Le vetrine di Carlo Deison

una delle vetrine di Carlo Deison a tema marinaresco

Le vetrine di Carlo Deison. Visioni in un teatro stabile

di Pier Paolo Tarsi

Vi può essere artista salentino inteso come l’artista che in questa terra che chiamiamo Salento ha avuto i propri natali, oppure artista che nel Salento ha trovato i propri maestri, ossia coloro che all’arte lo hanno introdotto, iniziato. Niente di tutto ciò può servire a inquadrare Carlo Deison come un “artista salentino”: ciò che nel suo caso autorizza a classificarlo come tale è un richiamo misterioso e saldo che lo ha condotto in questa terra tre decenni fa. Salentino d’elezione dunque, o salentino per ispirazione, in quanto sedotto dalle bellezze di una terra che non ha più voluto lasciare, una terra incontrata per caso come uno zingaro viandante e ai cui colori e alle cui meraviglie di pietra delle sontuose masserie egli ha dedicato anni della sua opera successiva. Terra da dipingere, da ritrarre, da abitare, terra in cui mettere radici robuste come quelli di un ulivo, in cui comprare una dimora, in cui rifarsi un’esistenza dopo un errare senza meta da Capo Nord al Marocco.

Carlo e sua moglie

Qualcuno scrisse che la vera opera d’arte di un artista deve essere la propria vita. Non sta a noi dire se il Deison, oggi sessantenne, sia riuscito o meno ad adempiere allo spirito di questo celebre aforisma, tuttavia sul varco di ingresso che quelle parole aprono si svela chiaramente il compito che qui ci assumiamo: ricercare riflessi che, come in un ologramma in cui il tutto si riflette in ogni sua parte, riempiono uno spazio che dalla sfera biografica oscilla continuamente sui prodotti artistici che hanno riempito ed accompagnato l’esistenza di questo artista, convinti come siamo che non vi sia percorso migliore per comprendere l’uomo che si cela dietro l’opera.

Nato in Friuli, si è formato artisticamente tra le viuzze ed i canali di quel tempio del bello che è ancora oggi Venezia e nella sua accademia. Da qui gli anni giovanili lo trascinano per i teatri di varie città italiane e inglesi dove si esprime a lungo professionalmente nella composizione scenografica oltre che in una pittura inquietante e onirica, dalle tinte metafisiche; le vie della propria ricerca sfoceranno sulle coste ultime del Sud, dove oltre c’è solo il mediterraneo e i luoghi dell’oriente immaginario, dove i sentieri interrotti della propria creatività si infrangono sulla placida immobilità di un sole giallo che invita alla quiete che esso sa dispensare all’anima che abbia raggiunto la propria isola di serenità.

Ma non vi è quiete che non sia ancora smossa da inquietudini per il Deison, inquietudini che in lui si incanalano in bisogni d’espressività artistica che alimentano la dionisiaca vitalità ardente, sotterranea ed inconscia sin dalle sue prime esperienze artistiche e che egli rielabora nelle nuove forme apollinee con cui cerca di governare con l’ordine armonico il suo prepotente e pressante spirito d’artista.

La prima delle nuove forme in cui prende corpo questa danza tra inquietudine e quiete ambita e ricercata nel Salento è quella pittorica, una forma che ricalca la fissità delle pietre secolari delle masserie salentine raffigurate tra le pianeggianti distese che circondano da ogni parte.

L’inquietudine tuttavia continua a pressare e sgretola anche l’immobilità delle antiche pietre, le frantuma, le smuove, e la quiete ne è sconvolta ancora, si riafferma nuovamente come ideale non raggiunto, Dioniso ha fatto nuova irruzione nelle forme e le scompagina: tutto da rifare, l’evoluzione personale del Deison è costretta ad un nuovo cammino e sfocia dopo anni nelle sue “vetrinette” così come le chiama affettuosamente la moglie, Tamara, compagna inseparabile sin dagli anni della gioventù, donna dalle mille riserve intellettuali ed artistiche che le donano la capacità e le risorse per accogliere le inquietudini del compagno.

In queste opere, che qui interessano particolarmente, l’intera vita spirituale del Deison trova dunque, secondo la lettura che stiamo offrendo, una nuova rappresentazione: i mille rivoli di questo percorso umano si compongono ad assumere un unico senso e una nuova direzione, le forze dell’animo inquieto che erompono in creatività e l’esigenza di un senso formale ordinante si riorganizzano qui in un unicum partorendo un ordine che nasce dal caos e si fa finalmente corpo in un oggetto dato, apparentemente immobile in quanto capace ancora di dialogare con il caos con cui ha lottato, ma secondo una modalità finalmente costruttiva. Come è possibile ciò? Addentriamoci nei dettagli di questa magia e proviamo a comprenderla, concentrandoci su quello che a nostro avviso costituisce il passaggio chiave, il punto di snodo interpretativo che vogliamo privilegiare: il passaggio dal teatro alle vetrinette..

Dalla mobilità della scenografia teatrale degli anni giovanili, per definizione mutabile, cangiante, temporanea, labile, il desiderio di quiete ha portato il Deison alla ricerca di una forma espressiva che richiami l’esigenza della quiete immobile e fissi in essa i rivoli danzanti e turbinosi dell’inquietudine una volta per sempre: ecco materializzato nelle vetrine il risultato di queste forze, ecco in esse la compenetrazione ed il compromesso armonioso sigillato per sempre da un vetro dietro il quale si danno scene immobili e virtualmente eterne, non più destinate dunque a durare per una sola notte in un qualche teatro.

Nelle vetrine alla quiete dell’immobilità fanno però ancora da contraltare tutte le rappresentazioni fantasiose e immaginarie che prendono vita nella mente dell’osservatore attento e partecipe, il quale scorge ancora dietro la fissità degli oggetti affastellati la vita che scorre negli ambienti riccamente vissuti che nelle vetrine sono rappresentati. Si intuisce il lascito forte di gesti appena compiuti, il segno del tempo che fugge, una presenza di dinamismo fissato in forme immobili che compongono l’effetto di immagini estrapolate dal flusso del cambiamento ed immobilizzate.

Un libro in equilibrio su una vecchia libreria, un quadro sul muro che si è storto, un frutto disposto a caso su una casseruola, cose della vita appunto, cose che la vita ha cambiato, ha riposto nuovamente, ha toccato col disordine che le è proprio…

Siamo dunque di fronte ad opere fisse in cui le proiezioni immaginifiche di chi guarda donano ancora movimento, narrano storie mai scritte, mai udite, mai raccontate: le storie che chi osserva ha dentro di sé. Il caos e l’ordine trovano una casa in cui coabitare, il Deison ha finalmente aperto quel varco che potrà forse rendergli quell’equilibrio fluttuante che tutti cerchiamo, il compromesso tra la quiete ambita ed il flusso vitale che anima, ma può anche sconvolgere e costringere di tanto in tanto a rifare tutto da capo, a rimetterci in gioco e dare fondo alle nostre risorse, ancora una volta, obbligandoci a ricostruire il senso della propria ricerca personale.

Se passando da Torre dell’Orso vi capiterà di imbattervi in un negozietto colmo di oggetti affastellati che raccontano di storie lontane, sappiate che siete giunti in un posto che potrebbe rivelarvi molte sorprese, sappiate che quel signore con la barba che potreste incontrarvi è Carlo Deison, e sappiate infine  che quella simpatica e frizzante signora che del mondo rinchiuso in quel negozietto ne è la voce narrante e la regina è la sua compagna Tamara Sogoyan, anch’ella artista pregevole, dedita a presentarvi con disponibilità e viva passione ogni oggetto d’arte che lì vi allieterà gli occhi e lo spirito: incalzatela, domandatele, perché solo ella è capace di incantarvi l’animo nello svelarvi le storie misteriose rinchiuse dietro la piccola teca di ogni vetrinetta.

Un commento a Le vetrine di Carlo Deison

  1. Grandi Artisti…….Carlo e Tamara personaggi d’altri tempi con la loro semplicità, fantasia, creatività danno il meglio nelle loro creazioni che potete ammirare nel loro negozio El Souk Torre dell’Orso (Lecce)!!!!!! Andate ne vale la pena!!!!!!!!!

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