Sulla povertà

da “Come eravamo”
di Ezio Sanapo

A mia zia Pina

Premessa
Il concetto di povertà, come ceto sociale autonomo e distinto, è finito con gli anni ’50. Come tutte le classi sociali aveva una sua storia, una sua identità, le sue regole e un suo modello di vita. Da allora diventò quello che oggi conosciamo: un insieme di strati sociali indistinti e accomunati da un unico comportamento “piccolo borghese”, a imitazione di quel ceto medio borghese che fino ad allora aveva dominato. Rimescolato quindi il tutto, in una unica, fascia sociale, senza più nessuna identità, questa, poteva essere più facilmente asservita a un nuovo modello di società, “sbarcato” da noi, in quegli anni, dall’occidente. Consumare fu la nuova parola d’ordine. Chi non poteva farlo veniva escluso da questa nuova fascia sociale, che, non avendo più storia, non aveva più doveri, nè protezione e diritti di appartenenza. Così, questo nuovo modello di società, abolendo il principio della solidarietà, che era considerato “sacro” dalle comunità più povere, ha messo in atto, un nuovo tipo di emarginazione: quella del singolo individuo e non più di una intera comunità. L’individuo, da solo, non avrebbe più avuto possibilità nè di difendersi, nè di ribellarsi.

Stagioni parallele
Fino agli anni ’50, prima dell’emigrazione di massa, il ceto popolare e di origine contadina, aveva come unica possibilità lavorativa quella dei lavori bracciantili sui terreni di proprietà dei piccoli o grandi latifondisti, non quindi su terreni di propria appartenenza. Dello stesso ceto, una larga fascia era esclusa, per via che le assunzioni venivano fatte senza regole e sulla base di simpatie e convenienze.

Una massa enorme di povera gente era perciò esclusa dal processo produttivo ma gli veniva per scrupolo riconosciuta la necessità di un probabile sostentamento, dando loro libertà di movimento, a stagione ultimata, sugli stessi terreni a loro discriminatamene inibiti. Così intere famiglie, costrette dalla povertà e dalla fame, potevano “vendemmiare” fuori stagione, nei vigneti già vendemmiati, raccogliendo sparuti grappoli di uva acerba e tardiva. Potevano cercare e raccogliere le ultime olive rimaste.
Raccoglievano le ultime spighe rimaste sui campi di grano già mietuti, prima che le stoppie secche e pungenti venissero bruciate.
Raccoglievano, sotto gli alberi, gli ultimi fichi sfatti e caduti, che opportunamente essiccati potevano essere venduti per ricavarne alcool.
Per queste attività, svolte con una esperienza secolare e tramandata da generazione in generazione, era necessaria la conoscenza dei luoghi di frequentazione, delle colture, delle condizioni climatiche, dei tempi e delle stagioni. Stagioni svolte parallelamente a quelle dei raccolti veri e propri, da persone d’ambo i sessi e di ogni età, persone semplici e dignitose che avevano con la natura un rapporto quasi familiare, religioso e di profondo rispetto. Non potendo essi lavorare la terra, la natura coltivava per essi offrendo loro frutti tardivi e stagionati e altri prodotti selvatici che nessuno avrebbe altrimenti raccolto. Ed essi, inseguendo le stagioni, raccoglievano cicorie selvatiche e lumache, sia in estate che in inverno, da vendere in giro per il paese. Con la stessa dignità facevano lunghe file per una scodella di pasta e ceci che alcuni proprietari terrieri offrivano ai poveri, ogni anno per devozione a S. Giuseppe. La stessa devozione che essi avevano per il proprio vicino di casa, perché quando il povero poteva cucinare, cucinava anche per esso.
Con un candore religioso tipico di un cristianesimo come alle origini, ma ancora paganeggiante, i poveri potevano esprimersi, con il loro antico dialetto che abbondava di riferimenti osceni e scabrosi, senza volgarità e senza perdere la loro purezza d’animo e la loro innocenza. Senza mai scoraggiarsi pregavano senza essere ascoltati, chiedevano senza ottenere, Bestemmiavano senza peccare.
I poveri di allora, diversamente da quelli di oggi, avevano una grande risorsa, avendo essi accumulato nell’arco dei secoli vissuti in solitudine, un enorme patrimonio culturale: tutto questo loro patrimonio, li aveva resi autonomi e autosufficienti, rispetto al resto della società che li aveva storicamente emarginati. Intanto per la loro abitudine a girovagare randagi a inseguire le stagioni su sentieri e campi altrui, avevano maturato una libertà e uno spazio illimitato: in quello spazio immaginario, i poveri di allora coltivavano i loro sogni. I sogni delle masse popolari sono sempre stati frutto di una fede e di una incrollabile speranza e la speranza giustificava la loro resistenza e i loro sacrifici. I poveri credevano, o avevano imposto a loro di credere, che l’esistenza terrena e la loro condizione di vita fosse predestinata, una prova da superare o un castigo del destino che accettavano per espiare colpe che non avevano, per errori mai fatti. La condivisione di questo sacrificio collettivo ha sviluppato nel loro ambito quella solidarietà diventata modello di vita e riparo ad ogni minaccia terrena.
Soltanto da una così tenace e convinta appartenenza sociale, uniti alla fantasia e creatività popolare, possono nascere quegli opportuni strumenti di difesa necessari a garantire la sopravvivenza della classe stessa. Lo strumento di difesa dei poveri era l’ironia: l’ironia nasce dalla fantasia e creatività popolare come risorsa necessaria per difendersi da tutto ciò che di potente e minaccioso li circonda e a mitigare ed esorcizzare non solo quella minacciosa superiorità, ma, anche la propria impotenza e quel senso di nullità che ha sempre caratterizzato ogni appartenente ad un ceto povero.
L’uso stesso di affibbiarsi vicendevolmente nomignoli e soprannomi, assurdi, sconci e ridicoli, a danno dei veri nomi di origine, è tipico dei ceti popolari e della loro capacità di ironizzare persino sulla propria e umile ascendenza. Il soprannome “marcava” l’intera famiglia e si tramandava nei secoli di generazione in generazione come un titolo ironico di onorificenza, per irridere allo stesso tempo il ceto superiore, che aveva invece titoli veri e nobiliari e che con questi poteva imporre il suo dominio legislativo ed economico.
Oggi, vergognarsi del proprio soprannome, equivale a rinnegare le proprie origini a riprova di una povertà che non è più solo economica ma anche culturale.
Mia zia Pina, ultima di quella stirpe e povera per definizione, è morta che aveva appena quaranta anni, agli inizio degli anni ‘60, cioè, agli albori di questa nostra civiltà. Ha vissuto fino all’ultimo con la dignità tipica di quel ceto e con la speranza di una vita a “venire”. Incrollabile nell’attesa di un marito sempre lontano, che dalla sua lontananza gli mandava, come sostegno materiale, non denaro, ma sacchi pieni di scarpe usate e spaiate che lei pazientemente appaiava, legandole strette l’una all’altra con i rispettivi laccioli e ammucchiava in mezzo al locale che abitava, per poi venderle ad altra gente povera come lei. Zia Pina aveva i polmoni malati e l’aria, inquinata dalle vernici di quelle scarpe, respirata per giorni, notti e mesi, ha anticipato la sua fine.
Senza il marito e senza figli attorno al suo letto di morte c’erano solo parenti e vicini di casa. Quando è arrivato il prete per l’estrema unzione mia zia Pina si è guardata intorno, ha accennato una risatina ironica e ha fatto uno sberleffo con la lingua a tutti i presenti, dopo di che si è girata su un fianco e volgendo loro le spalle è morta. Ha lasciato un grosso registro dove minuziosamente segnava i soprannomi di tutti i suoi debitori. Era un lungo elenco di soprannomi sconci e ridicoli, con accanto ad ognuno la misera cifra che mia zia avrebbe dovuto riscuotere ma che non ha mai riscosso. Così tutti hanno potuto verificare che la sua precaria ed inutile esistenza si è conclusa, come per ogni altra persona povera, tutto sommato, in credito.

Conclusione
Così, con uno sberleffo, si era chiusa un’epoca storica e ne era iniziata un’altra: l’emigrazione ha disperso quella massa di gente che era stata una comunità. Ognuno per suo conto ha conosciuto finalmente il benessere ma ha rinnegato, credendole ormai superate, le sue origini. Molti per scrupolo, hanno cercato rifugio nel passato, ma tutto era stato ormai cancellato oppure strumentalizzato e non esistevano più le condizioni per una presa di coscienza di massa e di revisione critica della nostra storia, specie quella più recente.

Oggi, molto spesso, l’uso che viene fatto delle tradizioni popolari originarie di quella gente serve solo a speculare su un patrimonio culturale di un ceto popolare che, come tale, non esiste più e sul suo rituale anche religioso, che meritava certamente più rispetto, perchè, prima di essere affossato del tutto, poteva ancora farci riflettere sul malessere di ieri e quello di oggi. Ma senza più regole tutto è permesso se motivato da una logica di profitto: molti di quelli che ieri erano poveri e sfruttati , oggi sfruttano altra povera gente e si sono a loro volta arricchiti. Altri invece, ieri raccoglitori di grappoli d’uva acerbi e tardivi e oggi più poveri ed emarginati di allora, ingannati da un modello di sviluppo economico che non c’è stato e svincolati da un ordinamento sociale non più credibile, sono stati risucchiati in organizzazioni criminali per svolgere attività illegali. La solidarietà ha lasciato il posto alla diffidenza e il povero di oggi è diventata una persona sola, non ha più nemmeno una controparte e l’arma dell’ironia, se mai la avesse ancora, non gli servirebbe più: una persona, da sola, non può ridere, né di se né degli altri, perché la realtà che gli sta intorno è diventata troppo seria e preoccupante.

Ad un amico che mi chiede se c’è ancora speranza, io, come tutte le persone in buonafede non so cosa rispondere. Forse le persone in malafede, che hanno certo molta più lungimiranza di noi, possono dirci cosa intravedono nell’immediato futuro: questi temono che la speranza torni a risvegliare le coscienze e, per difendere se stessi e tutti i loro privilegi, hanno alzato imponenti barriere nei confronti del prossimo che li circonda, segno evidente che non tutto è scontato, e questo mi fa ben sperare. A questo mio più caro amico posso allora dire che una speranza ancora esiste, qualcuno l’ha intravista, oltre quelle fitte ed altissime barriere, camuffate da siepi sempreverdi e sormontate da un minaccioso filo spinato.

Un commento a Sulla povertà

  1. Se l’articolo di Ezio Sanapo fosse stato un film, sarebbe stato acclamato come ‘Colossal’. Vario, accurato, ironico, cinematografico in alcuni suoi passaggi come quello della zia Pina. Felliniano. Quanta delicatezza e verità ha riservato quest’autore ai poveri e alla povertà! Meno male che la speranza è un credo comune a tutti coloro che hanno occhi per vedere e cuore per sentire. Ed è a questo pensiero che brindo con Ezio e con tutti voi: “Possa la povertà scomparire dalla moltitudine bisognosa e dalla solitudine ricca!”

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