“Uen gudd gudd…”

Allievo dell’accademia Navale al timone del San Giorgio

di Salvatore Chiffi

Alle prime luci dell’alba del 13 agosto ‘73, con un giorno di anticipo sulla tabella di marcia, la nave San Giorgio, il caccia un po’ snob della Marina Militare, aveva raggiunto la Norvegia proveniente da Halifax (Nova Scotia), e, dopo oltre duemila miglia di navigazione piuttosto burrascosa, tra orche e balene, ad una latitudine prossima al Circolo Polare Artico, si era insinuato nelle placide acque del Sognefjord (fiordo dei sogni) con il suo carico di giovani cadetti.

Quando il Chief uscì in coperta per raggiungere a poppa la Centrale di Tiro e dare il cambio alla guardia, un meraviglioso ed imprevisto spettacolo lo lasciò a bocca aperta.

Il San Giorgio stava navigando tra montagne con le cime innevate in un mare color cobalto.

Sfruttando con perizia la corrente del Golfo, il Comandante aveva anticipato di un giorno l’arrivo. Il recupero di una giornata sulla tabella di viaggio avrebbe consentito di ripulire la nave dalle raccate (vomito dovuto al mal di mare), di lavare con acqua dolce le fiancate e la coperta dalla salsedine e di permettere all’equipaggio e agli allievi dell’Accademia di darsi una bella rassettata, in modo da presentarsi nel porto di Bergen in perfetta tenuta, come nelle migliori tradizioni della Marina Italiana.

Il Chief salutò i marinai e i cadetti, intenti a far finta di lucidare con la mantecca gli ottoni della tuga di rappresentanza, esortandoli a metterci un po’ più di olio di gomito.

1973 Norvegia – Ingresso nel Sognefjord

Capo, domani si va a caccia di vichinghe!” – disse un cadetto dai lineamenti levantini , rivolgendosi al Chief.

Crai, vai a caccia di ciole!…” – gli replicò seccamente il Chief nel suo dialetto neritino – “Abitullà (Abdullah), la vedi quella cosa bianca in cima alle montagne?”.

Certo che la vedo!”.

Si chiama neve!… Nel mese di agosto, con la neve, le vichinghe stanno sulle spiagge di Rimini e Riccione! Perciò, crai, vai a caccia ti ciole”.

Fiordi a poppa

Sghignazzando, l’uomo si allontanò verso la sua destinazione, mentre il povero Abdullah veniva ripetutamente deriso dai compagni, grazie alla contemporanea traduzione dei termini dialettali da parte del cadetto Liaci, leccese doc.

Allievi dell’Accademia Navale si esercitano col sestante

Il pomeriggio del giorno successivo, seduto in uno dei tanti bar prospicienti la banchina, il Chief sorseggiava un’insapore tazza di the. I suoi pensieri erano rivolti nostalgicamente alla terra natia. Era la prima volta che l’uomo non godeva dell’estate salentina e ciò lo rendeva triste e malinconico.

Rovistando tra i cassetti della memoria riprese alcuni indimenticabili momenti trascorsi con la sua gente. Chiuse gli occhi e gli parve di annusare l’intenso profumo dei pini di Porto Selvaggio, di ascoltare il rumoroso ed incessante frinire delle cicale, di percepire la frescura delle acque di Santa Caterina, delle Quattro Colonne, di scrollarsi di dosso l’appiccicaticcia sabbia di Santa Maria al Bagno o quella caraibica di Sant’Isidoro.

Rivide il volto del nonno, dei genitori, dei fratelli e poi degli amici Giuseppe, Ettore, Gerardo; rivisse i momenti più emozionanti con il suo primo amore e soprattutto riprovò l’intenso batticuore del primo bacio; in un continuo scorrere di flash-back, si ricordò di Anna e Giovanni, complici dei furtivi incontri con l’amata, la chiazza con la torre dell’Immacolata di Nardò, le scorribande con la Vespa e le collette per un litro di “miscela”, le feste da ballo improvvisate in casa di qualche amico, i veglioni al cinema Moderno, quelli all’Augusteo, e… altri innumerevoli volti, luoghi e momenti, in un susseguirsi disordinato di scene.

Dopo aver saldato il conto, il Chief chiese alla bella cameriera di indicargli una buona discoteca dove trascorrere la serata.

La ragazza incassò i fetacchioni (nome dato dai marinai alle valute straniere), sorrise garbatamente e si allontanò per ritornare qualche istante dopo con un biglietto d’ingresso dello “Show Boat” – Strandgaten.

L’uomo rimase seduto per qualche minuto ancora, terminò di bere quella strana bevanda, raccolse le cartoline da spedire agli amici salentini e rientrò a bordo.

Passò nome e indirizzo della discoteca al sottufficiale di guardia a poppa, pregandolo di estendere l’invito solo agli amici fidati. Ma il Chief era ben sicuro che qualcuno l’avrebbe tradito, diffondendo l’informazione “strettamente riservata” ed innescando Radio Prora (il passaparola), che, nel giro di pochi minuti, avrebbe pubblicizzato la notizia tra tutti i marinai della San Giorgio.

Fiordi a prora

Erano circa le otto di sera, quando il Chief ed altri due colleghi furono lasciati da un taxi davanti ad un anonimo portone a vetri, sulla cui sommità lampeggiava la scritta a neon “SHOW BOAT”. I suoi amici entrarono immediatamente nel locale, lasciando al terrone l’incombenza di pagare la corsa del taxi: in fondo era stato lui ad averli trascinati in quel luogo.

1973 – Nei fiordi norvegesi

Nell’entrare, il Chief  fu attratto da una locandina affissa sul vetro del portone. Tra le tante scritte, in incomprensibile lingua norvegese, campeggiava una a caratteri più grandi, colorati e marcati: “MATUSALENTO BAND”. Rimase per qualche istante un po’ perplesso, poi, spinto da una crescente curiosità, decise di entrare nell’ambiente.

Il locale era enorme. Sulla sinistra, vi era un fornitissimo bar con un bancone dal legno lucidissimo, lungo il quale erano seduti in perfetta successione dei giovani barbuti, rossicci e lentigginosi, che sorseggiavano boccali di birra gelata; di fronte, si apriva un ampio spazio con poltrone e divani occupati da formosissime bionde, che chiacchieravano allegramente tra loro; sulla destra, invece, vi era la pista da ballo, dove altre avvenenti fanciulle si muovevano sinuosamente attirando l’attenzione degli astanti; in fondo, su un piccolo palco erano sistemati quattro figli dei fiori che suonavano e cantavano, investiti da luci psichedeliche lampeggianti.

L’aspetto e l’abbigliamento dei quattro musicisti erano quelli tipici dell’epoca: chiome fluenti e cotonate, baffi lunghi, camicie sgargianti, pantaloni a zampa d’elefante e gilet in tessuto da… tappezzeria.

Il repertorio era quello dei Beatles, ma al Chief  non sfuggì alcun particolare, soprattutto quando il cantante del gruppo intercalava delle frasi in un dialetto a lui familiare.

Il figlio dei fiori, voce del gruppo,  sicuro di non essere capito dai presenti, sostituiva le rime delle varie canzoni con colorati apprezzamenti, in perfetto dialetto salentino, rivolgendoli all’indirizzo delle belle norvegesi e sottolineandone la procacità, le lunghe gambe, i seni prorompenti, le parti basse delle spalle ed altro…

Divertito ed incuriosito, il Chief  prese posto sul bracciolo di un divano di fronte al gruppo dei musicisti e indirizzò lo sguardo verso il cantante dai capelli riccioluti e fluenti.

Dopo qualche minuto, l’uomo, forse perchè infastidito dall’insistente sguardo, spostò lo scherno dalle belle norvegesi al Chief, verso il quale rivolse alcune rime molto pepate, sempre in dialetto salentino e sempre nella convinzione di non essere capito.

Il Chief rimase impassibile ed imperturbato per tutta la durata della canzone, dandogli la possibilità di sciorinare il vasto repertorio di sconcezze ed oscenità tipicamente salentine; solo al termine dell’esibizione, ma prima che il capellone cominciasse ad intonare un‘altra canzone, il Chief, alzando l’indice, lo invitò a fermarsi.

Uen gudd gudd iu evv nàtinghe, uidd ioar gran madar go tu slippi” – si espresse il Chief nel suo originale e simpatico idioma anglosalentino.

Uott?!” – rispose esterrefatto il cantante, scansando l’asta del microfono e chinandosi in avanti per meglio ascoltare le strane parole.

Quandu bbuenu bbuenu no’ ttieni nienzi, cu nnònnata ti cuerchi” – tradusse immediatamente il Chief, alzando di qualche tono la voce per farsi sentire anche dagli altri componenti della band.

I quattro rimasero fulminati.

Poi di botto: “Cumbà, ti ddo sinti?” – chiese il batterista.

Ti Nardò”.

Nnnaaahhhh! Nui ti Cupirtinu simu!… Spetta, spetta picca picca”.

Il giovanotto chiese immediatamente al pubblico una breve pausa, inserì della musica registrata e con gli altri circondò il quasi paesano.

Tra i cinque ci fu un caloroso e veloce scambio di informazioni.

Il Chief apprese che i musicisti erano tutti studenti universitari salentini e che trascorrevano le vacanze estive suonando in alcuni locali di Svezia e Norvegia per raggranellare un po’ di denaro e mantenersi agli studi.

I quattro, a loro volta, seppero che in porto c’era una nave militare italiana di nome San Giorgio in crociera addestrativa con i cadetti dell’Accademia Navale.

Seicentu?!… Seicentu italiani a Bergen?!… E cce sta spietti cu lli chiami e lli faci ‘inire cquai?

Abbiate fede!” – li rassicurò il Chief, consapevole che da lì a poco, grazie alle informazioni di Radio Prora sarebbero arrivati in molti.

Non si sbagliava. Mezz’ora dopo il locale era affollato da italiani, per la contentezza delle bionde norvegesi, che immediatamente “assaltarono” l’equipaggio italiano.

Il repertorio dei Matusalento Band passò rapidamente dai Beatles a quello di Mina, Celentano e Little Tony, per poi finire a quello delle canzoni dialettali salentine, ai ritmi della Pìzzica pìzzica e della Tarantella.

Zumpa Ninella” e “Mi la scirrai la còppula” furono le canzoni che più contagiarono il pubblico: i quattro erano riusciti a trasferire il calore del sole e della terra salentina nella scialba e fredda Norvegia, coinvolgendo i presenti e, soprattutto, facilitando non poco il lavoro di Cupido.

Lo Show Boat divenne il ritrovo degli italiani e la fiesta fu replicata con gran successo ogni sera sino alle prime luci dell’alba per tutta la permanenza del San Giorgio a Bergen.

Il mattino del 20 agosto si ripeté la solita scena vista e rivista in tanti altri porti: decine di ragazze in lacrime salutavano con fazzoletti bianchi, mandando baci all’indirizzo di quei seicento meravigliosi ragazzi italiani.

Chief, se non stanno a Rimini, dopodomani si va a caccia di danesi!” – disse ironicamente Abdullah, mentre rassettava il materiale del posto di manovra.

Abitullà, ‘spetta armenu cu ‘ndi lluntanàmu nu picca. E no’ sfuttire, ci no mo’ ti strìsciu lu pilu e ccusì Copenhagen ti la cuardi cu lu bbinòculu” – gli rispose il Chief, sicuro che l’allievo non avrebbe compreso una sola parola.

Poi l’uomo rivolse un ultimo sguardo verso un punto preciso della banchina e proiettò i suoi pensieri alla… patria di Amleto.

 

NOTE:

1 …disse un cadetto dai lineamenti levantini – L’Accademia Navale di Livorno formava cadetti provenienti da Iran, Egitto, Tunisia, Algeria e Marocco.

2 “Quandu buenu buenu…” – Quest’espressione dialettale, se tradotta in italiano, perde significato e mordente. Ciò nonostante proviamo a darne un’interpretazione valida, e quindi “Quando altro non hai, ti corichi con tua nonna”.

3 “… E no sfuttire, ci no mo…” – E non sfottere altrimenti ti faccio un rapporto disciplinare e Copenhagen la vedi con il binocolo.

5 Commenti a “Uen gudd gudd…”

  1. Salento batte Mondo 10 a 0! Questo sì che è saper far ridere, e di gusto! Mi è capitato più di una volta di assistere all’ “uso improprio di gergo dialettale stretto in terra straniera” al fine di riscaldare o colorare atmosfere fredde e scialbe, se non addirittura di creare disorientamento e panico negli indigeni, ma la band salentina in Norvegia le riassume tutte con un indiscutibile pizzico di classe. C’è poco da fare, il salentino ha teatralità imbattibile, spirito innato, non sempre ortodosso, ahimè, ma perdoniamo le debolezze dei figli dei fiori ti Cupirtinu(tra l’altro mio paese d’origine) dinanzi a cotanta abbondanza di fiordi non solo norvegesi ma soprattutto entusiasti e disponibili. Si sa, il maschio latino è rude, perennemente ‘abbronzato’, simpatico fino all’esagerazione, spesso un po’ pedante(lo dico da donna, se pur mora e salentina!)e ‘parassitario’, ma vuoi mettere l’originalità? Il problema è quando uno di questi nostri eroi del sud ne incontra un altro mimetizzato e difficilmente riconoscibile! Pene e delizie della ‘parola’. Fratellanza a presa rapida appena riconosciuta la minima sonorità familiare. Tra una risata e l’altra, Salvatore ci ha divertito ed emozionato rendendoci l’onore di appartenenza a una terra e a una patria. Grazie.

  2. E ci sono Salentini anche nel Pantanal del Mato Grosso del Sud in Brasile e ironia non ci manca mica!!!
    Bravissimo Salvatore!!!

  3. bellissimo questo racconto. hai lo spirito del romanziere…. devo dire che la versione anglosalentina del proverbio è troppo forte. cmq potrebbe essere un buon soggetto per un film….. Bravo Salvatore!

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