Il cercatore di scarpe

di Pier Paolo Tarsi

ph Sandro Montinaro

Iniziò così, come ogni cosa che viene alla vita, proprio come piaceva al vecchio Talete: iniziò tutto dall’acqua.

Passeggiava un giorno su una spiaggia dell’est salentino, avanzava placido sulla sabbia, senza meta, mirando i lontani profili delle vette d’Albania, cenni tra la foschia all’orizzonte. Era solo.

Radente all’acqua, in quel punto in cui non è più possibile fare un passo senza bagnarsi, abbassò gli occhi e lì, finalmente, vi trovò quanto il mare pareva gli volesse ad ogni costo consegnare: trascinata da chissà dove, una scarpa, misera, lacera, pietosa, solitaria e sfinita naufraga appartenuta a chissà chi. Egli la raccolse e la portò con sé, nella sua casa, quasi fosse un dono prezioso venuto da una fonte imperscrutabile.

Dapprima se ne prese cura, la pulì, la lucidò, la lustrò con tenerezza, la fece pazientemente tornare alla vita dignitosa delle cose. Non pago, la volle poi bella. Non soddisfatto, la volle infine meravigliosa ed unica. La rivestì di colore, la tinse amorevolmente, la adornò, l’arricchì di ciò che a lui pareva fosse degna, ora dopo ora, per giorni, fino a fare della naufraga una regina, un sacrario della bellezza, stupore per tutti coloro che l’avrebbero lasciata su quella riva, fino a farla diventare, in breve, un’opera d’arte.

Fu da quando il mare gli consegnò quella prima naufraga che Antonio Catanzariti, detto Tonino, divenne un cercatore di scarpe. Se ne va da quel giorno a cercarle, seguendo con pazienza i passi degli uomini e delle donne che le vanno togliendo per sempre dai propri piedi, dimenticandole e abbandonandole in qualche posto.

Egli sa oramai, per questa sua confidenza con le cose abbandonate, dove giacciono gli oggetti che abbiamo lasciato per sempre, conosce quell’ineffabile luogo dove lo attendono di tanto in tanto le cose ingoiate dall’oblio, giunte lì quando ormai un uomo o una donna se ne sono serviti per un’ultima volta. Le scarpe sfatte sono in fondo tutto ciò che ci resta dei passi compiuti, le suole consunte l’evidenza di un passato sul quale non possiamo mai tornare, i tacchi consumati l’effetto ultimo, la meta tangibile di ogni nostro percorso giunto alla fine: è per questo forse che vogliamo necessariamente disfarcene, tali oggetti sono, a ben guardare, la testimonianza del consumarsi irrimediabile dei nostri cammini.

L’uomo che cerca le scarpe questo probabilmente lo sa, eppure non se ne cura. Evidentemente accetta il gioco della vita e continua a cercarle senza sosta, le scova, le porta con sé per farne con dedizione e maestria delle regine incipriate, ognuna con un piccolo regno da illustrare, ognuna con le proprie vicende da narrare.

Il cercatore di scarpe le trascina fuori dal silenzio in cui altri le hanno riposte l’ultima volta e dà loro il colore della vita, le ammanta di bellezza, ridona loro una voce. Già, una voce soprattutto, fiat-o per narrare i sentieri che le nostre scarpe hanno attraversato, le storie che hanno percorso, le stesse di noi uomini e donne che le abbiamo possedute prima di lasciarle alle nostre spalle per sempre.

Il cercatore di scarpe comprende i passi che ogni sua scarpa ha compiuto, sa leggere pazientemente in ogni sua parte, nella sua punta, nel suo tacco, nei suoi lacci, nelle sue pieghe; soppesa dai dettagli ogni urto affrontato da chi con quelle ha camminato, ne intuisce ogni salto, ogni corsa, ogni brusca fermata, ogni passo indeciso, imbarazzato, arduo, azzardato o affranto, stanco, pesante o leggiadro, leggero, danzante, giocoso, ogni energica accelerata, ogni cambio fluttuante di direzione. In ogni traccia d’usura il cercatore setaccia indizi dell’esistenza trascorsa, intravede le orme lasciate dall’anima di chi ha camminato, le ripercorre e ne celebra tutta la bellezza dimenticata in un angolo o naufragata su un lido: il cercatore di scarpe è il cercatore delle nostre piccole storie quando sono giunte al termine, strappa queste al nostro stesso distratto oblio e ne fa arte e incanto celebrandole.

Nella bellezza egli sublima ogni storia ripercorsa, intuita, svelata, forse solo immaginata: la universalizza, facendola diventare una parte della storia di chiunque altro voglia calzare nuovamente quelle scarpe e con esse ripercorrere altre vie sulle orme della bellezza dell’esserci. Egli è, ormai è chiaro, un cercatore di vita in fondo, molto in fondo, proprio sotto le nostre scarpe.

 

Una postilla sull’artista Antonio Catanzariti

Ci sia concesso di fornire alcune brevi note biografiche e non a completamento di quanto sopra. Il cercatore di scarpe, il salentino Antonio Catanzariti, risiede e crea a Lecce, la città nella quale ha a lungo lavorato come impiegato fino al pensionamento e dove tuttora vive con la moglie. Incontrammo una prima volta questo artista fortuitamente, sull’uscio di casa di amici comuni da cui noi giungevamo mentre egli ne usciva proprio con una sua scarpa in mano, al tempo l’ultima nata delle sue creazioni; questa opera, che ci colpì immediatamente per la bellezza che emanava tra le sue mani, fu, per lui, pretesto per raccontarci con entusiasmo e naturalezza – proprio lì, in piedi su quell’uscio – la storia della sua prima regina portata dal mare, per noi, invece, pretesto e ispirazione per scrivere quanto riportato sopra. A quel primo fortuito incontro, ne seguì poi un secondo più recente, premeditato e accordato, avvenuto un pomeriggio nel corso del quale, in compagnia di alcuni cari amici, ci recammo a casa dell’artista al fine di leggergli quanto la sua storia ci aveva ispirato e, soprattutto, poter mirare altre delle sue opere. Fu quello, senza dubbio, quel che si dice un giorno duro a dimenticare: a vedere Catanzariti entusiasmarsi con la freschezza, l’allegria e l’incanto di un fanciullo mentre dava la carica ad antichi giocattoli di latta che egli colleziona in casa, custodendoli come reliquie in una bacheca e contendendoli con i suoi nipoti bambini, nessuno al mondo potrebbe indovinare i suoi ottanta ed oltre anni d’età, dettaglio anagrafico questo che, quando quel pomeriggio ci fu rivelato, lasciò chi scrive piacevolmente senza parole, per un intenso momento il cui sapore ci piace qui condividere con il lettore. Della particolare vena artistica di Catanzariti, argutamente scrive con dono di mirabile sintesi ed eleganza Donato Ulivo: «Una peculiare caratteristica di Antonio Catanzariti è il riscattare dalla fissità funzionale un oggetto, trasmutandone il destino avuto in sorte al momento della nascita in un altro, esaltato dalla magia di un’ispirazione diversa che lo trasporta nell’olimpo della espressione estetica. Ecco allora le vecchie scarpe, sedie abbandonate, scarti di oggetti, tornano a rivivere e a dare nuove emozioni grazie alla fantasia inesauribile del Nostro». Con diverse, ma non meno efficaci parole, così si racconta invece l’artista stesso: «Una naturale predisposizione alla manualità mi ha sempre portato a sperimentare forme con materiali diversi. Il tema della scarpa è nato casualmente dall’incontro con oggetti, tra cui delle scarpe, restituite dal mare sulla spiaggia. Questi oggetti mi hanno subito incuriosito perché mi raccontavano delle storie di vita, tanto da farle rinascere ad una nuova vita, dando ad ognuna di esse un carattere ben definito in base a quanto mi trasmetteva quel particolare modello. Questa è, in breve, la storia che ha ispirato la vocazione a farmi guardare con occhio diverso questi oggetti: “le scarpe”». Per concludere, ci auguriamo e auguriamo al lettore che questa conversione dello sguardo che la spontanea creatività di questo artista ci mostra e che egli stesso con limpidezza ci descrive, accompagni sempre il sentire dei nostri animi e illumini i nostri occhi, perché proprio questa è la forza che colora e sostiene l’esistenza, permettendoci di scorgere la bellezza ovunque, in ogni cosa o elemento intorno a noi, persino in un’umile e abbandonata vecchia scarpa, se soltanto sappiamo guardarla. È tutto qui, ci pare, già racchiuso in un sol gesto poetico, l’alto e infinito messaggio che ai nostri occhi si dischiude nell’artistico esempio di questo uomo: nel suo piegarsi a raccogliere una vecchia scarpa, dentro la quale, sapendo egli cercare, vi ritrova tutta la bellezza e la bellezza del tutto.

9 Commenti a Il cercatore di scarpe

  1. Grazie Rocco. Sono davvero lieto che sia piaciuto ad uno che in scrittura mi può essere mille volte maestro!
    Pier Paolo

  2. Sei incantevole e delicato corniciaio di arte, PierPaolo. Se Catanzariti ha dedicato la sua esistenza a ripescare, rispolverare e impreziosire scarpe e percorsi umani, tu riesci a scovare l’arte e il nuovo con il fiuto di un cercatore di razza. Fai cornice all’arte con l’arte intrecciandola di parole caleidoscopiche e buoni sentimenti. Ecco che il tuo istinto filosofico si trasforma in poesia, a volte lirica, a volte nostalgica. Se c’è qualcuno che con rispetto ed estro salva e interpreta le scarpe, c’è qualcun altro che le compra. Non è vizio nè vanità femminile, ma espressione di uno stato d’animo che varia da modello a modello, da colore a colore, e, soprattutto, è indomabile desiderio di camminare e continuare a farlo nel mondo e nel tempo. Un marito potrebbe rimpiangere di aver sposato e dovuto sovvenzionare l’intelligenza di una simile moglie, un po’ perchè certi stati d’animo complessi hanno un bel costo, un po’ perchè sa già che il numero spropositato di eleganti calzature si assicurerebbe la percorrenza dell’intero globo terrestre almeno per tre secoli ancora. A Catanzariti, dunque, il merito di rendere immortale un passato, a me, invece, quello di rendere immortale un presente e mortale un parente.

  3. Cara Raffaella, tu mi provochi e mo’ ti becchi la mia indagine filosofica sul bisogno femminile di comprare tante scarpe! Ehehe!

    Uomini e donne: l’errore di Kant

    Kant non si è mai sposato. “E per niente era un genio?”- direbbe qualcuno, ma non è questo il punto che ci interessa discutere qui. Tale particolare biografico permette di comprendere, e in parte giustificare, l’errore fondamentale del suo grandioso sistema filosofico: la pretesa che le forme trascendentali della conoscenza fossero le medesime in tutti gli esseri umani, tanto di genere maschile quanto femminile. Quello che tradì il filosofo fu proprio la mancanza di quanto egli sommamente aveva in conto, ossia l’esperienza stessa, non avendo avuto a che fare con una compagna da osservare per un tempo necessario ad uno studio rigoroso della questione, cosa che gli avrebbe certo permesso di comprendere facilmente quanto fosse ingenua e arbitraria l’estensione della sua visione epistemologica anche alle donne.
    Le forme a priori e le categorie che il filosofo individuò e descrisse meticolosamente nella Critica della ragion pura non valgono infatti, come mostreremo, se non esclusivamente per quegli esseri umani di cui egli poteva avere un’esperienza immediata per appartenenza personale al genere, ossia i maschi stessi.
    Per cominciare non siamo certi che il filosofo avesse ragione in merito alle facoltà indagate nella prima sezione della Critica (ossia nell’Estetica trascendentale), quella sezione cioè che si occupa delle intuizioni sensibili e delle relative forme a priori, lo spazio e il tempo, da Kant ingenuamente considerate universali e dunque valide tanto per la mente maschile quanto per quella femminile.
    Siamo infatti ragionevolmente propensi a pensare a distanza di poco più di due secoli da Kant che:
    1) l’incapacità connaturata nelle donne di guidare una macchina decentemente – calcolando tempi per i sorpassi, le distanze dagli incroci e dagli altri veicoli parcheggiati e così via;
    2) la tendenziale avversione delle donne per le discipline matematiche (discipline per lo stesso Kant fondate appunto sulle intuizioni sensibili di spazio e tempo)

    siano due potenti indizi che potrebbero rivelare ad un’indagine più attuale una diversità oggettiva tra uomini e donne anche nella sfera delle intuizioni sensibili. Questi evidenti indizi di diversità non potevano essere colti da Kant per ragioni storiche ed oggettive: alla sua epoca non circolavano donne al volante né del resto molte erano quelle dedite allo studio.

    Ciò nonostante, non avendo ulteriori prove per dirimere completamente la questione a questo primo livello, preferiamo concedere al filosofo almeno la validità dell’Estetica trascendentale per entrambi i generi, ossia per l’umanità in generale. Questa concessione tuttavia non è nel modo più assoluto praticabile nel caso delle categorie dell’intelletto, indagate nella seconda parte della Critica (l’Analitica trascendentale).
    Analizziamo ora velocemente, con degli esempi chiarificatori, alcune di queste categorie attraverso cui, nella visione di Kant, il nostro intelletto filtra ed ordina l’esperienza e ce la rende concepibile, ravvedendone immediatamente i limiti di applicabilità alla mente femminile.

    Prendiamo ad esempio le categorie della quantità, ossia: unità, pluralità, totalità.
    Se queste categorie caratterizzassero l’intelletto femminile sarebbe semplice far comprendere ad una donna qualsiasi quanto l’esperienza comune mostra invece essere per lei assolutamente incomprensibile e inaccessibile con l’uso di tali categorie. Per esempio, provate a dire alla vostra compagna: “Cara, un solo paio di scarpe, che costa peraltro una pluralità di euro, fai in modo che ti basti per piacere per la totalità dei giorni di questo mese” e noterete immediatamente la sua reazione inebetita, un annuire stordito, vacuo e indefinibile, talvolta addirittura violento, di certo poco razionale e kantiano. Non vi sorprenda poi il fatto che dopo una settimana appena, o magari il giorno dopo stesso, ella arriverà a casa con un altro paio di scarpe pagato con un’altra pluralità di euro: non sarà il caso di prendersela signori, non l’avrà portata ad agire in quel modo un intento provocatorio trattandosi piuttosto di un errore filosofico vostro, lo stesso commesso da Kant: il fatto è che avrete chiesto ad una donna di concepire il mondo secondo le categorie del vostro intelletto maschile, quello per cui un paio di scarpe nuove si compra solo quando avete l’alluce che fuoriesce.

    Qualche uomo potrebbe illudersi di poter colmare la distanza epistemologica tra lui ed una donna facendo ricorso alle altre categorie dell’intelletto descritte da Kant, scontrandosi però ancora con inevitabili fallimenti.
    Ve ne offriamo una prova. Una volta constatata l’assenza delle categorie della quantità nella mente della vostra compagna, potreste credere che, facendo ricorso ad altre categorie da rinvenire nell’essere mentale della donna, potreste ottenere i risultati sperati, ossia farle comprendere che non è necessario avere tante scarpe. Potreste pensare allora di fare ricorso alle categorie della modalità, ossia: possibilità-impossibilità, esistenza-inesistenza, necessità-contingenza, riformulando la vostra preghiera in questo modo: “Cara, vorrei farti comprendere che non è possibile (possibilità-impossibilità) acquistare continuamente scarpe essendoci in questa casa l’entrata di un solo magro stipendio (esistenza-inesistenza) che ci serve soprattutto per incombenze inevitabili, come pagare il mutuo e sopravvivere (necessità-contingenza)”. Constaterete anche in questo caso la vacuità dello sforzo quando la rivedrete puntualmente rincasare alcune ore dopo con almeno due paia di scarpe nuove e cinque costosissime borsette griffate! Se a quel punto la voglia di spaccarle qualcosa in testa vi assalisse, vi preghiamo di affrontare la questione con filosofia e non prendervela con lei ma con il fallace sistema gnoseologico elaborato da Kant, il quale – lo ribadiamo ancora a sua discolpa – non ha mai avuto in casa uno di questi strani esseri che chiamiamo donne per constatare i suoi evidenti errori!

  4. Orgogliosa di aver scatenato il genio filosofico di PierPaolo, mi dissocio dalla categoria di donne che non sanno stare al volante e mi associo alla ‘pluralità’ di risate generate dagli esempi pratici d’incomunicabilità maschio-femmina. Mi permetto infine di far notare che, personalmente, l’ultima versione di preghiera del marito in me avrebbe fatto breccia: sospensione degli acquisti suolati per amore e pietà familiare. Tanto avrei potuto sfruttare le 1235 paia di scarpe già comprate prima della richiesta con formula giusta! Sei straordinario, PierPa, i miei neuroni fanno la hòla!!!!!!

  5. Con le provocazioni come la tua, cara Raffaella, Pier Paolo viene invitato – come si suol dire in dialetto salentino – a ccarne e mmaccarrùni. Se no come avremmo queste sue meravigliose dissertazioni filosofiche? Perché in questa, caro Pier Paolo, mascherando un grande umorismo ti sei rivelato insuperabile, un “genio”, per dirla, appunto, con Raffaella (e con quanti, compreso me e Marcello, lo hanno detto ancor prima di lei).

  6. Vi ringrazio per la stima, ma vi assicuro che è troppo. Non mi sento e non sono nel modo più assoluto un genio, mi basta invece sapere che vi ho strappato un sorriso, per me è un complimento molto più gradito. Il resto è un’esagerazione, frutto solo del vostro affetto, altrettanto gradito.
    Buona giornata

  7. Nelle lunghe peregrinazioni sulla spiaggia, fuoristagione, nella stagione invernale, dopo mareggiate impetuose ed impietose, mi capita di inciampare in una scarpa spaiata femminile, in un sandalo di bimba, in uno scarpone o stivale, inzuppati di salsedine, dalla pelle ancora vigorosa, o già incrostati di piccole conchiglie.
    Non è come tutte le tante altre cose portate dal mare una calzatura…non è spazzatura andata alla deriva e qui approdata, non è discarica di nave, non è cassonetto mai svuotato durante la stagione estiva e lasciato lì, dimenticato quale frutto non maturo fino alla prossima stagione…no, una scarpa rimanda ad un naufragio di una nave o di una vita.
    Dopo il 2011 le nostre coste hanno accolto i segni di un’umanità invisibile, di passaggio, resti superstiti di naufragi della storia o di altro che non esploriamo, che si perde nel pozzo degli abissi e che ci inquieta. Ecco la scarpa, dunque, unico indizio.

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