Una scultura di Giovanni Maria Mosca “il Padovano” dalla Polonia nel Salento

Note di collezionismo salentino. Una scultura di Giovanni Maria Mosca “il Padovano” dalla Polonia nel Salento

di Gianni Ferraris

Sono solo un fruitore dell’arte, un osservatore, non  un critico.  Per questo il mio approccio  è meno professionale e molto più emotivo. Non penso, in realtà,  che le emozioni di un osservatore   siano più o meno intense di quelle di un critico, anzi, di fronte al “bello” siamo tutti affascinati. Accade che l’opera  chiami, divenga una sirena. Attragga e lusinghi, inquieti e sconvolga. Così mi trovo a passeggiare per le strade del Salento leccese, con gli occhi persi sul barocco, su un menhir, su un ulivo che è, egli stesso, opera d’arte, con le sue volute, i suoi contorcimenti. Che  fa sospettare ed insinuare che l’artista sia quella persona che ha la dote di prendere il meglio di quel che la natura offre e riproporlo,   reinterpretarlo, ci mette  dentro le proprie emozioni, il proprio vissuto, le ansie, l’amore.  L’artista legge il pathos e lo ripropone con la sua arte.

Sono solo pensieri in libertà, gli stessi che mi vennero in mente quella sera. Io, immigrato in Salento, ospite per una stupenda cena, di amici, immigrati a loro volta. Anche loro del nord più profondo. Gli amici salentini, commensali e complici di quella cena, erano quasi in minoranza quella sera.  E come tutti gli emigranti, anche i nostri ospiti si sono portati appresso i loro ricordi, i tesori, le emozioni di altre terre.

Quella  scultura era lì. Appoggiata su una colonna lignea intagliata alla maniera secentesca, con zampe di leone, con il fascino che un manufatto ligneo antico sa avere, e con l’austerità che lo stile dell’epoca imponeva.  Quasi una scultura a sorreggerne un’altra. Da tempo lontanissimo. E sopra la colonna la testa di un San Giovanni Battista giovane. Folti ricci irruenti ed imponenti, barba arruffata, sguardo rivolto verso l’alto. Guardava lassù, forse in attesa della benedizione più elevata, della vocazione. Guardava   dove la fede arriva, dove la fede porta. Un bel giovane ricco di pathos e di emozione. Quasi vero, quasi vivo. Il marmo freddo pare riscaldarsi per la capacità dell’artista di modellarlo, plasmarlo. Certo, forse lui era già dentro il marmo, aspettava solo che qualcuno lo tirasse fuori da quella pietra. Pochi però potevano farlo, anzi, forse uno solo. Giovanni Maria Mosca, detto il padovano, ne è l’autore, come recita la perizia.

E questo frammento di scultura ha una sua storia di emigrazione, di viaggio. Un uomo arrivato da Padova a Kracovia cinquecento anni fa, la creò. Dopo chissà quale incidente che la separò dal corpo, la testa venne conservata dai reali e venne appoggiata sul  basamento in  legno. Così per generazioni. Finchè un’antenata degli attuali proprietari, la contessa G.C., italiana d’origine, arrivata in Polonia e dama di corte, l’ebbe in dono. Poi le successioni ereditarie ed il trasferimento dei proprietari la portarono fino in questo Salento, già così straripante di opere d’arte e di bellezza. Davvero strana la vita a volte. Chissà cosa ne direbbe il Padovano. Sicuramente il Salento ne è fiero.

Giovanni Maria Mosca nacque a Padova nel 1493, si formò alla scuola dello scultore Bartolomeo Mantello. Fra le sue opere presenti in Italia e documentate si trovano: un rilievo in bronzo del Decapitazione di San Giovanni Battista (1516,  Duomo di Padova).Sempre a   Padova ha   eseguito un rilievo marmoreo del Giudizio di Salomone che ora si trova al Louvre di Parigi.   In S. Rocco, il registro inferiore dell’ altare contiene due opere di marmo del Mosca, San Giovanni Battista (a volte identificato come San Pantaleone) e San Sebastiano. E proprio da qui c’è la svolta, inizia il periodo della maturità, si emancipa dalla scuola di provenienza ed esprime tutta la sua arte.       Altre opere di questo periodo comprendono rilievi marmorei diversi, citiamo la Venere  (Londra), Il suicidio di Porzia  (Venezia, Ca ‘d’Oro) e Muzio Scevola (Firenze, Bargello). Importantissimo  “il miracolo del bicchiere scagliato dall’eretico”, un rilievo nel quale si raffigura un miracolo di Sant’Antonio,  che possiamo vedere nella cappella dell’Arca, presso la Basilica del Santo in Padova. Opera iniziata dal Mosca e terminata da Paolo Stella per l’improvvisa partenza del Padovano verso la Polonia dove è stato chiamato dal sovrano per erigere il suo monumento funebre, e dove opererà per tutta la vita come medaglista,  scultore e architetto.

Nel cuore dell’Europa il Mosca porta il suo sapere e le sue capacità.   Commissioni importanti dei reali e di altri nobili lo portano a creare opere d’arte importantissime. Come riferisce Anna Markham Schultz in una  monografia a lui dedicata, “Giovanni Maria Mosca, autore di statue nelle maggiori chiese di Padova e Venezia, era tra i maggiori scultori dell’Italia del nord durante la seconda e terza decade del sedicesimo secolo…”, e ancora, riferisce la Schultz,   “del ruolo chiave dello scultore nella diffusione nell’Europa dell’Est degli ideali del rinascimento italiano”.

L’opera che è giunta in Salento riveste un’importanza d’eccezione per la sua bellezza, ma soprattutto per la rarità. Pochissimi collezionisti privati hanno infatti il privilegio di possedere opere del Padovano. Pochissimi pezzi sono stati battuti dalle più importanti case d’asta. Noti il busto “giovane imperatore romano” battuto da Sotebhy’s a New York nel 1996, e la “figura di putto disteso nudo su pelle di leone”, in asta da Christies a New York nel 1993.

Per quanto riguarda il nostro San Giovanni Battista, leggiamo sulla perizia redatta dalla Dott.ssa Maria Teresa Florio, soprintendente del Ministero per i beni artistici e le attività culturali:

“La notevole scultura è frammento di statuetta che, in origine, fu forse alta, considerando il sistema proporzionale con analoghe scultura veneziane, circa 130, 140 cm. Tale dimensione potrebbe essere perfettamente confacente ad una figura di centro di una grande vasca per l’acqua santa, un fonte battesimale o altarolo marmoreo con più santi entro le nicchie.

Lo stile della testa è facilmente riconoscibile con quello del grande scultore padovano Giovanni Maria Mosca: i confronti con le opere veneziane dell’inizio del secolo XVI non sembrano lasciare dubbi in proposito. Accostamenti stringenti si possono istituire con il Battista scolpito nel 1503 per l’acquasantiera della chiesa agostiniana di Santo Stefano – citato con lode da Francesco Sansovino (Venezia 1581, p. 49v) e il Battista nell’altare della chiesa di San Rocco, una delle opere cruciali del primo 500 veneziano, per il quale la scuola grande di San Rocco fece un concorso nel 1516 e che fu consacrato nel 1520, come testimonia il Sanudo (Diarii, 28, Venezia, 189’, col. 393). Solo che si accosti la testa in oggetto a quella di queste due figure, si noterà la perfetta uguaglianza della struttura del volto, del modo di incidere le pupille, dei riccioli gonfi e abbondanti, quasi fuori scala, della capigliatura e della barba, che si attorcigliano con profondi sottosquadri. Anche l’uso di lavorare, fino all’ultima politura la pelle del viso, mentre restano ben più grezzi i capelli, è tipico del Mosca…

Come si sa il grande scultore, oggetto di una importante monografia di Anne Markharm Schultz (Gianmaria Mosca called Padovano. A renaissance scultor in Italy an Polland, voll. 2, The Pennsylvania University Press, 1998) è autore assai raro in Italia poiché molta parte della sua attività matura si è svolta all’estero, in particolare presso la corte di Polonia. In Italia, nonostante il grande influsso del padovano sulla scultura contemporanea, e la sua fama presso collezionisti ed amatori, e la produzione di preziose sculture da studiolo di soggetto mitologico, le opere conservate sono assai rare: a parte le due citate a Venezia, il magnifico bassorilievo con il suicidio di Porzia alla Cà d’oro e la tomba di Alvise Pasqualigo ai Frari, a Padova, un piccolo bassorilievo nella sagrestia della cattedrale e il celebre miracolo del calice della serie monumentale nella cappella dell’Arca del Santo nella basilica si Sant’Antonio. La rarità di opere del padovano, soprattutto nel periodo giovanile, consiglia di fare ogni sforzo affinchè tale testa entri in una pubblica collezione.”

L’opera è stata esposta una sola volta, dietro richiesta dei curatori della mostra,  all’esposizione: “Il Genio e le Passioni. Leonardo e il Cenacolo. Precedenti, innovazioni, riflessi di un capolavoro” . Milano, Palazzo Reale – 21 marzo, 17 giugno 2001.

Scultura in marmo: h. cm. 15 Larghezza cm. 15.5 Circonferenza cm. 40

Base lignea: h cm. 19.5 Larghezza cm. 17.

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