Elogio al bianco della calce

Venditore ambulante di calce (anni ’60 del secolo scorso)

di Ezio Sanapo

Il paesaggio urbano nella stragrande maggioranza dei comuni del Salento, continua ad essere sempre più sfregiato da: forme architettoniche estranee alla nostra cultura, dalla colorazione esagerata delle facciate delle abitazioni, dal ricorso eccessivo della pietra a vista e dalle bombolette spray.

Il paesaggio ha subito perciò un trattamento opposto a quello riservato alla musica popolare salentina: le due cose legate insieme da secoli, sono state separate e trattate in maniera indiscriminata. In questo contesto oggi si balla e si suona il tamburello sullo sfondo di ciò che ci circonda, senza chiederci che cosa  dovremmo veramente esorcizzare.

Il paesaggio e la sua storia

“…Con il loro paesaggio i paesi raccontano la loro storia, la loro architettura, i modi di dare forma e colore allo spazio abitato e dunque anche il modo di vivere di intere generazioni attraverso i secoli” (Arch. Carlo Socco – Politecnico di Torino).

“…bisogna capire che salvare il paesaggio della propria terra è salvarne l’anima e quella di chi la abita” (Andrea Zanzotto – poeta).

 

Il paesaggio che noi salentini abbiamo ereditato porta i segni stratificati delle dominazioni straniere che si sono succedute: bizantine, normanne, angioine, turche, aragonesi, borboniche e savoiarde. Contaminato e sopravvissuto a tutte queste, il nostro paesaggio può ancora raccontare la sua storia come una persona anziana la racconta ai propri nipoti affinchè tutto si tramandi e sopravviva.

Il turismo arrivato finalmente nel Salento non è attratto soltanto dal clima e dalla musica ma anche dal paesaggio e quello che i turisti trovano porta evidenti i segni del degrado e dell’incuria ad opera dell’uomo che lo abita. I turisti dicono di noi che non sappiamo conservare che è meglio se non tocchiamo più niente che di danno ne abbiamo fatto già troppo. Il danno avviene perché nella nostra mentalità distorta, l’interesse privato prevale su quello pubblico e questa è una deformazione culturale acquisita negli anni con le vicende della nostra storia politica meno recente. I turisti è ovvio hanno una formazione culturale diversa dalla nostra, e qui le cose si invertono: l’interesse della collettività innanzitutto e poi viene quello privato. Un paese è un insieme di case e un insieme di case forma un paesaggio, il paesaggio quindi è una entità pubblica non privata e come tale è regolata e le regole andrebbero rispettate se gli organi preposti: le amministrazioni comunali, in quanto tali, poi in prima persona i sindaci, i tecnici comunali e per competenza gli assessori con incarichi all’Urbanistica e alla Cultura. Ma si sa, nei sessanta anni e passa di storia della prima e seconda Repubblica, quindi di storia contemporanea, le persone che si sono succedute su quelle poltrone,  o sono state incompetenti o hanno avuto altri ed esclusivi interessi, o non hanno voluto urtare la suscettibilità di chi li ha votati. I geometri, gli ingegnerie gli architetti che operano in proprio, non si assumono responsabilità, essi lavorano e stanno a guardare e possiamo immaginare quanto quel lavoro sia monotono, senza passione e molto spesso distruttivo.

Come aggravante c’è che da  tutto ciò si è sviluppata una forma di necessaria ma anche comoda anarchia:  Infatti tutto si svolge in un “fai date” generale, in un enorme bricolage: l’artigiano porta la sua elegante  mazzetta dei colori,  il cittadino committente la guarda e punta subito il dito sui colori più vistosi.  Più forti sono i colori scelti, più ci si distingue dagli altri (è la cultura dell’apparire senza essere); rosso, azzurro, giallo, viola, verde, arancio e se il prezzo è giusto tutto procede “a regola d’arte” e quello che prima era un unico paesaggio è diventato adesso un agglomerato di singole e ibride case colorate come i pacchi natalizi confezionati in un supermercato.

I centri storici

Tranne i palazzi della gente benestante e le Chiese, (comprese quelle che in questi ultimi anni sono state scorticate dell’intonaco all’interno o intonacate all’esterno o completamente abbattute), i centri storici, mai considerati e sottoposti ad un controllo dalla Sopraintendenza alle belle Arti,  erano in prevalenza abitati dai ceti poveri e poveri erano i materiali che usavano per colorare le loro abitazioni. Essi, mescolando al bianco della calce le terre colorate tradizionali, ottenevano dei colori dalle tonalità sobrie e non invadenti all’interno o all’esterno dei loro spazi già di per se limitati.     Ma il bianco della calce primeggiava incorruttibile nel tempo ed era tutt’uno con la loro indole.

Oggi quelle stesse case le vediamo annerite, non dal tempo ma dalla muffa che ha ricoperto quelle stesse superfici pitturate con materiali chimici inquinanti non adatti al nostro clima ed anche molto costosi; Ciò che la povertà ieri ha conservato, oggi il benessere distrugge.

Finibus terrae

Anche se il futuro che  abbiamo davanti a noi  ha una prospettiva molto incerta, possiamo comunque considerarci molto fortunati e soddisfatti  se la nostra provincia  rispetto a tante altre si trova, in questi ultimi anni, in uno stato di grazia, una sorta di neo rinascimento che fa ben sperare, i comuni che hanno capito si sono già preparati, qualcun altro probabilmente  sta cominciando a farlo, ed è facile, quando si ha a che fare con persone libere, capaci, decise, che abbiano passione e che sappiano ridare Speranza.   Il poeta leccese Vittorio Bodini percorrendo, “tra le rime” l’interminabile tratto che porta sino alla punta più estrema del Salento, ci fa sapere che alla fine di quel percorso c’è un faro, un punto di luce e di orientamento, dunque, una speranza.

 

…E tornerà

Il bianco per un attimo a brillare

Della calce, regina arsa e concreta

Di questi umili luoghi dove termini

Meschinamente Italia, in poca rissa

D’acque, ai piedi d’un faro.

Un commento a Elogio al bianco della calce

  1. E’ vero, anche e soprattutto nella mia Nardò, a partire dagli anni 60 è iniziato un vero e proprio sconcio urbanistico che ha fatto sprofondare nel degrado tutte le bellezze architettoniche che nel corso dei secoli avevano progettato ed eseguito i nostri bravi, invidiati e ingegnosi antichi costruttori.
    I nostri amministratori, con l’ausilio e il consenso dei ….dotti tecnici che li dovevano consigliare e istruire, hanno iniziato prima col demolire i secolari monasteri dei Frati Cappuccini prima e della chiesa S.Antonio dopo, poi col riparare i basolati del centro storico ricoprendoli di un più economico, pratico e ignobile asfalto.
    Anche i privati, i quali non avendo rigide regole urbanistiche da rispettare, hanno notevolmente contribuito ai disastri.
    Le vecchie case del centro storico per ripararle dal salmastro e dalle muffe e per evitare periodicamente di LLATTARLE CU LA CAGGE VERGINE hanno benpensato di rivestirle di indecorose piastrelle di ceramica (molto più adatte ai rivestimenti dei muri dei bagni domestici) lucide e variopinte. Gli infissi di legno che alle basi avevano i caratteristici fori rotondi, LI IATTAROLE (per far entrare e uscire i gatti dalle case), sono stati sostituiti con lucenti e brillanti infissi di alluminio dorato o argentato.
    Quello che mi addolora ancor di più sono i tanti sciagurati restauri di costruzione storiche che invece di essere ripristinate e di farle risplendere in quelle che erano le loro bellezze originali, sono state violentate e stravolte rendendole irriconoscibili e impresentabili. In questi casi i colpevoli sono alcuni miserevoli ingegnosi professionisti che tanti testi hanno studiato ma, che ben poco di artistico è rimasto nella loro zucca.
    Faccio qualche esempio:
    1) Chi non ricorda il bel pavimento di marmo di Carrara bianco che i f.lli De Pandi alla fine dell’800 donarono alla Cattedrale per il ripristino di quel pavimento? Bene, quel pavimento ancora integro, nel 1980 è stato sostituito con del costoso, anonimo e insignificante marmo di Trani (a proposito, quel pavimento di marmo di Carrarra che è stato tolto che fine ha fatto? Non mi si venga a dire che durante la rimozione è andato in frantumi perchè non può essere vero in quanto si trattava di lastre molto larghe dalla superficie di circa un metro quadro l’una, chissà se qualc’uno sa dirci dov’è finito e chi lo sta utilizzando? Mistero glorioso!!!).
    2) Chi si ricorda la bellezza del vecchio ristorante delle quattro colonne? Tutto ben rivestito di conchiglie vere che tanto conciliavano col sito marinaresco in cui si trova l’antica costruzuione crollata nella sua parte centrale lasciando integri i suoi 4 angoli e che tanta ammirazione destava ai grandi cantanti e artisti internazionali che negli anni 50 e 60 onoravano con la loro presenza? Chi si ricorda ciò vada a vedere come è stato maldestramente rimodernato qualche anno fa, con moderno intonaco, lucido, colorato e brillante, del tutto in’appropriato alla struttura che lo ospita
    3) La cinquecentesca torre della cinta muraria, quella ti L’ANGULU TI LU PEPE. Che tristezza vederla in quello stato, tutta intonacata a lucido, tutto sembra tranne una torre di guardia di 500 anni fa, chi l’ha ripristinata s’è reso conto di quanto danno ha procurato alla storia dell’arte? (se mai ne ha studiata) Ha mai visto dal vivo una costruzione di quel periodo corrosa dagli anni e che altro non aspettava di poter essere riportata agli antichi fasti originari? Ora quel posto è diventato un locale pubblico e nelle rare volte che ci entro mi fa rabbrividire e rattristare e con rammarico evito di soffermarmi nel guardare le violenze alle quali è stata sottoposta.
    4) LA FUNTANA TI LU TORU costruita negli anni 30 dello scorso secolo dal maestro Gaballo il quale la fece con degli impasti speciali a base di latte di pecora ed altri prodotti naturali. Negli anni 90 è stata sottoposta ad un restauro biblico, con non so quali sofisticati e in’appropriti materiali moderni, durato oltre 2 anni col risultato che circa 10 anni dopo ce la siamo ritrovata tutta lesionata e compromessa nella sua struttura.
    Per finire ultimamente si vedono le costruzioni pitturate con colori sgargianti che vanno dal giallo canarino, al fuxia, al rosso vivo ed ad altri colori irideschi che per nulla si addicono ai colori bianchi e velatamente rossicci che venivano usati dai nostri antichi e nobili costruttori che dotati di nobile ingegno e virtù artistiche, tante opere di grande spessore architettoniche ci hanno permesso di ereditare e che tanto maldestramente stiamo utilizzando.
    Domanda:
    Chi porrà rimedi a tutto questo indecoroso scempio urbanistico/architettonico?

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