Otranto e l’albero di Pantaleone

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Dedicato a Don Grazio Gianfreda il volume «Note di storia e di cultura salentina» (2)

Nel volume «Note di Storia e Cultura Salentina» (Argo Editrice), annuario a cura di Fernando Cezzi, ed organo della Società di Storia Patria per la Puglia una miscellanea di Studi dedicati a Mons. Grazio Gianfreda. Il volume è introdotto da un ricordo di mons. Grazio Gianfreda di Maurizio Nocera riprodotto qui nella sua seconda parte.

« (…) il mondo basato sulle grandi visioni sintetiche e interculturali, come quelle raffigurate sul Mosaico, si è frantumato. / La programmazione informatica, da parte sua, più che mettere ordine in tale universo, rappresenta con i suoi archivi computerizzati solo una difesa disperata, mossa dalla consapevolezza che i frantumi sono diventati cocci, pezzi ormai inutili»

« (…) Nel Mosaico c’è l’incontro tra l’integrazione culturale di Alessandro il Grande, la romanizzazione dell’Impero Romano, l’arte e la cultura dell’Impero Arabo, la Rinascenza dell’Impero Bizantino e le culture dell’Europa Occidentale: nella Cappella degli 800 Martiri, invece, c’è il risultato dello scontro tra civiltà. L’incontro produce l’“opus insegne”; lo scontro rovina, distruzione, morte»

 
 
 
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L’albero di Pantaleone

Maurizio Nocera

Altro libro che mi donò Don Grazio Gianfreda, sempre con dedica, fu la sua bella e agile “Guida di Otranto” (Edizioni del Grifo, Lecce 1993), nella quale riprende l’argomento della chiesa di San Pietro, confermando alcune affermazioni e precisando alcune datazioni.

Scrive: «la Chiesa bizantina di San Pietro risale al sec. IX. È tutta affrescata. Sulla cupola dell’altare è la “Annunciazione”; nella conca sottostante è “Maria Madre di Cristo”; a destra, gli “Apostoli”; a sinistra, la “Risurrezione di Gesù”. Nell’abside sinistra, in alto, sono le scene della “Lavanda dei piedi” e della “Ultima Cena”; in basso, la “Vergine con San Nicola e San Francesco di Paola”. Nella navata sinistra, in alto, è la scena della “Vergogna dopo il peccato originale”; nella navata centrale, nei pennacchi della cupola, gli “Èvangelisti” (sono rimasti due e non interi); nella navata destra, il “Battesimo di Gesù, tre Angeli e un mostro ai piedi del Signore”. Lungo le pareti, sugli archi e sulle colonne, si leggono le immagini di “S. Basilio, S. Nicola, S. Leonardo, S. Lucia, Gesù, ecc.”. San Pietro è un trattato di Bibbia e di devozione, anche se oggi – purtroppo! – il tempo e l’incuria hanno cancellato delle pagine che lo rendono lacunoso» (pp. 75 e sgg.).

Il mosaico del prete-artista

Ancora sulla “Guida di Otranto”, don Grazio scrive anche del manufatto che più di ogni altro lo ha interessato: il mosaico pavimentale della Basilica Cattedrale.

Si può dire che tutta la vita di monsignore sia stata spesa nello studio di questo «capolavoro inestimabile [che] – così scrive – copre circa 800 mq di superficie. / Il committente è l’arcivescovo Gionata; l’autore, il Presbitero Pantaleone; l’epoca, dal 1163 al 1165. / Il Prete-artista, con figure tratte dalla “Bibbia”, dalla patrologia, dalla mitologia, dalla storia e dalla letteratura, racconta la storia dell’uomo, iniziando da Adamo ed Eva al Giudizio universale. / Sul presbiterio narra, in sedici tondi, la “Cosmogenesi” e la caduta di Adamo ed Eva. / È il tema che l’artista sviluppa nelle tre navate. / Struttura portante dell’ “opus” è l’ “Albero della vita” che si ripete in ogni navata. Pur essendo sempre simbolo del Logos, esprime operazioni diverse. / L’albero centrale è simbolo del “Logos” che crea. Da esso, come da un unico principio e sorgente, scaturiscono le culture indo-europee che hanno modellato e modellano l’Europa. / Avanzando lungo la navata ci si arrampica sull’albero immenso che percorre tutto lo spazio dividendolo in due parti uguali e poggia su due elefanti indiani./

Il filo narrativo

Passeggiando su quel tronco gigantesco ci si trova come in un labirinto (labirinto per l’uomo del secolo XX, non per l’uomo del Medioevo), in cui convivono esperienze cristiane, precristiane e non cristiane; mostri ed eroi, “Bibbia” e storia; letteratura e mitologia; angeli e diavoli./

Il visitatore, se vuole seguire un filo narrativo-logico deve partire dalla cacciata di “Adamo ed Eva dal Paradiso”; seguono “Re Artù”; il “Lavoro dell’uomo” (zodiaco), il “Diluvio universale” (l’Arca di Noè), la “Torre di Babele”, la “Figura quadrocorporea monocefala”, lo “Scacchiere dell’Essere”, “Diana cacciatrice e il cervo ferito”, l’”Animale androcefalo”, “Due lottatori”, “Alessandro Magno e due cavalieri con l’olifante”; due “Elefanti indiani con due roditori”. / Dentro e tutt’intorno a questa chiarezza narrativa pullula il disordine, la lotta tra il bene e il male. / Questa navata [la centrale] è stata restaurata dal 1982 al 1991. Il suo manto musivo fu tutto staccato, ripulito da malte precedenti e ricollocato su un nuovo letto, nascondeva tombe messapiche integre, mosaici romani e resti di una chiesa paleocristiana». (pp. 55 e sgg.).

Volutamente ho riportato questo lungo passo, perché è questo il motivo assillante dello studio di don Grazio per più di 60 anni. Tanto che nel giugno del 2006, appena qualche mese prima della morte (4 gennaio 2007), mi chiamò al telefono per dirmi di recarmi urgentemente a Otranto perché doveva consegnarmi una copia dell’ultima sua fatica letteraria, appunto “Il Mosaico di Otranto. Anima per l’Europa” (Edizioni del Grifo, Lecce 2005). Ancora oggi mi commuove la dedica che aveva già preparato e apposta sulla pagina a fronte del frontespizio: «9 giugno 2006. All’Amico Prof. Maurizio Nocera / noto studioso delle cose nostre / con stima, affetto e l’augurio / di continuare la tradizione di far / rivivere i grandi valori culturali della nostra / terra. / D. Grazio Gianfreda».

Mi disse che di questo libro era orgoglioso per avere ricevuto – in occasione dell’invio al Papa della prima edizione del 2003 – dalla Segreteria di Stato del Vaticano (Mons. Sandri) – una lettera con i ringraziamenti e i complimenti del Pontefice. Mi disse pure che gli era molto piaciuta la presentazione al libro di Giuseppe Giacovazzo e che a questa seconda edizione egli ci teneva tanto perché, finalmente, essa rispecchiava il suo stato d’animo di vecchio studioso che aveva dedicato un’intera vita al Mosaico e alla Basilica Cattedrale.

Il mosaico, anima per l’Europa

Bellissima è la sua introduzione a questa seconda edizione. Pienamente condivisibile. Scrive: «“Il Mosaico di Otranto – ‘Anima per l’Europa’” si mostra sempre più come un “apocalisse” nel senso etimologico e cristiano del termine: un “alzare il velo”, una rivelazione di ciò che è l’uomo, di ciò che l’uomo desidera e per cui lavora. […] Purtroppo la nostra generazione, specialmente quella detta del “post-moderno”, ha una difficoltà in più sul piano religioso, perché è chiamata ad esplorare una realtà non omogenea.

Infatti, il mondo basato sulle grandi visioni sintetiche e interculturali, come quelle raffigurate sul Mosaico, si è frantumato. / La programmazione informatica, da parte sua, più che mettere ordine in tale universo, rappresenta con i suoi archivi computerizzati solo una difesa disperata, mossa dalla consapevolezza che i frantumi sono diventati cocci, pezzi ormai inutili. / La Cultura si frammenta in una miriade di saperi specialistici che solo di rado ritrovano la via del dialogo e dello scambio, e approssimandosi sempre più ai misteri del microcosmo abbandonano le antiche verità che hanno sempre costituito l’essenza del sapere umano. Le correnti del pensiero parlano, nel migliore dei casi, di “pensiero debole”, nel peggiore, di “nichilismo”. / In questo caotico spazio spirituale e sociale di stati e di città, l’uomo contemporaneo, chiuso nella propria opinione, non si accorge che gli avvenimenti di cui è testimone sono ben distinti da quelli che li hanno preceduti fin dalle origini della storia, e sono caratterizzati da una risonanza di portata mondiale./

Il ruolo della conoscenza storica

Non esiste più una storia locale, né una storia esclusivamente nazionale, i cui avvenimenti interessano un determinato popolo e quello soltanto. L’unità del pianeta è un fatto compiuto, per ragioni economiche, industriali e, generalmente parlando, tecniche, tutte connesse con le applicazioni pratiche delle scienze della natura. Si è stabilita tra i popoli della Terra una solidarietà di fatto, le loro vicende si integrano ad una storia universale di cui essi non sono che momenti particolari. Checché dicano questi popoli, essi sono di fatto parti di un’umanità più naturale che sociale, di cui devono prendere coscienza per volerla e non subirla, e per poterla organizzare./

La Storia può avere qui la sua funzione. Lo studio degli avvenimenti del passato non deve unicamente mirare all’analisi dei fatti materiali o delle vicissitudini delle istituzioni, ma soprattutto alla comprensione dell’anima umana: tendere alla conoscenza di ciò che quest’anima ha creduto, pensato, sentito nelle diverse epoche, per meglio valutare ciò che crede, pensa, sente oggi. / La storia, appunto, racconta che tra Oriente e Occidente c’è stato l’incontro e lo scontro, e che in entrambi i casi l’Europa si è mantenuta fedele alle sue radici storico-culturali e cristiane. Otranto conserva ancora tracce sia dell’incontro che dello scontro./

Nel Mosaico c’è l’incontro tra l’integrazione culturale di Alessandro il Grande, la romanizzazione dell’Impero Romano, l’arte e la cultura dell’Impero Arabo, la Rinascenza dell’Impero Bizantino e le culture dell’Europa Occidentale: nella Cappella degli 800 Martiri, invece, c’è il risultato dello scontro tra civiltà. L’incontro produce l’ “opus insegne”; lo scontro rovina, distruzione, morte» (pp. 9-11).

È bello ciò che è “tipico”

Come non accorgersi che qui ci troviamo davanti al testamento storico-letterario di mons. Grazio Gianfreda il quale, alcune righe dopo, precisa meglio il suo Credo Umano-Religioso: «A me sono cari, in ogni civiltà, i tratti che la fanno nazionale. Nel popolo come nel singolo uomo, è bello ciò che è tipico e irripetibile. Gustiamo le bellezze della civiltà ellenistica e di quella persiana; sappiamo quanto hanno dato all’umanità il pensiero greco e il diritto romano, l’Egitto e l’India, e ciascuna di queste culture ci attrae; consideriamo preziose e di importanza vitale le diverse tipologie del vivere comunitario, del pensare, del fare arte./

[…] Nei miei frequenti viaggi mi ha stupito l’ignoto, mi ha reso osservatore avido ciò che mi era estraneo, ma mi ha anche dato gioia la ricognizione del noto nell’ignoto, dell’intimo e del familiare nell’incomprensibile e nell’’astruso. / Il nostro è tempo di contraddizioni: globalizzazione e rigurgiti nazisti; trionfo della tecnica e trionfo del pregiudizio, di superstizioni e luoghi comuni a frotte; mondo economico unito e mondo politico diviso. […] La lotta contro il pregiudizio è dovere di ognuno. Ho raccolto alcune mie osservazioni, buttate giù dopo aver esplorato l’universo musivo di Otranto e averlo confrontato col mondo presente, e mi sono convinto che Oriente e Occidente, per diversi che siano nella storia, nell’arte, nella vita, presentano chiaramente una matrice che li accomuna. Forse è perché le sorgenti dei grandi fiumi si assomigliano; forse perché sono vicine per il posto che ognuna di esse occupa nella storia dello spirito, dell’arte e dell’umanità. / So per certo, comunque sia, che la divisione del mondo in Oriente e Occidente, popoli ricchi e popoli poveri, e la contrapposizione tra le due realtà, non sono che un antiumanistico arbitrio, gradito a chi professa il cattivo principio, caro ai conquistatori romani, del “divide et impera”» (pp. 11-12).

Nello spirito di Casole

Mi sono permesso questa lunga citazione dell’introduzione di don Grazio Gianfreda al suo libro “Il Mosaico di Otranto”, perché erano appunto questi i discorsi che fra di noi facevamo in ogni occasione d’incontro, e poi anche perché, so per certo – me lo disse lui più di una volta – è questo il suo testamento spirituale, lasciato agli studiosi del Mosaico e della millenaria storia di Otranto. Molte parole abbiamo speso assieme sulla presenza della civetta nera nel Mosaico, a volte concordando altre no, ma sempre nello spirito della reciproca comprensione, soprattutto da parte mia, perché sapevo di imparare molto da quanto don Grazio diceva, indicava e scriveva. Quando d. Grazio si spense aveva 94 anni, dei quali circa 70 passati nella Basilica Cattedrale, ammirando e studiando il Mosaico pavimentale.

Era il 1956 quando era stato nominato parroco del grande tempio otrantino e tale rimase per molte generazioni, fino alla morte. Egli, con i suoi studi e libri, dopo circa mille anni, ha fatto rinascere lo spirito di Casole, lo spirito dell’antico Monastero di san Nicola, presso il cui “scriptorium” sapientissimi monaci basiliani diedero vita alla più vasta cultura europea e mondiale.

(per gentile concessione di Paese Nuovo Quotidiano. La parte precedente è stata pubblicata il 2 luglio 2010)

4 Commenti a Otranto e l’albero di Pantaleone

  1. Il mosaico e’ un pezzo notoriamente di una preziosita’ unica.
    Ricordo di essermi trovato parecchi anni fa, ma qualche spigolatore otrantino ci potra’ ricordare almeno l’anno, quando il mosaico, tagliato in lastre di circa 100 x 150 fu rimosso per un qualche restauro.
    Proviamo a proporre, vista la preziosita’ del’Opera, di realizzare una protezione in cristallo o altro moderno mezzo trasparente, per evitare il deterioramento di questo capolavoro e lasciare ai figli dei figli dei figli etc del mondo intero, la gioia di apprezzarlo nei secoli?

  2. Ben detto Luigi, tutte le volte che entro nella Cattedrale mi chiedo perchè il mosaico non sia in qualche modo protetto per evitarne il deterioramento. Grazie per avercelo ricordato, anzi, ti faccio una proposta: sarebbe bello se proprio tu facessi un brevissimo pezzo in cui esponi la saggia proposta di una protezione, per dare così maggiore spazio all’idea su questo stesso sito.
    Saluti

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