Da Marittima (Lecce), i quadretti di un (non) pittore senza cavalletto

 

Marittima di Diso, Torre di Alfonso e Palazzo Baronale

di Rocco Boccadamo

 

Sin dai tempi delle mitiche aste e/o delle prime vocali, R. è stato sempre accompagnato da una congenita negazione per il disegno. Più precisamente, riuscendo a malapena a salvare la faccia riguardo a quello geometrico, laddove si trattava di mettere due linee in croce o di tratteggiare un angolo o un poligono, ma rivelandosi addirittura una completa e assoluta frana per ciò che attiene all’altro genere, il cosiddetto ornato.

Così che, negli anni preadolescenziali delle medie, succedeva sistematicamente che il docente della materia, in occasione degli scrutini, finisse ogni volta col trovarsi in serio imbarazzo: insomma, l’otto segnato sulla pagella di R. era tutt’altro che meritato, ma cadeva miracolosamente dal cielo, alla stregua di provvidenziale manna, solo affinché non fosse “guastato” l’insieme dei voti eccellenti, abitualmente riportati in tutte le altre discipline.

Invece, nonostante l’anzidetta antica non predisposizione o vocazione, in virtù di una sorta di strano contrappasso, in questo caso al rovescio o meglio a beneficio, quando si tratta di “disegnare” o tratteggiare il paesello, il mare, la costa, i campi pietrosi, le distese verdeggianti e argentate degli ulivi, le facce della gente di ieri, i ricordi di una serie di vecchi mestieri e delle abitudini passate in generale, ecco che R. si scopre pittore. Senza tavolozza, né pennelli, né colori, bensì servendosi di particolari “strumenti” immateriali, ma evidentemente non meno efficaci, quali sono la memoria, i pensieri, l’interpretazione e la fantasia.

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Nella toponomastica stradale di Marittima v’è un’arteria, fra le più lunghe, che parte da Piazza della Vittoria per terminare all’altezza del Santuario Maria SS. di Costantinopoli, con adiacente edificio già sede di un convento di monaci, e, sulla destra, in corrispondenza del piazzale del camposanto.

Il suo nome ufficiale è Via Convento, ma, da parte mia, giacché vi transitano indistintamente gli abitanti della piccola località nel loro ultimo viaggio, ho da qualche tempo preferito battezzarla con l’appellativo “Via di tutti”.

Lungo il percorso in parola, è continuamente dato di cogliere volti, emozioni, sofferenze, non solo nelle precipue occasioni dei tristi eventi, bensì tutti i giorni dell’anno.

Ad esempio, a percorrere detta strada, stamani, si trovava Nino, non a piedi, non in macchina, non in moto, bensì camminando appoggiato al manubrio della sua vecchia bicicletta.

Prossimo ai novanta, egli è solito recarsi – quasi quotidianamente – nell’area caratterizzata dai cipressi, per la visita e un saluto alla moglie che l’ha lasciato solo.

Oltre a Nino, proprio davanti al portone del luogo dei trapassati, ho scorto, ferme e intente a conversare, due sorelle, vestite rigorosamente di nero: chissà quali contenuti o argomenti erano insiti in quei discorsi, tuttavia, a prescindere da ciò, le citate figure, in un lampo, mi hanno richiamato alla memoria il triste evento di alcuni anni addietro, sottoforma di tremendo scontro stradale fra due autovetture sul nastro d’asfalto di una vicina provinciale, in cui le donne videro perire la loro sorella più giovane, due cognate e, infine, una sorella di queste ultime, l’indimenticabile comare Amalia, lei sì pittrice, ricamatrice e creatrice dotata d’inesauribile inventiva, come ho avuto modo di sperimentare personalmente attraverso la realizzazione, per opera sua, del vessillo effigiante i volti dei miei tre gatti che hanno ispirato il nome della barchetta a vela, nonché, autentica minuscola chicca, dell’indirizzo di posta elettronica rocco_b@libero.it, ricamato in fedelissime tinte sotto il coccodrillo delle Lacoste.

Insomma, è immaginabile e comprensibile che le visite di dette donne al luogo sacro siano quanto mai intrise di serti di pensieri, emozioni, rievocazioni e rimpianti.

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Lasciata la “Via di tutti” e passando per un’altra vecchia strada di Marittima, mi è capitato, invece, d’imbattermi in Vitale C., seduto, al solito, fuori dall’uscio della sua abitazione a pian terreno.

Arrestata di colpo la corsa e spento il motore dello scooter, dopo il saluto, sono immediatamente venuto alla domanda: “Di che classe sei?”

E, Vitale, a rispondere senza esitazione: “!915”. Riflettendo, niente poco di meno che la data dell’ingresso dell’Italia nel prima grande guerra e/o, tradotto in calendari, novantasette primavere.

“Guido ancora il motocarro Ape” – aggiunge l’uomo – “ma sono autorizzato esclusivamente a portarmi dal garage qui accanto sino al mio campicello sulla strada nuova per Andrano”.

A onor del vero, da un pezzo, la campagna di Vitale si presenta incolta, pressoché abbandonata, si vede quindi che l’uomo, più che altro, non intende rinunciare, almeno nel racconto, alla vita attiva condotta sino a non molto tempo addietro.

Vitale, al pari di tutti i suoi familiari, è conosciuto con il soprannome “’u sceri” (in formula italianizzata, “dello sceri”, dove il misterioso termine rappresenta l’accezione dialettale di “usciere”.

Traendo spunto dall’incontro con il quasi centenario – nel paese, esiste solo un’altra persona più grande d’età, zio E., che ha superato i novantotto – sono stato preso dalla curiosità di scoprire l’origine del nomignolo “’u sceri”, e,a tal fine, mi sono rivolto alla sorella giovane di Vitale, cummare Mmimmi, la quale, da parte sua,  non sfigura, navigando intorno all’ottantina.

E’ venuto fuori che il loro genitore, Peppe ‘u sceri, originario di Tuglie, nell’ambito dello svolgimento della propria attività lavorativa, si rese ad un certo punto conto di aver bisogno di un animale da soma; contemporaneamente, seppe, per caso, che l’usciere (in dialetto sceri), o messo notificatore, o daziere del circondario stava per vendere il suo asino e allora, con il classico incontro della domanda e dell’offerta, Peppe rilevò la bestia, giustappunto, dallo “sceri” e, da quel preciso momento, divenne, fra i paesani, “Peppe ‘u sceri”, finendo poi col  lasciare, il bizzarro soprannome, in successione agli eredi.

Richiamando la figura del vegliardo del paese, zio E., mi piace porre in risalto la di lui piena lucidità e l’autonomia per svariati atti del vivere quotidiano, compreso il prelievo dell’acqua per bere, mediante la tradizionale capasa, direttamente dalla sua pressoché coetanea fontanella pubblica in ghisa, con impresso il simbolo del fascio littorio che contraddistinse un ventennio, ancora zampillante nei pressi della sua abitazione.

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La villetta di Piazza della Vittoria registra, specialmente d’estate, la presenza di nugoli di bimbi e ragazzini che corrono e giocano, avvicendata e controbilanciata dalle soste pomeridiane, nelle parentesi di libertà, di nutriti gruppi di badanti e collaboratrici domestiche provenienti dall’est europeo, che hanno eletto lo slargo in questione e le relative panchine a luogo di ritrovo.

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C. Minonne, faceva, da giovane, il manovale, o manipolo, presso una piccola impresa edile; basso di statura, ma robusto, si distingueva per la semplicità e la velocità con cui si caricava sulle spalle, talora due per volta, destreggiandosi su scale, impalcature e muri perimetrali, i conci o tufi o piezzi che, all’epoca, erano la materia prima fondamentale per la costruzione delle abitazioni.

A un certo punto, per C., in concomitanza con il matrimonio e con le accresciute necessità finanziarie, arrivò la parentesi dell’emigrazione in Svizzera, con decenni, anche lì, di duro lavoro e, infine, il momento del rientro a Marittima, ormai da pensionato, insieme con la moglie.

C., abituato a non stare mai con le mani incrociate, prese, fra l’altro, a interessarsi di un fazzoletto di terra, alla periferia del paese, lo trasformò, in breve tempo, in un vero e proprio giardino, impreziosito innanzitutto da un bel portone d’accesso di ferro battuto, piantumato con una serie di alberi da frutta e, lungo il muretto di confine della sua proprietà, arricchito da un fantastico filare di rose di colore rosa, realizzato non con il comune acquisto di germogli o talee dal negozio, ma semplicemente attraverso il prezioso e paziente trapianto di rametti di una “vecchia” pianta di rose, già coltivata dalla sua mamma nel giardino della casa natia.

Da poco, pure C. ha percorso la “Via di tutti” e, purtroppo, non anima più il giardinetto in periferia. La sua definitiva assegnazione ad altro incarico, è dimostrata chiaramente da un giovane mandorlo che, per la prima volta, è rimasto con i frutti, pronti per l’abbacchiatura e ormai rinsecchiti, appesi ai rami e, con maggiore risalto, dalla condizione in cui si è ridotto il roseto: rispetto all’abituale susseguirsi esplosivo di bellissimi boccioli e fiori, adesso fa capolino appena un esemplare, peraltro scolorito.

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Tutto passa e ne va, recitavano antiche e tuttora valide massime, ma, in pari tempo, per fortuna, la natura ci offre e mette a disposizione innumerevoli ritorni, perlomeno nel suo evolversi e rinnovarsi: fra essi, nel corrente periodo stagionale, quello delle preziose olive, frutti che, grazie ai primi spruzzi di pioggia e le temperature miti dopo la lunga fase di caldo e secco, non mancheranno, come sempre, di evolversi verso l’ingrossamento e la maturazione.

Come augurio, ovviamente, buon olio.

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