Il nostro Salento. Fra luce e controluce

ph Vincenzo Gaballo

di Paolo Vincenti

E’ vero, la luce nel Salento ha qualcosa di magico, qualcosa che, chi vive ad altre latitudini, a volte, meglio di noi, può percepire, nell’incanto di un tramonto rosso fuoco, che chiude un giorno di muta pena, o di un’alba bianca come albume d’uovo, che ne apre un altro alla speranza, ogni giorno, per tutti i giorni che gli dèi vorranno per questa terra. Alba e tramonto, alfa e omega di un viaggio continuo intorno all’uomo, in questa terra stregata, qui, a sud, in questa terra  fatata, alla ricerca di noi stessi, di quello che abbiamo perduto, come desiderio inconfessato, come ansia sempre inespressa.  La luce, si diceva, e la controluce.

Fra questi due spazi mentali, come interstizi del tempo, sta tutto un mondo millenario, che parla di radici profonde, di sangue misto a vino rosso, di sudore impastato con la terra, di lacrime e di bestemmie, di gioia e alte grida, di tradizioni e di superstizioni, di storia e di leggende,  di questo estremo lembo di terra cantato dai versi di Bodini, di Pagano, di Ercole Ugo D’Andrea, di Vittore Fiore, di De Donno e di Cataldi, di De Jaco, di Donato Moro. Qui, uomini dalle mani callose e donne dentro scialli neri hanno fatto la storia, al pari di altri uomini dai lunghi mantelli e dai preziosi diademi. Qui, hanno alzato castelli e torri nell’aria, hanno arato campagne dalla terra rossa e messo a frutto alberi secolari, hanno alzato muri e muretti, liame e pajare, hanno sepolto tesori e creato strade verso l’infinito, e chiese per pregare il Dio di misericordia e di clemenza.

Qui, in questa terra di confine, sospesa fra noi e il mondo, il sacro si è mischiato al profano, ed hanno inventato storie, hanno intrecciato fiabe e filastrocche, come grani di un rosario. All’estremo limite del vero, dove una partenza si trasforma in un arrivo ed un arrivo in una partenza infinita, nel continuo andare e tornare di tutte le terre di frontiera, come questa terra finale, agognata, sudata, amata e disprezzata.

Terra madre e matrigna, gelosa dei propri figli, che manda via lontano per fare esperienza, e poi richiama a se;  una terra aspra, che sa essere fredda come lama di coltello e calda come una coperta di lana, descritta da Corvaglia, da Salvatore Paolo, da Rina Durante, da Saponaro e Bernardini. Questo non è l’El Dorado del sogno dei cercatori d’oro, non è l’America degli emigranti, non è l’Arcadia dei poeti e dei romanzieri.

Questa terra è, apparentemente, un posto tranquillo e fermo, sempre uguale a se stesso, che non promette e non chiede che gli si prometta, un posto illuminato da una luna borbonica  e scaldato da un sole magnogreco, che non  dà nessun pegno d’amore, che non può offrire nessun riscatto di felicità. Apparentemente. Questo non è un posto per chi cerca esotiche avventure con  donne belle e mediterranee. Questo non è il buen ritiro di intellettuali illuminati e snob,  o l’eden nascosto di viaggiatori stanchi, avvinti dal canto delle sirene. Se non impari a guardare con certi occhi il tempo, il mare, il cielo e il silenzioso passare delle cose, non potrai mai vedere, in questa terra, niente altro che la tappa dell’ennesimo viaggio, il posto incontaminato e selvaggio, che viene bene per le foto, della tua ultima vacanza estiva con panorama mozzafiato e contorno di fichidindia.

Invece, se sai guardare il profilo misterioso di questo pianeta, il lato nascosto delle cose, e sai fermare nelle foto l’attimo in cui passa l’ombra di un fantasma, sai sentire, nella sera, dalla collina davanti, il richiamo delle anime dei morti che ti cantano una canzone senza tempo, se conosci il sapore amaro della sconfitta, allora saprai che qui si lavora di mani e di piedi,  gli uomini e le donne mutano la pelle con la stagione, come le sacare, e le strade, silenziose e assorte nella calma pomeridiana, sono attraversate da uomini neri o da orchi, spauracchio di bambine e bambini. E incontrerai monaci burloni che tirano fuori il batacchio se gli premi la testa e carabinieri con il fischietto nel sedere, e poi, a mezzogiorno, dalle stalle o da vecchie carcare, vedrai uscire folletti dispettosi, scazzamurreddhi, che vanno a seminare zizzania fra contadinotti e villanelle, e donne ragno che camminano sui muri.

Allora vedrai che donne giunoniche, belle da perderci la testa, non stavano aspettando altro che te per tuffarsi nell’oblio dei sensi, nel piacere della carne. E sentirai  il fruscio del vento al passare, leggero e veloce, di macare su manici di scopa, o i lamenti di stregoni rinchiusi in manicomi  o  abbandonati alla solitudine e al disprezzo di tutti. E incontrerai demoni che praticano strani riti con le loro sacerdotesse, in casini abbandonati, fra  i fumi dell’incenso e l’ebbrezza dell’oppio. Incontrerai uno strano prete che ti racconterà barzellette e un omino stralunato ma simpatico che ti racconterà i suoi guai, e sentirai il suono del tamburello che danza, che canta, che si fa persona viva, anzi si fa dieci, cento, mille persone, che affogano la tristezza nel vino rosso, che scorre  a fiumi nell’estasi della festa.

ph Vincenzo Gaballo

Fra la luce e la controluce, sentirai il brusio di mille pensieri  e il venir meno di tutte le certezze formate sui libri di scuola. Capirai che questa è terra di incontri, dove la reale finitudine delle cose diventa immaginaria infinitezza nel pensiero di ieri, di oggi, di domani.  Capirai, insomma, il vero Salento, il nostro Salento. Fra  luce e controluce.

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