Olive Celline. Perchè questo nome?

Lu cilìnu

di Armando Polito

È una delle varietà di olivo più diffusa, e da tempi certamente non recenti, nel territorio di Nardò. La voce nel vocabolario del Rohlfs è registrata solo nel volume (terzo) che funge da supplemento all’opera, il che potrebbe far supporre che l’illustre studioso a suo tempo si concesse una pausa di riflessione perché aveva dei dubbi sulla sua etimologia o perché la voce stessa gli era in un primo momento sfuggita. Tuttavia, se si tratta del primo caso, va detto che ogni dubbio poi è svanito se leggo “ha preso il nome dal paese di Cellino”. A questo punto, direbbe l’amico Pier Paolo Tarsi, scatta la teoria di Occam. Ho già avuto occasione di contestarla e la voce di oggi mi fornisce un’ulteriore occasione per dimostrarne, quanto meno, la discutibilità. Insomma, siamo veramente sicuri che Cellino San Marco sia la patria del cilìnu? A questo punto mi si obietterà che è inutile negare l’evidenza, tanto più che proprio un albero di olivo compare nello stemma della città. È vero, ma qual è la testimonianza più antica di questo stemma? In attesa che qualche lettore cellinese cultore di queste cose si faccia vivo, io parto, al solito, da molto lontano.

Marco Porcio Catone (III-II secolo a. C.), De re rustica, VI: In agro crasso et caldo oleam conditivam, radium maiorem, Salentinam, orchitem, poseam, Sergianam, colminianam, albicerem. Quam earum in his locis optimam dicent esse, eam maxime serito. Hoc genus oleae in XXV aut in XXX pedes conserito. Ager oleto conserundo,qui in ventum favonium spectabit et soli ostentus erit, alius bonus nullus erit. Qui ager frigidior et macrior erit, ibi oleam Licinianam seri oportet. Sin in loco crasso aut caldo severis, hostus nequam erit et ferundo arbor peribit et muscus ruber molestus erit. (In terreno grasso e caldo [pianta] l’oliva da conservare, l’oliva lunga, la salentina, l’orchite, la sergiana, la colminiana, l’albicera. Pianterai soprattutto quella che dicono essere la più adatta al luogo. Pianta questo tipo di olivo a 25 o trenta piedi di distanza l’uno dall’altro. Sarà adatto all’impianto dell’oliveto il campo esposto al Favonio e al sole, nessun altro sarà adatto. laddove il terreno è piuttosto freddo e magro, lì conviene che sia piantato l’olivo liciniano. Se invece lo pianterai in un luogo grasso o caldo il raccolto sarà di cattiva qualità e il muschio rosso lo danneggerà).

Plinio, Naturalis historia, XV, 3: Principatum in hoc quoque bono obtinuit Italia toto orbe, maxime agro Venafrano, eiusque parte quae Licinianum fundit oleum: unde et Liciniae gloria praecipua olivae. Unguenta haec palmam dedere, accomodato ipsis odore. Dedit et palatum, delicatore sententia. De cetero baccas Liciniae nulla avis appetit. (L’italia in questo [nella produzione di olio] ha il primato in tutto il mondo, soprattutto nell’agro di Venafro in quella parte di esso dove si produce l’olio liciniano: per questo enorme è la fama dell’oliva liciniana. Hanno dato questo pregio gli oli col loro odore gradevolissimo. Lo ha dato anche il gusto col suo sapore alquanto delizioso. Inoltre nessun uccello è ghiotto delle bacche dell’oliva licinia).

Non a caso qualche decennio prima Il geografo greco Strabone (circa 64 a. C.-19 d. C.), Geografia, V, 3 aveva notato: …Venafro, dove l’olivo è bellissimo.

E c’è da meravigliarsi se l’olivo di Venafro trova la sua celebrazione anche presso i poeti?

Orazio (I secolo a. C.), Carmina, II, 6, 13-16, manifestando all’amico Settimio il desiderio di trascorrere gli ultimi anni a Tivoli o a Taranto: Ille terrarum mihi praeter omnis/angulus ridet, ubi non Hymetto/ mella decedunt viridique certat/baca Venafro (Quegli angoli della terra mi sorridono più di ogni altro, dove il miele non ha nulla da invidiare a quello dell’Imetto e la bacca gareggia col verde Venafro); Satire, II, 4, 68-69, descrivendo la composizione di una salsa raffinata:  insuper addes/pressa Venafranae quod baca remisit olivae…(aggiungici olio spremuto  dalla bacca di oliva di Venafro).

Columella (I secolo d. C.), De arboribus, 17: Optima est oleo Liciniana (La liciniana è ottima per la produzione di olio).

Giovenale (I-II secolo d. C.) , Satire, V, 80-82: ipse Venafrano piscem perfundit, at hic qui/pallidus adfertur misero tibi caulis olebit/lanternam…(…lui [Virrone, il padrone di casa] annega il pesce nell’olio di Venafro, ma questo pallido cavolo che a te viene servito puzza di olio di lanterna…).

Il lettore si starà da tempo chiedendo: “Ma questo, dove vuole arrivare?”.

Gli rispondo immediatamente con una gragnuola di domande: E se cilìnu fosse, per metatesi e abbreviazione, deformazione di liciniànu(m), cioè una varietà antica e non relativamente recente (domanda nella domanda: qual è la prima attestazione, necessariamente scritta, di cellìno?). È un caso che l’olivo liciniano (ancora oggi coltivato) e il suo frutto sono straordinariamente simili ai nostri? E le denominazioni cellina di Nardò e cellina barese1 sono veramente figlie di una varietà importata da Cellino? Come mai, in una tendenza alla geminazione delle consonanti, Cellino in dialetto fa Cilìnu?

E non è finita! In una pergamena barese del 10952 si legge, con inequivocabile riferimento ad una varietà di olivo, hocellina e in un’altra del 11593 tucellinus. Può darsi che quest’ultimo sia lettura (o scrittura?) errata del primo che potrebbe essere una forma aggettivale dal latino tardo aucèllus=uccello, con riferimento alla predilezione che l’animale mostrerebbe per il frutto, secondo un tipico condizionamento semantico delle forme aggettivali. Il che contrasterebbe con il dettaglio finale del passo di Plinio.

Se si trattasse di uva mi attenderei almeno una risposta da Albano; in questo caso me ne dovrei attendere almeno mezza da Massimo Cassano, ma credo che passerò invano molte notti insonni…

Per chiudere:  la foto di testa ed il dettaglio si riferiscono ad uno dei miei alberi di olivo che non possono certo competere con i “patriarchi” riprodotti in questi ultimi giorni sul sito per i motivi che, ormai, tutti conoscono; ma,  almeno finché vivrò io, vivranno anche loro, tutti…

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1  Estrapolando dai nomi correnti delle cultivar nazionali che contengono un riferimento sicuro al territorio di origine ottengo per le due varietà un tempo non lontano più diffuse nel territorio neretino (cilìna e ugghialòra) in esame questi risultati:

CELLINA   Cellina di Nardò, Cellina barese.

OGLIAROLA Ogliarola garganica, Ogliarola del Vulture, Ogliarola di Lecce, Ogliarola del Bradano, Ogliarola seggianese;.e per altre: Rapollese di Lavello, Oliva Cerignola, Bella di Cerignola, Cima di Bitonto, Cima di Mola, Cima di Melfi, Termite di Bitetto, Tonda di Strongoli, Dolce di Rossano, Grossa di Cassano, Grossa di Gerace, Pignola di Arnasco, Aurina di Venafro, Cerasa di Montenero, Olivastra di Montenero, Olivastra seggianese, Saligna di Larino, Nera di Gonnos, Nera di Oliena, Nocellara del Belice, Nocellara etnea, Nocellara messinese, Tonda iblea, Ascolana tenera, Nostrale di Rigali.

In tutti i nomi surriportati una parte si riferisce ad un dettaglio (colore, forma, etc.) del frutto, l’altra al luogo di origine o diffusione. Uniche eccezioni: Rapollese di Lavello e  la nostra Cellina di Nardò. È sufficiente accomunare le due reali o presunte eccezioni e concludere che le rispettive varietà vennero importate a Lavello da Rapolla e a Nardò da Cellino, considerando irrilevante la distanza minore nel primo caso (15 km.), maggiore (55 km.) nel secondo?

2 Codice diplomatico pugliese, V, 21, 18.

3 Codice diplomatico pugliese, V, 117, 23.

15 Commenti a Olive Celline. Perchè questo nome?

  1. Il rasoio di Occam non è il principio banale per cui vale la spiegazione più semplice, più immediata. Inteso così è chiaro che è un dogma puro e semplice, tanto più se pensiamo che spesso le soluzioni più adeguate a certi problemi sono le meno intuitive e immediate: ad esempio, dal punto di vista della nostra esperienza immediata il geocentrismo è certamente soluzione fenomenicamente fedele e più intuitiva dell’eliocentrismo, peccato sia sbagliato! Il prinicipio di Occam è un principio metodologico di economia e anti-metafisico che mi indica semplicemente che non devo moltiplicare i livelli ontologici di realtà: se devo spiegare ad esempio perchè i corpi cadono, mi dice il principio di cercare la soluzione rimanendo nell’ambito ontologico della materia, senza ammettere per esempio forze spirituali che intervengono nella mia spiegazione. E’ un fatto semplicemente logico e non dogmatico che meno enti devo assumere per spiegare un dato fenomeno e più è probabile che la mia teoria sia più adeguata. Tanto logico che tutte le scienze ne fanno largo uso. Quando ho fatto riferimento al rasoio non mi riferivo dunque alla scelta di una soluzione più immediata nel senso banale del termine, ma alla soluzione meno impegnativa sul piano delle assunzioni, ossia la scelta di un solo termine (Mucus) che spiega due parole che hanno non solo significato perfettamente identico nel copertinese (mucculone e macu), ma sono anche oggettivamente somiglianti (mucus – macu). Resta il problema di spiegare quella “a” diceva qualcuno, ma è un dogma che una “a” non possa derivare da una “u” in etimologia o è una legge assoluta? Se è una legge è una legge induttiva necessariamente, e sul fatto che una legge ricavata induttivamente sia assoluta ho seri dubbi, come molti filosofi della scienza!

  2. Non esiste in linguistica il principio dell'”economicità” ed essa va controllata caso per caso sotto diversi livelli; per citarne solo due: quello semantico. e quello fonetico. Sempre in linguistica, come in ogni branca della scienza moderna, vige il principio induttivo ma, una volta formulata, dopo un sufficiente numero di riscontri la legge relativa, essa rimane provvisoriamente tale e viene sfruttata (all’inizio deduttivamente) per spiegare fenomeni consimili, finché un nuovo dato sperimentale (magari una semplice eccezione, che, comunque, va anch’essa in qualche modo spiegata) non la mette in dubbio anche per i casi prima, forse solo apparentemente, risolti. Conclusione: tanto il metodo induttivo quanto quello deduttivo possono essere fallaci e, d’altra parte, credo, solo in base al buon senso e senza scomodare la filosofia della scienza, che l’unica ricerca che abbia un senso non possa non essere frutto di un loro accorto e corretto mix, non lasciandosi ingannare dall’evidenza (potrebbe essere fallace…) dei dati oggettivi o, peggio, dall’eccessivo attaccamento ad una, magari nostra, teoria o semplice ipotesi di lavoro. Nel nostro caso, ribadisco, se volessimo accomunare macu e mucculone, rimarrebbero inspiegati lo scempiamento e, cosa ancor più sostanziosa, il passaggio u>a, fenomeno mai prima riscontrato, a quanto ne so, nel nostro dialetto, e non solo.

  3. Che le valutazioni siano contestuali è assodato, dire invece che non esiste il principio di economicità in linguistica è un assurdo, sarebbe come dire che non esiste in linguistica il principio di non-contraddizione, ossia principi logici che accomunano tutte le manifestazioni del pensiero e dell’indagine scientifica tout-court! Se un qualunque ragionamento A fondato su un numero di postulati n è esplicativo di un fatto C, questo è per logica più sicuro di un qualunque ragionamento B fondato su un numero di postulati n+1 esplicativo dello stesso fatto. Ciò che postulo nel primo caso ha meno possibilità LOGICHE ED EMPIRICHE di essere smentito (n < n+1!). Questo vale tanto nel “senso comune” quanto in matematica o in qualunque scienza naturale ed umana (compresa la linguistica)! Queste sono cose che la filosofia della scienza ha ben chiarito, pertanto mi permetto di farne uso e scomodare le acquisizioni di tale branca quando mi servono andando oltre il “senso comune”.
    Quanto all’induzione, beh, il discorso ci porterebbe lontanissimo, e non voglio tediare. Relativamente alla questione che ci interessa io non intendo dire che ho ragione, mi accontento solo di farti notare che non si è mai vista un'a diventare u in linguistica come non si era mai vista una particella superare la velocità della luce in fisica…ahimè, l’esperienza ci sorprende sempre! Per quanto riguarda l'induzione non c'è assolutamente niente che garantisca una legge fondata su tale procedimento. Popper si divertiva a raccontarci a tal proposito la storia del tacchino induttivista.
    Per chi non la conoscesse: un tacchino aveva sentito dire che a Natale prima o poi lo avrebbero mangiato. Il primo, il secondo e il terzo Natale al tacchino nessuno toccò una penna, al che il tacchino fece un’induzione: “se per tre volte non mi hanno messo in padella, inferisco che non mi metteranno mai in padella”. Peccato che al quarto natale la sua induzione si rivelò per quello che è, un ragionamento inattendibile e mai definitivo di un povero tacchino!

  4. Ho l’impressione che ci stiamo tormentando pur pensando esattamente, in astratto, la stessa cosa. Quando io parlavo di “economicità” in senso linguistico mi riferivo esclusivamente al fatto oggettivo che nel lessico umano non c’è l’aprioristica esigenza di “risparmiare” sulle radici e, quindi, all’occorrenza sfruttarne una sola per esprimere due concetti tra loro più o meno semanticamente legati. Passando all’”economicità” filosofica: nel nostro caso particolare l’ipotesi “macu da mago” si fonda sulla sola trasposizione metaforica (vogliamo chiamarlo postulato A?)(essendo irrilevante, da un punto di vista fonetico, il passaggio g>c), mentre muccu>(mucculone)>macu oltre alla metafora (postulato A) ne comporta due altri: scempiamento cc>c (vogliamo chiamarlo B?) e il famigerato passaggio u>a (vogliamo chiamarlo C?). A questo punto mi dovrebbe convenire la conclusione che macu da mago è più convincente che non macu da muccu. E così è infatti, almeno fino a quando i postulati B e C non troveranno uno straccio di conferma nei dati oggettivi. D’altra parte, per quanto tempo si è andati avanti nella convinzione che non si potesse superare la velocità della luce? Fino a quando è stato dimostrato che così non era, con buona pace, almeno per ora…,di Einstein.

  5. Si potrebbe anche vedere così:
    da mago deriva macu per te
    da mucus deriva macu per me

    Induttivamente parlando la g diventa c di consueto
    Induttivamente parlando la u non diventa a di consueto
    Induttivamente parlando la tua ipotesi è più probabile sul piano fonetico

    Resta però da dire che lo slittamento semantico nel caso mago-macu è assai più implausibile e indimostrato che mucus-macu. In tal caso ho infatti il precedente di mucculone (che deriva anche per te da mucus) che rende induttivamente più plausibile la mia ipotesi sul piano semantico. Che ne dici? ;)

  6. Credo di aver ampiamente dimostrato nel post da cui tutto è partito il rapporto semantico mago (persona non normale, strana)-macu (scemo) che mi pare più immediato, a parte tutto, rispetto a mucculone-macu, che presuppone i passaggi: moccioso>persona infantile>scemo. Ora è tempo che la parola passi a chi ci legge, se ne ha voglia…

  7. E’ qui che ti sbagli secondo me! Scambi i postulati di una teoria per le conseguenze! Più che averlo dimostrato il passaggio semantico mago (strano che slitta poi in scemo) lo hai supposto, ipotizzato (postulato) come ciò che semanticamente regge il tuo processo di derivazione sul piano fonetico (mago-maco)!
    Ed è proprio sul piano semantico che avevo invocato il rasoio di occam (di regole di cambiamento fonetico non ne so nulla!): io ho bisogno di supporre molto meno di te per spiegare il fatto che in dialetto si dia una parola “macu” che significa “scemo” esattamente come “mucculone”, dando per scontato che mucculone derivi da muccus anche per te (sono costretto a sto punto a chiederti da dove altro deriverebbe, insieme all’italiano moccioso peraltro, almeno secondo tutti i dizionari di etimologia che riesco a leggere online derivante proprio da mucus!) e così macu, che a mucus somiglia tantissimo al di là delle regole (induttive!) trasformative

    Un postulato (mucus, postulato n) con cui spiegare con un solo ragionamento semantico due termini (mucculone e macu) che hanno il medesimo significato (ingenuo, stupido) e il medesimo contesto d’uso reale
    contro
    due postulati (mucus + mago, postulati n+1) da cui derivano con due ragionamenti suppositivi (postulati) diversi sul piano semantico (moltiplicazione di assunzioni ipotetiche, quindi aumento di implausibilità logica ed empirica!) che sfociano però alla fine – stranamente – nel medesimo significato e nel medesimo contesto d’uso reale!
    Eccolo il rasoio dove scatta: tu non devi postulare solo due elementi diversi di partenza (ossia due termini, cosa che non inficia il tuo ragionamento, perché giustamente come fai notare tu sopra non abbiamo bisogno di risparmiare in linguistica in questo senso) ma il problema è che devi postulare due processi di slittamento semantico diversi per derivare lo stesso significato espresso con due parole che intanto per i parlanti sono identiche nel significato (almeno per i parlanti copertinesi) ed in secondo luogo somigliano moltissimo (mucus-macu).
    Tornando alla filosofia della scienza.. e riassumendo il tutto: una teoria, in ogni scienza, viene considerata preferibile quando spiega un numero maggiore di fatti con meno presupposti: la mia teoria spiega perché macu e mucculone hanno stesso significato con un solo ragionamento, la tua no! E non mi pare poco che a me basti postulare un solo elemento e un solo ragionamento (peraltro già assodato in italiano con mucus- moccioso secondo tutti i dizionari etimologici) per derivare lo stesso significato espresso con due parole. Economicità e maggiore affidabilità del mio ragionamento, è questo il punto! Ma ora lascio anche io la parola, mi sono dilungato troppo…colpa del fascino dei tuoi pezzi! ;)

  8. Caro Pier Paolo, nel prossimo post potrai pure insultarmi ma non ti risponderò perché questa diatriba rischia di apparire al lettore come una sorta di masturbazione mentale. Sempre per restare al concreto: mucculone (la persona) è da muccu (la secrezione), e su questo non ci piove. Ti pare logico che con l’esistenza di un accrescitivo, per così dire personificato, che più spregiativo non si può, si tirasse fuori un macu in un involutivo ritorno alla primitiva secrezione orrendamente mutilata? Sarebbe come dire che, siccome nel dialetto neretino svertu e spiertu hanno lo stesso significato, essi hanno pure la stessa etimologia (e in questo caso, addirittura, pure la fonologia potrebbe dare ragione; ma inutilmente, perché le due voci hanno un etimo completamente diverso).

  9. Immagino che il post in cui ti potrò insultare verterà su “svertu”-“spiertu”, perchè a me sembrano proprio due varianti fonetiche. Ma non sono di Nardò, per fortuna (eheh, scusa mi porto il lavoro di insulti avanti!). Scherzo ovviamente, non ti insulterei mai, perchè non ne ho ragione alcuna ;)

  10. Salve,è possibile avere delle immagini di olive OGLIAROLA SALENTINA con la particolarità di foglie e frutti cosi’ come è stata scattata la foto delle olive CELLINA di NARDO’?
    Il motivo per cui cerco delle immagini di quella varietà di oliva è che è difficile distinguere le due varietà osservando solo le olive sull’albero,che nel dialetto del mio paese(Talsano) si chiamano ‘INCHIASTRE,dal fatto che queste tingono come l’inchiostro,e difficilmente qualcuno di mia conoscenza sa distiguere un albero di OGLIAROLA SALENTINA e di CELLINA,le 2 varietà più diffuse nella zona spesso con piante plurisecolari.
    Le due varietà di oliva sono molto utilizzate in cucina:nella focaccia ripiena di cipolle e olive(appunto)’nchiostre;per la pizzaiola,per il pane con le olive(la vostra puccia,dato che a Taranto e dintorni la puccia è una cosa del tutto diversa).
    Avendo un terreno da coltivare nel quale sono presenti alcuni giovani alberi di ulivo che producono le olive che i coltivatori vicini chiamano in dialetto “alije ‘nchiostre” che poi conserviamo in salamoia e dal quale insieme ad altre cultivar produciamo l’olio,vorrei sapere se possibile che varietà sono,dato che nessuno ha saputo dirmi se sono OGLIAROLE o CELLINE…
    Le faccio questa richiesta dato che la foto da lei inserita è molto chiara(molto più chiara di molte foto su web dove a varietà diverse corrisponde sempre la stessa immagine di olive…!) e si evidenziano benissimo i particolari di olive e foglie(che ho riconosciuto),e magari una foto analoga dell’altra varietà Ogliarola Salentina con le sue foglie e olive potrebbe chiarire i miei dubbi.
    La saluto,Giovanni da Talsano.

  11. Lei è fortunato perché i miei olivi appartengono tutti alla varietà cellina di Nardò e ogliarola. Nella puccia e per la conservazione sotto sale noi usiamo esclusivamente la cellina che è di polpa più consistente e lo stesso olio della cellina è di qualità migliore rispetto a quella dell’ogliarola, il cui nome è legato all’abbondanza dell’olio che produce ma non alla qualità (che, a scanso di equivoci, rimane, comunque, altissima).
    Se, come mi dice, le olive dei vicini sono conservate in salamoia, dovrebbero essere celline. C’è, però, un inconveniente di natura stagionale: in questo periodo il frutto non c’è e, quindi, non avendo una foto già pronta, posso riprendere solo le foglie e inviarle una foto all’indirizzo email che volesse comunicarmi. Da ottobre, poi, potrei essere in grado di mandarle una foto completa di foglie e frutti. Un cordiale saluto.

    • La ringrazio di avermi risposto!
      La mia esposizione non è stata molto chiara:le olive che vengono conservate in salamoia(all’acqua come dicono qui) sono le nostre ,cioè quelle degli alberi di nostra proprietà(della mia famiglia intendo).
      Il riferimento ai “confinanti” è dovuto al fatto che queste persone hanno una esperienza sul campo ma ciò nonstante non conoscono il nome delle varietà in italiano,sono anziani,per cui non mi sono stati d’aiuto (solo per la faccenda del nome,dato che poi nella pratica ne sanno eccome avendo coltivato la terra sin da ragazzi).
      Infatti alla mia domanda su come distinguere le varietà di alberi secolari che circondano i campi(qui da noi gli ulivi secolari spesso segnano i confini dei poderi) mi hanno risposto con il termine dialettale,lo stesso temine che usa il droghiere sotto casa o la zia che mi chiede un boccaccio di olive per fare la focaccia…
      Volevo saperne di più ,tutto qui,per cui ho fatto ricerche sul web.
      Anche noi abbiamo finito di raccogliere le olive da tempo,abbiamo finito a fine novembre,di olive sui miei alberi non ce ne sono più,rimangono solo quelle degli alberi secolari i cui proprietari (all’antica) aspettano che le olive cadano a terra prima di “scoparle” dalle loro “dimore”,cioè quei cerchi che si fanno con il rullo sotto gli ulivi secolari prima di ottobre.
      Comunque credo che una(o più d’una se vuole) foto di foglie possa essermi utile!
      La ringrazio ancora ecco la mia mail,salve.
      giovannifilippo76@yahoo.com

  12. Il salvataggio dei post più significativi di Spigolature salentine sul sito della Fondazione ha, tra tanti altri meriti, quello di offrire l’occasione di tornare su argomenti già trattati e di rispondere a domande restate inevase, in qualche caso per consentire alla situazione di raffreddarsi.

    Per Pier Paolo:
    spièrtu è dal latino expèrt(um) (da cui l’taliano esperto), participio passato di experìri=sperimentare, voce chiaramente composta dalla preposizione ex e da un *perìri (scritto con aggiunta di asterisco perché la voce da sola in latino non è attestata, ma che, tuttavia, in tutta evidenza, è connessa con il verbo greco peirào=provare).

    svertu non è altro che la trascrizione dialettale dell’italiano svelto, che è, forse, dallo spagnolo suelto=sciolto, che è dal latino solùtu(m), participio passato di sòlvere=sciogliere.
    Ti sarei grato se, nel caso in cui qualcuno, meglio se appartenente alle tue conoscenze accademiche, avesse qualcosa da obiettare, lo facesse tempestivamente, pubblicamente e, soprattutto, con motivazioni valide.

    Per Giovanni:
    fra qualche giorno farò le foto all’ogliarola, ma, avendo perso il tuo indirizzo email, sarà necessario che me lo comunichi, se preferisci, al mio indirizzo privato: polito.armando@libero.it

  13. sosterrei un’altra tesi. che il nome Cellino sia derivato da cellina. è il caso, pare, della mia città, Avellino (anche se produco celline in salento) associato alla nocciola avellana. pare più probabile invece che il nome derivi da Avella (città non distante) , a suo volta derivato dal sassone Apfel, mela, frutto tipico della zona. da cui Avellino, e poi nocciola avellana…

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