovare soluzioni idonee.

Per i tempi a venire ed a favore di un’equilibrata crescita, auspico da ultimo che si introduca, accanto a quelle tradizionali, qualche intelligente formula di turismo culturale.

Saiètta, fùrmine e ccòccia

di Armando Polito

 

Nel dialetto neretino il nesso del titolo (ma anche e più spesso  singolarmente ciascuno dei tre sostantivi che lo compongono) costituisce tra le locuzioni interiettive la più efficace e spinta per esprimere il disappunto.

Cominciamo dai primi due elementi che a prima vista si direbbero concentrare in sé tutta la rabbia possibile e la sovente connessa voglia di distruzione e annichilimento, in quanto saiètta corrisponde all’italiano saetta (usato al plurale da solo o nella locuzione saette e fulmini!) che è dal latino sagìtta(m) di probabile origine etrusca e fulmine è da un latino *fùlmine(m)1 variante del classico fulmen, da fulgère=splendere

Chiunque sa cosa una saetta (o fulmine, o folgore) è in grado di fare, ma non può certo immaginare che con lei possa competere una semplice, apparentemente innocua goccia; sì, perché il corrispondente italiano di còccia (usato anche come normalissimo nome comune: tamme nna còccia ti mièru=dammi un goccio di vino) è proprio goccia, da un latino *guttiàre=gocciolare, dal classico gutta=goccia.

Sulla potenza, per quanto insospettabile, della goccia fanno testo parecchi autori latini:

Lucrezio (I secolo a. C.), De rerum natura, I, 313: stilicidi casus lapidem cavat (la caduta della goccia scava la pietra);

Tibullo (I secolo a. C.), Elegie, I, 4, 18: longa dies molli saxa peredit aqua (Il trascorrere del tempo ha consumato la roccia con la morbida acqua);

Ovidio (I secolo a. C.-I secolo d. C.), Ars amandi, I, 476: dura tamen molli saxa cavantur aqua (tuttavia la dura roccia è scavata dalla morbida acqua; il verso sarà citato, insieme con quello di Lucrezio,  qualche decennio dopo da Seneca nelle Naturales quaestiones, IV, 3 ); Epistulae ex Ponto, IV, 10, 5: gutta cavat lapidem (la goccia scava la pietra); proprio quest’ultima sequenza ovidiana è divenuta proverbiale, pur essendo il poeta, cronologicamente, l’ultimo arrivato ma non è difficile immaginare che la sinteticità (soggetto, predicato verbale, complemento oggetto) abbia avuto un ruolo determinante.

Nel mondo greco il concetto sarà ripreso da Galeno (II-III secolo d. C.): Κοιλαίνει πέτραν ῥανὶς ὕδατος ἐνδελεχείῃ (Una goccia d’acqua con persistenza scava una pietra).

Che poi, buco nella roccia a parte,  la goccia non sia tanto innocente lo dimostra il fatto che da gutta(m), accusativo di gutta è derivato gotta per l’opinione sostenuta dalla patologia umorale che la malattia fosse provocata da gocce alterate di uno degli umori del corpo. Questa disfunzione del metabolismo era considerata tipica dei ricchi, i quali potevano permettersi un’alimentazione dall’elevato contenuto proteico e lipidico. L’etimologia di còccia da gutta con riferimento alla gotta però  sarebbe stata proponibile se questa malattia avesse avuto anche per il passato esiti estremamente gravi o addirittura fulminanti; e non sarebbe stato neppure una bella soddisfazione augurare al proprio nemico, magari povero in canna, che gli venisse la gotta perché sarebbe stato come augurargli anzitutto di diventare ricco…

E allora? Una goccia era ritenuta responsabile anche di un’altra malattia ben più grave, invalidante e spesso mortale: l’apoplessia, detta anche goccia,  male della goccia, gòcciola, male della gòcciola perché si pensava che fosse provocata da una goccia d’umore discesa nel cuore dal capo.

Eccone alcune testimonianze, sempre letterarie, in ordine cronologico:

Franco Sacchetti (XIV secolo), Il trecentonovelle, novella 167: “…E questa era la doglia del capo: ché sono molti che berranno tanto che non che dolga loro il capo, ma e’ diventeranno paralitichi ritruoplichi, e col male della  gocciola  che più tosto si potrebbe dire il male del quarto; che a tanto è venuto questo misero difetto ch’e’ giovani tutti se ne guastono, usando la mattina più e più volte bere la malvasìa e altri vini, e poi corrono alla lussuria; e così si guastano e mancano i corpi…”

Lorenzo de’ Medici (XV secolo), Poemetti in terzine, Simposio, VI, 7-9: “Tra lor ve n’era alcun zoppo e sciancato, e gamberacce e occhi scerpellini, e altri dalla  gocciola  scempiato”.

Masuccio Salernitano (XV secolo), Il novellino, parte IV, novella XXXIII: “…E non dopo multo spacio che gli venne un stupore sì grande, che per morta cascò in terra; de che le sue fante con grandissimi gridi féro il vecchio patre con altre assai brigate al romore correre, e trovata la sua unica e da lui tanto amata figliola già morta, con dolore mai simele gostato fatti vinire prestissimo medici con ogne argomento da revocarla in vita, e niuno valendole, fu da tutti tenuto per fermo lei da supravenutale  gocciola  fusse morta…”.

Francesco Guicciardini (XVI secolo), Storia d’Italia, III, 15: “…la notte innanzi all’ottavo dì d’aprile morì il re Carlo in Ambuosa, per accidente di gocciola , detto da’ fisici apoplessia, sopravenuto mentre stava a vedere giocare alla palla tanto potente che nel medesimo luogo finì tra poche ore la vita, con la quale aveva con maggiore impeto che virtù turbato il mondo, ed era pericoloso non lo turbasse di nuovo…”.

Giorgio Vasari (XVI secolo), Le vite de’ più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, Vita di Ercole Ferrarese: “Poi gli cadde un giorno la  gocciola , di maniera che in poche ore gli tolse la vita.”; Vita di Perino Del vaga: “… non giovando rimedii e seguitando il catarro, una sera parlando vicino a casa con uno amico suo, di un subito mal di  gocciola  cascò morto, nella età sua di quarantasette anni”.

Matteo Maria Bandello (XVI secolo), Novelle, quarta parte, novella VI: “Questo prezioso e vitale liquore fuori de l’uva premuto se si beve senza modestia e senza regola, come sogliono fare gli ubriachi, infrigidisce per cagione acccodentale tutto il corpo, suffocando il calore naturale, come si estingue un picciolo fuoco, cui sovra sia gettata una gran quantità di legna, nuoce al cervello, offende la nuca e debilita i nervi; onde causa assai sovente apoplessia, cioè la goccia, paralisia, mal caduco, spasimo, stupore, tremore, abbagliamento di occhi, vertiggini, contrazione di giunture, letargia, frenesia, sordità e catarro”.

Torquato Tasso (XVI secolo), Lettere, lettera 456: “… ho udito strepiti spaventosi; e spesso ne gli orecchi ho sentito fischi, titinni, campanelle, e romore quasi d’orologi da corda; e spesso è battuta un’ora; e dormendo m’è paruto che mi si butti un cavallo addosso; e mi son poi sentito alquanto dirotto: ho dubitato del mal caduco, de la  gocciola , de la vista…”

Giulio Cesare Croce (XVI-XVII secolo), Le piacevoli e ridicolose simplicità di Bertoldino: “Beva chi vuole, e se bevesti tre giorni continui di questo chiaro liquore non v’alteraresti punto, né vi sarebbe pericolo né sospetto di goccia  né di paralisia, come spesse volte suole accadere a molti di quelli i quali caricano l’orcia di quei vini grandi e possenti, senza meta né misura alcuna, i quali similmente levano l’intelletto e sono causa di mille strani inconvenienti, perché, come l’uomo ha riscaldato il cervello, facilmente si piega a far delle cose indegne e di poca lode, onde esso dà da ridere bene spesso al volgo e fa piangere quei di casa; ma chi beve di questa sta sempre in tono e sempre ha il suo cervello a segno”.

Il tema è particolarmente ricorrente nella letteratura religiosa del XVII e XVIII secolo:

Pietro Antonio Cassuoli, Veridico racconto dell’origine, progressi et miracoli della Madonna di Reggio, Soliani, Modena, 1666. pag. 104: “Dall’apoplesia, o sia male di goccia scampati. Chiara di Gasparo Zilocchi sendole caduta la goccia, e restata tremando, con la bocca rivolta fino all’orecchie in modo spaventevole, stete caduta in terra per lo spatio d’un quarto d’hora, nel qual tempo avotita alla madonna da una sua compagna, subito ritornò la bocca al suo luogo, cessò il dolore, e parlò, restando senza alcuna lesione. Il Signor Cvaliere Donato Azzaioli Gentilhuomo Fiorentino levandosi del letto restò sovra preso da un mal grandissimo di goccia, onde stete tre giorni senza poter parlare, et havendo fatto voto a quella Santissima Madonna, in poco tempo rimase sano. Il Signor Giovanni Bismantova, Figliuolo del Conte Antonio Bismantova Reggiano cadè all’improviso in terra nella Piazza, oppresso da un accidente di goccia, onde perdette la metà della sua persona; et quando fu portato a casa s’avotò alla Madre di Dio, et all’hora in un’istante, proferito, c’hebbe il voto, restò libero, et sano, senza alcuna sorte di mancamento. Il Signor Paolo Bondini da Bologna, havendo patito per tre anni il male della goccia, senza haver potuto trovarvi rimedio, si raccomandò a questa B. V. et subito cominciò a migliorare, rimanendo poi del tutto libero”.

Paolo Segneri (XVII secolo), Opere, tomo I, Baglioni, Venezia, 1716, pag. 14: “Considera che non v’è cosa o più vile o più vana o più instabile d’un vapore il quale è soggetto ad ogni aura. E tale è la vita umana: vapor est. Quanti accidenti te la possono togliere, quando anche meno tel credi! Una goccia la qual ti caschi dal capo, una soffocazione di catarro…

Carlo Ambrogio Cattaneo (XVII-XVIII secolo), Opere,  tomo IV, Eredi Baglioni, Venezia, 1821, pag. 101: “Ha forse Dio bisogno di scatenarecontro di me i ministri della sua giustizia, per annientarmi? Non basta una goccia, che mi cada, un catarro che mi affoghi…?”,

E ancora:

Alessandra Macinghi Strozzi (XIX secolo), Lettere ai figli esuli, lettera XXVII: “… Giovanni della Luna duo dì sono, gli cadde la  gocciola : ha perduto tutto il lato ritto, e non favella, e sta male: Iddio l’aiuti…”

Giuseppe Gioacchino Belli (XIX secolo), sonetto 2161 (L’uguri de sto monno), v. 14: “Che mme pijji una goccia o ‘na saetta”; sonetto 2176 (La mutazzion de sscena), v. 13: “Bbe’, er zervitore, je pijji ‘na  goccia”.

Un uso ambiguo, quasi un gioco di parola propiziato, dopo goccia, da paralisi e che sembra riprendere l’antica eziologia della malattia: Italo Svevo (XIX secolo-XX secolo), Una vita: – Non lo credo! – rispose Prarchi – Forse è stata la  goccia  che ha fatto traboccare il vaso, ma sono malattie che si formano lentamente. Chissà da quanti anni essa minava l´organismo di Fumigi! Lavorò troppo e visse da celibe; non mi pare che occorrano altre spiegazioni. Oggi noi possiamo seguire i progressi della paralisi, ma certo è da molto tempo ch´essa s´era messa in marcia…

Spesso in uso isolato nel dialetto neretino còccia è sostituito da corpu, corrispondente all’italiano colpo2 (apoplettico). Se in còccia (come pure nella locuzione italiana emorragia cerebrale) prevaleva l’eziologia,  qui, come negli altri sinonimi (apoplessia, ictus3) è la sintomatologia (paralisi o perdita della conoscenza, come può succedere, sia pure temporaneamente, per un colpo in testa) a dettar legge.

Poteva una voce così “scabrosa” (di regola lo sono le imprecazioni e quelle attinenti al sesso) come còccia sottrarsi a quella forma di ipocrisia espressiva che è l’eufemismo? Ecco allora nel dialetto neretino (ma il Rohlfs la registra solo per Galatone) la variante còbbia. In dialetto milanese sta per coppia, ma non credo che sia forma importata, anche se individuarne l’origine è più complicato che per la serie cazzu>cazzalòra in cui interviene come sostituta un’altra parola (cazzalòra=casseruola) che ha in comune con quella da sostituire la sillaba iniziale; o come nella serie Matònna>Matòmbula in cui la parola sostituente (tòmbula) si è agganciata alla sillaba iniziale della parola originale (Ma-) e, a differenza del primo caso, il risultato non è una parola esistente; o come nella serie Ddiu>Ddissi in cui non credo che Ddissi sia un recupero del latino deus (che eufemismo sarebbe? di matrice dotta?) ma piuttosto una sovrapposizione, con la consueta conservazione, però, della sillaba iniziale della parola di partenza (Ddi-), di tissi (terza persona singolare del passato remoto di dire). Però, come parole autonome cazzalòra, tòmbula, deus (o tissi che sia) esistono, còbbia no. D’altra parte mi sembra piuttosto banale (forse perché alcuni di noi tendono a complicarsi la vita e credono che raramente una banalità possa essere verità) sostenere che in còbbia è stata operata la sostituzione della consonante con quella immediatamente precedente (e perché non con quella seguente: còddia?). Potrebbe essere suggestivo, ma ci credo poco pure io che lo sto pensando, che còbbia in qualche modo evochi la persona gobba di sesso femminile che, a differenza dell’analoga maschile, non porta fortuna ma, addirittura, suscita repulsione.4

Riesco a dare, invece, piuttosto agevolmente un’interpretazione per  saièmma, forma eufemistica per saiètta, che secondo me sarebbe una dimostrazione di sensibilità altruistica nascente da paretimologia, cioè da un’etimologia popolare. Mi spiego: indipendentemente dal motivo del disappunto ascrivibile a chi pronuncia l’interiezione o ad altri, nell’immaginario dell’utente popolare quel –tta di saiètta potrebbe essere stato interpretato come un segmento evocante l’aggettivo possessivo enclitico di seconda persona singolare (o ad esso,addirittura, corrispondente) usato in unione ai nomi indicanti parentela (màtrita, pàtrita, sòruta, fràita); l’eufemismo  di cui ho parlato prima ha comportato la sostituzione di quel –tta col possessivo enclitico di prima persona singolare (-ma: màtrima/màuma, pàtrima, sòruma, fràima), da cui saièmma, con un’ altruistica assunzione di responsabilità rispetto alla voce di partenza.

Purtroppo per cobbia, nel frattempo (per fùrmine non conosco forme eufemistiche), non mi è venuta in mente nessun’altra idea. Chi mi aiuta?

________

1 Di regola i nomi derivano dall’accusativo e perciò il classico fulmen (neutro) avrebbe dato fulme, come lumen ha dato lume; fulmine, invece, fa supporre un *fulmine(m). Tuttavia va detto che, per converso,  come forma letteraria e per ragioni in tutta evidenza metriche fulme s’incontra in Baldassarre Tassone (XV secolo), Comedia di Danae, atto III: “…colui che porta el fulme  e ha ‘n man la face” e lumine in Lorenzo de’Medici (XV secolo), PoemettI in terzine, Capitoli, III: “Te conosciuto abbiamo, immenso  Lumine,/lume che sente sol la mente degna”. Colgo l’occasione per far notare, a proposito di quest’ultimo distico di endecasillabi, come il primo, essendo sdrucciolo, di sillabe ne ha, correttamente, dodici e come Lùmine nella sua forma anche graficamente più estesa integri perfettamente immenso, anche in contrasto-accordo con il gemello lume usato subito dopo e all’inizio del verso successivo come nome comune.

2 Colpo è da un latino *colpu(m) a sua volta dal classico còlaphu(m)=schiaffo, e questo dal greco κόλαφος, a sua volta da κολάπτω=beccare, battere. È interessante notare che corpu è usato anche con valore di interiezione (proprio come succede con còccia), mentre quando assume il significato generico di colpo è usata la forma cuèrpu (mo ti menu nnu cuerpu an capu=mo ti do un colpo in testa), che è un omofono di cuèrpu=corpo (cce ttieni an cuerpu?=che hai in corpo?), dal latino corpus.

3 Apoplessia è dal greco ἀποπληξία=paralisi, da ἀπόπληκτος=stordito, a sua volta da ἀποπλἡσσομαιrestare stordito, composto da ἀπό=da e πλἡσσομαι, che è mediopassivo di πλἡσσω=colpire. Ictus è il sostantivo latino derivato dal participio passato di ìcere=colpire.

4 Sul tema vedi il mio contributo in

http://www.vesuvioweb.com/it/wp-content/uploads/Aniello-Langella-Scartiello-vesuvioweb-2012.pdf

De cellularium damnis vitae nostrae

da http://www.petpassion.tv/blog/

 

di Paperoga

 

Corrisponde a banalità purissima affermare che negli ultimi 15 anni la vita dell’uomo medio occidentale sia stata letteralmente rivoluzionata da due tecnologie: il cellulare ed internet. Ma se la navigazione in rete è stata da me scoperta nel 1999 e me ne sono pacificamente assuefatto, il rapporto col cellulare è nato tra mille strepiti e rifiuti, e rimane tuttora tormentato.

Volendo rispondere agli alti obiettivi speculativi fissati dal titolo in latino maccheronico del post, sdoppierò lo stesso affrontando separatamente due problematiche che poi sono anche l’essenza della rivoluzione che la telefonia mobile ha apportato alle nostre vite. Affronterò dunque in primis di come quella scatoletta infarcita di chip abbia stravolto la nozione stessa di “reperibilità”.

Giù in Salento i primi cellulari che non costassero quanto un rene sono apparsi nel 1996 o giù di lì. Sono stato uno degli ultimi fortunati studenti a diplomarmi prima che i cellulari entrassero a stuprare le aule delle superiori. Ho resistito sino al settembre del 1999, cedendo alla forza bruta di mia madre che, dopo una notte insonne senza avere mie notizie dopo una battuta di pesca con ritorno all’alba, mi prese per le recchie e mi comprò una scheda sim, appioppandomi un suo cellulare di risulta.

Ma perché resistevo così tanto? Il solito snobismo da bastian contrario? No. Semplicemente, mentre la gente impazziva nel poter telefonare dovunque o in qualunque momento, io ci tenevo a rimanere non reperibile. Intuivo che il cellulare era né più né meno uno di quei braccialetti elettronici che mettono sui carcerati in America quando li mandano a casa. Non puoi toglierteli, non puoi spegnerli, e ti rendono un puntino sul radar sempre costantemente monitorato.

Badate, la pensavo così quando ancora il cellulare era uno status symbol che non tutti potevano permettersi, non ancora uno strumento a buon mercato che oggi costa meno di un tostapane. A quei tempi era ancora possibile non averne uno, ed era ancora possibile usarlo in modo distratto. Lo usavi quando ti serviva, e se lo tenevi spento problema non ce n’era.

Nel tempo, la reperibilità da opportunità è diventato un obbligo, come avevo previsto senza troppi sforzi. Oggi non è più possibile tenerlo spento, o

Alla prima infornata

CIVILTA’ CONTADINA DI FINE OTTOCENTO  

AM PRIMA ‘NFURNATA (ALLA PRIMA INFORNATA) 

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

 

(…) Sul calare della sera, prima che gli usci si rinserrassero sull’intimità del desinare e il paese piombasse nel silenzio, le donne interessate a prenotarsi alla cottura del pane, si presentavano a una a una, chi a un forno chi a un altro, e come se stessero a pronunciare una parola d’ordine, annunciavano: “Ccumpagnata ti lla pruiténzia àggiu crisciutu lu lliàtu (“accompagnata dalla provvidenza ho approntato il lievito”). “Cu lla razzia ti Ddiu!” (“Con la grazia di Dio!”) rispondeva il fornaio, e subito chiedeva: “Pi quanti piézzi?” (“Per quante forme?”).

Poi, a precisazione ottenuta, si chinava a cercare fra la legna accatastata contro la parete un rametto di murtéddhra (mortella) che sfrondava lasciando sullo stelo tante foglioline quante erano le forme di pane che la donna intendeva cuocere. I rametti di mortella erano il suo promemoria: via via sommando il numero delle foglioline riusciva a meglio orientarsi sul numero delle prenotazioni, che ovviamente non dovevano superare i limiti di capacità del forno.

Pi quale ‘nfurnata?” (“Per quale infornata?”), tornava a chiedere prima di infilare il rametto in uno dei tre bicchieri allineati su una mensola e rappresentanti appunto le tre infornate che abitualmente si facevano a distanza di tre ore l’una dall’altra. Se la donna interpellata era contadina e perciò costretta a trovarsi fra i campi alle prime luci, la risposta non poteva essere che una: “Am prima ‘nfurnata, queddhra ti la Matonna” (“Alla prima infornata, quella della Madonna”).

setacci per la farina

 

La prima infornata infatti aveva luogo prima ancora dell’alba e veniva detta “ti la matonna” in rapporto a un’antica leggenda secondo la quale l’Arcangelo Gabriele, sceso dal cielo prima dell’alba ad annunziare l’incarnazione del Verbo, aveva trovato la Vergine Maria in preghiera, inginocchiata vicino a un tavolo sul quale aveva appena finito di impastare una pagnotta di pane d’orzo. L’annunzio dell’angelo aveva coinvolto anche la pasta, che, nella gioia, aveva accelerato i suoi ritmi di fermentazione; sicché, quando il fornaio era andato a prelevarla per la cottura, si era accorto ch’era già passata di lievitazione e quindi poteva considerarsi inservibile

Mma intra llu piettu la Ergine Maria

                    sintìa la ràzzia ca tutta l’ia rrinchiùta

                    puru la pasta, eddhra lu sapìa,

                    prisciàta era, filu nnacituta.

 

                   Pi quistu, a llu furnàru ja nsistùtu:

                   ‘nfurnala, tamme retta, ane sicùru,

                   ca ci la ‘nfurni no tti ttruéi pintùtu,

                   miràculu vitrai, ti lu ssicùru!

 

                   Ma in cuor suo, la Vergine Maria

sentiva la grazia che tutta l’aveva pervasa,

pure la pasta, lei lo sapeva,

contenta era, affatto inacidita.

Per questo al fornaio aveva insistito:

infornala, dammi retta, vai sicuro,

ché se la inforni non ti troverai pentito,

miracolo vedrai, te l’assicuro!

Per accontentare la Vergine, l’umile fornaio di Nazareth aveva infornato ugualmente la pagnotta, sistemandola però nell’angolo più periferico del forno, nel timore che il suo acido avesse a guastargli l’altro pane. Ma quale non era stata la sua meraviglia nell’aprire il forno! Quella pagnotta che credeva di trovare piatta e inacidita, era la più bella dell’infornata: pure essendo impastata con scura farina d’orzo si presentava bianchissima, e lievitando in modo strano aveva assunto la forma perfetta di un giglio, fra i cui petali si scorgeva un cuore segnato di croce. Una leggenda cara alle donne contadine, pronte a rivangarla con amore, quasi fosse usbergo alla loro fatica di impastare il pane a ore antelucane. (…)

 

Da “TRE SANTI E UNA CAMPAGNA”, Culti Magico-Religiosi nel Salento fine Ottocento, con la collaborazione di Nino Pensabene, Laterza, Bari, 1994 (pagg, 213-215).

Stoccafisso e baccalà

 

di Massimo Vaglio

La storia italiana dello stoccafisso, come molte storie importanti, inizia casualmente e vede protagonista il nobiluomo e mercante veneziano Pietro Querini, che il 25 Aprile 1431 salpa con la nave di cui era proprietario e capitano, da Candia, allora dominio veneto, con un carico di vino di malvasia, spezie ed altre mercanzie  alla volta dei porti di Bruges e di Anversa seguendo la famigerata  rotta di Fiandra. Una destinazione che lo stesso non avrebbe mai raggiunto, infatti, dopo varie vicissitudini, il 17 dicembre dello stesso anno, la nave sarebbe naufragata nei pressi della Manica e dopo oltre due settimane solo una delle due scialuppe sarebbe riuscita a toccare terra con undici sopravvissuti, fra cui un salentino, tal Cola di Otranto. Querini, aveva raggiunto l’isola di Rost nel remoto arcipelago delle Lofoten a Nord della Norvegia oltre il circolo polare artico. Il povero Querini, avvilito da tanta sfortuna, appella il remoto luogo “Culo mundi”, l’isola per sua fortuna è popolata da centoventi ospitali abitanti, tra l’altro fedeli e devoti cattolici, che ospitano con generosità i suoi marinai nelle loro case, mentre egli e i suoi due luogotenenti Cristoforo Fioravante e Francesco Querini di Candia vengono ospitati in casa dal sacerdote con il quale  riescono ad intendersi in latino. Nei centouno giorni di permanenza, il Querini, pone molta attenzione agli usi e costumi del luogo, ma da buon commerciante anche ai suoi traffici e alla sua economia. Nota, con stupore che gli abitanti dell’isola, come quelli di tutto l’improduttivo arcipelago, si procurano: legumi, cuoi, panni, ferro e  quant’altro necessario al loro sostentamento barattando il merluzzo da loro pescato ed essiccato senza sale, al vento e al sole, localmente appellato stocfisi, che fungeva perfettamente da moneta sonante. Il traffico si svolgeva in più tappe, alcuni brigantini effettuavano la raccolta dello stoccafisso, nei vari villaggi sparsi nel profondo dei fiordi delle coste norvegesi e nel sopra menzionato arcipelago e lo conducevano a Bergen nel sud della Norvegia dove giungevano navi cariche di mercanzie da barattare da Francia, Inghilterra, Germania, Scozia, Prussia, etc. Questo, ci fa intendere, come questo prodotto, al tempo del Querini completamente sconosciuto in Italia, fosse invece un alimento comune ed apprezzato in molti altri paesi europei compresa la vicina Francia, dove era alimento molto comune già nel XIV secolo, ma conosciuto già intorno al X secolo, introdotto da quei temerari uomini di mare che erano i baschi, i primi, se si escludono i vichinghi, a trattare i merluzzi. Tanto Pietro Querini, quanto i suoi due luogotenenti, come evidentemente era costume fare a persone  aduse ad aggiornare minuziosamente i giornali di bordo, tornati a Venezia, stilano dei precisi resoconti,  ove con ottima proprietà di linguaggio e un inaspettato rigore scientifico fanno la descrizione degli usi e costumi del posto, nonché del mirabile sistema di conservazione del merluzzo ivi ideato e lasciano intravedere la proficuità dei traffici che ne potrebbero scaturire. Non possiamo collegare con certezza la sfortunata avventura del nostro capitano con l’entrata nella cucina mediterranea di questo nobile prodotto, ma il sospetto è forte, visto che poco dopo, nei primi decenni del Cinquecento, questo viene già importato sistematicamente in Italia. Com’è noto, sino al Settecento la  navigazione non è ancora molto evoluta e spesso si naviga spostandosi di rada in rada, di porto in porto, ragion per cui, porti oggi di secondaria se non di marginale importanza erano un tempo interessati da ampi traffici ed erano sovente teatro di intensi scambi commerciali. Quindi, se Venezia costituiva il naturale capolinea del commercio del merluzzo essiccato, che trovava nell’interland, allora come oggi, una tradizionale e importante area di smercio, diversi altri porti venivano più o meno direttamente coinvolti lungo la rotta. I porti della Sicilia erano ad esempio una tappa pressoché obbligata per chi faceva il traffico tra l’occidente e i porti dell’adriatico e dell’oriente, le navi delle tratte nordiche venivano a caricare gli agrumi, unica arma contro lo scorbuto e il sale di Trapani, bianco, purissimo e poco igroscopico per cui ritenuto il migliore per la salagione del pesce e presto cominciarono a pagare con stoccafisso e baccalà. Messina per la sua posizione era il principale crocevia di questi traffici non è quindi un caso che qui il “piscistoccu” sia divenuto il piatto d’elezione.

Per quando riguarda il Salento, una certa importanza rivestivano i porti di Otranto e Brindisi, ove, gli scambi erano comunque limitati a piccoli approvvigionamenti di derrate alimentari pagati sempre cambio merce, ma sovente con prodotti di qualità inferiore, quali baccalà di pezzatura più piccola, e con diversi succedanei più economici, quali le molve essiccate che nella povertà del tessuto economico locale incontravano un vivace interesse di mercato.

L’oritano Vincenzo Corrado, nel suo Cuoco Galante, Napoli 1792 nel capitolo intitolato “Della Frutta di mare e de’salumi “ ci da queste notizie intorno alla varietà di pesce salato che si trovavano in commercio: “vi sono vari pesci salati, come Merluzzo, ossia Baccalà, Salmone, Capitone, Linguattole marinate, Saracche, Aringhe ed altri i quali posson servire in mancanza de’ freschi Pesci da farne delle vivande, che di essi se n’è detto avvertendo solo di levarne bene il sale con acqua fresca facendoli in essa bene ammollire e cambiarla spesso, particolarmente per lo Baccalà il quale prima di metterlo in acqua fredda bisogna con spazzola stropicciarlo e lavarlo bene. (…) Sono stimatissime le trippe e le lingue di Merluzzo ossia di Baccalà. Questo pesce si pesca nei mari oltramontani dal principio di Febbraio per tutto Aprile e viene a noi trasportato in due maniere, salato, cioè fresco in barilotti, ed a secco: ed è quello più atto a conservarsi prendendo meglio il sale.” 

Oggi prelibatezze come trippe, lingue di baccalà, etc… non arrivano più sui banchi dei nostri globalizzati negozi, fortunatamente, hanno trovato in altri posti del mondo nuovi estimatori come le teste essiccate che vengono esportate in milioni di pezzi in Nigeria. Da noi, la scelta spesso si  risolve  tra baccalà (merluzzo salato) e stoccafisso (merluzzo essiccato). Invero, sotto queste generiche denominazioni vengono commercializzati pesci appartenenti a una decina di diverse famiglie e a oltre duecento specie, quasi tutte viventi nelle fredde acque dell’emisfero settentrionale, e che ridotte in filetti è spesso molto difficile distinguere, ma che sarebbe più corretto denominare con i loro nomi propri: pollak, pollak d’Alaska, brosme, eglefino, motella, molva, melù, cappellano, musdea, etc. . Lo stoccafisso e il baccalà, per così dire originali, si ricavano esclusivamente dal merluzzo atlantico specie Gadus morhua, la classificazione dello stoccafisso è materia piuttosto complessa e quindi per addetti ai lavori, i consumatori, in genere conoscono solo la qualità tradizionalmente commerciata nella loro zona, come l’eccellente Ragno, molto grande e dalle carni magre, diffuso nel Triveneto ove è protagonista del celeberrimo baccalà alla vicentina. Oltre al Ragno, le qualità di stoccafisso più apprezzate in Italia sono: il Westre piccolo, il Westre magro, il Westre Ancona, il Gran Premier, il Bremese e l’Olandese, tutte di prima scelta, ognuna delle quali,  è difficile capire perché, incontra maggiori favori in un determinato mercato. A differenza dello stoccafisso, per il baccalà non esiste un’articolata suddivisione in categorie; viene classificato semplicemente in due qualità, a e b, che indicano rispettivamente la prima e la seconda scelta. Diventa baccalà il pesce pescato all’inizio di Gennaio, quando il clima è ancora troppo rigido per iniziare l’essiccamento. Nel Salento, in linea con il gusto del sopra riportato maestro Corrado, è molto apprezzato il baccalà ed è protagonista di molti piatti tipici. Qui, lo stoccafisso è molto meno noto, essendo sempre stato appannaggio di pochissime salsamenterie d’elite, invece è stato sempre molto popolare e diffuso un suo succedaneo povero, la molva essiccata in gergo salentino “stoccu” “stoccapesce”, noto pure con il sinonimo ingentilito, “gronghetto”. Nonostante la solida tradizione gastronomica, il consumo di questo prodotto diviene man mano sempre più marginale, quasi relegato nelle famiglie più tradizionaliste e concentrato prevalentemente nei periodi canonici, un vero peccato, visto che è un alimento nobile e versatile, che come pochi, coniuga straordinarie proprietà nutrizionali a indiscusse qualità organolettiche. Ricchi di proteine nobili, di vitamine A, B e D, e dispensatori di iodio, contengono una piccola percentuale di grassi, peraltro di tipo insaturo, quindi il consumo frequente di stoccafisso e baccalà può allontanare l’arteriosclerosi, il rischio d’infarto, le disfunzioni tiroidee, l’uricemia, diverse altre patologie e grazie alle sostanze antiossidanti il decadimento organico. Il tutto se vogliamo ad un prezzo straordinariamente conveniente, infatti un chilo di baccalà equivale a oltre tre chili di pesce fresco e scusate, se è poco.

L’alloro nel mito, nella storia, nell’arte e… in una sorpresa finale.

di Armando Polito

nome scientifico: Laurus nobilis L.

nome della famiglia: Lauraceae

nomi italiani: alloro, lauro

nome neretino: làuru

 

La prima parte del nome scientifico, il secondo italiano e quello neretino sono tutti dal latino lauru(m)1, di cui è forma aggettivale il nome della famiglia. Il primo nome italiano (alloro), contrariamente a quanto si potrebbe pensare, è il meno corretto anche se il più usato, a conferma che spesso anche tra le parole, come tra gli uomini, il peggiore prevale… Esso, infatti deriva dalla locuzione latina (il)la(m) lauru(m), con errata concrezione e successiva deglutinazione dell’articolo (*lalauro>l’alauro>l’alloro).  La seconda parte del nome latino (nobilis)  significa nobile e tale attributo è, per quanto si dirà, particolarmente azzeccato.

Nel mondo greco, infatti, una corona di alloro era il premio per i vincitori nei giochi pitici (a differenza delle olimpiadi non vi si svolgevano solo competizioni sportive ma anche gare di musica e poesia). Si celebravano ogni quattro anni (il terzo dopo ogni olimpiade) nel santuario di Apollo a Delfi (altro nome Pito, da cui prendono il nome gli stessi giochi e la Pizia, la sacerdotessa del santuario); nelle foto in basso: a sinistra il santuario, a destra lo stadio con la gradinata di sinistra aggiunta in epoca romana.

L’alloro era l’albero sacro ad Apollo, dio della musica, della poesia e delle arti in genere. Se il nome latino, come abbiamo visto, era laurus, quello greco era dafne. Lo stretto rapporto esistente in Grecia tra divinità e natura trova conferma nell’arcinoto mito di Apollo e Dafne, avvenente fanciulla che, per sfuggire alle attenzioni del dio, si mise a correre (altri tempi, con tutto il rispetto per gli dei di allora e nessuno per quelli sedicenti tali di oggi…) e, quando stava per essere raggiunta, ottenne dalla terra di essere trasformata in alloro. Ad onor del vero bisogna dire che Apollo, per una sorta di par condicio sfociante nella bisessualità (a parte il fatto che tale comportamento all’epoca era assolutamente normale e nel nostro caso poi siccome l’oggetto del desiderio di regola veniva trasformato in un vegetale il tutto era inquadrabile in quel rapporto strettissimo tra divinità e natura di cui ho detto), ebbe occasione di fare le sue avances anche a dei ragazzi: il dio, giocando un giorno al lancio del disco (non doveva essere molto bravo con l’attrezzo, ma anche gli dei possono sbagliare…) colpì a morte Giacinto, di cui era perdutamente innamorato e pensò bene di trasformarlo nell’omonimo fiore; poi fu la volta di Ciparisso che, per punizione di aver ucciso involontariamente con un lancio maldestro del giavellotto (non conosco mito in cui l’indiretto responsabile sia il peso, ma non è detto che non esista…) il suo compagni di giochi preferito (non era Apollo, ma un cervo sacro addomesticato )chiese ed ottenne dagli dei di morire e che le sue lacrime scendessero in eterno: fu accontentato e nacque il cipresso.2

Conseguenza della sua buca con Dafne fu la ricorrente rappresentazione della sua testa coronata di alloro: due esempi nelle monete sottostanti.

La prima, uno statere (IV° secolo a. C.),  proviene proprio da Delfi e raffigura nel verso Apollo seduto sull’omphalòs3 con il gomito destro appoggiato alla cetra ed un ramo d’alloro. La seconda, un tetradramma (V° secolo a. C.), proviene da Lentini (Sicilia) e raffigura nel recto Apollo coronato di alloro con intorno tre foglie della stessa pianta.

Nella poesia l’alloro entra come componente suggestivo di scorci paesaggistici in Omero, Odissea, IX, 181-183: “Ma quando giungemmo alla terra che stava vicino, là vedemmo vicino al mare una spelonca  che si apriva nel punto più alto, ricoperta da allori…” e in un frammento (185, 5) di Stesicoro (VII°-VI° secolo a. C.): “Il figlio di Giove si diresse a piedi verso un boschetto ombreggiato da allori”.

Nel mondo romano, a parte le notizie riportate da Servio (vedi nota 1), va ricordato che la forma aggettivale femminile da laurus (laurea) compare con significato sostantivato di corona di alloro già in Plauto (III°-II secolo a. C.)4 e poi in Cesare (I° secolo a. C.)5 e laureàtus (da laurea derivato) in Festo (probabilmente I° secolo d. C.)6. Laurea compare ancora, col significato metonimico di trionfo, in Ovidio (I° secolo a. C.-i° secolo d. C.)7, Lucano (I° secolo d. C.)8, Marziale (I* secolo d.C.)9 e Tacito (I°-II° secolo d. C.)10.

Questa tradizione continuò nel medioevo quando con i rami di alloro si coronava il capo del nuovo dottore in medicina (baccalaureatus o baccalaureus, derivato da  baccalarius=giovane cavaliere, forse connesso col tardo latino buccellarius=soldato privato, tutte voci che non hanno nulla a che vedere con l’alloro e con le sue bacche), fino alla laurea attuale (conseguimento di qualsiasi titolo di dottore al termine degli studi universitari).

Sorvolo sui festeggiamenti attualmente riservati al laureato e che in più di un caso sembrano competere con quelli di cui godevano i trionfatori nell’antica Roma. In realtà il paragone è solo un pretesto per riprendere il filo del discorso antico e dire che al nostro albero Plinio dedicò molto spazio nella  sua Naturalis historia: “(L’olio) si ricava anche dall’alloro, mescolandovi olio di olive mature. Certi lo estraggono solo dalle bacche, altri solo dalle foglie, altri dalle foglie e dalla buccia delle bacche ma vi aggiungono lo storace e altri profumi. Per questo vale più di tutti l’alloro che ha le foglie larghe, selvatico, dalle bacche nere”11; “L’alloro è propriamente dedicato ai trionfi, è anche graditissimo in casa e ornamento delle porte di cesari e pontefici; da solo adorna pure le case e veglia davanti alle porte. Catone ce ne ha tramandato due varietà: la delfica e la cipriota. Pompeo Leneo ne aggiunse un’altra che chiamò mustace, poiché si mette sotto ai mostaccioli. (Dice che) ha foglie molto grandi, tenere e bianche, che il delfico è di colore uguale, più verde, con bacche grandissime e che da verdi diventano rosse; che con questa varietà s’incoronavano i vincitori a Delfo e i trionfatori a Roma; che il cipriota è di foglia corta, nera, con i margini a forma di tegola, crespo. Poi ne aggiunsero altri. Il tino: alcuni credono che questo sia l’alloro selvatico , altri un albero della stessa specie. Il colore è differente:  ha infatti le bacche rosse. Si aggiunge anche il regio, che cominciò a chiamarsi augusto, albero grande e dalle foglie grandi, con le bacche non aspre al gusto. Alcuni negano che esso sia l’alloro regio che ritengono altra varietà dalle foglie più lunge e più larghe. Gli stessi in riferimento ad un’altra varietà chiamano baccalio quello che è diffusissimo e ricchissimo di bacche e chiamano trionfale (cosa di cui mi meraviglio molto)la varietà tra queste che non produce bacche e dicono che se ne adornano i trionfatori; senonché ciò cominciò dal divino Augusto, come diremo, grazie a quell’alloro  che gli fu mandato dal cielo, di altezza minima, dalla foglia crespa e corta, raro a trovarsi. Si aggiunge nell’adornare i giardini il tasso, dalla foglia piccola che si assottiglia in mezzo, come striscia di foglia; senza parlare della spadonia dalla meravigliosa capacità di ombreggiamento tanto che fa ombra al terreno a volontà. E c’è pure il camedafne, arboscello selvatico, nonché l’alessandrino che alcuni chiamano ideo, altri ipoglozio, altri dafnite, altri ancora carpofillo, altri ipelate. Sparge i rami dalla radice, adatti a confezionare corone, con foglie più acute di quelle del mirto, più delicate, più bianche e più grandi, con bacche rosseggianti tra le foglie. Ce ne sono molti sull’Ida e attorno ad Eraclea di Ponto e solo in luoghi montuosi. Pure la varietà che si chiama dafnoide non ha una denominazione costante. Alcuni infatti lo chiamano pelasgo, altri cupetalo, altri stefano [corona] di Alessandro. Anche questo arboscello è ramoso, con la foglia più grossa e più morbida di quella dell’alloro; a gustarlo si infiamma la bocca e la gola, le bacche sono nere tendenti al rosso. Fu osservato dagli antichi che in Corsica non vi era nessuna specie di alloro: oggi piantato si sviluppa anche lì. L’alloro è un albero di pace, sicché quando si mostra anche tra i nemici armati è indizio di quiete. Dai Romani viene aggiunto ai messaggi, alle lance e ai giavellotti dei soldati  soprattutto come annuncio di gioia e di vittoria, adorna i fasci dei comandanti. Da loro viene posto in grembo a Giove ottimo e massimo ogni volta che una nuova vittoria procura gioia. E ciò non perché sia sempreverde o perché sia segno di pace (nell’uno e nell’altro caso è preferibile l’ulivo)ma perché è bellissimo sul monte Parnaso e perciò pure gradito ad Apollo, al quale ormai anche i re romani sono abituati a mandare doni là, secondo la testimonianza di L. Bruto. Forse anche perché ivi egli conquistò la pubblica libertà baciando quella terra laurifera secondo la risposta dell’oracolo e perché è il solo tra gli alberi piantati e accolti in casa a non essere colpito dal fulmine. Per questi motivi piuttosto che sia in onore nei trionfi piuttosto che per il fatto che un profumo e abbia funzioni purificatrici dall’uccisione del nemici, come scrive Masurio. E non è lecito che l’alloro e l’olivo vengano inviliti in usi profani, a tal punto che neppure per propiziarsi gli dei debbano essere accesi  con essi gli altari o le are. L’alloro scaccia il fuoco con uno scoppiettio manifesto e quasi con un certo disprezzo; e il suo legno cura le malattie dell’intestino e dei nervi. Dicono che l’imperatore Tiberio quando tuonava fosse solito incoronarsi di alloro contro la paura dei fulmini. Ci sono anche fatti degni di memoria avvenuti al tempo di Augusto. Infatti un’aquila lasciò cadere dall’alto illesa una gallina bianca in grembo a Livia Drusilla quando era ancora promessa a Cesare e che dopo il matrimonio avrebbe assunto il nome di Augusta; e mentre lei senza paura guardava si aggiunse un altro prodigio, poiché la gallina teneva bel becco un ramo di alloro carico delle sue bacche. Gli indovini comandarono che si conservasse la gallina e la sua prole e che quel ramo fosse piantato  e devotamente custodito. Questo fu fatto nella villa dei Cesari costruita sul fiume Tevere presso il nono miglio sulla via Flaminia, che per questo è chiamata Alle galline; e (dal ramo) crebbe miracolosamente un bosco. Cesare poi trionfando tenne in mano un ramo e portò in testa una corona di alloro tratti da quella selva; e questo fecero successivamente tutti i Cesari imperatori. Si tramandò anche l’usanza di piantare i rami che essi avevano tenuto e le selve ancora  continuano distinte dai loro nomi, forse per questo, essendo cambiati i trionfatori. In latino il nome di questo solo tra gli alberi è posto agli uomini. Le foglie di questo solo si distinguono per nome: infatti la chiamiamo laurea. Dura ancora in Roma il nome posto ad un luogo, dal momento che sull’Aventino si chiama Loreto quello in cui ci fu un bosco di allori. Il medesimo albero si usa nelle purificazioni e, per inciso, sarebbe attestato che si pianta pure per ramo, ma ne dubitarono Democrito e Teofrasto”12.

Se non ci fosse stato lo zampino di Apollo, come abbiamo visto, il nostro albero non sarebbe nato e il suo mito non avrebbe avuto la sua più alta celebrazione poetica, quella di Ovidio nel primo libro delle Metamorfosi (vv. 452-567), di cui per brevità riporto solo la parte culminante (VV. 540-552): “Tuttavia colui che la insegue sospinto dalle ali di Amore è più veloce, non le dà tregua e incalza alle spalle della fuggitiva e le fa sentire il suo fiato sui capelli scompigliati. Ella, perse le forze, impallidì e, vinta dalla fatica della fuga forsennata, guardando le onde del Peneo disse.-Padre, aiutami! Se voi fiumi avete potere, distruggi cambiandola quella figura a causa della quale piacqui troppo!-“.

La preghiera era appena finita che un pesante torpore le invade gli arti: tutto il corpo viene cinto da una sottile corteccia, i capelli crescono in fronde, le braccia in rami, il piede fino a poco prima così veloce aderisce alle pigri radici, la cima gira attorno al volto…”.

Senza i bollenti ardori di Apollo (e la ritrosia di Dafne) avremmo pure dovuto fare a meno della rappresentazione scultorea meritatamente14 più famosa del mito, quella del Bernini (1622), che si può ammirare a Roma nella Galleria Borghese (foto in basso) e che sembra proprio essersi ispirata ai versi di Ovidio.

E, siccome mi piace mescolare il sacro con il profano (forse non è vero che gli estremi si attraggono, ammesso che sacro e profano lo siano?), dopo aver aperto  in bellezza chiudo in bruttezza (masochista!) con la rappresentazione sottostante (Apollo c’è, manca Dafne…) custodita al Centimetropolitan Museum dei Masserei a Nardò.

* Guarda un po’ che s’è messo in testa oggi!

** Vedo, vedo. Si è montato, in senso metaforico,  la testa ma avrebbe fatto meglio a montarsene , in senso letterale, un’altra per sembrare più intelligente, anziché il resto del corpo per sembrare più giovane. 

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1 Non ha il minimo fondamento filologico, pur essendo suggestivo, quanto si legge in http://www.actaplantarum.org/floraitaliae/viewtopic.php?t=3443 dove si afferma : Il nome del genere dal latino “laus” = lode, lodare per evidenziare le proprietà curative della pianta “lodate” già dagli antichi. Si tratta di una paretimologia, cioè di un’etimologia popolare, riportata da Servio (IV° secolo d. C.) nel suo commento all’ottava ecloga di Virgilio: Lauro autem triumphantes coronantur, hedera poetae: Pollio et Imperator est et poeta. Cur tamen triumphantes lauro coronentur, haec ratio est, quoniam apud veteres a laude habuit nomen, nam laudum dicebant, vel quod hanc in manu habuit Iuppiter, quando Titanas vicit, vel quod ea arbore Praefecti militum, Fidenatibus victis, se coronassent sub Romulo, vel quod semper vireat (Pollione è imperatore e poeta. Il motivo per cui, tuttavia, coloro che riportano il trionfo vengono incoronati con l’alloro sta nel fatto che presso gli antichi esso prese il nome dalla parola lode, infatti dicevano laudo, oppure perché lo tenne in mano Giove quando vinse i Titani o perché i capi dei soldati dopo la vittoria sui Fidenati ai tempi di Romolo si incoronarono con i rami di quell’albero oppure perché è sempreverde). Vedi anche nota 4.

2 Direi che il carattere antropomorfo della religione antica (dalla Natura alla divinità) favorisse una maggiore coscienza ecologica, cosa che, purtroppo, non è da ravvisare, a mio parere, in quella cristiana (da Dio alla Natura).

3 Alla lettera: ombelico [anche umbone dello scudo, per la somiglianza; non a caso umbone è dal latino umbòne(m) e ombelico dal latino umbilìcu(m), forma aggettivale di umbònem corrispondente al greco omphalikòs=fornito di umbone]. Delfi nel mondo greco era celebrata come l’ombelico del mondo [Pindaro (V° secolo a. C.), Pitiche, IV, 74; Eschilo (V° secolo a. C.), Eumenidi, 166) perché meta di pellegrinaggio. Nel santuario vi era una pietra (l’omphalòs, appunto) che indicava il punto in cui si sarebbero incontrate, secondo il mito, due aquile lanciate dai limiti estremi della Terra da Zeus desideroso di accertare quale ne fosse il centro. Dopo tanti secoli non ci resta altra consolazione se non L’ombelico del mondo lanciato (lancio ben diverso da quello di Zeus…) da Jovanotti nel 1995.

4 Cistellaria, 201: perdite perduelles, parite laudem et lauream (sconfiggete i nemici, meritatevi la lode e la corona di alloro). La presenza contemporanea di laudem e lauream in un autore “popolare” come Plauto sconfessa, secondo me definitivamente, la testimonianza di Servio riporatta in nota 1.

5 De bello civili, III, 71, 3: Pompeius eo proelio imperator est appellatus. Hoc nomen obtinuit atque ita se postea salutari passus, sed <neque> in litteris adscribere est solitus, neque in fascibus insignia laureae praetulit (Pompeo per quella battaglia fu chiamato comandante in capo. Ottenne questo titolo e così poi concesse che fosse salutato, ma non fu solito scriverlo nei messaggi né nei fasci mostrò le insegne della corona di alloro).

6 De verborum significatu, 117, 13: Laureati milites sequebantur currum triumphantis, ut quasi purgati a caede humana intrarent Urbem. Itaque eamdem laurum omnibus suffitionibus adhiberi solitum erat, vel quod medicamento siccissima sit, vel quod omni tempore viret, ut similiter respublica vireat (I soldati adornati di alloro seguivano il carro del trionfatore perché entrassero in Roma quasi purificati dalla strage dei nemici. E così era abitudine usare lo stesso alloro per tutti i suffumigi, o perché molto secco vale come medicamento o perché è sempreverde, cosi che allo stesso modo fiorisca lo Stato).

7 Epistulae ex Ponto, II, 7, 67: Praestat et exulibus pacem tua laurea, Caesar (Il tuo trionfo, o Cesare, assicura la pace pure agli esuli).

8 Bellum civile (Pharsalia), I, 122: Tu, nova ne veteres obscurent acta triumphos/et victis cedat piratica laurea Gallis/

Magne, times…(Tu, o grande, temi che le gesta [del tuo avversario] oscurino i vecchi trionfi e che il [tuo] trionfo sui pirati passi in secondo ordine rispetto alla vittoria sui Galli…).

9 Epigrammata, VIII, 15, 6: Nec minor ista tuae laurea pacis erat…(Nè minore sarà questo trionfo della tua pace…)

10 Annales, II, 26, 4: …deportare lauream…(riportare il trionfo).

11 XV, 7: Fit et lauro, admixto druparum oleo. Quidem e baccis exprimunt tantum, alii foliis modo, aliqui folio et cortice baccarum, nec non styracem addant, aliosque odores. Optime laurus ad id latifolis, silvestris, nigra baccis.

12 XV, 39-40: Laurus triumphis proprie dicatur, vel hratissima domibus, ianitrix Caesarum pontificumque: sola et domos exornat, et ante limina excubat. Duo eius genera tradit cato: Delphicam et Cypriam. Pompeius Lenaeus adiecit quam mustacem appellavit, quondam mustaceis subiceretur. Hanc esse folio maximo, flaccidoque et albicante: Delphicam aequali colore, viridiorem, maximis baccis atque e viridi rubentibus. Hae victores Delphis coronari et triumphantes  Romae. Cypriam esse folio brevi, nigro, per margines imbricato, crispam. Postea accessere genera. Tinus: hanc silvestrem laurum aliqui intelligunt, nonnulli sui generis arborem. Differt color: est enim ei caerulea bacca. Accessit et regia, quae coepit Augusta appellari, amplissima et arbore et folio, baccis gustatu quoque non asperis. Aliqui negant eamdem esse et suum genus regiae faciunt, longioribus foliis latioribusque. Iidem in alio gebere baccaliam appellant hanc quae vulgatissima est baccarumque fertilissima. Sterilem vero earum (quod maxime miror) triumphalem, eaque dicunt triumphantes uti: nisi id a divo Augusto coepit, ut docebimus, ex ea lauro quae ei missa e coelo est, minima altitudine, folio crispo ac brevi, inventu rara. Accedit in topiarioopere taxa, excrescente in medio folio parvulo, veluti lacinia folii.Et sine ea spadonia, mira opacitatis patientia: itaque quantalibet sub umbra solum implet. Est et chamaedaphne silvestris frutex. Est et Alexandrina, quam aliqui Idaeam, alii hypoglottion, alii daphnitin, alii carpophyllon, alii hypelaten vocant. Ramos spargit a radice dodrantales, coronarii operis, folio acutiore quam myrti, molliore et candidiore et maiore, semine inter folia rubro. Plurima in Ida et circa Heracleam Ponti, nec nisi in montuosis. Id quoque, quod daphnoides vocatur, genus in nominum ambitu est. Alii enim Pelasgum, alii cupetalon, alii stephanon Alexandri. Et hic frutex est ramosus, crassiore ac molliore, quam laurus, folio: cuius gustatu accenditur os atque guttur, baccis e nigro rufis. Notatum aniquis nullum genus laurus in Corsica fuisse, quod nunc satum et ibi provenit. Ipsa pacifera, ut quam praetendi etiam inter armatos hostes quietis sit indicium. Romanis praecipue laetitiae victoriarumque nuntia additur litteris et militum lanceis pilisque. Fasces imperatorum decorat. Ex his in gremio Iovis optimi maximique deponitur, quoties laetitiam nova victoria attulit. Idque non quia perpetuo viret, nec quia pacifera est (praeferenda ei utroque olea), sed quia spectatissima in monte Parnaso: ideoque etiam grata Apollini, adsuetis eo dona mittere iam et regibus Romanis, teste L. Bruto. Fortassis etiam in argumentum, quoniam ini libertatem publicam is meruisset, lauriferam tellurem illam osculatus ex responso. Et quia manu satarum receptarumque in domos, fulmine sola non icitur. Ob has causas equidem crediderim honorem ei habitum in triumphis potius quam qui suffimentum sit caedis hostium et purgatio, ut tradit Masurius. Adeoque in profanis usibus pollui laurum et oleam fas non est, ut ne propitiandis quidem numinibus accendi ex his altaria araeve debeant. Laurus quidem manifesto abdicat ignes crepitu, et quadam detestatione: interaneorum etiam vitia et nervorum ligno torquente. Tiberium principem tonante coelo coronari ea solitum ferunt contra fulminum. Sunt et circa divum Augustum eventa eius digna memoratu. Namque Liviae Drusillae, quae postea Augusta matrimonii nomen accepit, quum pacta esset illa Caesari, gallinam conspicui candoris sedenti aquila ex alto abiecit in gremium illaesam: intrepideque miranti accessit miraculum, quoniam teneret rostro laureum ramum onustum suis baccis. Conservari alitem et sobolem iussere aruspices, ramumque eum seri ac rite custodiri. Quod factum est in villa Caesarum, fluvio Tiberi imposita iuxta nonum lapidem Flaminia via, quae ob id vocatur ad Gallinas, mireque silva provenit. Ex qua triumphans postea Ceasr laurum in manu tenuit, coronamque capitre gessit; ac deinde imperatores Caesares cuncti. Traditusque mos estramos, quos tenuerunt, serendi ; et durant silvae nominibus suis discretae, fortassis ideo mutatis triumphalibus. Unius arborum Latina lingua nomen imponitur viris. Unius folia distinguuntur appellatione: lauream enim vocamus. Durat et in Urbe impositum loco, quando Loretum in Aventino vocatur, ubi silva lauri fuit. Eadem purificationibus adhibetur testatumque sit obiter et ramo eam seri, quoniam dubitavere Democritus atque Teophrastus.

 

13 Qui tamen insequitur pennis adiutus Amoris,/ocior est requiemque negat tergoque fugacis/ imminet et crinem sparsum cervicibus adflat./Viribus absumptis expalluit illa citaeque/ victa labore fugae spectans Peneidas undas/’fer, pater,’ inquit ‘opem! si flumina numen habetis/qua nimium placui, mutando perde figuram!’/ [quae facit ut laedar mutando perde figuram.]/Vix prece finita torpor gravis occupat artus:/mollia cinguntur tenui praecordia libro,/in frondem crines, in ramos bracchia crescunt,/pes, modo tam velox, pigris radicibus haeret,/ora cacumen obit…

 

14 Nell’ordine: una maiolica attribuita a Nicola di Urbino (prima metà del XVI° secolo);  Paolo Veronese (1575), San Diego, San Diego Museum of Art; Luca Giordano (seconda metà del XVII° secolo), Venezia, Ca Rezzonico, Museo del  Settecento veneziano; Giambattista Tiepolo, (1760), Washington, National Gallery. Pur tenendo conto del diverso strumento di creazione artistica e del gusto della relativa epoca,  nessuna mi pare poter competere con quella del Bernini.

Il miele del Salento

da www.apicolturamargarito.it

di Massimo Vaglio

Se si domandasse ad un bambino salentino cos’è il miele, nella stragrande maggioranza dei casi si sentirebbe rispondere: è una sostanza dolce che si consuma a Natale con i dolci tradizionali e poi si tiene nella dispensa in caso di raffreddore, dolore di gola… Questo è purtroppo il marginale ruolo a cui, nonostante una leggera, recente inversione di tendenza, questo mobilissimo prodotto è ormai relegato nella maggior parte delle famiglie salentine. Eppure, questa è terra di grande tradizione apistica  come testimoniato già dalla toponomastica di paesi come Melendugno (dono miele) e Melissano con l’ape inequivocabilmente immortala sull’arma civica. Inoltre, nonostante la maggior parte sia stata smantellata o distrutta dalla balorda furia vandalica di questi ultimi decenni, percorrendo la campagna salentina è ancora frequente imbattersi in degli alveari di pietra. Proprio così, gli alveari di pietra, come le torri columbarie e gli ancora meno noti puddhrari

Lu riènu (l’origano)

di Armando Polito

immagine tratta da http://www.agraria.org/coltivazionierbacee/aromatiche/origanocomune.htm

nome italiano: origano

nome scientifico: Origanum vulgare L.

nome della famiglia: Labiatae

nome dialettale neretino: riènu 

Etimologie: il nome italiano e la prima parte di quello scientifico sono dal latino orìganu(m), a sua volta dal greco orìganon (spesso nei codici orèiganon), collegato all’aggettivo oreighenès=montano, formato da oros=monte e ghenos=nascita; meno praticabile considerarlo composto dal precedente oros+ganos=splendore.

La seconda parte del nome latino è nel significato etimologico di  noto al popolo; il nome della famiglia è forma aggettivale dal latino làbium=labbro. Il nome dialettale suppone la seguente trafila: orìganu(m)>orijanu>oriènu>l’oriènu>luriènu (deglutinazione di o– intesa come componente dell’articolo).

Ecco la consueta carrellata delle testimonianze antiche. Comincio dal mondo romano con Plinio (I° secolo d. C.): L’origano, che nel sapore è simile alla cunila, come dicemmo, ha molte varietà impiegate in medicina; lo chiamano oniti1 o prasio2, non diverso dall’issopo. Il suo uso è particolarmente efficace contro i bruciori di stomaco in acqua tiepida, e contro la cattiva digestione; in vino bianco contro ragni e scorpioni; in aceto, olio e lana contro le lussazioni e le contusioni.3

Il tragorigano4 è più simile al serpillo selvatico. Favorisce la diuresi, risolve i gonfiori, bevuto vale come antidoto contro il visco e il morso di vipera, giova contro l’acidità di stomaco e i disturbi intestinali. Viene somministrato pure conn miele a coloro che sono affetti da tosse, da pleurite e polmonite.5

L’eraclio pure ha tre varietà: il primo è più nero, dalle foglie più larghe, vischioso; il secondo ha le foglie più sottili, è più tenero, non dissimile dalla maggiorana e alcuni preferiscono chiamarlo prasio. Il terzo è qualcosa di mezzo tra i primi , ma meno efficace di loro. Ottimo poi è quello di Creta che ha anche un gradevolissimo profumo. Gli si avvicina quello di Smirne, più profumato. Poi c’è l’eracleotico, più adatto per bevanda, che chiamano oniti. Lo si utilizza comunemente per tenere lontani i serpenti, cotto come cibo ai

Il Pulcinella del Salento. Papa Galeazzo

Lucugnano

di Alessandro Bianco

Molto spesso quando parliamo del Salento ci vengono in mente le sue splendide spiagge, il mare pulito e cristallino, la natura verdeggiante dai secolari alberi d’ulivo, le pajare etc. Non sempre, però, ricordiamo che il Salento è fantastico anche per le sue bellissime tradizioni popolari, leggende, storie mistiche, fantastiche  ma anche allegre e divertenti, tramandate dai nostri nonni o da coloro che come i satirici, “storpiando” storie e giocando su gesti o atteggiamenti di facile risata, hanno mantenuto viva la tradizione popolare salentina, studiando l’aspetto sociologico e  gli usi e costumi del nostro territorio. Tra questi è d’uopo annoverare Papa Galeazzo, storico arciprete di Lucugnano, piccolo paese del Basso Salento, il quale con il suo modo di fare, bizzarro e allegro, ha saputo rallegrare gli animi di noi salentini.

Pare ormai assolto che papa Domenico Galeazzo sia veramente esistito, tant’è che se ne è documentata la presenza  a Lucugnano tra il 1589 e il 1591, rintracciando anche il suo cognome che lo fa appartenere ad una famiglia de Palma. Riteniamo che l’immaginario popolare salentino abbia via via contribuito a caricare la figura del parroco di Lucugnano di caratteristiche e di attributi che lo rendono, inequivocabilmente, maschera simbolo di un’epoca e di una condizione, uno spirito che, pur limitato dall’ignoranza e dalle basse radici sociali, sa comunque sempre emergere col trarsi d’impaccio in ogni circostanza, rivendicandosi indomita libertà, spesso egocentrica, sia pure espressa con malizia, in maniera rozza e spesso becera, capace anche di cogliere, con imprevedibilità, gli aspetti comici e paradossali delle situazioni.

Leggendo gli aneddoti su don Galeazzo corre spontaneo il paragone a riferimenti letterari, quali la commedia attica antica, il teatro plautino, il Decamerone, la commedia dell’arte e tutta la vasta produzione satirico- burlesca. Papa Galeazzo rappresenta emblematicamente  la condizione di buona parte del clero del XVI- XVII secolo, tante volte stigmatizzato dai vescovi di Terra d’Otranto che nelle loro SS. Visite annotavano l’ignoranza e la sciatteria di non pochi ecclesiastici, vessati dalle gerarchie della Chiesa che, a volte, si comportavano in maniera poi non tanto dissimile dalla gretta e rapace feudalità, padrona assoluta di uomini e cose.

Galeazzo, alla maniera di Pulcinella, conosce l’arte di arrangiarsi, usa la parola come uno staffile, non si fa scrupoli di ricorrere all’espediente ed è mutevole, sornione, arguto, furbo, possiede insomma, nel bene e nel male, le peculiarità dell’animo meridionale.

 

Le traduzioni di Papa Galeazzo

Papa Galeazzo insegnava latino in Alessano e il libro suo prediletto di testo erano le Bucoliche di Virgilio. Un giorno ebbe ad assegnare come compito la traduzione del canto pastorale: Titire tu patulae recubans sub tegmine fagi, che alcuno della scolaresca seppe tradurre.

– Bestie!!! Gridò Papa Galeazzo e tradusse: Titire si rifuggiò sotto la pentola dei fagiuoli!!!.

 

Amici dappertutto

Ricorrendo la festa di S.Michele, 29 settembre, e per quanto l’Arcangelo non fosse santo devoto del popolo di Lucugnano, pure l’arciprete volle che si accendessero candele dinanzi alla sua immagine che adornava uno degli altari laterali della chiesa maggiore.

Mentre che il sacrestano finiva di accendere le candele capitò in chiesa Papa Galeazzo.

–         Che cosa avete fatto? Domandò l’Arciprete al sacrestano; le candele son troppe vicine, l’una all’altra; e rimuovendone una, egli stesso la collocò davanti alla figura del diavolo che era dipinta all’estremità del quadro.

–         Arciprete, osservò il sacrestano, ma voi, così, fate ardere la candela anche al diavolo?

–         Eh! Caro mio, rispose tosto Papa Galeazzo. Nessuno sa ove s’abbia e finire; bisogna farsi degli amici dappertutto!

 

Ad oculos per istam sanctam unctionem 

Chiamato Papa Galeazzo al letto di un moribondo per somministrare gli ultimi sacramenti, dopo aver recitato i due oremus ed aperto il rituale, intinse il pollice nell’olio santo e fece segno al sacrestano di rimuovere le coltri del letto.

Il sacrestano, pratico di tali funzioni, domandò all’ Arciprete da quale parte dei sensi volesse cominciare la santa unzione.

– Dalla prima indicazione, rispose Papa Galeazzo, ad culos per istam sanctam unctionem, e in ciò dire pose sotto gli occhi del sacrestano il rituale.

L’assistente, sorpreso, pur non sapendo leggere, gli fece notare che la prima indicazione prescrive che si cominci dagli occhi.

L’arciprete portò sotto il suo naso il rituale e si accorse che il tarlo aveva roso la vocale o per cui egli aveva letto ad culos, da dove aveva voluto incominciare la santa unzione.

 

 

Fonte

RIZZELLI RUGGERO, Gi aneddoti di papa Galeazzo, Capone Editore, 1993, p.3.

Padre Igino Ettorre e la ricerca musicologica

28 Novembre – ore 20.00

Lecce – Biblioteca Caracciolo


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Musiche di P. Migali, A. Corelli, G. Tartini e G. F. Haendel

Solisti del Barocco Salentino – Ennio Catanese, Federico Puglielli, Tiziana Di Giuseppe e Francesca Mammana

 

Uno dei meriti particolari di Padre Igino Ettorre è stato quello di aver riscoperto un repertorio locale di grande valore per la storia musicale pugliese, di averlo reso noto attraverso i concerti con il suo coro e di averlo restituito alla storia attraverso pubblicazioni di grande pregio.

L’appuntamento di Mercoledì 28 Novembre alle ore 20.00 presso la Biblioteca Caracciolo a Lecce intitolato appunto “Padre Igino e la ricerca musicologica”, inserito nel cartellone del Festival “Musicando il Cielo”, promosso dal Conservatorio di Musica “Tito Schipa” di Lecce, in collaborazione con il Convento di S. Antonio a Fulgenzio, il Gruppo Madrigalistico Salentino e  la Città di Lecce, si aprirà con un intervento di Doriano Longo cui seguirà il concerto dei “Solisti del Barocco Salentino”, ensemble da camera formato dai violinisti Ennio Catanese, Federico Puglielli, la violoncellista Tiziana Di Giuseppe e la pianista Francesca Mammana docente di Pianoforte del Conservatorio “Tito Schipa”.

 

Il programma traccerà un ideale percorso della storia della Sonata a tre iniziando dalle Sonate di Pietro Migali – autore salentino del Settecento di cui Padre Igino  ha pubblicato la revisione di varie opere nel 1979 – proseguendo per la Sonata da Chiesa in Fa Magg. Op. 3 n° 5 di A. Corelli, la Trio Sonata in Fa Magg. di G. Tartini  e si concluderà  con la Trio Sonata in Mi Magg. op. 2 n° 9 di G. F. Haendel.

Lo  “stile concertante” è lo schienale dei brani in programma, come la maggior parte della letteratura dell’epoca che rimanda a Vivaldi e Corelli.

Pietro Migali visse e produsse nella piena atmosfera artistica e storica della sua epoca, contestualizzato perfettamente nello stile dei grandi compositori del Settecento: Vivaldi, Corelli e Haendel. Arditezza armonica in alcuni passaggi, largo impiego di dissonanze non preparate e di false modulazioni di passaggio, vivacità ritmica, specie negli allegri e bella concisione di progressioni serrate, sono le caratteristiche del discorso armonico dei brani che ascolteremo in sala.

 

Ingresso libero e gratuito fino ad esaurimento posti.

 

Prossimi appuntamenti del Festival “Musicando il cielo”: Venerdì 30 Novembre alle ore 20 presso la Chiesa di S. Antonio a Fulgenzio a Lecce,  con il Gruppo Madrigalistico Salentino e Mercoledì 5 Dicembre  alle ore 20, sempre presso la Chiesa S. Antonio a Fulgenzio a Lecce, il Concerto d’organo con l’organista Antonio Rizzato.

 

 

Uomini e bestie nella tradizione popolare salentina di fine Ottocento

 
Giovanni Fattori, Bovi bianchi al carro (1867-1870)

 

LA CIVILTA’ CONTADINA NEL SALENTO FINE OTTOCENTO

 

UOMINI E BESTIE NEL VINCOLO DI UNA TERRA RIARSA, INESAUSTA NELL’ASSORBIRE TANTO IL SUDORE DELL’UOMO CHE LAVORAVA DI ZAPPA, QUANTO QUELLO DEL BOVE CHE TIRAVA L’ARATRO.

 IL BRINDISI ALLA VACCA NELL’ARCAICA SIMBOLOGIA TAURINA

 

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

 

(…) Che il contadino amasse l’asina più della propria moglie era un luogo comune, assumibile come diagramma significativo del rapporto in termini di profitto (maggiore resa = maggiore cura) ma che non spiega l’insieme contraddittorio dei comportamenti – o sentimenti che dir si voglia –, rimandando pertanto a una qualche ragione primaria più ampia nella capacità dell’inglobo. E poiché risalire a monte nel riflesso di un popolo già di per sé contrassegnato da retaggi arcaici porta  inevitabilmente a un recupero di echi ancestrali, ci ritroviamo di fronte quel retroterra di miti e culti panici le cui radici, come altrove abbiamo notato, continuavano a interagire, sia pure camuffate nel ruolo ambiguo delle leggende spesso tramutate in credenze. Non si era certo più a livello di numinoso naturalistico, nel cui contesto anche le bestie potevano avere ruolo deifico, ma se il superamento del politeismo agreste in teoria era valso a neutralizzare i reverenziali timori suscitati dalle misteriose forze della natura, in pratica il contadino dell’Ottocento continuava a esserne soggiogato, per cui lo stesso rapporto con le bestie ne usciva caratterizzato da un’indecifrata  soggezione traducibile in senso di colpa, quasi usurpazione di un potere che nel riverbero di moralità archetipiche poteva apparire come passibile di punizione.

 

Nel passaggio al monoteismo, quelle che erano forme deificate si erano infatti convertite in scansioni di sacralità della natura, formando sì un corpo unitario ma non assolvendo ad un obbligo di prevalenze nel rispetto, né tanto meno azzerando quel ricorso al cultuale vissuto come stato di inermità di fronte al mistero creativo. Un disarmo tanto più avvertibile a livello di classe contadina, il cui stato di asservimento creava pareggiatura di sorti nel vincolo di una terra riarsa, inesausta nell’assorbire tanto il sudore dell’uomo che lavorava di zappa, quanto quello del bove che tirava l’aratro.

Nell’insieme della visione bucolica era infatti impossibile stabilire delle separazioni fra presenza umana e presenza animale, poiché il giorno nasceva, dilagava e moriva traendo vitalità da un’unica orchestrazione, il cui crescendo non concedeva spazio agli assoli: la voce dell’uomo trovava complementarietà nel muggito del bove o nel raglio dell’asino, l’affannato tramestio dei passi si rispecchiava nell’affaticato zoccolare dei cavalli, lo stornellare delle ragazze si intrecciava al belare delle capre, e il pianto dei bambini era dolente contrappunto al lamento degli agnelli. E se dosatura c’era in tanto coinvolgimento di vita e di lavoro, non era certo a favore dell’uomo: per aggiogare un puledro si aspettava che i suoi garretti fossero ben saldi e con scrupolo se ne misurava a palmi il garrese, ma per incatenare i fanciulli alla zappa non ci si dava tempo, per cui il loro passaggio da fiore a frutto era estremamente rapido, e a pausa preparatoria c’era solo un rassegnato sospiro di rinuncia all’infanzia.

 

Nel quotidiano assenso al sacrificio, l’uomo e la bestia faticavano assieme, con la differenza però che quest’ultima aveva nel padrone un protettore vigile che la valutava e compativa negli sforzi, concedendole pause di riposo durante le quali spesso lui continuava a lavorare, sia pure soltanto falciando erba fresca da offrirle come boccata di ristoro. Pur covando le sue paure di miseria e dibattendosi nelle ristrettezze, questi si preoccupava di non farle mancare il pugno di biada, giungendo financo all’affettuosa attenzione di versarle nel pastone di crusca un bicchiere di vino; un gesto che rasentava l’atto oblatorio, tenendo presente come nell’ambito contadino il vino assurgesse a simbolo celebrativo, tanto da porsi come sigillo nella saldatura delle amicizie, dei comparatici, dei fidanzamenti, che venivano resi di pubblica ragione solo dopo che i due futuri consuoceri si erano offerti reciprocamente un bicchiere di vino, unurànnuse cu nna mbiùta e nnu brìnnisi (onorandosi con una bevuta e un brindisi), il cui usuale testo si articolava in forma propiziatoria:

     Miéru, sangu ti la terra, mbéu a ssanitate òscia! La cuntintezza ti lu osce cu bbessa ti nchianàta e mmai ti scisa, erde ti màsciu ‘ndacquàtu ti lu celu!

 (Vino, sangue della terra, bevo alla salute vostra! La contentezza di oggi sia sempre in salita e mai in discesa, sia verde di maggio innaffiato dal cielo!).

Anche le bestie si avevano il loro brindisi, e ciò accadeva al tempo delle messi, quando un bovino – meglio ancora se vacca – occasionalmente si trovava a transitare ai margini di un campo in mietitura: pur nella spirale dell’urgenza che caratterizzava quei giorni di raccolta, mietitori e mannellatori sospendevano il lavoro, affollandosi attorno all’animale e gareggiando a chi per primo gli offriva una spiga, a chi più a lungo poteva posargli la mano sulla groppa. A dare alla scena più netto crisma celebrativo ci pensava il capogruppo il quale, dopo aver bevuto a uno dei mmìli (anforette di terracotta) che i lavoranti si portavano dietro pieni di acqua corretta col vino – mistura che si diceva frenasse la sudorazione -, di questa se ne versava un poco nel cavo della mano e, invitando i presenti “mmusàti, mmusàti a lli mmìli” (“sorseggiate, sorseggiate alle anfore”), la offriva alla leccata della bestia, pronunciando la frase d’occasione: “Nui mbìmu a ssanitàte tua e tune lecca a bbunnànzia nòscia!” (“Noi beviamo alla tua salute e tu lecca alla nostra abbondanza!”).

Questa chiara volontà di stabilire una reciprocità di favori, in sostanza privilegiava la bestia, riconoscendole se non le mitiche funzioni tutelari, quanto meno facoltà propiziatorie, in uno spontaneo rinverdirsi dell’arcaica simbologia taurina che vedeva appunto nell’abbinamento terra-vacca la connotazione della fertilità, ossia il principio perfettivo del regno naturale. Fra le due figure archetipiche, l’inserimento dell’uomo aveva ruolo contraddittorio, perché se da una parte questi istintualmente si riconosceva suddito della natura – dalla quale dipendeva in tutto e per tutto -, dall’altra se ne era fatto virtualmente padrone, imponendo le sue regole nella coltivazione e, quel che più incideva psicologicamente, asservendo le bestie ai propri interessi. Di qui il latente senso di colpa nei loro confronti e il costante desiderio di attestare una sanatoria, bilanciando l’imposto servizio con un volontario rispetto. Un senso di compensazione al quale si veniva spronati fin dalla più tenera età e a prevalente cura delle madri, che pur di abituare un figlio a non avere paura delle bestie – soprattutto di quelle provviste di corna -, e nell’intento di orientarlo appunto verso un dominio temperato dall’amore, spesso gli raccontavano che a portarlo a casa, in fasce, era stata una vacca, descrivendo con quanta cura durante il trasporto lo aveva nannarisciàtu intra’a nnu facciulittòne mpisu a nnaca a lli corne (ninnato dentro un fazzolettone appeso alle corna a mo’ di cuna). “Quannu ccuéntri nna acca chiamala nunna” (“Quando incontri una vacca chiamala madrina”) gli ricordavano, e tutte le volte che era possibile si premuravano di farlo salire in groppa incitandolo: “Ncarìzzala, ncarìzzala, ca ti stà cchiàma patrùnu” (“Accarezzala, accarezzala, ché ti sta chiamando padrone”).

     Se al momento del brindisi sul campo in mietitura c’era una donna con il proprio bambino, questa non si lasciava sfuggire l’occasione: chiedendo pirméssu ti ‘nsiddhràta (permesso di insellata), sistemava il suo piccolo a cavalcioni sulla groppa della bestia, non prima però di aver affidato alle sue mani due o tre spighe frettolosamente intrecciate a cerchietto, raccomandandogli di appenderle alle sue corna a mo’ di regalo. Un gesto che, pur se nella spontaneità della proposizione non poteva essere scisso dalle ansie suddette, in sostanza svelava un riemergere di pregnanze ancestrali, identificabili tanto nel cerchio di spighe – esplicito di deificazione nei culti primordiali – quanto nell’atto stesso dell’insellata, valevole come simbolica intronizzazione.

Continuando a orbitare nel mitico, ossia concedendo a questo funzioni di sotterraneo suggeritore, se ne può trarre la conclusione che alla base del comportamento materno ci fosse un interesse propiziatorio, tenendo presente che la ricchezza dei re mitici si configurava appunto in dovizia di armenti e le loro stesse qualità di uomini coraggiosi, virili, potenti, venivano riassunte nell’immagine stereotipata di provetti cavalcatori, vuoi di destrieri vuoi di giovenche

     Nel leggendario nostrano le giovenche reali erano tutte jànche comu latte mpena muntu (bianche come latte appena munto) e a ogni vigilia di novilunio convenivano in massa a rretu a lla mparitàta ti lu parajsu tirréstre (dietro al muro di cinta del paradiso terrestre), dal cui cancello, a mezzanotte in punto, usciva lu rre Ddavìdde (il re Davide) il quale, essendo il re pastore per eccellenza e quindi ntinnénnuse ti uéi (intendendosene di buoi), le passava in rassegna, a ognuna misurando le corna finché, stabilito quale era la falcatura più bella, se ne impadroniva per tramutarla in luna nuova.

 

Da “TRE SANTI E UNA CAMPAGNA, Culti magico-religiosi  nel Salento fine Ottocento”, con la collaborazione di Nino Pensabene, Laterza, Bari, 1994, pagg. 150-153

Restauro arbitrario nella Lecce del Rinascimento

di Valentino de Luca

La bella armoniosa gallinella d’acqua che galleggia sulle onde si è finalmente involata; è lì a livello del marcapiano, sotto la finestra.
Nel rinascimentale palazzo Vernazza riaperto al pubblico dal dicembre 2011, di proprietà comunale, si è vero, la gallinella ha preso il volo durante l’ultimo recente e costoso restauro (3,3 milioni di euro finanziamento per la legge sul Barocco leccese); ondeggia guardandosi intorno preoccupata e portandosi lì in alto con tutto il grande concio della vera del pozzo: ha fatto un salto a dir poco allucinante.
Un fuori contesto arbitrario, un vero e ben assestato pugno nell’occhio a chi osservi tra cornici e volumi l’equilibrio delle superfici scolpite di quella semplice e bella linearità nell’insieme del prospetto rientrato oltre il portale catalano-durazzesco: curiosando tra le tortuose viuzze del centro storico di Lecce è impossibile che ciò sfugga alla conoscenza storica e ad una lettura architettonica e descrittiva del monumento cinquecentesco. Siamo costretti a sottolineare questa arbitraria, e fuori dalle regole, procedura in questo restauro e chiediamo con giusta ragione filologica di ricollocare questa superficie scolpita nella sua posizione originaria anche per darle una migliore visibilità e una corretta e immediata fruizione: forse che non si aveva modo di proteggere e salvaguardare la gallinella in modo diverso? Si riteneva forse economicamente più praticabile e più facile da attuare solo questa brutta soluzione? Suvvia, in Italia abbondano gli esempi virtuosi per interventi di restauro, con situazioni analoghe, all’interno di importanti monumenti: sono state sperimentate da tempo molte tecniche e troppi materiali utilizzabili per far ritornare la vera del pozzo lì dove era stata pensata e dimensionata troppi secoli fa!

Inno alla provincia

di Stefano Manca

Non importa se vivi a Correggio o ai Parioli, conta il tuo occhio sulle cose“.

Luciano Ligabue, intervistato nei giorni scorsi da Ernesto Assante per Repubblica, inneggia alla provincia italiana. Ne consiglio la lettura ai provinciali come me e ai metropolitani come voi. Ne consiglio la lettura a chi si lamenta dei vecchietti del paese, a chi crede che gli eventi siano sempre altrove. Ne consiglio la lettura a chi si illude che basti la residenza a cambiare le persone.

Leggere il Liga, che ha accompagnato alcuni anni della mia adolescenza, mi ha riportato alla mente un altro “provinciale”. Daniele Greco è un atleta 23enne di Galatone specializzato nel salto triplo. Il 2012 si è aperto per lui con la qualificazione alle prossime Olimpiadi, conquistata ad Ancona lo scorso 21 gennaio. Il giovane salentino rappresenterà quindi l’Italia nella competizione sportiva per eccellenza, che si terrà a Londra a partire dal prossimo 27 luglio.

Ricordo una vecchia intervista a Daniele e al suo preparatore: i due raccontavano di rocambolesche peripezie per raggiungere la pista d’allenamento, qualche anno fa. Una struttura abbandonata e fatiscente in cui Daniele e il suo staff, tra le erbacce, si andavano ad allenare. Per accedervi era necessario saltare un muretto, poiché il vecchio portone d’accesso era sprangato e arrugginito. Come facevamo da bambini, quando in assenza totale di parchi pubblici giocavamo per strada e scavalcavamo i cancelli delle proprietà private per riprenderci il pallone. Daniele si ritroverà a gareggiare con coetanei di tutto il mondo che forse non hanno mai vissuto queste esperienze. Anche per questo tiferemo per lui. Perché siamo italiani e perché siamo provinciali, e spesso abbiamo saltato più muretti degli altri.

http://www.londra2012.coni.it/i-qualificati.html?view=schedaatleta&id_atleta=1029

L’Italia si cerca e non si trova

di Rocco Biondi

 

La ricorrenza, caduta nel 2011, dei 150 anni della cosiddetta e pseudo unità d’Italia ha portato con sé una rifioritura dei tanti movimenti meridionali esistenti e diversi libri che hanno riflettuto e fatto riflettere su quanto siamo stati costretti a subire, dall’annessione piemontese delle Due Sicilie fino ad oggi.

Il libro di Di Brango, offrendo una lucida e puntuale analisi del processo unitario e della formazione dell’attuale Stato italiano, dimostra come le contraddizioni di oggi abbiano la loro origine in quell’imperfetto processo che, «tra omissioni, censure, prevaricazioni e sopraffazioni ci restituisce, al presente, più italie divise e, spesso, le une contro le altre armate».

Il 17 marzo 1861, giorno in cui fu proclamato il regno d’Italia, venne ufficialmente sancita l’annessione del Meridione al regno di Sardegna, portando a compimento da parte dei Savoia una interessata conquista coloniale. I beni dell’ex Regno delle Due Sicilie salvarono l’economia piemontese.

Di Brango aggiunge che tutto quello che è avvenuto nella storia politica italiana, dal 1861 ad oggi, è stato condizionato dal modo perverso di raccontarlo sui libri e sui media, diversamente da quello che realmente è stato. Occorre rimettere a posto i cocci della nostra storia, per portare alla luce il nostro vero retroterra culturale e identitario.

A questo fine nel libro vengono affrontati, nell’ottica meridionalista, i temi caldi del Risorgimento, della repressione del Brigantaggio postunitario, del federalismo, della democrazia.

Gli eventi risorgimentali se da un lato determinarono dal punto di vista geografico l’unificazione del paese, dall’altro lasciarono immutate anzi accrebbero differenze e contraddizioni esistenti. Gramsci, Salvemini, Zitara hanno scritto in tal senso. Anche l’antiborbonico Ferdinando Petruccelli della Gattina, giornalista e deputato, nel 1861 scriveva: «Non si dirà certo che il nostro sia un parlamento democratico! Vi è di tutto eccetto il popolo».

La guerra civile, tra i piemontesi invasori e i briganti meridionali che difendevano la loro terra, che si protrasse per oltre un decennio, nella storiografia ufficiale viene descritta come semplice repressione di un fenomeno delinquenziale. Si vuol far credere che il brigantaggio politico e sociale sia stato opera di pochi delinquenti e non fenomeno di massa che coinvolse la stragrande maggioranza degli abitanti nel territorio dell’ex Regno delle Due Sicilie. Le bande armate, che tennero in scacco per dieci anni oltre la metà dell’esercito piemontese, registravano la partecipazione “trasversale” di borghesi, contadini e soldati.

Il federalismo propugnato, negli anni che la cosiddetta unità si stava formando, da Carlo Cattaneo, e più ancora da Giuseppe Ferrari, era tutt’altra cosa rispetto a quello voluto dagli attuali leghisti; quest’ultimi vogliono un federalismo per disaggregazione (ex uno plures), quelli volevano un federalismo per aggregazione (ex pluribus unum). Gli Stati italiani preunitari avrebbero conservato la loro autonomia ed indipendenza. Il federalismo avrebbe potuto e dovuto farsi 151 anni fa e non oggi.

Una vera democrazia, governo del popolo, non è mai esistita, tanto meno fu al centro degli eventi quando si approdò all’unità in Italia. Il processo unitario fu di fatto – scrive Di Brango – un processo élitario che ha ben poco a che fare sia con la democrazia che con la libertà, a meno che non si vogliano spacciare per elementi caratterizzanti dell’una i posticci plebisciti e dell’altra l’affrancamento da una monarchia alla quale ne subentrò, senza soluzione di continuità, un’altra. In certo qual modo, invece, democrazia esercitata dal basso fu la guerra civile combattuta dai contadini con il brigantaggio.

Nelle conclusioni Enzo Di Brango mette in rilievo l’importanza che i movimenti hanno assunto nella battaglia per la verità storica e nel riposizionamento equilibrato del Meridione in chiave economica, politica e sociale. Fare e promuovere cultura è il primo impegno dei movimenti, ma subito dopo bisogna sviluppare strutture organizzative per attività economiche, politiche e sociali.

Nella prefazione del libro Francesco Tassone pone come orizzonte, per ritrovare il nostro cammino di Meridionali, la fuoruscita dalla dipendenza da uno Stato che si è rivelato per noi un fossato buio e cieco, per non continuare a disperdere la nostra energia e la nostra identità, a cominciare dalla nostra radice contadina.

Nella postfazione Valentino Romano ci invita a fare del meridionalismo una scelta di vita e di impegno civile, pur dicendo pane al pane, pretendendo quello che ci spetta, senza acrimonia ma con lucida e pacata consapevolezza.


Enzo Di Brango, L’Italia si cerca e non si trova. Unità Federalismo Democrazia di fronte alla colonizzazione del Sud. Cronaca di 150 anni, Qualecultura Edizioni, Vibo Valentia 2012, pp. 136, € 12,00

Elio Ria e i Recuperi di assenze

Recuperi di assenze

di Elio Ria

lecce

I palazzi superbi in cieli di barocco. Le chiese di paradiso in preghiera. I vicoli stretti e inaccessibili allo sguardo riservano sorprese. Gli archi testimoni del passaggio frettoloso delle genti. I merletti di pietre decorano altari. Le botteghe in direzione del tempo. Le piazze solitarie e affascinanti. I santi in alto.

Qui, ora, intorno a me ci sei, e una stupenda serenità mi tiene.

Gli spiriti dell’antichità aleggiano su contrade e piazze. Non vi è giorno che non immagini di essere qui. Ho bisogno di canti e melodie per sopire la soave melanconia in subbuglio. La gente del luogo non mi conosce. Va bene così. L’essere forestiero mi dà libertà di movimento nell’incantevole eterna antichità. Non mi perdo e ritrovo le assenze di osservazione. Non so che cosa mi trattiene ancora per darmi buon tempo e buon luogo. Le forze dentro di me stringono patti con il luogo per imporre scritture di destino, nonostante la rassegnazione sia già soddisfazione di sogno. Al cuore ho chiesto di non agire e di lasciare il governo delle emozioni. Qui, in questo luogo che amo, e non dimentico, ed è sempre in me, la suggestione mi conferma tranquillità.

Dovrei possedere la genialità di un grande poeta per rappresentare ogni cosa che scalfisce l’anticamera della sensibilità e rendere omaggio alla città che commuove gli occhi, ma sono contento di non esserlo. Lecce è la strega che dà pienezza ai miei sguardi smarriti e impauriti.

Sul ciglio di un sentiero salentino…

 

 

Sui cigli dei sentieri nascosti stanno, semplicemente, sospesi nella loro inconsapevole ed effimera bellezza, senza che nessuno li abbia mai reclamati.

Quando, chissà da dove, chissà se ancora, giunge per caso un viandante che intende la silenziosa lingua del loro dondolio frusciante, sfiorandosi, gli bisbigliano, si dice, la verità che raccontano da secoli: “mentre vai, mentre credi di andare, contempla attorno, poiché del viaggio che stai compiendo non godrai nella presunta meta ma qui, tra un passo e l’altro”

(Pier Paolo Tarsi)

Gli agrumi del Salento

di Massimo Vaglio

Secondo la mitologia greca quando Giunone andò in sposa a Giove gli portò come dote alcuni alberelli che producevano dei meravigliosi pomi d’oro, arance e limoni, simboli d’amore e  fecondità, un simbolismo tuttora vigente, vista l’usanza di scegliere proprio i fiori di zagara per i bouquet nuziali. Giove, dovette considerare tanto caro e prezioso quel dono che li custodì gelosamente in uno stupendo  giardino sito in una parte remota del mondo allora conosciuto, alle pendici del Monte Atlante,incaricando come custodile mitiche ninfe Esperidi, avvenenti fanciulle dal canto dolcissimo che venivano coadiuvate in questa delicata incombenza dal drago Ladone.

Giovanni Antonio Pellegrini (Venezia, 29 aprile 1675 – Venezia, 2 novembre 1741), Ercole e le Esperidi

Purtroppo per Giove, tali accorgimenti si dimostrarono insufficienti; i preziosi alberi furono infatti sottratti da Ercole, nella sua undicesima fatica, dopo aver combattuto un’estenuante lotta in cui ebbe la peggio il terribile Ladone.

Da allora, gli agrumi divennero appannaggio pure dei comuni mortali, ma conservarono, a ricordo della  divina origine, il nome greco di esperidio, termine botanico con in quale viene indicato il frutto degli agrumi.

Gli agrumi appartengono alla famiglia delle Rutaceae, sottofamiglia Aurantioideae, gruppo Citreae, e si ripartiscono in numerosi generi.

La loro coltivazione è iniziata nella loro zona di origine che è l’Asia orientale intorno al 2400 a.C. La loro avanzata verso il Mediterraneo è stata piuttosto lenta e a tappe, transitando progressivamente attraverso l’India e il Medio Oriente. Ma il loro arrivo, se così si può dire, è stato pure rateale, pare infatti che i Romani abbiano conosciuto soltanto i cedri e i limoni, circostanza documentata in vari affreschi e mosaici. Solo più tardi, intorno al VII secolo, gli arabi introdussero in Sicilia l’arancio amaro o melangolo.

Moltissime fonti, anche molto autorevoli, attribuiscono agli Arabi anche l’introduzione dell’arancio dolce, ma di tale circostanza non si ha traccia né nei documenti storici né nella letteratura relativa a questo nobile e prezioso frutto. Per questo motivo, molti studiosi  propendono nel darne merito ai Portoghesi, dato che notizie certe su questo agrume cominciano in concomitanza con l’espansione coloniale avviata da questi nel 1415. Una testimonianza scritta si trova nel diario della prima missione portoghese in oriente compiuta da Vasco de Gama dove vi è testualmente scritto: sonvi melancrie assai, ma tutte dolci…. E’ facile pensare che impararono a conoscere questi frutti nel lontano Oriente e li trasferirono nella loro terra di origine. Ad avallare questa ipotesi anche il fatto che l’arancio comune o dolce venne appellato Portogallo, una denominazione che tuttora conserva in vari idiomi meridionali, come in quelli calabresi e salentini (portagallu).

Diversi insigni botanici, fra cui il Risso, il Poiteau, il Fiori e lo Swingle si sono cimentati con risultati spesso discordanti della loro classificazione, operazione che presenta ancora oggi notevoli difficoltà, non essendo facile stabilire con sicurezza, se non con approfondite indagini genetiche, l’ascendenza delle numerosissime forme coltivate da quelle selvatiche, dalle quali si presume abbiano avuto origine per incroci o per mutazioni gemmarie.

Per quanto riguarda il Salento, il suo clima particolarmente mite, lo rende  un territorio  vocato alla coltivazione degli agrumi, che costituiscono le essenze arboree più diffuse nei giardini cittadini e negli orti suburbani, ma la loro coltura ha storicamente raggiunto un buon grado di specializzazione, soprattutto nella cittadina di Alezio e in tutto l’interland gallipolino, ove sono

Santa Caterina, la Fiera dei Cappotti e la Guerra dell’Uva

 

di Pino de Luca

Oggi è Santa Caterina,  protettrice di Cellino San Marco che la onora con la “Fiera dei Cappotti”.

È riecheggiata, in una piacevole conversazione con il Prof. Bergamini, la “guerra del vino”. Episodio tanto relegato nell’antro dell’oblio quanto fondamentale per comprendere qualche poderoso segmento della Storia del Paese.

La vicenda, ripresa in un bel libro di Alfredo Polito e Valentina Pennetta per Manni Editore, è stata richiamata allorché il prof. Bergamini illustrava la necessità di dover tornare alla coltivazione agricola secondo canoni spesso dimenticati.

Gli agricoltori presenti, ovviamente, hanno dovuto manifestare l’impossibilità di perseguire certi obiettivi se non a carico della follia di alcuni “masochisti” che continuano e massacrarsi di fatica per portare a casa dei sempre più rari benefici.

Che cosa è accaduto al settore primario, all’Italia, al mondo? Perché situazioni analoghe in alcuni periodi son foriere di tumulto e in altri, anche in forma più cancrenosa, sono solo foriere di mugugni?

Il fatto è questo: intorno alla fine degli anni ’60 del secolo scorso, un quintale di uva fu proposto all’asta al contadino 2500 Lire. Una giornata di “cofanatore” (addetto al trasporto dell’uva dal campo al mezzo di trasporto) costava 500 lire. Ovvero un quintale di uva pagava cinque cofanatori.

Queste condizioni portarono a tumulti violenti con morti e feriti.

Oggi un quintale di uva viene pagato massimo 20 Euro, una giornata di “cofanatore” o equivalente costa 40 Euro, ovvero per pagare un operaio ci vuole dieci volte l’uva che ci voleva cinquanta anni or sono. Eppure non succede nulla.

Il fatto è che allora l’INTERA economia di una società si basava sulla vendemmia. Poi tutto è cambiato, il contadino è diventato residuale, il bracciante è un immigrato supersfruttato e chi pensava di far la rivoluzione raccontando “è ora è ora la terra a chi lavora” non prova più nemmeno la sensazione della sconfitta.

Ora la terra la comprano speculatori e camorristi, per coltivarla a pannelli o per seppellirci l’immondizia (forse quei pannelli quando diventeranno obsoleti) e chi la lavora che fa?

Mugugna e s’indigna, s’impegna e qualche volta s’incagna.

Ma basta un sussidio, una cancellazione di una multa, poter “fottere” i contributi al senegalese che li paga ma non potrà mai riscuotere la pensione, e tutto ritorna come prima. Capiterà ancora che perderemo probabilmente, ma sarà ancora una sensazione diversa da quella della sconfitta. Solo la sensazione d’essere, di nuovo, stati semplicemente venduti.

Leggendo la “Guerra del Vino”, si capiscono molte cose, forse non si riuscirà a perdere di nuovo, ma forse ci venderanno ad un prezzo maggiore.

Come che c’entra Santa Caterina? La Fiera si faceva in questa data proprio perché c’erano i soldi della vendemmia. Adesso molti riescono a spendere solo trenta denari.

Iconografia sacra a Manduria: spunti di riflessione

di Nicola Morrone

Nel 2002 fu pubblicato un volume di importanza fondamentale per la conoscenza del patrimonio artistico locale, vale a dire “Iconografia Sacra a Manduria”, curato da M.Guastella. Da questo imponente lavoro ormai non si potra’ prescindere , ogni qualvolta si vorranno ricostruire le vicende della produzione pittorica manduriana , magari apportando precisazioni e integrazioni alle informazioni ivi contenute. Con la pubblicazione del predetto volume, in ogni caso, la gran parte del patrimonio iconografico sacro “culto” del territorio di Manduria puo’ dirsi catalogato.Esiste pero’ un’altra produzione pittorica, che si è sviluppata parallelamente rispetto a quella “culta”, di qualità più o meno sostenuta, di collocazione prevalentemente urbana. Essa è precisamente la produzione definita”popolare”, di qualità nel complesso inferiore, e di collocazione prevalentemente rurale. Siamo dell’idea che anche questa produzione, pure quantitativamente minore rispetto a quella della città, meriti di essere catalogata con criteri scientifici. Ci riferiamo a tutta quella serie di dipinti (a fresco, a secco, a tempera su rame) collocati nelle edicole e nelle cappelle votive, la gran parte rurali, ma qualcuna anche urbana, alcune delle quali , pur nell’ambito di una compagine artistica comunemente definita”popolare”, sorprendono per il grado di elaborazione mostrato. E’ venuto quindi il tempo, dopo la pubblicazione della ” Iconografia sacra”, di rendere nota anche la “Iconografia sacra popolare” relativa al nostro territorio. Non si tratterà di un lavoro impegnativo quanto quell’altro, data, lo ripetiamo, la esiguità numerica delle testimonianze pittoriche “popolari” sparse tra la città e il contado, e comunque la ricerca si potra’ avvalere di alcuni strumenti preparatori, quali i volumi di B. Perretti (“Testimonianze cristiane nel territorio rurale di Manduria”, Manduria 2000) e di R.G.Coco (“Manduria tra Taranto e Capo d’Otranto. Etimo, mito e storia del territorio“, Manduria 2009). Alle indicazioni fornite in queste due opere , utili anche a meglio precisare l’ubicazione dei monumenti, per lo più votivi, che ospitano i manufatti pittorici (collocati spesso nei pressi delle vie di comunicazione principali della campagna) si dovrà aggiungere solo il lavoro di catalogazione vero e proprio, che preciserà soggetto, datazione, tecnica d’esecuzione e misure delle pitture e del monumento che le ospita.

Per quanto riguarda la datazione, sappiamo che la gran parte delle edicole superstiti e relativi dipinti risalgono a non prima del sec. XIX, epoca a partire dalla quale vi fu una vera e propria proliferazione di queste piccole ma significative testimonianze d’arte e, soprattutto, di fede. Gli autori sono, naturalmente, anonimi, nè è dato in qualche modo ricostruire la loro identità attraverso testimonianze scritte o orali. Ci si potrebbe però chiedere quale sia la necessità di realizzare un lavoro di catalogazione scientifica di questo patrimonio pittorico. Rispondiamo che si tratta non solo di una necessità meramente conoscitiva; non si tratta, cioè, solo di avere un’idea piu’ precisa della portata, qualità e quantità di questo patrimonio ritenuto comunemente “minore” o addirittura “minimo” rispetto alla contemporanea produzione pittorica “culta”, qualitativamente sostenuta, che rappresenta giustamente il vanto dell’arte locale. Le ragioni di un simile, auspicabile, anzi doveroso lavoro si giustificano con l’importanza intrinseca di questo piccolo patrimonio di cultura figurativa, per più motivi alternativo rispetto a quello dell’area urbana.

L’importanza della pittura manduriana definita “popolare” è essenzialmente di ordine storico, estetico e antropologico. Importanza storica, perchè le immagini sacre di fattura popolare sono un documento di una cultura figurativa che per lunghi secoli si è evoluta parallelamnete rispetto a quella colta e ufficiale. Lungi dall’essere frutto di “spontanea”ispirazione, anche la tradizione figurativa popolare ha avuto una sua tradizione tecnica e di contenuti, chiaramente non più ricostruibile per l’assoluta mancanza di testimonianze documentarie che nessuno, verosimilmente, si è mai preoccupato di produrre, proprio per la perifericità di questa cultura pittorica. Importanza estetica, perchè le immagini sacre popolari rappresentano un universo che si è evoluto con caratteri iconografici e formali propri, sempre facilmente distinguibili, e non certo riducibili (come di solito ritengono gli storici dell’arte) a copie più o meno fedeli di prodotti “colti”.

Il fascino che esercitano queste immagini apparentemente “senza tempo” è indubbio, proprio data la loro permanente carica di “primitivismo”. Questo patrimonio artistico, inoltre, si pone spesso in aspra opposizione, sul piano estetico, rispetto a quello “colto”, elaborato, formalmente più “evoluto”. Importanza antropologica, perchè le immagini popolari sono specchio non solo di un diverso modo di realizzare visivamente un dato tema iconografico, ma sottendono anche (come ha puntualmente sottolineato l’antropologo A. M. Cirese) una vera e propria concezione del mondo, se non addirittura un’ideologia, degne di essere studiate al pari di quelle espressione delle classi dominanti .Tutta la produzione pittorica popolare, quindi anche quella a soggetto sacro, oltre che avere un valore prevalentemente collettivo, si caratterizza sul piano formale per alcune costanti, in particolare per lo schematismo rappresentativo, per la stilizzazione che semplifica forme e tratti, per l’espressività caratterizzata da atteggiamenti fissi, per l’assenza di profondità spaziale e la mancanza di dettagli anatomici precisi, per l’assenza di valori chiaroscurali. Sul piano sociale, essa si sviluppa in un ambito di artigianato domestico e si tramanda nelle zone più periferiche e subalterne. Inoltre (riprendendo ancora una fondamentale osservazione di un noto studioso) una caratteristica costante che identifica il prodotto figurativo popolare è la riproposizione dei motivi. Cioè, ciò che caratterizza in prima istanza un manufatto pittorico popolare (come anche un prodotto poetico-letterario popolare) è ”la ripetizione, talora variata, di un modello, e il cui ideale non sta tanto nella novità del messaggio, quanto invece nella capacità, talora vertiginosa, di restare saldi all’interno di un sistema e di operare variazioni interne che sfruttano tutte le possibilità logiche del sistema stesso” (A. M. Cirese).

In seno a questo ampio patrimonio figurativo, che, come già detto, dobbiamo doverosamente riscoprire e scientificamente catalogare, saremo comunque sempre in grado di distinguere il singolo prodotto, la singola mano del pittore- contadino che, pur avendo maturato la sua esperienza nell’ambito della vasta koinè artistica che definiamo “popolare”, lascia il segno della sua individualità, ma sempre in ossequioso rispetto del modello.

 

Oria. La cripta delle Mummie, unico caso di laici mummificati

di Franco Arpa

Sotto la Basilica  Cattedrale di Oria è situata la cosiddetta cripta delle Mummie, unico caso di laici mummificati.

Secondo la tradizione locale la cripta venne realizzata nel 1484 come luogo di preghiera e di memoria di tutti coloro che non erano tornati dalla battaglia contro i turchi in Terra d’Otranto (1480-1481). Apprendiamo da fonti documentali (AVO, Congrega della Morte, cartella 123. Oria 1896/97, fasc. n.38, riportata in LE CONFRATERNITE IN ORIA del C.R.S.E.C.N°21 – Ceglie M/ca)  che

…[nell’autunno del 1481,il re Ferdinando d’Aragona approfittando di un momento di debolezza delle Falangie Turche di Macumetto II, spedì suo figlio Alfonso con molta armata, che a sè unita aveva parte di quella del Papa e della Repubblica genovese che ripresero con vittoria l’afflitta città di Otranto. Disfatti i Turchi molti di essi si sbandirono per la provincia in piccole guerriglie che saccheggiavano e incendiavano i villaggi, chiese e rapinavano donzelle. Prima che partisse il re Alfonso, lasciò in provincia Giulio Bonifaci che col suo naviglio in Otranto avea recato per compervi alcuni incarichi regi. Il Bonifaci, dopo aver compito al real mandato, mal tollerando le brigantesche compagnie turche che si eano sbandato dietro la disfatta di Otranto, istituì qui in Oria assieme ad illustri cittadini una colonna mobile di Crociati per disfare i pochi nefandi Turchi che si appellò: “Crociati fede o Morte”.

 
mummificazione ben riuscita

Alla patriottica impresa promossa dal Bonifaci, tra gli illustri oritani che si arruolarono si distinse Beltrando Landi. Così per opera di molte compagnie di Crociati furono disfatte le bande turche. Quando approssimandosi la primavera, il dì 14 marzo 1484, secondo venerdì del mese, che di già s’era compiuta in Italia la pace tra i principi, tutti i Crociati si ritirarono nei rispettivi paesi, ma la principale era quella di Oria.

 

Giunta nelle vicinanze della città, il vescovo Mons. Francesco De Arenis, di nazione portoghese, assieme al molto clero di quel tempo, uscirono incontro a quella crociata per riceverla trionfalmente a condurla in Chiesa ove il predetto vescovo benedisse e impose il titolo di Compagnia del SS. Crocefisso, facendo premettere quello di “Fede o Morte”. Così si mantenne fino al 1576. Nel 1598 Mons. Del Tufo, primo vescovo dopo la separazione della chiesa di Brindisi da quella di Oria, pose la Compagnia sotto la protezione e titolo di Maria SS. del Carmine, appellandola Confraternita della Morte, sotto il titolo del Carmine]…

Lungo i lati maggiori della cripta furono ricavate 22 nicchie, nelle quali avrebbero preso  posto i corpi mummificati dei confratelli che ne avessero fatto richiesta, a partire dai reduci della crociata contro i turchi, al fine di dare loro una sorta di visibilità eterna.

emblema dipinto sugli stalli del coro dei confratelli

Dai molti documenti si rilevano le testimonianze degli stessi confratelli che esprimevano la volontà di essere poi sistemati nel soccorpo della cattedrale, nella cripta. Uno dei tanti documenti così riporta: “…Ogni confratello che voleva essere imbalsamato doveva dichiarare e documentare la sua volontà in presenza di una riunione assembleare non inferiore di quaranta fratelli, nonché la presenza dei familiari dopo il rito funebre, rivestito della sua divisa che gli servì da Professo nella compagnia e messo in una nicchia… avendo cura i familiari delle pulizie entro il mese di Ottobre per la commemorazione dei defunti…”.

Il 12 giugno del 1804 la Francia di Napoleone Bonaparte adotta l’Editto di Saint Cloud (recepito nel 1806 nelle repubbliche napoleoniche italiane), con il quale, fra l’altro, si vietano le mummificazioni, che ad Oria però continuarono, forse clandestinamente, se si considera che delle 11 mummie presenti solo una è risalente all’anno 1871 e quindi ad epoca antecedente all’editto napoleonico. Le altre 10 mummie recano data successiva al 1804 e l’ultimo confratello che ha subìto il processo di mummificazione è Michele Italiano, deceduto nel 1858.

Il cadavere da mummificare veniva eviscerato ed aspirata la materia cerebrale dalla narici, al posto degli organi interni veniva messa una miscela di sali disidratanti insieme a calce vergine polverosa, e poi ricucito e calato in una vasca in cui c’erano le stesse sostanze messe all’interno del corpo. Perchè avvenisse la completa disidratazione e disinfezione il cadavere rimaneva in detta vasca  per un periodo di tempo (due anni, due anni e mezzo) che variava in base  alla corporatura del confratello. Dopodiché, alla presenza obbligatoria di almeno due familiari, il cadavere ormai disidratato, mummificato, veniva ripescato, ripulito, trattato con degli unguenti, ricoperto con la tunica personale e posto in una delle nicchie.

Non sempre il procedimento di mummificazione andava a buon fine, in quanto essendo la calce caustica l’operatore, per evitare danni all’apparato scheletrico ed alla pelle (che doveva rimanere integra), doveva fare molta attenzione a dosarla in modo ottimale in rapporto al peso ed alle caratteristiche del cadavere.

la botola

Sul pavimento delle cripta sono visibili delle botole che portavano ad un cunicolo di collegamento con la Torre Palomba,  volgarmente chiamata anche “Torre Carnara” perché fino al XVIII secolo è servita da ossario dell’antico camposanto che occupava Piazza Cattedrale. All’interno della Torre vi erano anche le vasche e gli strumenti chirurgici per la mummificazione.

In una di dette botole sono tuttora custoditi i resti di un “priore” della confraternita della Morte e di sua moglie, che l’attuale “priore” ha intenzione di rendere visibili ai visitatori apponendo una lastra di vetro.

particolare mummificazione ben riuscita
Viapiana, l’attuale priore della Congrega

 

Le foto della cripta sono di Franco Arpa

Olio e miele salentino al posto di burro e zucchero

da Med-It News

    Il “PanSorriso” salentino sulla tavola di 600 medici in tutta Italia

La lombarda “Cieffe Derma” sceglie la creazione di Giovanni Venneri. Grazie alla Dieta Med-Italiana il dolce della salute si conferma tale

 

Sono ben 600 i “PanSorriso” commissionati e che nei prossimi giorni raggiungeranno altrettanti studi di medici dermatologi in tutta Italia. A compiere il bello e sano gesto è la società “Cieffe Derma” di Lesmo, in provincia di Monza Brianza, azienda leader nel campo della ricerca dermatologica, la quale ha voluto in questo modo omaggiare i professionisti italiani con un dono che fosse al tempo stesso originale, buono, prezioso e, soprattutto, sano. Quale migliore regalo da fare a dei medici se non “salute”? Il titolare dell’azienda lombarda, Salvatore Frontera, è venuto a conoscenza del dolce salentino tramite le azioni divulgative della Dieta Med-Italiana e, incuriosita dalle peculiarità salutistiche del PanSorriso, ha voluto conoscere ed assaggiare di persona il nuovo prodotto dolciario. Il risultato è intuibile, data la natura di questo articolo. «All’inizio non volevo crederci, pensavo fosse uno scherzo degli amici – racconta Giovanni Venneri, il pasticciere di Alliste (Le) inventore del dolce – poi man mano che proseguivano le trattative ho compreso che si stava facendo sul serio. Non ho parole per descrivere la soddisfazione provata, non tanto per l’importanza economica dell’operazione (che in questi tempi non è certo cosa da poco) quanto per il fatto di sapere che domani seicento medici, seicento famiglie in ogni regione d’Italia avranno la possibilità di conoscere, degustare e, mi auguro, apprezzare questa mia dolce “creatura”. Ci tengo molto a sottolineare che è un prodotto territoriale del Salento tanto è vero che ho dato al PanSorriso lo slogan “Ha il Salento dentro”. Naturalmente ho ringraziato di cuore il dott. Frontera per averci scelto e non finirò mai di ringraziare gli studenti dell’Istituto “Galilei Costa” di Lecce che, attraverso le loro valide azioni di promozione della Dieta Med-Italiana, sono riusciti a far conoscere ben oltre i confini locali e persino nazionali questo mio nuovo prodotto dolciario.»

Come se non bastasse, grazie alle sue caratteristiche naturali il PanSorriso è stato anche scelto per essere presentato a Roma il 25 e 26 novembre nell’ambito del 62° Congresso Nazionale della Cidesco dal titolo “Beauty&Innovation”.  Il PanSorriso è un dolce particolarissimo, conosciuto come dolce della salute e del buonumore per via dei suoi ingredienti che lo rendono sano e naturale al 100%. E’ realizzato con olio extravergine d’oliva “Adamo”, prodotto sempre ad Alliste, e con miele del luogo, che sostituiscono rispettivamente burro e zucchero, rendendolo così leggerissimo, sano e digeribile.

Per ora Giovanni Venneri ha previsto due varianti, all’arancia e ai fichi, entrambi straordinariamente buoni. Ricordiamo che il pasticciere salentino ha creato il PanSorriso appositamente per la Dieta Med-Italiana e ha scelto l’importante evento del “Festival della Dieta Med-Italiana”, avvenuto lo scorso maggio, per annunciarlo e presentarlo alla stampa e al pubblico. Da allora il dolce ha ricevuto un’inarrestabile escalation di interesse, sia commerciale che “etico”, per via della sua particolare naturalezza e per la scelta di tutti gli ingredienti a km 0.

Tutte le ricette tradizionali per il lampascione, il re dei bulbi

di Massimo Vaglio

Lampascioni in insalata

Nettate i lampascioni, lessateli in acqua salata, fateli raffreddare, divideteli in due se sono grossi e conditeli con olio extra vergine, aceto, pepe e a piacere con menta o prezzemolo. Serviteli freddi. Una variante, consiste nel cuocerli nel modo anzi descritto e nel servirli accompagnati da rape di barbabietole lesse, condendo il tutto come sopra indicato. E’ bene che queste insalate per insaporirsi meglio vengano lasciate riposare qualche ora condite prima di essere servite.

I lampascioni costituiscono da tempo immemorabile, uno degli stuzzichini tradizionali dei pugliesi e dei salentini in particolare, per cui, forse non esiste “putea ti mieru”, così sono denominate le caratteristiche botteghe di vino con mescita nel Salento, ove non vi sia una brava coppa di “lampasciuni ccunzati”, (conditi cioè con olio, sale, pepe e aceto) a disposizione degli avventori, poiché si ritiene che il loro gusto dolce-amaro favorisca il consumo di vino.

Lampascioni cotti nella cenere calda

Questo è un piatto a dir poco primordiale, uno dei primi alimenti umani, insieme ai tuberi di asfodelo, sin dal Neolitico, ma l’uso di arrostire i lampascioni nella cenere, al contrario di quello dell’asfodelo, si è conservato sino ai nostri giorni. Quando gli “alàni” delle masserie pugliesi, ossia i bifolchi addetti all’aratura con muli o buoi, arando il terreno cavavano dei bulbi di lampascione, li raccoglievano e la sera, rientrati per la cena a base quasi

Questa Terra adagiata fra due mari…

ph Roberto Filograna

di Elio Ria

La semplicità è bellezza. I miei occhi sono per questa Terra adagiata  fra due mari con il sole che resiste a se stesso per non ardersi.

Quando i miei passi staccano vita quotidiana per un percorso di meraviglia e nei sentieri di campagna s’inoltrano per convergere verso il mare ascolto la melodia della bellezza che sorprende.

Da quale luogo partire?

Quale direttrice tracciare per perdersi nelle meraviglie delle corti, dei palazzi assonnati e dimenticati, delle piazze di sbadigli,  dei giardini ornati di ciclamini, petunie e garofani; degli orti di basilico e rosmarino a profumare aria di luna?

E’ così incantevole la mia Terra  tanto da confondere l’immaginazione.

E a seguire fantasie di cieli merlati, io m’appresto a seguire il cammino di Astolfo sulla luna a ritrovare il senno per ricomprendere le ragioni di tanta bellezza che è dono degli dei per questa Terra  aspra ma dolce, forestiera non più, taciuta per molto tempo, congiunta dalla nascita alla sofferenza, umile negli intenti.

E degli eterni ulivi disseminati – fra pietre bianche striate di grigio –  dappertutto a significare eterna gratitudine agli orologi del tempo.

Il tempo del Sud è figlio di un dio  che del fluire del suo tempo ha rallentato vita al  giorno e alla notte, incuneandosi nelle pieghe del sole, come a torcersi su se stesso per concedere tempo all’eternità, giacché di questo hanno bisogno le genti del Sud: un tempo che non sia sempre tempo ma  ampio respiro, affinché ogni cosa possa sedimentare e lievitare nel tempo dei tempi.

Alcune note sulla chiesa Madre di Casarano

di Maura Sorrone
– La facciata è la soglia dell’edificio:
con essa l’edificio si “affaccia” sul contesto,
ma anche si esclude da esso –
(M. Manieri Elia, Barocco leccese, Milano 1989, p. 171)

Con questa espressione si è scelto di introdurre questa breve segnalazione sulla chiesa dedicata a Maria Santissima Annunziata di Casarano.
Innanzitutto si vuole ricordare che il 2012 è stato un anno importante per la chiesa perché sono infatti passati 300 anni dalla fine della sua costruzione.
Di recente, inoltre, sono terminati i lavori di restauro che oggi ci permettono di associare a questa bella chiesa del barocco salentino i nomi di artisti e artigiani che in diversi momenti sono stati “ingaggiati” dalla committenza a lavorare per quello che fu l’edificio più importante del paese.

Come la maggior parte delle costruzioni ecclesiastiche del primo XVIII secolo, questa chiesa mostra una facciata longitudinale, particolarmente semplice, scandita da due colonne e arricchita da motivi decorativi soltanto nelle lesene che incorniciano il portale principale.

Questi elementi, così come le sculture che si vedono più in alto, hanno ritrovato grazie ai restauri, la loro originaria volumetria.

Ma la facciata ha ancora qualcosa da dire nelle epigrafi che sono collocate nel fastigio. Quella centrale, pubblicata anni fa da Gino Pisanò, testimonia la partecipazione di tutti i cittadini che, autotassandosi, hanno contribuito attivamente alla costruzione dell’edificio (L. Graziuso, E. Panarese, G. Pisanò (a cura di), Iscrizioni latine del Salento…, Galatina 1994, cit. p. 123).
Le altre due invece riportano l’anno di edificazione della chiesa, a sinistra si legge: A[nno] D[o]M[ini] 1712 (Nell’anno del Signore 1712 – fig. 1) e M[astro] ANG[el]O DE GIOV[anni] F[ecit], (Mastro Angelo De Giovanni fece – fig. 2) a destra (colgo l’occasione per ringraziare Rocco De Micheli autore di queste due foto).

Ciò ci permettere di aggiungere questa chiesa all’elenco delle architetture del Salento che sono legate non solo ai validi architetti e scultori attivi tra il XVII e il XVIII secolo, ma anche alle numerose famiglie di costruttori che lavoravano accanto ai progettisti. Ancora tanto c’è da dire e chi scrive da qualche tempo si occupa di ricostruire le vicende storico – artistiche della chiesa.

Ad ogni modo è possibile dire con certezza che questi artigiani avevano una parte importante nello sviluppo del lavoro tanto da potersi permettere di scrivere il proprio nome nelle costruzioni che realizzavano, più precisamente nel punto più alto delle facciata: a futura memoria.

Un salentino a Nord Est. Osservando, curiosando e ricordando

di Rocco Boccadamo

 

Alligna nel Salento, come, del resto, in tanti altri posti, una bella e forte pianta, il carrubo, che, nell’arco della sua lunga vita, può anche raggiungere la non comune altezza di dieci metri e si mostra con una folta chioma fronzuta sempreverde.

E’ un albero che non richiede soverchie cure, aduso e resistente a qualsiasi condizione climatica, le erbe e le erbacce, che vanno spuntando naturalmente ai suoi piedi, crescono, diventano rigogliose, ingialliscono e seccano, un ciclo vegetativo dopo l’altro, mentre il nostro gigante lussureggiante se ne resta imperterrito lì, quasi a gustarsi la scena.

Conferisce un appagamento speciale, durante la stagione calda, la sosta alla sua ombra, con l’agio privilegiato di occhieggiare fra i minuscoli spazi del fogliame e, in tal modo, cogliere frammenti di cielo o di mare, in movimento, oscillanti dietro la carezza timida del venticello.

Il carrubo dà anche frutti, sottoforma di grossi baccelli contenenti, all’interno, alcuni semi e contraddistinti da buccia di colore verde quando sono acerbi e di tonalità marrone nella fase di maturazione: si chiamano, semplicemente, carrube.

 

In passato, i contadini, o agricoltori o mezzadri o proprietari dei fondi, provvedevano sistematicamente a raccogliere le carrube; in parte, erano utilizzate ai fini dell’alimentazione degli animali da lavoro e/o domestici, in parte, invece, erano cedute a commercianti ambulanti all’ingrosso, i quali caricavano i capienti sacchi di iuta su traini o camioncini, li ammucchiavano temporaneamente nei magazzini e, da ultimo, conferivano la merce all’ammasso.

Correvano quotazioni bassissime e, di conseguenza, contropartite in denaro risicate, appena gocce di entrate a beneficio dei magri bilanci familiari dei produttori venditori. Adesso, purtroppo, nessuno abbacchia e raccoglie le carrube, se si eccettuano i modesti quantitativi colti e conservati in casa, per preparare, con l’aggiunta di fichi secchi, qualche infuso o decotto che, all’occorrenza, può arrecare lenimento e rivelarsi rimedio naturale alla tosse o al mal gola.Sicché, i frutti del verde e maestoso albero finiscono col cadere da soli sul terreno e col marcire, e così da una stagione alla successiva.Eppure, incredibilmente, sul bancone di un fruttivendolo, stamani, si è presentata alla vista una cassetta, contenente proprio carrube color marrone, e il relativo cartellino prezzo segnava niente poco di meno che € 5 a chilogrammo.

Non c’è che dire, dalla produzione al consumo, esattamente chilometri zero e neanche l’ombra di ricarico.

La vetrina di una macelleria ha invece dato agio, al comune osservatore di strada, di apprendere una cosa assolutamente nuova, in altre parole l’offerta al pubblico, fra le varie specialità, di “carne e salame d’asino”, con l’aggiunta, a beneficio della clientela della zona, dell’appellativo dialettale dell’animale, cioè musso.

La commessa del negozio, per la verità, ha riferito che gli acquirenti di tale genere di carne formano una nicchia limitata, che risente, forse, dei richiami riguardanti la preparazione e la degustazione di manicaretti della specie, in occasione di fiere e sagre. Ha, ad ogni modo, aggiunto che occorrono molte ore, sino a dieci, per cuocere a puntino l’alimento in questione.

Pensare come, lo scrivente, con riferimento all’utile animale da soma, fosse fermo e arretrato al “latte d’asina”, utilizzato per finalità alimentari, particolarmente dei bambini, o cosmetiche.

Poveri asinelli, anche voi, dunque, talora andate a finire al macello, non vi sono più riservati, esclusivamente, il trapasso naturale e il meritato riposo per sempre!

Pensare ancora come, il ragazzo di ieri, provasse uno scrupolo non da poco nei vostri confronti, come categoria, quando, con i calzoncini corti, per fare dispetto all’anziano contadino del paesello natio, Vicenzu u cuzzune, piccolo e ricurvo, il quale si muoveva esclusivamente in groppa a un somarello di pari altezza, gli andava appositamente dietro, sfruculiando l’innocente quadrupede, mediante un ramo, esattamente in un preciso punto, al che la bestia, ovviamente, reagiva saltellando e scalciando, con il rischio, per il suo padrone, di essere disarcionato e cadere malamente a terra.

Cambiando completamente genere di proposta e commercio, un altro esercizio sul corso espone uno strano cartello: “Novità assoluta – Bigodini per boccoli”.
Al che, s’innesca uno stimolo alla curiosità, la titolare del negozio, intenta a provare una parrucca in capo ad una cliente, incarica il marito di sentire e assistere me.

Il predetto mi domanda subito se sono per caso un parrucchiere. Dopo di che, passa a spiegarmi che si tratta di un’invenzione freschissima, frutto, però, di lunghi studi, e fa scorrere un breve filmato in cui scorgo una serie di aggeggi, cannelle di plastica, intorno alle quali si arrotolano, tutto in una volta e non capello per capello, i boccoli, tenuti poi fermi e stretti, per un certo arco di tempo, grazie a mollette, pure di plastica, fatte scorrere, dal basso verso l’alto, lungo le cannelle, e fissate con gancetti sino tenere, i boccoli medesimi, avvolti e bloccati.

Notevole risparmio di tempo, risultati egregi, aggiunge l’uomo, che, alla mia domanda al riguardo, precisa di vendere kit di siffatti bigodini, ciascuno con quarantadue pezzi, alla cifra di euro quarantotto. Mi saluta con un sorriso, non senza gratificarmi con un “ha fatto bene a chiedere illustrazioni”.

Da queste parti, abbondano i manifesti pubblicitari proponenti “Corsi di ballo”, se ne incontrano proprio tanti, si vede che i veneti sono portati per la danza in coppia. Nulla di male, ovviamente, anzi è risaputo che i movimenti, giustappunto del ballo, sono salutari per il fisico e per lo spirito.

In uno stretto e poco profondo canale o roggia, al centro di Padova, ho notato folte colonie di pesciolini; ciò spiega come mai, fra i postumi delle recentissime esondazioni di corsi d’acqua più grandi, nella zona, si siano rinvenuti numerosi esemplari ittici, soprattutto carpe, all’interno delle cantine e garage delle abitazioni rimaste allagate.

Stufato di tartufi

di Armando Polito

L’archivio della Fondazione Terra d’Otranto non sarà, magari, I deipnosofisti1 di Ateneo di Naucrati (II-III secolo d. C) e neppure il Convivium2 dantesco, ma stimola l’appetito (sempre, come nei modelli appena citati, quello della mente…e non solo). Ispirato, perciò, dal bel recentissimo post di Massimo (ormai, per antonomasia, possiamo fare a meno del cognome) I tartufi del Salento, ho sentito il bisogno di non mancare all’ideale banchetto.

bianchetto (tuber albidum)

Comincio dall’etimologia e già mi pare di sentire un nutrito coro di no, per favore, ancora!  Non siamo nella tragedia greca, in cui al coro era affidato il compito di recare ferali notizie o di esprimere riprovazione nei confronti di qualcosa o di qualcuno; perciò continuo imperterrito, anche perché ho in serbo qualcosa che potrebbe far ricredere, se non tutto, parte di quel nutrito coro (convinto dal titolo che si trattasse di una ricetta e non della solita rottura in omaggio al significato traslato di stufato) almeno sull’utilità di conoscere la storia di una singola parola, non fosse altro che per guardare con un sorriso ironico, unica consolazione forse rimastaci, alla realtà che ci circonda.

Se cerco in qualsiasi dizionario l’etimo di tartufo trovo registrato pressappoco quest’etimo: probabilmente da un latino *territùfer, composto di terra=terra e *tufer variante italica di tuber=fungo.

Si tratta della riesumazione, sia pure fatta con le pinze, di un etimo la cui paternità spetta a Nicola Ignarra, un letterato napoletano del XVIII secolo, che credette di ravvisare nel tartufo il terrae tuber attestato da Petronio (I secolo d. C.), Satyricon, XV: Vix me teneo et sum natura caldus: ciceris ius cum cepi, matrem meam dupondii non facio. Recte! Videbo te in publicum, mus, imo terrae tuber (A stento mi trattengo e sono caldo di natura: quando ho preso il brodo di ceci3 non ho rispetto [alla lettera: non stimo due assi] nemmeno per mia madre. Bene! Guarderò te in pubblico come si guarda un topo, un tubero di terra [per l’Ignarra è il tartufo] in profondità).

Se il terrae tuber petroniano è veramente il tartufo, c’è da concludere che esso non aveva grande considerazione nel mondo romano, altrimenti non sarebbe stato usato come termine di paragone (alla pari, addirittura, col topo) in un insulto.

Il probabilmente che accompagna l’etimo corrente potrebbe essere a mio avviso ridimensionato, se non cancellato, secondo il ragionamento che segue.

Nel dialetto siciliano accanto a tartùffu c’è tiritùffulu (quest’ultima voce l’ho sentita nella forma tiritùfulu  anche a Nardò;  essa manca per tutto il Salento nel vocabolario del Rohlfs e può darsi che sia d’importazione relativamente recente; tuttavia nel Brindisino mi risulta che il tartufo di mare è chiamato tiratùfulu).

Bisognerebbe scoprire quale fra tartùffu (che sembra la trascrizione della voce italiana) e tiritùfulu è nato per primo e, se per tartufo si tratta del XV secolo, per tiritùffulu  (come per tutte le voci dialettali) è pressoché impossibile stabilire la data di nascita, e l’attestazione scritta più datata che son riuscito a trovare è il lemma tiritùffulu (con rinvio a tartùffu) presente in Michele Pasqualino, Vocabolario siciliano etimologico, italiano e latino, Reale Stamperia, Palermo, 1790.

Comunque, per quello che le mie osservazioni possono valere: tiritùffulu sembra presentare a prima vista  un suffisso diminutivo, il che indurrebbe a pensare che sia figlio di tartuffu con un’evoluzione fonetica (-a->-i-) strana, che supporrebbe una forma precedente *tirtùffu passata poi a *tiritùffu con l’epentesi di una vocale uguale a quella più vicina (-i-) come in cancarèna da cancrena. Oppure in tiritùffuluulu non è suffisso diminutivo ma solo regolarizzazione della desinenza attraverso una trafila che ha registrato (partendo dal latino) i seguenti passaggi: *terraetùber>*terretùber>*territùber>*teritùber>*tiritùber>*tiritùfer>*tiritùffer>*titituffèru>*tiritùffelu>*tiritùffulu (con passaggio –e->-u– per influsso della precedente –u-. Inutile dire che questa seconda ipotesi porterebbe acqua al mulino dell’Ignarra e farebbe morire (per annegamento…) il probabilmente compagno inseparabile dell’etimo fin qui proposto.

Come già altre volte è successo di fronte a una difficoltà, mi rifugio nel sicuro riportando la testimonianza di Plinio (I secolo d. C): E poiché abbiamo cominciato dai miracoli delle cose seguiremo il loro ordine, in cima al quale si colloca il fatto che qualcosa possa nascere o vivere senza alcuna radice. È il caso di quelli che si chiamano tartufi (tùbera), circondati da ogni parte dalla terra, senza barbetta alcuna né pelo capillare; il luogo in cui nascono non rigonfia4 né si fende né essi fanno un tutt’uno con la terra. Sono rinchiusi da una corteccia, sicché non si può dire del tutto che siano terra né altro se non callo di terra. Nascono in luoghi secchi, sabbiosi e pieni di sterpi. Superano spesso la grandezza d’una mela cotogna e possono giungere anche al peso di una libbra5.  Sono di due tipi: arenosi nemici dei denti e non. Si distinguono anche per il colore, rosso e nero e bianco all’interno. I più pregiati sono quelli africani. Se crescano per loro natura o sia dovuto a difetto della terra (altro non si può prendere in considerazione) il fatto che assumono subito la forma di una palla della grandezza destinata a mantenersi in futuro e se vivano o no credo che non possa essere facilmente compreso. Si discute pure se marciscano come il legno. Abbiamo saputo che pochi anni fa al pretore Larzio Licinio in servizio a Cartagena in Spagna è accaduto che mentre mordeva un tartufo (tuber) un denario rimasto imprigionato dentro gli ruppe i denti anteriori: per questo è evidente che inglobano in loro la natura della terra. Ciò lo si deduce da quelle cose che nascono ma non si possono seminare. Simile al tartufo è quello che nella provincia della Cirenaica chiamano misi, unico per soavità di odore e di sapore ma più carnoso; e quello che in Tracia si chiama iton6 e quello che in Grecia si chiama geranio7. Sui tartufi si dice in particolare che nascono quando ci sono le piogge autunnali e frequenti tuoni e che nascono soprattutto da questi; che non durano più di un anno e che in primavera sono tenerissimi. In alcuni luoghi sono portati dall’acqua, sicché a Mitilene dicono che non nascono se i fiumi traboccando non portano il seme da Tiari. È questo il luogo dove nascono nella più grande quantità. I più pregiati dell’Asia si trovano intorno a Lampsaco e Alopeconneso, quelli della Grecia intorno a Elide.8

Per chi volesse fare un controllo prima di inventarsi un nuovo mestiere: Mitilene si trova nell’isola di Lesbo (Egeo settentrionale), che è la patria di Saffo, forse la più grande poetessa greca, oggi, forse inconsapevolmente, parzialmente note l’una (l’isola) e l’altra (la poetessa) per due aggettivi, lesbico e saffico. La presenza di resti di case tardo-romane autorizza a supporre, oltre a quella connessa con l’importazione, anche una fruizione straniera in loco.

Lampsaco era una città della Misia, sull’Ellesponto. Secondo la testimonianza di Cicerone e di altri il culto privilegiato era quello di Priapo, come già per Saffo probabilmente noto solo per il sostantivo derivato, priapismo. Comunque, tenendo conto, per chi non lo sapesse, che Priapo era il dio della potenza sessuale e della fertilità e senza trascurare gli apporti di Saffo, l’autore dell’ipotetico controllo farebbe, se tanto mi dà tanto,  nnu iàggiu e ddo’ sirizzi (un viaggio e due servizi): ricerca di tartufi e “turismo sessuale”. Una raccomandazione: alla partenza farsi un bel brodo di ceci…

Alopeconneso è un’isola nel Mar di Marmara e, secondo me, non conviene andarci, perché probabilmente si rischierebbe la rabbia, sempre che siano sopravvissute le volpi che le hanno dato il nome (alòpex=volpe e nesos=isola).

Elide era una regione del Peloponneso nonché il nome della città che di quella regione era la capitale; che taccagni questi Greci rispetto a noi che ci inventiamo, naturalmente in nome della democrazia e per conto (intendi bene: tramite un conto che sarà pagato dai) dei soliti fessi,  pure rappresentanze suburbane…!

Avrei voluto  chiudere con un sorriso possibilmente non ironico, cioé dolce, ma neppure questa volta l’argomento o il mio temperamento mi hanno consentito di farlo:  penso a Le Tartuffe ou l’imposteur di Molière (XVII secolo; in basso il frontespizio dell’edizione del 1682), personaggio al quale è debitore l’uso traslato del nostro vocabolo per bollare chi ostenta falsa bontà e devozione religiosa; e penso che truffa (anche nel suo significato obsoleto di bagattella) quasi concordemente è fatto derivare probabilmente (ancora!) dal francese truffe, dall’antico provenzale trufa=tartufo, dal latino tardo tùfera, che è dal classico tuber da cui siamo partiti.

Però, nonostante questi “precedenti”, che carriera brillante ha avuto il nostro tubero che oggi gode di un’altissima quotazione, superando di gran lunga il fratello lampascione che non aveva avuto un esordio brillante neppure lui!

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1 Alla lettera: I saggi a banchetto. L’opera è molto importante perché contiene citazioni da altri autori (frammenti) di cui nulla ci è pervenuto.

2 Alle lettera: Banchetto.

3 Galeno (II-III secolo d. C.) attesta che alcuni somministravano il brodo di ceci agli stalloni perché provocava il coito e generava sperma, opinione confermata, questa volta a vantaggio degli umani,  da Ezio (VI secolo d. C.), il quale dice che il brodo di ceci non solo genera calore ma incrementa  la produzione di sperma. Debbo pensare alla somiglianza di forma con l’organo a ciò deputato e ad un adattamento ante litteram, con significato diverso, del principio dell’omeopatia similia a similibus curentur (ciò che somiglia ad una cosa da quella sia curato)?

4 Gonfiarsi nell’originale latino è espresso con extubèrare, composto da ex con valore intensivo e tuber. Tuber (=e il suo diminutivo tubèrculum con l’aggettivo tuberòsus, da cui, rispettivamente, l’italiano tubercolo e tuberosa) in latino ha come significato di base quello di escrescenza, poi tumore, nodo (del legno), tartufo; per questo viene associato da alcuni a tumor che significa gonfiore, tumore, collera, superbia, ampollosità, dal verbo tumère=gonfiarsi, a sua volta connesso col greco thymòs=soffio vitale, anima, animo, mente, al quale alcuni riportano anche il latino fumus=fumo.

5 Poco più di 300 grammi.

6 Attestato in Teofrasto (III secolo a. C.), fr. 167,  ma come nome di un fungo.

7 Attestato nella forma gheràneion in Teofrasto (Historia plantarum, I, 6, 9), che usa anche il sinonimo ydnon (Historia plantarum, I, 6, 5); quest’ultima voce è usata anche da Dioscoride (I secolo d. C.), De materia medica, II, 145.

8 Naturalis historia, XIX, 11-13: Et quoniam e miraculis rerum coepimus, sequemur eorum ordinem, in quibus vel maximum est, aliquid nasci aut vivere sine ulla radice. Tubera haec vocantur, undique terra circumdata, nullibus fibris nixa, aut saltem capillamentis, nec utique extuberante loco in quo gignuntur, aut rimas agente: neque ipsa terrae cohaerent. Cortice etiam includuntur. ut plane nec terram esse possimus dicere, nec aliud quam terrae callum. Siccis haec fere et sabilosis locis, frutectosisque nascuntur. Excedunt saepe magnitudinem mali cotonei, etiam librali pomdere. Duo eorum genera: arenosa dentibus inimica, et altera sincera. Distinguuntur et colore, rufo, nigroque, et intus candido: laudatissima Africae. Crescant, anne vitium id terrae (neque enim aliud intelligi potest) ea protinus globetur magnitudine, qua futurum est; et vivantne, an non, haud facile arbitror intelligi posse. Putrescendi enim ratio communis est lis cum ligno. Lartio Licinio praetorio viro jura reddenti in Hispania Carthagine, paucis his annis scimus accidisse, mordenti tuber, ut deprehensus intus denarius primos dentes inflecteret: quo manifestum erit, terrae naturam in se globari. Quod certum est ex iis quae nascantur, et seri non possint. Simile est et quod in Cyrenaica provincia vocant misy, praecipuum suavitate odoris ac saporis, sed carnosius: et quod in Thracia iton, et quod in Graecia geranion. De tuberibus haec traduntur peculiariter: quum fuerint ombres autumnales ac tonitrus crebra, tunc nasci, et maxime e tonitribus; nec ultra annum durare, tenerissima autem verno esse. Quibusdam locis accepta riguis feruntur, sicut Mitylenis negant nasci nisi exundatione fluminum invecto semine ab Tiaris. Est autem is locus in quo plurima naascuntur. Asiae nobilissima circa Lampsacum et Alopeconnesum, Graeciae vero circa Elin.

 

Il post di Massimo Vaglio può leggersi cliccando il link in basso:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/11/21/proprio-vero-ecco-i-tartufi-del-salento/

C’era una volta il foglio “brotocollo”…

di Armando Polito

 

Più di una volta, approfittando dell’ospitalità concessami da Spigolature salentine, ho avuto occasione di stigmatizzare il nostro cronico ritardo rispetto ad altri paesi per quanto riguarda la diffusione della cultura in formato digitale e dei rapporti strettissimi che la legano all’autentica democrazia.  Non mi meraviglio, perciò, come il movimento grilliano abbia colto di sorpresa e totalmente impreparata una classe politica saldamente ancorata al mezzo televisivo come primario suo strumento di propaganda e per la quale nessi come Google>Libri e Internet Archive sono espressioni in marziano. Non mi meraviglio neppure che, in nome, tanto per cambiare, del profitto di pochi che hanno i magazzini rigurgitanti di un certo prodotto sulla cui diffusione avevano scommesso ed investito, sia stato varato, senza, per quanto ho detto e dirò, la minima consapevolezza delle sue conseguenze,  il decreto n. 179 del 19 ottobre u. s. dal titolo, per me inquietante, Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese, che rende obbligatorio, a partire dal prossimo anno scolastico 2013/2014, nelle scuole superiori l’utilizzo di libri in formato digitale o misto, quest’ultimo costituito da un testo in formato cartaceo o elettronico e da integrazioni in formato elettronico accessibili o acquistabili in rete.

Nemmeno la pietà, cristiana o no che sia la mia, mi consente di sorvolare sul fatto che il detto decreto riprende parte del precedente n. 112 del 25 giugno 2008 che recava il titolo, altrettanto se non più pomposo, Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria; non posso, inoltre, evitare di ricordare che all’epoca il ministro della pubblica istruzione era Mariastella Gelmini, colei che passerà alla storia non tanto per l’invenzione del tragicomicamente lungo tunnel del neutrino quanto per aver dato un contributo notevole all’affossamento della scuola pubblica.

E che tale affossamento continui, per di più a spese del contribuente, mi accingo a dimostrarlo con i fatti concreti, cioè con i testi ufficiali.

Recita l’articolo 11 (Libri e centri scolastici digitali) della sezione III (Agenda digitale per l’istruzione) del nostro decreto 179:

1 All’articolo 15 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 113, sono apportate le seguenti modificazioni:

  1. al comma 2 il secondo periodo è sostituito dai seguenti: Il collegio dei docenti adotta per l’anno scolastico 2013-2014 e successivi, esclusivamente libri nella versione digitale o mista, costituita da un testo in formato digitale o cartaceo e da contenuti digitali integrativi, accessibili o acquistabili in rete anche in modo disgiunto. Per le scuole del primo ciclo detto obbligo decorre dall’anno scolastico 2014-2015. La delibera del collegio dei docenti relativa all’adozione della dotazione libraria è soggetta, per le istituzioni scolastiche statali e limitatamente alla verifica del rispetto del tetto di spesa di cui al comma 3-bis, al controllo contabile di cui all’articolo 5 del decreto legislativo 30 giugno 2011, n. 123”;
  2. al comma 3 sono apportate le seguenti modificazioni: 
  1. alla lettera a), le parole “a stampa” sono sostituite dalla seguente “cartacea” e sono aggiunte infine le seguenti: “tenuto conto dei contenuti digitali integrativi della versione mista”;
  2. alla lettera b), le parole “nelle versioni on line e mista” sono sostituite dalle seguenti: “nella versione digitale, anche al fine di un’effettiva integrazione tra la versione digitale e i contenuti digitali integrativi”;
  3. alla lettera c), sono aggiunte in fine le seguenti parole: “tenendo conto della riduzione dei costi dell’intera dotazione libraria derivanti dal passaggio al digitale e dei supporti tecnologici di cui al comma 3-ter”.
  1. dopo il comma 3 sono inseriti i seguenti: “3-bis. La scuola assicura alle famiglie i contenuti digitali di cui al comma 2, con oneri a loro carico entro lo specifico limite definito con il decreto di cui al comma 3”. 3-ter. La scuola assicura la disponibilità dei supporti tecnologici necessari alla fruizione dei contenuti digitali  di cui al comma 2, su richiesta delle famiglie e con oneri a carico delle stesse entro lo specifico limite definito con il decreto di cui al comma 3”.

 

2 A decorrere dal 1° settembre 2013 è abrogato l’articolo 5 del decreto-legge 1° settembre 2008, n. 137, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 ottobre 2008, n. 169

 

A chi non ha dimestichezza con i testi legislativi starà già scoppiando la testa per via dei riferimenti a leggi precedenti ed alle loro modifiche successive, che ho diligentemente sottolineato. Io, che non mi lascio intimidire da questi mezzucci indegni di un’autentica democrazia, mi sono masochisticamente divertito a trovare tutti quei riferimenti, che qui, sempre fedelmente e integralmente, riporto:

decreto-legge n. 112 del 25 giugno 2008, articolo 15 (Costo dei libri scolastici):

1. A partire dall’anno scolastico  2008-2009,  nel  rispetto  della normativa vigente e fatta salva l’autonomia  didattica  nell’adozione dei libri di testo nelle scuole di ogni ordine e grado, tenuto  conto dell’organizzazione  didattica   esistente,   i   competenti   organi individuano preferibilmente i libri di testo disponibili, in tutto  o in parte,  nella  rete  internet.  Gli  studenti  accedono  ai  testi disponibili tramite internet,  gratuitamente  o  dietro  pagamento  a seconda dei casi previsti dalla normativa vigente.

 

2. Al fine di potenziare la  disponibilita’  e  la  fruibilita’,  a costi contenuti di testi, documenti e strumenti  didattici  da  parte delle scuole, degli alunni e delle loro famiglie, nel termine  di  un triennio, a decorrere dall’anno  scolastico  2008-2009,  i  libri  di testo per le scuole  del  primo  ciclo  dell’istruzione,  di  cui  al decreto legislativo 19 febbraio 2004, n. 59, e per  gli  istituti  di istruzione di secondo grado sono prodotti nelle versioni a stampa, on line scaricabile da internet, e  mista.  Sono fatte salve le disposizioni relative  all’adozione  di  strumenti  didattici  per  i soggetti diversamente abili. 

 

3. I  libri  di  testo  sviluppano  i  contenuti  essenziali  delle Indicazioni nazionali dei piani di studio e possono essere realizzati in sezioni tematiche, corrispondenti ad unita’ di  apprendimento,  di costo  contenuto  e  suscettibili  di  successivi   aggiornamenti   e integrazioni. Con decreto di natura non  regolamentare  del  Ministro dell’istruzione, dell’universita’ e della ricerca, sono determinati: a) le caratteristiche tecniche dei libri di testo nella  versione a stampa anche al fine di assicurarne il contenimento  del  peso

    b) le caratteristiche tecnologiche dei  libri  di  testo  

    c) il prezzo dei libri di testo della scuola primaria e  i  tetti di spesa dell’intera dotazione libraria per ciascun anno della scuola secondaria di I e II grado, nel  rispetto  dei  diritti  patrimoniali dell’autore e dell’editore 

 

  4. Le Universita’ e le Istituzioni dell’alta formazione  artistica, musicale e coreutica, nel rispetto della propria autonomia,  adottano linee di indirizzo ispirate ai principi di cui ai commi 1, 2 e 3. 

 

legge n. 113 del 6 agosto 2008, articolo 15 (Costo dei libri scolastici):

1. A partire dall’anno scolastico 2008-2009, nel rispetto della normativa vigente e fatta salva l’autonomia didattica nell’adozione dei libri di testo nelle scuole di ogni ordine e grado, tenuto conto dell’organizzazione didattica esistente, i competenti organi individuano preferibilmente i libri di testo disponibili, in tutto o in parte, nella rete internet. Gli studenti accedono ai testi disponibili tramite internet, gratuitamente o dietro pagamento a seconda dei casi previsti dalla normativa vigente.

2. Al fine di potenziare la disponibilità e la fruibilità, a costi contenuti di testi, documenti e strumenti didattici da parte delle scuole, degli alunni e delle loro famiglie, nel termine di un triennio, a decorrere dall’anno scolastico 2008-2009, i libri di testo per le scuole del primo ciclo dell’istruzione, di cui al decreto legislativo 19 febbraio 2004, n. 59, e per gli istituti di istruzione di secondo grado sono prodotti nelle versioni a stampa, on line scaricabile da internet, e mista. A partire dall’anno scolastico 2011-2012, il collegio dei docenti adotta esclusivamente libri utilizzabili nelle versioni on line scaricabili da internet o mista. Sono fatte salve le disposizioni relative all’adozione di strumenti didattici per i soggetti diversamente abili.

3. I libri di testo sviluppano i contenuti essenziali delle Indicazioni nazionali dei piani di studio e possono essere realizzati in sezioni tematiche, corrispondenti ad unità di apprendimento, di costo contenuto e suscettibili di successivi aggiornamenti e integrazioni. Con decreto di natura non regolamentare del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, sono determinati:
a) le caratteristiche tecniche dei libri di testo nella versione a stampa, anche al fine di assicurarne il contenimento del peso;
b) le caratteristiche tecnologiche dei libri di testo nelle versioni on line e mista;
c) il prezzo dei libri di testo della scuola primaria e i tetti di spesa dell’intera dotazione libraria per ciascun anno della scuola secondaria di I e II grado, nel rispetto dei diritti patrimoniali dell’autore e dell’editore.

4. Le Università e le Istituzioni dell’alta formazione artistica, musicale e coreutica, nel rispetto della propria autonomia, adottano linee di indirizzo ispirate ai principi di cui ai commi 1, 2 e 3.

decreto-legge n. 123 del 30 giugno 2011, articolo 5 (Atti sottoposti al controllo preventivo):

1.  Sono  assoggettati  al  controllo  preventivo  di   regolarita’ amministrativa e contabile tutti gli atti dai quali derivino  effetti finanziari per il bilancio dello Stato, ad eccezione di quelli  posti 

in essere dalle amministrazioni, dagli organismi e dagli organi dello Stato dotati di autonomia finanziaria e contabile. 

  2. Sono in ogni caso soggetti a  controllo  preventivo  i  seguenti atti:  

  a) atti soggetti a controllo preventivo di legittimita’ della Corte dei conti;  

  b) decreti di approvazione di contratti o atti aggiuntivi, atti  di cottimo e affidamenti diretti, atti di riconoscimento di debito;  

  c) provvedimenti o contratti di assunzione di personale a qualsiasi titolo;  

  d)  atti relativi al trattamento giuridico ed economico del personale statale in servizio;  

  e) accordi in materia di contrattazione integrativa,  di  qualunque livello, intervenuti ai sensi della vigente normativa legislativa  e contrattuale. Gli accordi locali stipulati dalle articolazioni centrali e periferiche dei Ministeri sono sottoposti al controllo da parte del competente Ufficio centrale del bilancio;  

  f) atti e provvedimenti  comportanti  trasferimenti  di  somme  dal  bilancio dello Stato ad altri enti o organismi;  

  g) atti e provvedimenti  di  gestione  degli  stati  di  previsione dell’entrata e della spesa, nonche’ del conto del patrimonio.  

  3. Gli atti di cui al comma 2, lettera a), sono inviati all’ufficio di controllo e,  per  il  suo  tramite,  alla  Corte  dei  conti.  La documentazione che accompagna  l’atto  viene  inviata  al  competente ufficio di controllo, per il successivo inoltro alla Corte dei conti. Gli eventuali  rilievi  degli  uffici  di  controllo  sono  trasmessi all’amministrazione che ha emanato l’atto. Le controdeduzioni dell’amministrazione sono parimenti trasmesse all’ufficio di controllo e, per il suo tramite, alla Corte dei conti, unitamente all’atto corredato dalla relativa documentazione. La Corte si pronuncia nei termini di cui all’articolo 3 della legge 14 gennaio 1994, n. 20 e all’articolo 27 della legge 24 novembre 2000,  n.  340, che decorrono dal momento in cui l’atto le viene trasmesso,  completo di documentazione, dall’ufficio di controllo competente.  

  4. I contratti  dichiarati  segretati  o  che  esigono  particolari misure di sicurezza, ai sensi dell’articolo 17, comma 7, del  decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163,  sono  sottoposti  unicamente  al controllo contabile di cui all’articolo 6, fatto salvo, in ogni caso, il controllo della Corte dei conti.  

decreto-legge n. 137 del 1° settembre 2008, articolo 5:

Fermo restando quanto disposto dall’articolo 15 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, i competenti organi scolastici adottano libri di testo in relazione ai quali l’editore si sia impegnato a mantenere invariato il contenuto nel quinquennio, salvo le appendici di aggiornamento eventualmente necessarie da rendere separatamente disponibili. Salva la ricorrenza di specifiche e motivate esigenze, l’adozione dei libri di testo avviene con cadenza quinquennale, a valere per il successivo quinquennio. Il dirigente scolastico vigila affinche’ le delibere del collegio dei docenti concernenti l’adozione dei libri di testo siano assunte nel rispetto delle disposizioni vigenti.

 

legge n. 169 del 30 ottobre 2008 (conversione in legge del decreto-legge precedente), articolo  15:

Fermo restando quanto disposto dall’articolo 15 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, i competenti organi scolastici adottano libri di testo in relazione ai quali l’editore si e’ impegnato a mantenere invariato il contenuto nel quinquennio, salvo che per la pubblicazione di eventuali appendici di aggiornamento da rendere separatamente disponibili. Salva la ricorrenza di specifiche e motivate esigenze, l’adozione dei libri di testo avviene nella scuola primaria con cadenza quinquennale, a valere per il successivo quinquennio, e nella scuola secondaria di primo e secondo grado ogni sei anni, a valere per i successivi sei anni. 11 dirigente scolastico vigila affinche’ le delibere dei competenti organi scolastici concernenti l’adozione dei libri di testo siano assunte nel rispetto delle disposizioni vigenti. 

Al lettore, anche lui masochista, che mi abbia eventualmente fin qui seguito faccio notare che ai titoli pomposi Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria del decreto n. 112 del 25 giugno 2008 e Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese del decreto n. 179 del 19 ottobre u. s. non corrisponde nessun riferimento a destinazione di risorse.  L’articolo 8 del primo dopo la sua conversione nella legge n. 169 del 30 ottobre 2008 recita: Dall’attuazione del presente decreto non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica; nell’articolo 38 (Disposizioni finanziarie) del secondo compare copertura finanziaria per altri articoli ma non per il 15.

Questa osservazione mi serve per portare a termine la dimostrazione dell’assunto iniziale dell’affossamento della scuola pubblica che continua sempre a spese del contribuente.

Da un governo tecnico mi sarei aspettato anzitutto un provvedimento che non è solo formale, come a prima vista potrebbe sembrare: scrittura chiara delle leggi con riferimenti a quelle precedenti solo in caso di stretta necessità. L’articolo 15 (almeno quello!) del recente decreto 179 qui preso in esame poteva, per esempio, essere così riscritto:

1. A partire dall’anno scolastico  2008-2009,  nel  rispetto  della normativa vigente e fatta salva l’autonomia  didattica  nell’adozione dei libri di testo nelle scuole di ogni ordine e grado, tenuto  conto dell’organizzazione  didattica   esistente,   i   competenti   organi individuano preferibilmente i libri di testo disponibili, in tutto  o in parte,  nella  rete  internet.  Gli  studenti  accedono  ai  testi disponibili tramite internet,  gratuitamente  o  dietro  pagamento  a seconda dei casi previsti dalla normativa vigente.

 

2. Al fine di potenziare la disponibilità e la fruibilità, a costi contenuti di testi, documenti e strumenti didattici da parte delle scuole, degli alunni e delle loro famiglie, nel termine di un triennio, a decorrere dall’anno scolastico 2008-2009, i libri di testo per le scuole del primo ciclo dell’istruzione, di cui al decreto legislativo 19 febbraio 2004, n. 59, e per gli istituti di istruzione di secondo grado sono prodotti nelle versioni a stampa, on line scaricabile da internet, e mista. Il collegio dei docenti adotta per l’anno scolastico 2013-2014 e successivi, esclusivamente libri nella versione digitale o mista, costituita da un testo in formato digitale o cartaceo e da contenuti digitali integrativi, accessibili o acquistabili in rete anche in modo disgiunto. Per le scuole del primo ciclo detto obbligo decorre dall’anno scolastico 2014-2015. La delibera del collegio dei docenti relativa all’adozione della dotazione libraria è soggetta, per le istituzioni scolastiche statali e limitatamente alla verifica del rispetto del tetto di spesa di cui al comma 3-bis, al controllo contabile di cui all’articolo 5 del decreto legislativo 30 giugno 2011, n. 123. Sono fatte salve le disposizioni relative all’adozione di strumenti didattici per i soggetti diversamente abili.

 

 3. I libri di testo sviluppano i contenuti essenziali delle Indicazioni nazionali dei piani di studio e possono essere realizzati in sezioni tematiche, corrispondenti ad unità di apprendimento, di costo contenuto e suscettibili di successivi aggiornamenti e integrazioni. Con decreto di natura non regolamentare del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, sono determinati:
a) le caratteristiche tecniche dei libri di testo nella versione cartacea, anche al fine di assicurarne il contenimento del peso, tenuto conto dei contenuti digitali integrativi della versione mista;
b) le caratteristiche tecnologiche dei libri di testo nella versione digitale, anche al fine di un’effettiva integrazione tra la versione digitale e i contenuti digitali integrativi;
c) il prezzo dei libri di testo della scuola primaria e i tetti di spesa dell’intera dotazione libraria per ciascun anno della scuola secondaria di I e II grado, nel rispetto dei diritti patrimoniali dell’autore e dell’editore, tenendo conto della riduzione dei costi dell’intera dotazione libraria derivanti dal passaggio al digitale e dei supporti tecnologici di cui al comma 3-ter.

 

3-bis. La scuola assicura alle famiglie i contenuti digitali di cui al comma 2, con oneri a loro carico entro lo specifico limite definito con il decreto di cui al comma 3.

 

3-ter. La scuola assicura la disponibilità dei supporti tecnologici necessari alla fruizione dei contenuti digitali  di cui al comma 2, su richiesta delle famiglie e con oneri a carico delle stesse entro lo specifico limite definito con il decreto di cui al comma 3.

4 A decorrere dal 1° settembre 2013 è abrogato l’articolo 5 del decreto-legge 1° settembre 2008, n. 137, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 ottobre 2008, n. 169. 

Il lettore, sempre quello di prima, avrà notato che questa volta ho apposto delle sottolineature che mi accingo a commentare:

1) Gli  studenti  accedono  ai  testi disponibili tramite internet,  gratuitamente  o  dietro  pagamento  a seconda dei casi previsti dalla normativa vigente.

Non capisco il riferimento alla normativa vigente, a meno che per testo disponibile gratuitamente s’intenda, per esempio, una voce di wikipedia o un testo datato e, quindi, non più soggetto al diritto d’autore. Sono queste le fonti che già da tempo qualsiasi scuola anche modestamente attrezzata dal punto di vista tecnologico avrebbe dovuto insegnare ad utilizzare intelligentemente. I testi di cui qui si parla (Ebook o altro) , invece, non saranno certo messi a disposizione gratuitamente dagli editori che, come chiunque vive del proprio onesto lavoro, può fare beneficenza solo una volta ogni tanto.

2) …accessibili o acquistabili in rete anche in modo disgiunto.

Vale quanto detto al punto precedente.

3) riduzione dei costi dell’intera dotazione libraria derivanti dal passaggio al digitale e dei supporti tecnologici.

Io andrei molto cauto col concetto di riduzione dei costi, perché bisogna immaginare che lo studio non potrà mai essere fatto proficuamente a schermo né dal singolo né collettivamente nel caso in cui gli utenti siano interfacciati singolarmente tra loro e collettivamente con il docente. Questo richiederebbe, oltretutto,  un adeguamento delle attrezzature che rischierebbero di diventare obsolete nel giro di un lustro, con un impegno finanziario che, con i chiari di luna attuali, è proibitivo per qualsiasi  scuola pubblica che, ormai, non è in grado di fare nemmeno la normale manutenzione dell’esistente, per giunta vecchio. Non solo: prevedo nell’immediato un’attività frenetica di stampanti e il consumo incontrollabile di toner, cartucce e carta. D’altra parte, chi, come il sottoscritto,  si presenta la dichiarazione dei redditi da sé con l’invio, obbligato, on line, deve da qualche anno a questa parte conservare, per sua precauzione anche su supporto cartaceo,  la copia della dichiarazione inviata telematicamente ma anche l’attestazione di avvenuta ricezione da parte dell’Agenzia delle entrate e, dopo qualche giorno e da parte della stessa, anche la copia-riscontro di quanto ricevuto. Bilancio finale: consumo di carta e di inchiostro raddoppiato rispetto a quando il tutto veniva inviato tramite il servizio postale…

Se poi, in alternativa, consegna la sua dichiarazione ad un ufficio territoriale della detta agenzia deve esibire la dichiarazione compilata in cartaceo (non sono ammessi file su chiavetta, cd e simili) che verrà dall’addetto digitata e stampata in due copie che l’interessato firmerà trattenendone una alla quale verrà allegata la ricevuta di avvenuta consegna. Dopo circa un mese il contribuente dovrà tornare per ritirare l’attestato di avvenuta trasmissione dall’ufficio territoriale e ricezione dalla sede centrale della sua dichiarazione; nell’occasione riceverà anche una copia della dichiarazione così come pervenuta alla sede centrale. Lascio al lettore, questa volta, fare il calcolo dello spreco di carta, di inchiostro e di tempo in questo stramaledetto  e insensato tour burocratico.

4) La scuola assicura alle famiglie i contenuti digitali di cui al comma 2, con oneri a loro carico entro lo specifico limite definito con il decreto di cui al comma 3.

A parte il fatto che è fin troppo comodo assicurare qualcosa ad uno a sue spese (lo fa pure l’idraulico, salvo, poi, a ritrovarti, dopo il suo intervento, con la casa allagata…) e che è molto meglio che qualcosa ci venga data a spese altrui ed a nostra insaputa…, non mi fa presagire nulla di buono lo specifico limite definito con il decreto di cui al comma 3, espressione in cui è chiaro solo l’intento dilatorio. Non ci sarà da meravigliarsi, perciò, se nel 2020 ancora si parlerà di questa rivoluzione in fieri, nonostante essa sarebbe dovuta partire con l’anno scolastico 2008-2009!

5) La scuola assicura la disponibilità dei supporti tecnologici necessari alla fruizione dei contenuti digitali  di cui al comma 2, su richiesta delle famiglie e con oneri a carico delle stesse entro lo specifico limite definito con il decreto di cui al comma 3.

Vale esattamente quanto detto al punto precedente. Non capisco solo perché il su richiesta delle famiglie compaia solo qui in riferimento all’hardware e non anche nel punto precedente riguardante il software.

Può sembrare contraddittorio, per chi che, come me, è sempre stato un acceso fautore dell’uso intelligente del pc e di Internet nella scuola e della digitalizzazione ed immissione in rete per un utilizzo gratuito di tutto ciò che è digitalizzabile (nel rispetto del, per certi aspetti discutibile, diritto d’autore), formulare che per il bene dei nostri giovani si verifichi quanto preconizzato (!) nella parte conclusiva del commento al punto 4, non solo perché, per quanto ho detto, non mi sembrano maturi i tempi (chissà se mai lo saranno…) per un passaggio pur non integralmente  sostitutivo, per quel che riguarda il libro, dal cartaceo al digitale, ma pure perché di  ciò che poteva essere un formidabile strumento di democrazia (la rete) si sfruttano solo le possibilità di veicolo commerciale (anche io, per fare un solo esempio, compro on line le cartucce universali per la mia stampante invece delle originali il cui tosto totale, sono sei, supera di gran lunga quello della stampante…che mai con questo tipo di cibo, malgrado ciò che qualcuno dice, ha avuto problemi di sorta, sia fisici, leggi avarie dell’hardware, sia di resa, nemmeno nelle stampe fotografiche), con buona pace dei librai che a breve dovranno cambiare, pure loro, mestiere.

Ma cosa succederà dopo il 2020? Probabilmente il ragazzo consegnerà il suo bravo compito di italiano (zeppo di acronimi e simboli di ogni specie, tanto che se letto ad un maiale la povera bestia risponderà a tono…) o di altra materia in formato digitale, corredato magari di un allegato in MP7 (diamine, siamo nel 2020!) o con un file sonoro incorporato nel testo, contenente un messaggio teso ad ottenere clemenza con una preghiera o con una minaccia.

 

Avrebbe potuto farne a meno perché il docente (lo immagino sulla settantina, vista la velocità con cui la classe docente, e non solo quella…, risulta rinnovata fino ad ora), quasi totalmente digiuno delle nuove tecnologie e troppo pieno conoscitore della grammatica, per non avere, comunque, rogne applicherà il non capisco ma mi adeguo di arboriana memoria.

 

Eppure, saranno passati poco più di cinquant’anni da quando noi studenti adoperavamo per lo stesso scopo il foglio protocollo.  Qualcuno di noi, con una trasposizione assolutamente legittima sul piano fonetico ma anche su quello esistenzialmente consolatorio, dal momento che l’unico brodo negli anni del dopoguerra era quello vegetale, pronunziava brotocollo, senza sapere che protocollo è dal latino medioevale protocòllu(m), per cui il Du Cange (op. cit., tomo pag. 542) registra la seguente definizione: Liber ex glutine compactus  in quel acta publica referuntur

. Protocòllum, a sua volta, è trascrizione del greco πρωτόκολλον=prima sezione di un rotolo di papiro (con dati di fabbricazione ed altro), composto da πρώτον=primo+la radice di κολλάω=incollare (da κόλλα=colla); πρωτόκολλον, insomma, era il primo foglio di un rotolo di papiro costituito dalla giustapposizione, per mezzo di colla, di più fogli.

Si perderà il ricordo del brotocollo, ma anche del quinterno. Sempre gli stessi scolaretti in occasione dei compiti in classe compravano, infatti,  cinque fogli brotocolli (due per la brutta copia, due per la bella ed uno, non si sa mai, di riserva o anche da dare a qualche compagno che, per un motivo o per l’altro, ne avesse avuto bisogno), di solito in tabaccheria. Va precisato che,  accanto al modello più antico (utilizzato anche per la carta bollata) si affermò per uso scolastico quello in cui i righi non erano intersecati  da una linea alle due estremità. Ricordo come ieri la vergogna che per oltre due anni provai nell’usare il modello più vecchio per colpa di mio padre che ne aveva acquistato un numero notevole,  per me infinito, di esemplari.

 

Vallo a spiegare al ragazzino (ma anche al genitore …) già fornito, fra l’altro, di telefonino di ultima generazione e di zaino firmato e che si accinge a fare il suo ingresso trionfale in aula esibendo il lettore digitale (e relativi accessori…) appena scelto tra i modelli più costosi, seguito dagli sguardi invidiosi dei compagni che hanno dovuto accontentarsi (nonostante il generoso contributo governativo…) di un modello di seconda o terza mano. E se quel ragazzino ha un quoziente di intelligenza o semplicemente un rendimento scolastico molto basso, di che preoccuparsi? L’importante è che appaia in un mondo fatto di apparenze, anche perché è sulla buona strada per aspirare un domani (se questo dovesse restare simile all’oggi…) a un posto di comando o di potere; e poi, per elevare, se ce ne fosse bisogno, il suo quoziente di intelligenza, ci sarà sempre un microchip da inserire nella sua scatola cranica; anzi, più di uno, perché lo spazio non manca in un contenitore vuoto…

 

La cinghia dei pantaloni, umiliante pegno della parola d’onore

LA CIVILTA’ CONTADINA NEL SALENTO DI FINE OTTOCENTO

LA CURESCIA

 

Nella ricerca di una giornata lavorativa, da simbolico scettro di comando la cinghia dei pantaloni diveniva l’umiliante pegno sostitutivo della parola d’onore.

Jean-François Millet – Uomo con la zappa

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

Cinca sciurnàta ole ttruàre si fazza la chiàzza pi’ cummàre” (“Chi vuole trovare giornata lavorativa, non una donna ma la piazza deve farsi per comare=amante”), consigliava un antico proverbio i cui termini, intesi come positivi, venivano però contrastati, anzi drasticamente capovolti da un altro detto che definiva la piazza “Càcchiu pi’ llu cuéddhru ti li sciurnalièri” (“Cappio per il collo dei giornalieri”). Diritto e rovescio di una stessa medaglia che nell’unificazione delle due oggettivazioni si tramutava in referente sociale, per di più venendo a spirare, per il tramite delle diversificate valutazioni, in una sintesi di consonanze fra le mutazioni cicliche della natura e le oscillazioni occupazionali di quanti lavoravano la terra.

In questa sincronia di rapporti infatti, il periodo invernale e quello estivo ne uscivano sottintesi, quasi mimicamente rappresentati da quel figurale di uomini dalle coppole scure che al crepuscolo affluivano verso il centro della piazza, via via formando una siepe lungo il tratto più di passaggio. Un modo – ufficializzato dall’uso – di porsi ‘in vendita’, ovverosia segnalare il loro stato di disoccupati ai rappresentanti del potere padronale, ai fattori appunto, che interessati a reperire manodopera da impiegare sulle terre dei latifondi o nei

22 novembre. Santa Cecilia e le pèttule a Taranto

 

Piccoli e semplici gesti… grandi  e genuini ricordi… ed è festa!

Le pèttuli, il sapore della mia terra

 

di Daniela Lucaselli

Il 22 novembre ricorre, nell’anno liturgico, una delle feste più popolari della tradizione, santa Cecilia. Per Taranto e i tarantini è un giorno speciale in quanto questa ricorrenza segna l’inizio dell’Avvento, l’alba dei festeggiamenti natalizi, in netto anticipo rispetto a tutti gli altri paesi in cui si respira aria di festa solo dall’Immacolata o da Santa Lucia.

Il perpetuarsi di antiche usanze rende vivo il legame col passato e, nel caso specifico,  le festività natalizie si arricchiscono di un profondo significato, che supera le barriere dello sfrenato consumismo di una società che sembra non credere più negli antichi valori.

Una magica atmosfera avvolge, in una suggestiva sinergia musicale, le tradizioni sia religiose che pagane. Non è ancora l’alba quando, per le strada di Taranto, si ode, da tempi ormai remoti, la Pastorale natalizia. Ed è così che nasce questa tradizione. Le bande musicali locali, in particolare il Complesso Bandistico Lemma, città di Taranto, svegliano gli abitanti dei quartieri della città,  diffondendo, nella nebbia mattutina, la soave melodia, per onorare Santa Cecilia, protettrice dei musicisti. I primi ad alzarsi sono i bambini che, incuriositi, corrono vicino ai vetri della finestra che affaccia sulla strada e, con la mano, frettolosamente, puliscono i vetri appannati. Dinanzi ai loro occhi, i musicanti infreddoliti, orgogliosi protagonisti di questo momento, augurano un buon Natale. Si vanno a rinfilare sotto le coperte, al dolce tepore del letto, chiudono gli occhi e continuano ad ascoltare, in un indimenticabile dormiveglia, le note della banda. Rimangono in attesa del momento in cui sentiranno l’odore di olio fritto…

Secondo la tradizione, infatti,  le mamme preparano, al passaggio dei suonatori, le pettole. Le famose “pastorali” sono state composte da maestri musicisti tarantini, come Carlo Carducci, Domenico Colucci, Giovanni Ippolito, Giacomo Lacerenza, , che si sono  ispirati ad antiche tradizioni, che affondano le loro radici nelle melodie suonate dai pastori d’Abruzzo che, durante la transumanza, scendevano nella nostra terra, con il loro gregge.

Muniti di zampogne, ciaramelle e cornamuse  percorrevano i vicoli della città, regalando le loro dolci melodie in cambio di cibo. I tarantini donavano ai pastori delle frittelle di pasta di pane, un prodotto povero e  semplice, ma,

La Repubblica Neritina

Il 9 aprile 1920 i contadini di Nardò si sollevarono contro lo strapotere dei latifondisti

LA REPUBBLICA NERITINA

Al grido di “pane, lavoro e libertà” oltre cinquemila rivoltosi, capeggiati da Giuseppe Giurgola e Gregorio Primativo, occuparono il Palazzo di Città e tennero testa per un’intera giornata alle forze dell’ordine accorse in gran numero dal capoluogo

Nardò, piazza Salandra, l’antico palazzo municpale


di Emilio Rubino

Per attirarsi le benevolenze e i favori del popolino e per mantenerlo nell’alveo dell’ordine pubblico e del quieto vivere, i governanti di ogni epoca e di ogni luogo puntavano essenzialmente al raggiungimento di due obiettivi di estrema importanza. Come prima cosa, essi garantivano a ogni cittadino una razione giornaliera di pane per tacitare i languori di stomaco e, soprattutto, eventuali pericolose contestazioni; in secondo luogo, organizzavano di tanto in tanto delle feste, degli intrattenimenti pubblici, delle gare sportive, dei tornei popolari per infondere nel loro animo la necessaria contentezza, buon viatico per affrontare il duro lavoro quotidiano. Insomma applicavano alla lettera l’antico motto “Panem et circenses” dei nostri padri latini. Aveva ben ragione Lorenzo il Magnifico quando asseriva che pane e feste tengono il popolo quieto. Nel regno delle due Sicilie i Borbone attuarono un sistema ancora più mirato, la cosiddetta politica delle tre F: Feste, Farina e Forca. In presenza di questi necessari elementi, la vita pubblica di ogni comunità cittadina non poteva che scorrere tranquillamente.

Ci sono stati casi, purtroppo, in cui le sorti di una nazione sono state completamente sovvertite dalla rivolta popolare per la scarsa lungimiranza, l’incuria e l‘arroganza di certi regnanti. La storia, magistra vitae, ci ha tramandato alcuni esempi, il più eclatante dei quali è la Rivoluzione Francese. Scaturita dalle tante ingiustizie sociali, dalla corruzione dilagante e dalle continue vessazioni alle quali era sottoposta la gleba, esplose in modo cruento e sanguinoso allorquando i cittadini, da giorni in agitazione per la mancanza di pane, si sentirono ancor di più umiliati e vilipesi dalla regina Maria Antonietta che, ad un loro accorato appello, aveva risposto incautamente e con distacco: ”Non hanno pane?… allora che mangino brioches!”. Poi, sappiamo bene come sono andate a finire le cose.

Una situazione analoga, anche se di proporzioni molto ridotte, accadeva all’inizio del secolo scorso in diversi comuni del Salento e, in modo particolare, a Nardò. Grandi masse di contadini, muratori e braccianti vivevano in condizioni di estrema miseria e tra tante sofferenze. Sfruttati dai latifondisti, dovevano chinare la testa e accettare mestamente ogni tipo di maltrattamento e mortificazione. I governanti dell’epoca, purtroppo, stavano dalla parte dei “padroni”, tolleravano ogni loro sopruso, addirittura li proteggevano e nulla si poteva fare o dire contro di loro per non ritrovarsi senza il minimo necessario alla sopravvivenza. Mancava il lavoro, nonostante ci fossero a disposizione immensi campi incolti di proprietà dei “signori”, i quali preferivano non coltivarli piuttosto che sobbarcarsi al pagamento di un salario giornaliero di £ 7 a contadino. Questa era la paga pro-capite pattuita con il Prefetto di Lecce.

Era difficile, assai difficile campare con quei padroni, i quali, nonostante tutto, continuavano a retribuire i contadini alla vecchia maniera, dando loro un salario di una lira e mezza al giorno. La povera gente, per non inimicarsi il padrone strangolatore, era costretta, obtorto collo, ad accettare le imposizioni e a mantenere un silenzio omertoso.

veduta settecentesca di Nardò

Riportiamo un’eloquente testimonianza di un funzionario di Pubblica Sicurezza rilasciata nel 1922, esattamente due anni dopo la sanguinosa rivolta neritina: “La mentalità dei signori di Nardò è tuttora arretrata, come ai tempi del duca di Conversano, che, giungendo in città nel 1647, rimase attonito per l’eccessiva tolleranza con cui si trattavano i servi della gleba, nonostante questi vivessero in condizioni disumane, come un branco di bestie moleste e dannose”.

Lo stesso Tommaso Fiore annotava in un suo scritto: “I padroni della gleba sono avidi, gretti, bigotti sino all’assurdo, reazionari, nemici acerrimi della gente povera”. Noi aggiungiamo che i “signori”, ed anche i loro pupilli, abusano delle donne, soprattutto di quelle che avevano estremo bisogno di portare avanti la propria famiglia.

Con tanta rassegnazione nel cuore e nella speranza che la situazione potesse migliorare, i contadini e i braccianti, sconfitti e umiliati, continuavano a subire ogni genere di sopraffazione e a masticare l’amarezza delle loro sofferenze.

“Cusì ‘ole Diu!” – erano soliti dire, a giustificazione delle loro pene.

Poi giunse la Grande Guerra.

“Difendete la Patria e sarete ricompensati!” – fu promesso loro prima di partire per il fronte e combattere contro gli Austriaci in difesa degli interessi della “casta degli eletti”, ma non certamente di tutti gli Italiani.

Furono in molti a perire sul Piave o sui monti della Carnia e pochi, soltanto pochi, a riabbracciare la moglie, i figli, i genitori. In cambio non ottennero nulla. Non un pezzetto di terra da coltivare in proprio (nonostante le iniziali promesse), non una sussistenza che potesse lenire i tanti disagi, ma soltanto una misera medaglia di rame o una croce di bronzo e, tutt’al più, una modestissima pensione d’invalidità, a ricordo di una guerra che era stata prodiga soltanto di lutti.

Ritornarono le paghe basse, ritornò lo sfruttamento dei ricchi proprietari, ritornarono prepotentemente a riaffacciarsi la solita miseria e la solita fame. Tutto come prima, se non più di prima.

Era comprensibile, quindi, come a questi umili uomini covasse nel cuore un giustificato risentimento di odio e di riscatto nei confronti dei ricchi proprietari e accogliessero con favore coloro che si battevano per la loro causa e per la costruzione di una società più giusta e socialmente più avanzata. Pian piano si cominciò a parlare di Socialismo e si dette vita alle Leghe. Sorse, entro le vecchie mura di questa sonnacchiosa città, la “Lega di Resistenza dei Contadini”, il cui animatore fu il neritino Eugenio Crisavola, ottimo persuasore e agitatore, e, per tale motivo, inviso sia ai ricchi signori sia al clero locale che, di socialismo, non volevano nemmeno sentir parlare. Quest’uomo era considerato un sobillatore di coscienze, era il diavolo vestito di rosso, che metteva zizzanie nella mente del popolino.

Si badi attentamente che, in quegli anni, i signori, pur retribuendo il bracciantato con paghe misere, che a malapena consentivano l’acquisto del pane, si facevano pagare l’olio ed altre necessarie cibarie (di scarsa qualità, ovviamente) a prezzi esagerati; allo stesso modo, imponevano per le anguste case date in locazione (più che altro tuguri) affitti salatissimi, da veri strozzini.

Nardò, piazza Salandra con il Sedile e la guglia

Ben presto si manifestarono i primi malcontenti di piazza e le dure contestazioni allo strapotere della classe agiata. Le forze dell’ordine riuscirono facilmente ad avere il sopravvento sui dimostranti e a disperderli nelle campagne, anche perché erano poco organizzati.

Un delegato di Pubblica Sicurezza, disgustato dallo spropositato intervento delle forze dell’ordine, ebbe a scrivere al Prefetto di Lecce: “Non è giusto, né opportuno, né possibile usare la forza contro disoccupati che non chiedono altro che il lavoro… I signori pretenderebbero avvalersi della loro disoccupazione per farli lavorare nei loro terreni con pochi denari, ed esigono che l’Autorità, con la forza, li protegga”.

L’intransigenza dei padroni, nonostante tutto, continuava a persistere come prima e più di prima.

Nel frattempo, il 7 aprile 1920, accadeva nell’interno della Lega dei Contadini un avvenimento decisivo, che avrebbe stravolto da lì a poco l’intera vita della città. Si erano verificati gravi contrasti tra il Crisavola, che voleva trattare con i padroni, e Gregorio Primativo e Giuseppe Giurgola, entrambi favorevoli ad uno scontro frontale. A spuntarla furono i secondi. L’8 aprile si preparò lo sciopero generale, si studiò nei particolari il piano per isolare completamente la città e per far cadere il governo municipale. Alla rivolta aderì anche la Lega Muratori. Tra gli scioperanti nacque l’idea di proclamare, a battaglia vinta, “La Repubblica Neritina”, retta dai proletari rivoluzionari. Si diede vita ad un corpo di polizia denominandolo “Guardie Rosse”, al quale aderirono numerosi giovani, e fu nominata una Commissione Permanente di Agitazione, a presidente della quale fu chiamato il carismatico Giuseppe Giurgola.

Nella notte tra l’8 e il 9 aprile furono tagliati i fili del telefono e della luce, s’innalzarono barricate agli ingressi principali della città, fu bloccata la stazione ferroviaria, disarmati i carabinieri e il delegato di Pubblica Sicurezza, di modo che Nardò fu totalmente isolata.

Alle sette della mattina successiva, la città si sollevò dalle sue ataviche sofferenze e una folla di oltre cinquemila persone si riversò nella Piazza del Comune, mentre i ricchi proprietari si rinserrarono nei palazzi insieme alla servitù, rimasta loro fedele. Alcuni baldi giovani salirono sulla loggia del Municipio per ammainare il tricolore e issare la bandiera rossa. Un consistente manipolo di dimostranti sfondò il portone di palazzo Personè e dai magazzini furono trafugati grano, vino, olio, formaggi e salumi in abbondanza.

Verso le tre pomeridiane arrivarono in città settanta soldati e trenta carabinieri, armati di moschetti, pistole e bombe a mano. L’ordine impartito dal Prefetto di Lecce era stato perentorio: repressione!

Intanto la folla dei rivoltosi si era radunata nei pressi della “Porta ti lu pepe”. In prima linea alcune donne iniziarono a lanciare pietre e quant’altro capitasse nelle loro mani contro i militari, che si avvicinavano a ranghi serrati. Un soldato puntò contro la folla il fucile senza però sparare. Immediatamente il militare fu assalito da cinque dimostranti che lo disarmarono e lo pestarono duramente. La scintilla della sommossa era ormai scoccata. Di fronte al furore incontenibile dei rivoltosi, i militari indietreggiarono mentre la folla, scatenata e agguerrita, continuava a scagliare pietre ed oggetti di ogni dimensione. Ben presto i soldati, vistisi alle strette, lanciarono contro i manifestanti due bombe a mano. Fu una vera strage: persero la vita cinque uomini, un sesto morirà dopo alcune ore. I feriti furono ventisette, alcuni dei quali in condizioni gravi, mentre tra le forze dell’ordine si contò un solo morto.

La guerriglia terminò dopo tre ore, intorno alle sei di sera, quando i rivoltosi furono accerchiati e presi tra più fuochi. Intanto continuavano a giungere da tutta la provincia altre forze dell’ordine (un migliaio in tutto) che rincorsero i manifestanti, dividendoli e disperdendoli nelle vicine campagne. Alla fine i militari arrestarono ben duecento persone, grazie anche all’aiuto dei servi dei padroni, che in seguito si lasciarono andare ad ogni azione delittuosa nei confronti dei contadini che abitavano nei casolari di campagna.

Gregorio Primativo fu arrestato il 20 aprile. Mandati di cattura furono spiccati anche contro il Crisavola e altri personaggi di spicco, fra cui il noto avvocato galatinese Carlo Mauro, colpevole di aver partecipato alla costituzione della Lega di Resistenza dei Contadini.

Il mitico Giuseppe Giurgola si rifugiò nella Repubblica di San Marino, che gli dette asilo politico. In seguito, si trasferì esule in Francia, dove morì nell’agosto del 1938 in un incidente sul lavoro.

La repressione dei padroni si scatenò con ferocia inaudita sui contadini e muratori rivoltosi tra l’inspiegabile indifferenza delle forze dell’ordine.

La mattina del 10 aprile i ricchi proprietari organizzarono una contromanifestazione per le strade cittadine. I palazzi furono bardati col tricolore e ornati a festa. Una folla di 1500 persone sfilò per le vie più importanti di Nardò, con in testa gli agrari più ricchi (Zuccaro, Personè, Giannelli, Muci, Fonte, Vaglio, Colosso, Arachi, Saetta, ecc.).

Cinque giorni dopo, esattamente il 15 aprile, alcuni signori si riunirono nel Palazzo Comunale e fondarono il “Fascio d’Ordine”, i cui componenti si vantarono di aver represso la sommossa e affossato la Repubblica Neritina: un’istituzione vissuta solo ventiquattro ore, ma che poi rinacque più forte e più bella vent’anni dopo.

Quella dei rivoltosi sottoposti al giudizio del Tribunale Penale di Lecce è un’altra brutta pagina di storia, sulla quale ci soffermeremo in un prossimo articolo.


La motonave Vlora

di Gianni Ferraris

La motonave Vlora (Valona in albanese) venne costruita nei cantieri di Genova negli anni ’60. Nell’agosto 1991 era un malconcio mercantile che faceva rotte lunghe, in quei giorni attraccò a Durazzo per scaricare tonnellate di zucchero cubano, fu proprio durante le operazioni di scarico che Halim Malaqi, il poco più che trentenne comandante della Vlora, e il suo equipaggio videro arrivare di corsa migliaia di persone che presero letteralmente d’assalto la nave occupandone ogni spazio vitale, alcuni si issarono fino sui pennoni, il ponte brulicava di teste, le stive erano veri e propri carnai. C’erano uomini di ogni età, donne, bambini assiepati come sardine in scatola, Malaqi fu costretto a partire con il suo carico di zucchero e persone in un viaggio che aveva dell’incredibile, al comando di una nave senza un motore e senza radar. Per i circa ventimila “passeggeri” era la corsa e la fuga verso la libertà. Così era vista l’Italia dall’Albania, terra di libertà. “Vedevamo la televisione italiana” dicono gli intervistati. Confondevano l’Italia con la Carrà, la libertà con Pippo Baudo.

Partirono, direzione Brindisi, Italia, Libertà.

In marzo ci fu un primo grande esodo, cinque motonavi e almeno dieci pescherecci sbarcarono sul molo di Brindisi migliaia di persone che fuggivano da cinquant’anni di governo di Enver Hosha che tenne un intero popolo nella povertà assoluta, come accadeva ai regimi del Socialismo cosiddetto reale. Forme di populismo chiuso, gretto e violentemente repressivo contro i “dissidenti”; “avevamo paura di dire una sola parola contro il regime perché venivamo incarcerati immediatamente” dice uno segli esuli del Vlora. E i passeggeri dei primi sbarchi vennero accolti da una popolazione stupenda, solidale. I brindisini mostrarono la loro grandezza aprendo le case, accogliendo, offrendo quel che potevano a quei poveracci arrivati con molto orgoglio, ma molto spesso in mutande, senza soldi, senza cibo, senza un luogo dove andare, solo una corsa verso un paese che sapevano civile, ancora non sospettavano quanto criminalmente duro, rigido, e ai limiti della violazione della carta dei diritti umani del governo composto all’epoca da Democrazia Cristiana e Partito Socialista. Presidente del consiglio l’inossidabile Andreotti, suo vice il belloccio del PSI, Claudio Martelli (che era anche ministro di grazia e giustizia), e ancora Vincenzo Scotti agli interni, e via via, Cirino Pomicino, Goria, Bodrato, De Lorenzo, tutti colpevoli, in epoca pre leghista, del primo immane respingimento di massa di albanesi, Agli esuli del Vlora misero in mano 50 mila lire e li ricacciarono nel loro girone infernale dicendo loro che l iavrebbero trasportati in centri di accoglienza. La legge Martelli sui respingimenti era degna dei più raffinati xenofobi leghisti. Quel viaggio, i motivi della partenza, le corse verso la nave, l’unica, che sarebbe partita, le speranze, le illusioni sono raccontate nel film documentario “La Nave dolce” per la regia di Daniele Vicari.

Come è narrata la felicità nel vedere Brindisi dopo venti ore di navigazione, l’impossibilità di attracco perché le autorità portuali non dieredero assenso. Poi il viaggio, l’altro, verso Bari, la permanenza in mare a causa di una nazione che non aveva voluto prepararsi a quell’ondata di persone vista e prevista da tempo. Poi i tuffi dalle murate della nave di migliaia di ragazzi, uomini, donne che nuotavano verso la terraferma, verso la “libertà”, e il molo preso d’assalto, persone tenute al sole cocente dell’otto agosto barese, poi letteralemnte deportati nel campo di calcio senza ascoltare il sindaco di Bari, Enrico Dalfino, che chiedeva tendopoli e assistenza, chiedeva l’esercito e la protezione civile. Il governo fu inflessibile con i miseri, duro con gli inermi. Utilizzò il campo di calcio come si fa in paesi che dicevamo incivili. Solo il Presidente Cossiga arrivò a Bari per usare parole di incredibile brutalità contro il sindaco e la giunta tutta “…Non ringrazio, invece, il comune di Bari, né tantomeno ringrazio il sindaco le cui dichiarazioni sono semplicemente irresponsabili. Mi dispiace – ha detto il presidente della Repubblica – che questa città, così generosa, abbia un siffatto sindaco…” Colpevole, secondo Cossiga, di aver ecceduto con la pietas. Meglio tenere donne, bambini e uomini al sole dell’agosto pugliese di un campo di calcio. Il sindaco, non ricevuto da quel presidente, rispose dicendo: “…Anche quando Adamo fu cacciato dall’ Eden sapeva di che cosa doveva rispondere. Quando saprò di cosa dovrò chiedere scusa, se effettivamente valuterò riprovevole questo mio comportamento sul piano morale e giuridico, chiederò scusa…”

I pugliesi hanno fatto grandissimi gesti di solidarietà in quei giorni, il governo italiano si è dimostrato peggiore dei peggiori. Poi ci furono i respingimenti, poi la storia cambiò per sempre. Gli immigrati in Italia erano all’epoca 300.000, ai giorni nostri superano i 4 milioni. E siamo, contro ogni pietas, contro ogni convenzione, il paese che ha l’infamia del reato di clandestinità. L’hanno voluto quelli che compravano lauree in Albania.

I tartufi del Salento

 

di Massimo Vaglio

Facile dire Salento, certamente molto più difficile trovare una sua puntuale ed esaustiva descrizione, persino nello spazio della più ampia e valida delle guide. Tante sono, infatti, le emergenze, la varietà di ambienti, di usi e tradizioni, che rendono unico e sorprendente come pochi altri, questa estrema propaggine italica. Una terra, che non finisce mai di sorprendere, e non solo il visitatore, ma anche i suoi stessi abitanti, e persino i più profondi conoscitori.

Anche, il più esigente dei gourmet  trova qui un’infinita, varia e talvolta inaspettata platea di prodotti con cui soddisfare la sua  passione. Naturale, che i protagonisti della gastronomia locale siano in prevalenza i tipici prodotti mediterranei, ma le sorprese non mancano e non di rado si incontrano prodotti e piatti di matrice nettamente più nordica e continentale, retaggio di antichi scambi e contaminazioni.

Un popolo ricco di storia quindi, che con intelligenza ha saputo fare tesoro anche delle più umili e neglette risorse locali, ma che, quando ne ha avuto la possibilità con altrettanta intelligenza e grande apertura mentale ha saputo approfittare delle novità portate dai dominatori oppure di quelle risorse inaspettatamente arrivate dai nuovi continenti.

Un caso fa però eccezione ed è quello dei tartufi, un prodotto, che almeno da qualche secolo era caduto completamente nell’oblio, fino ad una sua recentissima, e come vedremo, quasi casuale, riscoperta.

Questi pregiatissimi funghi ipogei, massima e preziosa delizia dei i gourmet dell’Italia Centro-Settentrionale, sono da tempo praticamente ignorati, dalla stragrande maggioranza dei meridionali. Tuttora, nonostante le notizie viaggino veloci come non mai, non sono molti i salentini che sanno della loro esistenza nei boschi nostrani, anche se è da rilevare, che molti di quelli che spinti dalla curiosità, hanno iniziato a degustarli, ne sono rimasti conquistati, e sono divenuti degli assidui consumatori. D’altronde, non è una novità, gli uomini, apprezzano solo quello conoscono e conoscono solo quello che gli è stato insegnato.

Ma il tartufo è stato sempre estraneo alla gastronomia salentina? Molto probabilmente, in passato, ossia prima della pressoché totale distruzione delle foreste primigenie che ricoprivano ampissimi tratti del suo territorio, i tartufi dovevano essere un prodotto molto abbondante, apprezzato e  fatto oggetto di regolare raccolta.

Questa supposizione scaturisce dal fatto che i tartufi sono ben presenti nel Cuoco Galante, Napoli 1778, pregevole ricettario del salentino Vincenzo Corrado, ove compaiono come ingrediente di numerosi piatti, di salse e persino in arditi accostamenti con il pesce. Ciò attesta con certezza il loro gradimento almeno fra i ceti dominanti dell’epoca. La raccolta, con molta probabilità, com’era in uso a quel tempo, veniva effettuata nelle leccete dai guardiani di maiali che, nei periodi canonici, seguivano a vista i maiali, e appena questi, avendo annusato la presenza dei ghiotti tuberi, tentavano di scavarli con il coriaceo grugno, lesti li scacciavano e se ne impossessavano.

tuber albidum

La raccolta dei tartufi terminò ineluttabilmente quando venne pressoché completata la totale distruzione delle foreste, distrutto l’habitat. I tartufi sparirono anche dalle mense e sopraggiunse un lunghissimo oblio. Questa secolare assenza li ha allontanati completamente dalla cultura gastronomica salentina, almeno se si escludono le Terfezie degli pseudo tartufi appartenenti al genere Terfezia, quasi inodori e dal gusto dolciastro, che essendo delle specie semi epigee, sino a qualche decennio addietro venivano sporadicamente raccolti da qualche raccoglitore e sovente destinati, quasi a titolo di curiosità a fanciulle e bambini che li consumavano crudi.

Nel dopoguerra, un po’ per lenire il problema della disoccupazione, un po’ per cercare di rimediare a qualche guasto ambientale, si dette luogo alle cosiddette campagne silvane, ovvero a delle campagne di rimboschimento, che furono realizzate prevalentemente con pini d’Aleppo e pini domestici, è stato così, che in alcune centinaia di ettari rimboschiti si è ricreato un ambiente idoneo allo sviluppo dei tartufi delle specie: Tuber aestivum, noto come Scorzone e del ben più pregiato, Tuber albidum = Tuber borchii, comunemente appellato Bianchetto. Questi sono stati scoperti qualche decennio addietro da cercatori professionisti di oltre regione che con bravissimi cani al seguito hanno svolto per diversi anni con estrema circospezione delle proficue campagne di raccolta. Il segreto, mantenuto ben stretto, pare che nei primi anni abbia procurato favolosi guadagni, grazie alla copiosa raccolta in questi boschi ancora vergini, di pregevoli tartufi che, grazie alla loro ottima qualità, venivano regolarmente commercializzati nelle più importanti piazze italiane, il più delle volte, come tartufi di Alba spuntando, ottime quotazioni. Parallelamente, qualcuno dei tanti salentini trapiantati al Nord ha imparato lì la tecnica di raccolta e una volta tornato ha fatto la loro inaspettata quanto gradita scoperta.

tuber aestivum (da www.naturamediterraneo.com)

Il caso più significativo è quello di Giuseppe Lolli di Corigliano d’Otranto, titolare del primo tesserino di autorizzazione alla ricerca e raccolta dei tartufi, rilasciato dalla Provincia di Lecce, per il quale la passione per la raccolta e la trasformazioni dei tartufi è divenuta già da un po’ di anni un’attività prevalente e ricca di soddisfazioni.

Nella zona di Corigliano d’Otranto, come un po’ in tutto il Magliese, insistono infatti, diversi relitti d’antiche foreste primigenie miracolosamente scampate alla distruzione, habitat ideale alla proliferazione del pregiato Bianchetto, ma si cominciano anche a mettere a dimora delle tartufaie ossia dei boschetti appositamente costituiti con piante  micorizzate con spore di tartufo. Da qui l’idea dello stesso Lolli di tipicizzare questa produzione e richiedendo l’attribuzione di un marchio d’origine per il tartufo di Corigliano d’Otranto, un progetto che per la sua esemplare sostenibilità ambientale non possiamo fare a meno di augurarci che trovi attenti e validi interlocutori.

Pappardelle al tartufo

500 gdi pappardelle,150 gdi Scorzone (tartufo estivo),80 gd’olio extravergine d’oliva, sale.

Lessate le pappardelle in abbondante acqua salata. Nel frattempo pulite i tartufi, frullateli con l’olio e regolate di sale. Scolate le pappardelle al dente e conditele con il frullato di tartufo. Mescolate e servitele caldissime, guarnendo il piatto con ciuffetti di prezzemolo.

Linguine stuzzicanti

500 gdi linguine, 4-5 tartufi della varietà Scorzone,50 gd’olio extravergine d’oliva, 1 spicchio d’aglio, 4 alici sotto sale, sale, pepe bianco.

Dissalate sotto l’acqua corrente le acciughe e diliscatele. Frullate o grattugiate diligentemente i tartufi. In una casseruola fate sciogliere i filetti di acciuga, aggiungete lo spicchio d’aglio finemente tritato e senza che soffrigga i tartufi. Scolate le linguine lessate al dente, unitele al condimento, mescolate accuratamente il tutto e servite in piatti singoli completando con una spolverata di pepe.

Sagne ‘ncannulate alla carbonara mediterranea e tartufo

500 gdi sagne ‘ncannulate,400 gdi ricotta fresca di pecora,100 gdi tartufo della varietà Scorzone,80 gdi caciocavallo podolico stagionato,50 gd’olio extravergine d’oliva, 12 pomodori secchi, 1 mazzetto di basilico fresco, 1 spicchio d’aglio, sale, pepe nero.

Versate l’olio in un’ampia padella, unite una metà dei pomodori secchi e lo spicchio d’aglio schiacciato che eliminerete appena questo accenna ad imbrunire. Unite quindi la ricotta, stemperatela con un po’ d’acqua calda ed aggiungete i restanti pomodori secchi e  le foglie di basilico trinciate grossolanamente. Versate nella padella le sagne ‘ncannulate lessate al dente, cospargetele con il caciocavallo grattugiato, pepate, mescolatele diligentemente e servitele in piatti singoli cospargendo abbondantemente con i tartufi grattugiati e guarnendo con qualche foglia di basilico fresco.

Risotto classico al tartufo

500 gdi riso Carnaroli o Vialone Nano,60 g di tartufo Bianchetto salentino, 1 cipolla, 2 costole di sedano,40 gdi burro, 4 cucchiai di panna da cucina,60 gdi grana grattugiato, 1 bicchiere di vino bianco secco,1 ldi brodo, sale, pepe nero.

Tritate la cipolla e le coste di sedano e fateli appassire in una casseruola con il burro, unite il riso e lasciatelo tostare, mescolando per due minuti, bagnate con il vino e fatelo evaporare a fiamma vivace. Abbassate la fiamma e portate a cottura il risotto versando il brodo bollente, solo quando il precedente sarà stato assorbito completamente. Quando il riso avrà raggiunto il grado di cottura desiderato, spegnete il fuoco, incorporate il grana grattugiato, la panna e regolate di sale se necessario. Suddividete il riso nei piatti individuali e cospargetelo con il tartufo tagliate a lamelle utilizzando l’apposito utensile: Spolverate con pepe macinato al momento e servite.

Santa Maria “in silvis”. Il santuario di Santa Maria Mutata presso Grottaglie


di Rosario Quaranta

 

 

Il santuario di S. Maria della Mutata, posto a poco più di sei chilometri sulla strada che da Grottaglie porta a Martina, è dedicato alla Vergine Assunta ed è sito in quella che una volta era denominata la Foresta Tarantina, ai piedi dei monti di Martina, per cui è anche detta S. Maria in Silvis.

Una chiesa storicamente molto importante non solo per gli abitanti di Grottaglie ma anche dei paesi vicini che, in particolare la Domenica in Albis, successiva alla Pasqua, e il 15 agosto, festa dell’Assunta, vi accorrono ancora numerosi per venerarla.

 

Il sacro tempio, oggi affidato ai Padri Minimi di Grottaglie, è stato elevato a Santuario Mariano della città della ceramica e della diocesi di Taranto con decreto dell’arcivescovo Mons. Ferdinando Bernardi del 1 aprile 1954.

L’appellativo di Mutata è da riferirsi, secondo la tradizione, a un fatto prodigioso avvenuto nel 1359: “V’era un contrasto tra gli abitanti di Grottaglie e quelli di Martina per il possesso della detta chiesa; l’immagine della Madonna era dipinta sulla parete a Sud e guardava verso la Terra di Martina per cui i martinesi deduceva­no l’affermazione dei loro diritti; ma un giorno la stessa immagine venne ritrovata dipinta sulla parete a Nord guardando verso Grottaglie. Per tale repentino cambiamento è chiamata S. Maria di Mutata”.

Su tale titolo esistono, però, molte opinioni. Come spiega lo storico Ciro Cafforio nella sua monografia Santa Maria  Mutata nell’ex feudo di San Vittore della mensa arcivescovile di Taranto,(Taranto 1954),  è più probabile che “Mutata” si riferisca ai vari punti di riposo, di rifornimento e di cambio delle cavalcature anticamente dislocate lungo le strade e perciò il toponimo indicherebbe questa  “mutazione”.

Nel 1634 l’antico tempio, risalente secondo alcuni storici al secolo X, risulta completo in tutte le sue parti, anche nella decorazione delle volte e delle pareti, come si rileva dalla data che corre sotto lo stemma dell’arcivescovo di Taranto cardinal Egidio Albornoz (1630-1637) dipinto al centro della navata maggiore, sulla porta interna dell’arco che guarda l’altare.

La facciata, molto semplice si suddivide in tre sezioni: le due laterali a superficie liscia hanno due finestre e terminano in alto a linea orizzontale. A coronamento della sezione di sinistra sorge l’edicola campanaria a vela, con due archi sotto i quali sono sospese le campane. La sezione centrale della facciata, più alta e più larga delle laterali, è animata da cinque lesene sulle quali si sviluppa un frontone triangolare con interruzione al vertice, nella quale si innesta una croce greca. La lesena di mezzo è annullata dal basso fino al capitello da due vuoti: la porta di entrata al santuario ha sull’architrave il motivo decorativo del frontone più in alto una nicchia contenente il simulacro della Vergine della Mu­tata in terracotta colorata.

L’interno della chiesa, escluse la sagrestia e le cappelle terminali delle navate, è a base quadrata, misurando m. 15 di lato.

La navata centrale, larga 8 m. è formata da tre campate con volte a crociera piuttosto basse e termina in fondo con l’abside sulla cui parete, in un grande armadio di legno del Seicento con intagli dorati e colorati su fondo bianco, si può ammirare il miraco­loso Crocifisso risalente al secolo XV e  ricordato nella visita di Mons. Brancaccio del 1577.

Ai lati sono inquadrate due piccole tele di buona fattura (sec. XVII), rappresentanti due episodi della passione: Gesù legato alla colonna e Gesù con la canna. Armadio e pitture sono della prima metà del Seicento.

Nella navata laterale, a sinistra entrando in chiesa, si eleva il primo altare, sul quale era collocata  un’antica tela del primo Settecento riproducente la Vergine del Carmelo tra San Lorenzo e S. Francesco di Paola, trafugata alcuni anni fa. L’ultimo altare della navata sinistra, in origine intitolato a Santa Barbara, ospitava un grande quadro della martire e venne fatto dipingere da D. Antonio Ettorre nei primissimi anni del Settecento; venne poi rimosso per ospitare un quadro di San Ciro del Solimena,  sostituito a sua volta con altro quadro raffigurante sempre S. Ciro, del pittore grottagliese Ciro Fanigliulo. Tutti questi quadri sono stati, purtroppo, rubati.

Nella navata destra, sotto la prima campata, s’innalza l’altare con la statua di S. Giuseppe in pietra calcarea dipinta, a grandezza naturale, in atto di condurre per mano il Bambino Gesù (sec. XVIII).

Fra i due pilastri che seguono, si apre una nicchia in cui fino a qualche anno fa si conservava una piccola e interessante statua romanica della Vergine in pietra bianca (sec. XII o XIII), ritrovata nei primi anni del Novecento sotto l’altare maggiore; recentemente restaurata è sistemata attualmente nella chiesa madre per motivi di sicurezza.

L’altare della Mutata s’innalza sotto l’arco estremo del braccio trasversale della croce. E’ sormontata da una trabeazione che poggia su quattro mezze colonne, due a destra e due a sinistra; al centro di queste, incassato nel muro è l’antico affresco risalente al periodo bizantino e più volte  ritoccato della Madonna miracolosa.

La volta del tempio è in massima parte vivacemente affrescata da un ignoto pittore locale del primo Seicento, anche se l’opera risulta manomessa da infelici recenti interventi.

Notevole la cupoletta dell’altare della Vergine, tutta dipinta con l’apoteosi di Maria attorniata da stuoli di angeli e di santi. Nei ventagli sono dipinti i quattro evangelisti; intorno all’attico si aggira una lunga teoria di santi; nella calotta la Vergine Assunta, tutta raccolta in sublime e umile preghiera, è dipinta in atto di ricevere sul capo la corona da Dio Padre e dal Divino Figlio, mentre in alto volteggia lo Spirito Santo sotto forma di colomba

Segue sotto la terza campata l’altare dedicato a S. Cataldo (sec. XVIII) e quello di S. Francesco De Geronimo (metà sec. XIX).

Il pavimento maiolicato è formato da quadrelli verniciati di argilla con ornati geometrici o di foglie e fiori a colori uniti e decisi, tra i quali dominano il giallo, il celeste e il rosa su fondo bianco. Il manufatto, produzione dell’industria figulina locale, è di grande importanza, perché dimostra l’evoluzione e la continuità dell’arte ceramica grottagliese. Si possono individuare, infatti, pezzi e tipologie di epoca diversa (secc. XVII – XIX).

 

Ai piedi della Vergine della Mutata in questo chiesa, come è riportato nella visita pastorale del 1577 di mons. Lelio  Brancaccio arcivescovo di Taranto, e come si ricordava in una tela conservata una volta e poi trafugata dalla sagrestia della chiesa di S. Francesco di Paola, l’eroe grottagliese Pietro D’Onofrio depose il vessillo che in battaglia aveva sottratto ai turchi in una battaglia avvenuta nei pressi di Rossano nel 1575. In seguito a quella vittoria egli ebbe il titolo di sergente maggiore e  introdusse, nel giorno della sua festa, il “proelium iocosum”, ossia una finta battaglia dei cristiani contro i turchi.

Una battaglia commemorativa che si tenne fino al 1788, quando venne abolita per ordine di Mons. Capecelatro. Venne così tramutata in una più semplice “scamiciata” che si è tenuta fino al 1935.

In onore della loro protettrice, i Grottagliesi fecero realizzare a Napoli nel 1777 una splendida statua d’argento, opera di Lorenzo e Tommaso Telese, che si custodisce nella chiesa delle le monache clarisse.

Quel fastidioso inconveniente che nell’inverno tormenta mani e piedi

Edgar Degas, L’Assenzio, 1875/1876, olio su tela (92×68 cm.), Parigi, Musée d’Orsay

Li pruticèddhi (i geloni)

di Armando Polito

Chi non ne ha sofferto o non ne soffre alzi la mano! Oggi si parla di quel fastidioso inconveniente che nell’inverno tormenta le mani e in misura maggiore i piedi (non ne sono indenni naso ed orecchie; per fortuna nei maschi, a quanto mi è dato di sapere, non è coinvolto un altro organo “periferico”, probabilmente per merito, nonostante il nome inquietante, dei corpi cavernosi che, evidentemente, anche nei casi più disperati hanno un’irrorazione sanguigna sufficiente almeno ad impedire lo sviluppo dei geloni…bella consolazione!), perché, mentre le prime possiamo grattarle senza dare troppo nell’occhio, i secondi richiedono più tempo e discrezione essendo necessario togliersi scarpe e calze. Il nome italiano è, per usare un termine dotto, eziologico (dal greco aitìa=causa e logikòs=relativo al discorso), legato, cioè, alla causa riconosciuta, al freddo che esercita il suo effetto nei soggetti con disturbi circolatori periferici. Per quanto mi riguarda i geloni mi hanno tormentato fino ai venti anni, poi più nulla: forse, da quel bastian contrario che sono, il mio sistema circolatorio è migliorato col passare del tempo? Oppure ha ragione il Foscolo (non ho voluto perdere l’occasione di citare il mio poeta preferito) quando scrive: “Domenico, vecchio barbogio, patisce del male dei ragazzini; ha i pedignoni, cammina a stento per la casa…”1.

Come è evidente che il nome italiano è connesso con la causa, è altrettanto evidente che quello dialettale, pruticèddhu, lo è con l’effetto, cioè il prurito. Pruticèddhu è diminutivo di prutìtu, che ha il suo corrispondente italiano in prurito, che è dal latino prurìtu(m), a sua volta da prurìre=prudere.

Tutto lineare, ma se la radice di partenza è prur– perché la voce italiana prudere e le dialettali prutìtu e prutìre presentano una radice prud-/prut?

Nella circostanza viene concordemente messo in campo un latino volgare *prùdere variante del classico prurìre e questo spiega bene tanto l’accento, conservatosi, della forma italiana, quanto il suo spostamento in quella dialettale, sulla collaudata falsariga di lègere (latino)>lèggere (italiano)>liggìre (dialetto), mìttere (latino)> mettere (italiano)> mintìre (dialetto). Io mi limito solo a ricordare il fenomeno opposto, cioè il passaggio d>r nel dialetto napoletano (denari>renari).

Latino classico o volgare, lascio la parola ai nostri progenitori che per significare il gelone usavano il sostantivo della terza declinazione pèrnio/perniònis, dal cui accusativo perniòne(m) è derivata la voce italiana tecnico-specialistica perniòne,  sinonimo del comune gelone.2

Un pò prima di pernio/perniònis tutti i vocabolari latini registrano perna/pernae col significato di coscia, prosciutto.  Pensando all’effetto visivo del gelone, la tentazione di sfruttare la somiglianza fonetica e la congruenza semantica, sia pure per metafora, per rivendicare una parentela tra le due voci, è molto grande3. Il latino perna, poi, non è altro che la fedele trascrizione del greco perna, usato con lo stesso significato di prosciutto.

Operiamo una rapida indagine su voci latine di conformazione simile ma certamente legate fra loro:

adlùvies/adluvièi=allagamento>adlùvio>adluviònis=alluvione

adnèxus/adnèxus=legame>adnèxio/adnexiònis=annessione

còleus/còlei=testicolo>còleo/coleònis=coglione

Appare evidente che la seconda voce di ognuno dei tre gruppi ha in sé una sfumatura accrescitivo-peggiorativa, come se il suffisso delle seconde avesse già assunto il valore che poi –ione avrà in italiano; senza scomodare la storia di Cicero/Ciceronis che, dei tre nomi che ogni romano aveva, era per il famoso oratore l’ultimo, cioé il soprannome (i primi due erano, com’è noto Marcus, corrispondente al nostro nome, e Tullius , corrispondente al nostro cognome), dovuto, secondo la testimonianza di Plutarco (I-II secolo d. C.)  ad un’escrescenza sul naso a forma di cece (per cui cìcero/cicerònis deriverebbe da cicer/cìceris=cece.

Troppo poco, comunque, per trasferire senza adeguata riflessione queste considerazioni al caso di perna/pernio.4

Meglio affidarci a dati sicuri e passare in rassegna i rimedi che Plinio (I secolo d. C.) proponeva nella Naturalis historia contro questo fastidioso disturbo:

“Anche la rapa ha proprietà curative. Applicata bollente sana i geloni”; “Essa [la bietola] bollita dà sollievo ai geloni”; “Il fisico Fania tributò lodi [all’ortica] dicendo che come cibo o come condimento è utilissima per le arterie, contro la tosse, la diarrea, il mal di stomaco, i gonfiori, la parotite, i geloni”; “La cenere ricavata dalla radice [dell’asfodelo] cura l’alopecia, le screpolature dei piedi e del sedere; Il succo della radice bollita nell’olio i geloni…Diocle la utilizzò contro i geloni bollita e mescolata con olio”; “Il laser che fuoriesce dal silfio…cura i geloni cotto e mescolato con vino e con olio”; “[La polenta] si applica ad empiastro anche ai geloni”; “Il succo [della lenticchia cotta] si applica ai geloni”; “Il decotto [di ervo, una specie di veccia] sana i geloni e il prurito”; “La morchia di oliva nera è abbastanza utile contro i geloni”; “Le scorze di melagrana cotte col vino e applicate sanano i geloni”; “I fichi secchi con cera sono utili ai geloni”; “[Il decotto delle foglie dell’acacia di Galazia] sana i geloni; “La radice di ciclamino, il cui decotto [è utile] contro i geloni”; “Il  ciclamino bollito in acqua cura i piccoli geloni e tutti gli altri inconvenienti dovuti al freddo, i piccoli geloni pure il cotiledone con sugna [forse è l’ombelico di Venere]”; “Il decotto [di erba ursina] …in vino viene applicato alle scottature e ai geloni”; “La sugna pura cura le scottature anche quelle causate dalla neve, i geloni concenere di orzo e galla in pari dosi”; “Curano i geloni e tutte le screpolature dei piedi il grasso di orso, più efficacemente con l’aggiunta di allume. il grasso di capra, la farina di dente equino, il fiele di cinghiale con grasso, il polmone applicato sopra; se i piedi sono stati danneggiati da attrito o scottati dal freddo (si usa) cenere di pelo di lepre o il suo polmone pestato o la cenere del polmone”; “[Cura] i geloni il cuoio bruciato, meglio quello di una vecchia scarpa”; “Pure ai geloni si applica grasso di pecora con allume, la cenere della testa di un cane o di sterco di topo. Se le piaghe non sono infette, aggiunta della cera, favoriscono la cicatrizzazione la cenera calda di topi o ghiri cremati mista ad olio, come pure quella di topo selvatico con miele, anche di vermi di terra con olio vecchio e le lumache che si trovano nude”; “[L’acqua marina] allo stesso modo contro i geloni prima che compaiano ulcere”; “[Il sale] elimina e i duroni dei piedi e i geloni”; “I gusci delle ostriche se sono pestati sanano la scrofolosi e i geloni dei piedi”; “Cura i geloni il polmone di mare, la cenere di un gambero di mare mista ad olio, allo stesso modo quella di un gambero di fiume pestato e bruciato, dopo avere trattato la cenere con olio, e il grasso del pesce siluro”; “[La spuma d’argento] cura pure i geloni con [bacche di] mirto e cera”; “[L’allume] frena i geloni”5.

Sia ben chiaro: io garantisco solo per quel che riguarda la traduzione…

________

1 Epistolario, lettera del 16 dicembre 1808 indirizzata da Pavia  ad Ugo Brunetti. Pedignone, forma letteraria per gelone del piede, nasce da perniòne (vedi più avanti nel testo e in nota 3) con sovrapposizione di piede.

2 I Greci, invece, pure loro collegandosi alla causa, chiamavano il gelone chimètle o chimètlon, entrambi da cheima=inverno, freddo. Gelòne in italiano è pure (probabilmente non per l’aspetto, come mi è capitato di leggere, ma perché tende a svilupparsi su vecchie ceppaie) il nome comune del fungo Pleurotus ostreatus.

3 Non a caso nella Treccani on line al lemma pedignòne leggo: lat. pernio-perniònis (der. di perna=gamba), incrociato con pes/pedis=piede. È in linea con la mia ipotesi, anche se il suo riferimento alla gamba mi sembra meno congruente del mio che mette in campo il prosciutto (che è pur sempre una gamba, ma che ha assunto un particolare aspetto).

4 Oltretutto, qualcuno mi potrebbe far presente che negli esempi addotti la –i- faceva già parte del nome primitivo, mentre in perna essa manca. All’obiezione si può facilmente rispondere non mettendo in campo il caso di adnexio (in cui la –i– può essere considerata come sviluppo della –u- di adnexus)  ma il fatto che nel latino medioevale il lessico del Du Cange registra come variante di pernio un pernium (da cui, secondo alcuni, gli italiani perno e pernio) che potrebbe essere neutro sostantivato da un originario pèrneum , forma aggettivale da perna (e qui il prosciutto per metafora diventa un dettaglio meccanico).

5 XX, 18 Est et rapo vis medica. Perniones fervens inpositum sanat…; XX, 70 Ipsa vero decocta pernionibus occurrit; XXII, 35  …condidit laudes eius Phanias physicus, utilissimam cibis coctam conditamve professus arteriae, tussi, ventris destillationi, stomacho, panis, parotidibus, pernionibus…; XXII, 70 …cinis e radice alopecias emendat et rimas pedum sedisque, decoctae radicis in oleo sucus perniones…; XXII, 71 …Diocles… usus est ad perniones decocta ex oleo…;XXII, 104 …laser e silphio profluens…perniones ex vino fovet et ex oleo coctum…; XXII, 126 …inlinitur… item pernionibus…; XXII, 143 …decoctae sucus…adhibetur pernionibus…; XXII, 153 …aqua decocti perniones et pruritus sanat…; XXIII, 74 …pernionibus nigrae olivae amurca utilior…; XXIII, 109 …cortices punici ex vino cocti et impositi perniones sanant…; XXIII, 123 …utiles sunt… pernionibus cum cera…; XXIV, 110 …sanant perniones…; XXVI, 100  …cyclamini radix, cuius decoctum et pernionibus…; XXVI, 106 …cyclaminos decocta in aqua perniunculos curat omniaque alia frigoris vitia, perniunculos et cotyledon cum axungia…; XXVII, 33 …decoctum…ex vino ambustis inponitur et pernionibus…; XXVIII, 137 …sincera axungia medetur ambustis vel nive, pernionibus autem cum hordei cinere et galla pari modo…; XXVIII, 221 …perniones ursinus adips rimasque pedum omnes sarcit, efficacius alumine addito, sebum caprinum, dentium equi farina, aprunum vel suillum fel cum adipe, pulmo impositus et si subtriti sint contunsive offensatione, si vero adusti frigore, leporini pili cinis; eiusdem pulmo contusis dissectus aut pulmonis cinis…; XXVIII, 222 …perniones vero corium combustum; melius, si ex vetere calciamento…; XXX, 79 …pernionibus quoque inponitur sebum pecudum cum alumine, canini capitis cinis aut fimi murini. quod si pura sint, ulcera cera adda ad cicatricem perducunt soricum vel glirium crematorum favilla ex oleo, item muris silvatici cum melle, vermium quoque terrenorum cum oleo vetere et cocleae, quae nudae inveniuntur…; XXXI, 65 …item pernionum vitio ante ulcera…; XXXI, 103 …tollit et clavos pedum, item perniones…; XXXII, 65 …testae ostreorum… crudae si tundantur, strumas sanant et perniones pedum…; XXXII, 111 …perniones emendat pulmo marinus, cancri marini cinis ex oleo, item fluviatiles triti ustique, cinere et ex oleo subacto, siluri adips…; XXXIII, 108-110 …item perniones cum myrtis et cera…; XXXV, 189 …compescit…perniones…

Litanie dell’acqua

di GIUSEPPE CRISTALDI

 

E’ probabile che Daniela Liviello sia un fluido ignoto figliato dall’acqua.
Che non appartenga alla specie della carne. Al contrario, che veda nel suo stato accidentale dell’esistere, la pelle o la carta quali registro del suo trapassare la terra. Il che non è attraversare la terra, non è un passaggio superficiale sulle misture di materia cadute nell’estetica, ma un trapasso, una perforazione degli stadi o degli stati nel mezzo dei quali vorrebbe fottere tutti gli astanti, sperdendosi.

Questo è quello che si percepisce quando tesse le sue litanie dell’acqua. S’avverte un accordo segreto con la terra, una terra a cui imputa dolori laceranti, ma in fondo una terra che le si è divaricata davanti come la peggiore ninfomane, nel medesimo istante in cui rabbia da un lato e precarietà storica dall’altro si fondono nell’identità. In più subentra uno stato di disarmo, avviene la verità, ovvero il perfetto coesistere tra dire umano ed espressione del creato; la verità che ti aspetta e non ti aspetta, nel mentre che la poesia si manifesta.
E’ probabile che Daniela Liviello sia di un fluido ignoto figliato dall’acqua.
Un flusso che faccia la spola fra due luoghi al fine di assegnare, assegnarsi, una provenienza.
Se non fosse che si ha, leggendola, lo stagnare tempestivo di una nostalgia, un dolore, insomma, un sentimento che vorrebbe ricondurre tutto alla sua origine. Gli uomini agli uomini, la terra alla terra, l’acqua all’acqua. In questo scocca la sua necessità, ovvero l’annullamento del vizio onomastico: chiede di non possedere nome perché dove il suo nome nasce, ella muore. Lo fa forse per poter essere ogni cosa e se stessa allo stesso tempo e quindi consegnarsi ad un flusso creativo che non implichi inani distinzioni e categorie.
I fogli, il compromesso mal sopportato, ove avere la misura del suo viaggio, non sanno scansarla dall’essere il passero che vola tra i limoni la cui sofficità non è inferiore ad una neve settentrionale, o il fiore diruto che galleggia e passa sullo stagno muto. Daniela c’è sempre, proprio per non esserci più. Così affermandosi, il libro di assenze che annovera ogni giorno, si popola, e la solitudine che prima ne derivava ora è una folla che denuncia l’assenza della donna che scrive.
Un’assenza che ha il sapore di pubblico sacrificio, pubblica resa nella rabbia, come arrendersi per non dire l’odio verso una madre bruta, molesta, una madre che l’ha scalciata altrove, da parte a parte in luoghi più o meno voluti, una madre che le ha ammiccato di ritornare, salvo poi stravolgerla di silenzio. Silenzio e ancora silenzio; nessun saluto, nessun benvenuto, solo un calcio in culo novello, ma espresso nella modalità di una dolce prigionia, una catena attorta all’essenza ultima dell’amore.
Pensi ad un imbroglio pazzesco, per cui se prima era lei a perforare gli stadi e gli stati della terra, ora sei tu. Tu, inerme lettore, che ti ritrovi impigliato nel meccanismo, proprio quando la verità, da dietro le quinte, mette piede sul palcoscenico spietato di quello che sei. Ci vedi tutto, e non sai che definizione dare a questo spettacolo.

Io non so cosa mi leghi al comporre indomito e zitto di Daniela Liviello, non so quanto valga ciò che ho scritto, e quante volte arrivi a reiterarsi l’omicidio eppoi la resurrezione sequenziale delle identità. Non so dove finisca il nome della cosa, del luogo, e cominci quello della persona. Non conosco ancora il punto preciso in cui odio e amore facciano l’odio e l’amore, siano l’insieme perfetto. Non so quante paralisi si nascondano dietro un andare, e quanti passi costruiscano un isolamento.
Non so se quella nave e quelle centinaia di naufraghi lasciassero la terra, o la prendessero.
Di mezzo vi era qualcosa, di mezzo vi è sempre qualcosa, solo questo so.
Mi rimane di guardare la distesa mediterranea attraverso gli occhi della donna che scrive, intuire da un’alga, fare parola la salsedine, vedere le braccia che annegando salutano. Tace tutto, poi tutto è assordante.
La commozione, ecco, è la venere dei tempi nostri, la schiuma lo sa.
Il resto è il brusio della quiete scomposta, violata eppoi venerata dall’acqua stessa.

Volti di Carta. Storie di donne del Salento che fu. Di Raffaella Verdesca

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