Eccidi e inganni dell’Unità d’Italia

RISORGIMENTO INSANGUINATO

 PARTE I

Eccidi e inganni dell’Unità d’Italia

 
di Antonella Randazzo

Esistono retoriche e simbologie assai efficaci a catturare l’animo umano. Fra queste, la retorica delle guerre patriottiche e nazionalistiche, che si basa sul racconto di eventi storici che suscitano orgoglio, commozione e senso di trascendenza morale. Per ottenere questo risultato, le autorità si mostrano disposte anche a mistificare gravemente i fatti, creando falsi eroi e false imprese eroiche. E’ il caso degli eventi che portarono all’Unità d’Italia, passati alla Storia come “Risorgimento italiano”. A scuola ci hanno raccontato che all’epoca gli italiani elaborarono diversi piani ideologici per raggiungere la tanto desiderata unità nazionale, e che personaggi illustri, come Giuseppe Garibaldi, Nino Bixio, Camillo Benso di Cavour e Vittorio Emanuele II, in perfetta sintonia con ciò che gli italiani volevano, operarono per unire il paese dopo secoli di dominazione straniera. Il periodo risorgimentale emerge dunque come un momento storico ricco di idee che infervorarono gli animi degli italiani, che praticamente all’unanimità desiderarono porsi sotto l’autorevole potere dei Savoia. Tutto questo è molto commovente e lusinghiero, peccato che sia frutto di una mistificazione degli eventi reali.
In realtà l’Unità d’Italia fu un evento voluto “dall’alto”, ossia dalle autorità dei paesi egemoni (Inghilterra e Francia), e i Savoia non guardarono tanto all’interesse e alla volontà della popolazione quanto ai vantaggi personali e a quelli dell’élite a cui appartenevano.
Anche all’epoca dei fatti c’erano molte persone che nutrivano dubbi sull’idea che Cavour o Vittorio Emanuele II avessero a cuore le genti del meridione d’Italia. Si raccontava che Cavour, che non era mai stato nel sud Italia, avesse riferito in Parlamento “non solo di aver fino allora creduto che in Sicilia si parlasse arabo ma che di quest’isola ben poco egli conosceva, essendogli invece più familiare la storia dell’Inghilterra”. (1) Anche Bixio non aveva mostrato molta considerazione per la Sicilia, quando aveva scritto alla moglie: “(La Sicilia) è un paese che bisognerebbe distruggere, e mandarli in Africa a farsi civili”.(2)
Di certo, sia Cavour che Vittorio Emanuele II non avevano alcun interesse a migliorare le condizioni del sud Italia, mentre ne avevano parecchio a difendere gli interessi dei proprietari terrieri e dell’oligarchia dominante. Lo stesso Cavour apparteneva alla ricca classe nobiliare terriera piemontese.
L’Inghilterra iniziò ad imporre il suo potere nel Mediterraneo in seguito alle guerre napoleoniche, e aveva l’obiettivo di accrescere il suo dominio.

I Borbone non si erano sempre mostrati completamente sottomessi alle autorità inglesi, e desideravano concludere accordi con l’Impero Russo, che voleva avere una base navale nel Mediterraneo. Anche la Francia mirava ad accrescere il proprio potere sull’Italia, creando un protettorato sullo Stato Pontificio e mettendo un principe francese nelle Due Sicilie.
Le due potenze decisero dunque di appoggiare il progetto dell’Unità d’Italia sotto il potere Sabaudo, seppure con obiettivi diversi o contrastanti.
A partire dal 1848, la Gran Bretagna dette ingenti prestiti ai Savoia, per intraprendere le guerre di unificazione nazionale. In quel periodo gli inglesi parlavano della famiglia borbonica in modo assai sprezzante. Ferdinando II (morto nel 1859) e Francesco II venivano descritti come tiranni dalla propaganda britannica, allo stesso modo in cui gli Usa descrissero Saddam Hussein nella propaganda precedente all’invasione dell’Iraq. L’intenzione di spodestarli risultava sempre più chiara. A tale scopo gli inglesi corruppero alcuni dei generali borbonici, come il generale Francesco Landi. Nel maggio del 1863, Lord Henry Lennox dirà alla Camera dei Lords che in realtà era stata l’Inghilterra a realizzare l’Unità d’Italia, più che Garibaldi.

Il piano Risorgimentale fu preparato con precisione e accuratezza, nulla fu lasciato al caso. Per meglio coordinare gli uomini coinvolti furono utilizzate le logge massoniche. Lo storico Salvatore Lupo sostiene che “durante la cospirazione risorgimentale esisteva una rete clandestina ispirata alla massoneria”.(3)

Le logge massoniche coinvolsero tutti i maggiori protagonisti dell’Unità d’Italia, compreso Garibaldi.
Le logge si occuparono anche di organizzare la propaganda per coinvolgere quante più persone possibile, convincendo a credere che il potere sabaudo sarebbe stato rispettoso dell’identità nazionale e dei diritti di tutti i cittadini.
Iniziarono a circolare idee propagandistiche sul nazionalismo dei popoli e sulla libertà dallo straniero, che praticava un “dispotismo oppressivo” attraverso i governi imposti dall’Austria e dai Borbone.

Il concetto politico di “nazione”, elaborato nel secolo precedente, era assai efficace perché toccava corde emotive molto profonde, e induceva a credere che attraverso lotte armate si potesse conquistare la libertà. In tal modo si istigavano le masse alla sollevazione, controllando dall’alto l’esito e orientando i popoli verso idee “liberali”. L’inganno consisteva nel far credere di lottare per la libertà, mentre in realtà si trattava di seguire chi avrebbe imposto un nuovo sistema di potere.

Nonostante la massiccia propaganda fatta tramite pubblicazioni, giornali e opuscoli, moltissime persone rimasero diffidenti e altre avversarono apertamente il processo di unificazione dell’Italia. Specie in alcune regioni, come la Campania, la Calabria e la Sicilia, si ebbe una guerra aperta contro il nuovo potere, che durò oltre dieci anni e si concluse con la capitolazione del popolo e una serie innumerevole di violenze e massacri, ad oggi non chiariti o insabbiati.

Il Regno Sabaudo, come altri, si era fortemente indebitato coi Rothschild e altre famiglie di banchieri, e tale debito lo poneva in posizione di debolezza verso la volontà del gruppo che deteneva il potere finanziario. In altre parole, i Savoia dovevano dar conto a chi aveva nelle mani la gestione delle risorse finanziarie. Agendo in totale armonia con l’interesse di questi personaggi la casa Savoia avrebbe avuto ulteriori prestiti e vantaggi, al contrario, se avesse sfidato tale oligarchia non avrebbe potuto estendere il proprio potere sull’Italia, essendo privata dell’appoggio finanziario e militare.

Prima dell’Unità d’Italia la situazione economico-finanziaria dei Savoia versava in gravi, condizioni, e l’occupazione dell’intera penisola avrebbe permesso loro di mettere le mani sulle banche e sulle ricchezze delle regioni occupate.
Il nord Italia, al contrario di ciò che viene detto su molti libri di Storia, prima dell’Unità d’Italia aveva risorse assai modeste. In Piemonte c’erano soltanto poche Casse di risparmio e i Monti di Pietà e il commercio era assai modesto. In Lombardia non c’era nessuna banca di emissione e le esigue attività commerciali si valevano della banca austriaca. Se non vi fosse stata l’occupazione del sud e il successivo sfruttamento coloniale, probabilmente, non sarebbero sorte le grandi industrie del nord, create da famiglie appartenenti all’élite dominante.

Il paese, dopo l’Unità, sarà reso disomogeneo e diseguale. L’unificazione politica avrebbe costretto l’industria del sud a rinunciare ad ogni protezionismo, indebolendosi e avvantaggiando lo sviluppo di quella del nord. Il sistema economico era strutturato in modo da far soccombere il più debole, come ebbe ad osservare il 25 maggio del 1861, il deputato Giuseppe Polsinelli, industriale nel settore laniero, durante una seduta in Parlamento: “La Francia e l’Inghilterra predicano il libero scambio, dopo aver avuto per secoli una copertura grandissima, e la Francia anche la proibizione. Esse dicono a noi: facciamo liberamente il commercio, apriteci il vostro mercato. Ma questa, o signori, è la lotta di un gigante con un bambino”.

L’11 maggio del 1860 i Mille sbarcarono a Marsala, favoriti dalle navi della flotta inglese “Intrepid” e “H.M.S. Argus”, ormeggiate nel porto di Marsala (la flotta borbonica non avrebbe mai attaccato gli inglesi). Fra i Mille c’erano diversi delinquenti comuni. Garibaldi aveva scritto: “Francesco Crispi arruola chiunque: ladri, assassini e criminali di ogni sorta”. (4)

Lo stesso Garibaldi, prima di diventare “l’eroe dei due mondi” era considerato un criminale, avendo praticato il traffico di schiavi e il saccheggio mediante la “guerra di corsa” per conto degli inglesi. Nell’America del sud era stato arrestato e condannato per aver rubato cavalli. Gli stessi Savoia non lo stimavano granché. In una lettera inviata a Cavour, Vittorio Emanuele II, dopo lo storico “incontro di Teano”, si lamentava del comportamento di Garibaldi: “Come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene – siatene certo – questo personaggio non è affatto così docile né così onesto come lo si dipinge, e come voi stesso ritenete. Il suo talento militare è molto modesto, come prova l’affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il denaro dell’erario, è da attribuirsi interamente a lui, che s’è circondato di canaglie, ne ha seguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa”. (5)

L’ammiraglio piemontese Carlo Pellion Di Persano ebbe dagli inglesi l’incarico di corrompere ufficiali e politici borbonici. Egli arrivò a Napoli prima dei garibaldini, per corrompere gli ufficiali borbonici offrendo somme ingenti di denaro. Questo spiega il motivo per cui molti generali dell’esercito borbonico si rifiutarono di combattere.

I Borbone, che avevano un esercito di almeno 25.000 uomini, inviarono in Sicilia soltanto 2.500 uomini, probabilmente con l’ordine di non combattere. Le grandi vittorie garibaldine contro l’esercito borbonico sarebbero dunque un’invenzione. Gli sconfitti, come ricorda Gigi Di Fiore nel suo libro “I vinti del Risorgimento”, furono in realtà i contadini e i pastori pugliesi, siciliani, napoletani, calabresi, abbruzzesi, campani e molisani.

Dell’impresa dei Mille non si conosce tutto poiché i documenti che accompagnavano la spedizione andarono distrutti. Nel febbraio del 1861 Ippolito Nievo, che era stato responsabile amministrativo dei Mille, fu incaricato di recuperare tutta la documentazione amministrativa per portarla a Torino. Stranamente, il mese successivo, la nave su cui si trovavano i documenti affondò, e non venne recuperato né il relitto, né i morti e i loro beni. In tal modo rimasero sepolti nel mare documenti riguardanti l’impresa dei garibaldini.

Ciò che sappiamo per certo è che i Mille commisero massacri, soprusi, saccheggi e violenze, in seguito ai quali si formò una vera e propria resistenza popolare, capeggiata da ex garibaldini o da contadini, come Carmine Crocco, Nicola Summa e Domenico Romano, che liberarono molti paesi, prima di essere sconfitti.

L’impresa militare dei Mille fu diretta soprattutto contro la popolazione, con lo scopo di sottometterla al nuovo potere. Garibaldi, nel 1864, sarà accolto con onore dalla regina d’Inghilterra e dal ministro Henry John Palmerston. In quell’incontro egli ringraziò le autorità inglesi per l’appoggio dato alla spedizione dei Mille.

I garibaldini combatterono contro contadini e pastori, che non erano fervidi sostenitori del potere borbonico. I contadini non volevano riportare sul trono i Borbone, ma volevano le terre e la libertà. Cipriano La Gala, un capobanda, ad un avvocato inviato dai Borboni disse: “Tu hai studiato, sei avvocato, e credi che noi fatichiamo per Francesco II?”
La reazione piemontese alla resistenza fu feroce: interi paesi furono distrutti a cannonate e molti dissidenti furono catturati e fucilati, anche quelli che non avevano imbracciato le armi.

Le popolazioni venivano terrorizzate con distruzioni, saccheggi, stupri e ogni genere di violenza. Ad esempio, il 14 agosto del 1861, a Pontelandolfo e Casalduni si ebbero incendi di case, saccheggi, violenze e stupri. Oltre cento persone morirono, alcune delle quali furono decapitate per poter esporre le teste mozzate come deterrente alla resistenza. Le persone che commisero questi crimini sono le stesse celebrate come eroi e il cui nome è ricordato nelle nostre vie e piazze.

Nell’estate del 1860, scoppiarono tumulti nelle zone della Sicilia più povere: Ragalbuto, Polizzi, Tusa, Biancavilla, Racalmuto, Nicosia, Cesarò, Randazzo, Maletto, Petralia, Resuttano, Castelnuovo, Montemaggiore, Capace, Castiglione, Collesano, Centuripe, Mirto, Caronia, Alcara li Fusi, Nissoria, Cerami e Mistretta. Erano tutti paesi costretti da tempo a subire le angherie dei mafiosi e a vivere nella più totale miseria. Ora chiedevano giustizia e libertà, e si mostravano disposti a combattere per riavere le loro terre.
I contadini siciliani volevano le terre che erano state loro sottratte attraverso “donazioni” che la Chiesa o i Borbone avevano fatto ad aristocratici locali o stranieri (soprattutto inglesi). Nell’agosto del 1860 Nino Bixio represse nel sangue le proteste a Biancavilla, Cesarò, Randazzo, Maletto e Bronte. In quest’ultima località si trascinava da molti anni una situazione drammatica: l’intero paese era stato occupato dai parenti di Nelson, in seguito alla concessione di un feudo da parte del re Borbone all’ammiraglio Nelson. Era sorta la ducea di Bronte, che pretendeva tasse altissime e costringeva la popolazione a vivere in totale miseria. Impropriamente, si definirono i contadini brontesi “comunisti”, ma in realtà essi volevano semplicemente una parte delle terre usurpate, e non avevano intenti ideologici.

Con l’avvento di Garibaldi, i contadini siciliani si erano illusi di poter avere quella libertà che chiedevano. Con un decreto, Garibaldi abolì la tassa sul macinato e ogni altra tassa imposta dal potere precedente. Il 2 giugno 1860 emanò norme per la divisione delle terre dei demani comunali, assegnandone una quota ai combattenti garibaldini o ai loro eredi, se caduti.

Con queste riforme Garibaldi accrebbe la sua popolarità, e accese le speranze dei siciliani, che però ben presto dovettero accorgersi che le riforme erano state soltanto un atto propagandistico, poiché le tasse da pagare erano quelle di prima e la redistribuzione delle terre non era avvenuta.

A Bronte i contadini avevano fatto ricorso alla giustizia, sostenuti dall’avvocato Nicola Lombardo, ma tutte le cause intentate contro gli usurpatori delle loro terre erano fallite. L’unica strada rimasta era quella della sollevazione.
La repressione di Bronte fu feroce, gli insorti furono massacrati durante i tumulti o arrestati e fucilati in seguito. Furono fucilate almeno cento persone, che in nome dei principi propugnati dallo stesso Garibaldi si erano riappropriate di alcune terre usurpate dai parenti di Nelson.
La responsabilità del massacro di Bronte sarà attribuita a Nino Bixio, che in una serie di lettere documentò gli eventi che portarono al fatto criminale. Ad esempio, in una di queste, scritta il 7 agosto 1860 e inviata al maggiore Giuseppe Dezza, dice di aver messo le “unghie addosso a uno dei capi”. Si raccontò anche l’episodio del garzone che chiese il permesso di portare due uova all’avvocato Lombardo, che si trovava in carcere, a cui Bixio disse cinicamente: “altro che uova, domani avrà due palle in fronte!”. Lombardo sarà fucilato insieme ad altre quattro persone, accusate di aver organizzato la rivolta a Bronte.

Bixio aveva in realtà obbedito al diktat “Italia e Vittorio Emanuele” che veniva indicato in tutti i decreti come formula che conferiva poteri pressoché assoluti al fine di imporre l’occupazione in vista dell’unificazione dell’Italia. Nell’art. 1 del decreto del 17 maggio 1860 si legge: “Durante la guerra, il giudizio dei reati…”, tale decreto avrà efficacia anche dopo la “sconfitta” dell’esercito borbonico. Da ciò si inferisce che l’occupazione delle terre veniva considerata uno stato di guerra, e le popolazioni “ribelli” dovevano essere trattate come combattenti in guerra. Tutti coloro che si ribellarono al potere sabaudo furono trucidati, repressi, oppure fucilati dopo un processo sommario nei Tribunali di guerra. In altre parole, il popolo italiano fu considerato come un nemico in guerra, e non come compartecipe ai fatti unitari. Nelle sollevazioni, il popolo faceva richieste economiche precise, e la repressione scattava affinché queste richieste venissero ritirate, in quanto non c’era alcuna intenzione da parte dei Savoia di rispettare la sovranità popolare o di rendere più equa la situazione economica dell’Italia.

I massacri della popolazione e le condanne a morte venivano attuati in nome del re (che soltanto con la legge 17 marzo 1861 n. 4671 diventerà ufficialmente re D’Italia), sulla base del decreto 17 maggio 1860 n. 84, da cui si legge “Le sentenze, le decisioni e gli atti pubblici saranno intestati: In nome di Vittorio Emanuele Re d’Italia”.

Dietro le scene c’era il Console inglese, John Goodwin, che faceva continue pressioni affinché Garibaldi e l’allora Ministro dell’Interno Francesco Crispi tutelassero a tutti i costi gli interessi agricolo-patrimoniali dei Nelson. Nelle lettere, Goodwin invita a punire l’avvocato Nicola Lombardo: “arrestare l’autore di tale assassinio onde essere giudicato dall’autorità competente e condannato. (6)

I nobili inglesi avevano molti interessi in Sicilia, e permettere ai contadini di appropriarsi di alcune terre da loro occupate significava scatenare una catena di eventi che avrebbe indotto il popolo ad appropriarsi anche di altri beni usurpati da famiglie inglesi, come le miniere.
I fatti di Bronte furono considerati di poco conto e posti sotto silenzio dalla storiografia ufficiale, soprattutto per il grande prestigio che avvolgeva il mito di Garibaldi e dei Mille. I fatti furono in parte chiariti soltanto da uno studioso di Bronte, il professor Benedetto Radice, che pubblicò nell’Archivio Storico per la Sicilia Orientale, nel 1910, una monografia dedicata a Nino Bixio a Bronte (1910, Archivio Storico Siciliano).(7) Dopo questo scritto, molti sapevano dell’eccidio, ma nessuno storico considerò questo e altri fatti per modificare l’interpretazione del Risorgimento italiano.

Secondo Gramsci i fatti di Bronte avevano una valenza politica nazionale: “Fu il dramma di una parte della sinistra impegnata a decidere in Sicilia il nodo dell’egemonia politica del nuovo Stato, ovvero se dovesse essere governato dalla sinistra o dalla destra. Bixio a Bronte reprime i suoi stessi compagni: l’avvocato Lombardo era dalla parte di Bixio”.(8)
Si trattò dunque della scelta di istituire uno Stato autoritario e repressivo, volto ad impedire ogni progresso economico e politico. Spiega Antonino Radice: “Contro i diritti primari della gente siciliana Garibaldi scelse quelli impropri dei cittadini inglesi, che furono anteposti così alle genti della zona etnea… La plebe… non vedeva in Garibaldi solo il liberatore dalla tirannide borbonica, ma il liberatore della più dura tirannide, la miseria”.(9)

La dura repressione dei brontesi doveva fungere da deterrente per quei comuni, come Castiglione di Sicilia, Linguaglossa, Adrano e Centuripe, che si stavano sollevando.
Nell’ottobre del 1985, il Comune di Bronte pose un monumento alla memoria delle vittime del potere sabaudo. Sulla targa del monumento si legge: “Ad perpetuam rei memoriam che nell’agosto 1860 di cittadini brontesi donò la vita in olocausto – Amministrazione Comunale – 10 ottobre 1985”. Ciò nonostante, a pochi metri è rimasta una strada dedicata a Bixio, segno che la Storia del nostro paese non è stata ad oggi compiutamente chiarita e demistificata. I presunti eroi, nonostante l’accertamento dei fatti, non sono ancora stati declassati a criminali, e ancora oggi molte strade e piazze portano i loro nomi.

La resistenza antipiemontese fu molto forte anche in Campania, dove furono massacrate almeno 150.000 persone, completamente cancellate dalla memoria storica italiana. Nel napoletano, quasi ogni famiglia ebbe un morto per la resistenza antiunitaria. Migliaia di persone, notabili, artigiani, commercianti e preti, furono arrestate soltanto perché non favorevoli all’unificazione. Racconta lo studioso Antonio Ciano:

“Le carceri dei piemontesi erano simili a lager. I prigionieri non potevano scrivere né ricevere visite dei parenti o di avvocati, non potevano leggere libri né giornali. Gente onesta, preti, uomini di cultura, militari, avvocati, medici, commercianti, operai, contadini, bambini figli di partigiani o solo nipoti di secondo e terzo grado di manutengoli erano tenuti assieme ad assassini, ladri e malfattori. Le celle erano zeppe, non c’era spazio nemmeno per dormire ed i pidocchi e le zecche imperavano sui corpi nudi del popolo meridionale. Il fetore si alzava dalle carceri; si sentivano urla, a volte i prigionieri esasperati si impiccavano; a volte venivano presi e fucilati per far posto ai nuovi venuti. I carcerieri erano delinquenti e camorristi assoldati dal regime piemontese per premiarli della loro servitù… Il Mezzogiorno d’Italia era diventato il luogo dove si ritornò a sperimentare la tortura, l’incatenamento; il Sud era diventato un inferno dove anche preti e bambini venivano immolati alla causa della patria. I Savoia furono i maggiori responsabili… fecero subito rimpiangere i Borbone: ruberie dappertutto, assassinii, fucilazioni, debiti nei Comuni, nelle Province, nello Stato… distrussero in poco tempo l’economia del Meridione”.(10)

Alla fine del 1861, i registri ufficiali notificarono l’uccisione di 1826 persone e l’arresto di 4096. Ma erano escluse dal conteggio le persone uccise o arrestate in numerosi tumulti avvenuti a Benevento, a Caserta e in numerose altre località. L’allora ministro della guerra Alessandro Della Rovere, disse in Parlamento che 80.000 uomini dell’ex armata napoletana, erano stati imprigionati in varie località italiane perché non si erano sottomessi al potere piemontese. C’erano anche migliaia di profughi dei paesi saccheggiati e distrutti.
Si scatenò una furia repressiva immane contro chi non si piegava al nuovo potere, e spesso venivano arrestati i parenti dei resistenti, anche se non c’entravano nulla. La caccia al “brigante” era fatta senza alcuna regola né alcun rispetto dei diritti fondamentali. Il 12 febbraio del 1862 il colonnello della guardia nazionale di Cosenza, Pietro Fumel, emise un bando per distruggere il brigantaggio, le cui parole fanno intendere il livello di crudeltà scatenato:
“Io sottoscritto, avendo avuto la missione di distruggere il brigantaggio, prometto una ricompensa di cento lire per ogni brigante, vivo o morto, che mi sarà portato. Questa ricompensa sarà data ad ogni brigante che ucciderà un suo camerata; gli sarà inoltre risparmiata la vita. Coloro che in onta degli ordini, dessero rifugio o qualunque altro mezzo di sussistenza o di aiuto ai briganti, o vedendoli o conoscendo il luogo ove si trovano nascosti, non ne informassero le truppe e la civile e militare autorità, verranno immediatamente fucilati … Tutte le capanne di campagna che non sono abitate dovranno essere, nello spazio di tre giorni, scoperchiate e i loro ingressi murati… È proibito di trasportare pane o altra specie di provvigione oltre le abitazioni dei Comuni, e chiunque disubbidirà a questo ordine sarà considerato come complice dei briganti”.(11)
Per la repressione furono stanziate sempre più risorse. Nell’agosto del 1862 fu approvata una legge che permetteva una “spesa straordinaria” di lire 23.494.500 per l’acquisto e la fabbricazione di 676.000 fucili da destinarsi alle guardie nazionali che sarebbero state mandate nelle zone in cui c’era brigantaggio. I soldati inviati nel sud aumentarono da 22.000 (1861) a 120.000 (1863).
Il brigantaggio esisteva anche prima dell’Unità d’Italia. Nell’Italia dell’Ottocento, ben prima del Risorgimento, esistevano zone in cui gli abitanti si mostravano sempre meno disposti ad accettare un potere iniquo imposto dai nobili locali e stranieri. Le lotte contro il sistema feudale non erano certo una novità, tuttavia, a metà dell’Ottocento il popolo iniziava ad essere più disposto a rischiare per cambiare le cose.
Il brigantaggio fu utilizzato per reagire al nuovo sistema di potere, che si stava svelando peggiore persino del precedente. Per aggiungere la beffa al danno, l’oligarchia di potere fece in modo da confondere “mafia” con “brigantaggio”, nascondendo che si trattava di fenomeni assai diversi: il primo voluto dall’alto per la difesa dei beni sottratti al popolo, il secondo come organizzazione di lotta contro il potere.
La confusione dei termini permetteva di criminalizzare gli oppositori, proprio come oggi avviene col termine “terrorista”, utilizzato alla stessa stregua per indicare sia la resistenza nei paesi occupati che coloro che organizzano attentati contro i popoli. Il criminalizzare i contadini aveva lo scopo di giustificare le repressioni e scoraggiare il sostegno. Nonostante la propaganda, molti sapevano che i “briganti” erano coloro che rivendicavano la libertà e lottavano per una vita meno misera. Scriveva nel 1863 il poeta e scrittore Francesco Saverio Sipari:

“Chi sono i Briganti? Lo dirò io, nato e cresciuto tra essi. Il contadino non ha casa, non ha campo, non ha vigna, non ha prato, non ha bosco, non ha armento; non possiede che un metro di terra in comune al camposanto. Non ha letto, non ha vesti, non ha cibo d’uomo, non ha farmachi. Tutto gli è stato rapito dal prete al giaciglio di morte o dal ladroneccio feudale o dall’usura del proprietario o dall’imposta del comune e dello stato… il brigantaggio non è che miseria, è miseria estrema, disperata: le avversioni del clero, e dei caldeggiatori il caduto dominio, e tutto il numeroso elenco delle volute cause originarie di questa piaga sociale sono scuse secondarie e occasionali, che ne abusano e la fanno perdurare. Si facciano i contadini proprietari. Non è cosa così difficile, ruinosa, anarchica e socialista come ne ha la parvenza. Una buona legge sul censimento, a piccoli lotti dei beni della Cassa ecclesiastica e demanio pubblico ad esclusivo vantaggio dei contadini nullatenenti, e il fucile scappa di mano al brigante… Date una moggiata al contadino e si farà scannare per voi, e difenderà la sua terra contro tutte le orde straniere e barbariche dell’Austro-Francia”.(12)

Il brigantaggio diventò uno degli argomenti principali del Parlamento italiano. Il deputato Giuseppe Ferrari, nel novembre del 1862, riferì in Parlamento: “Potete chiamarli briganti ma combattono sotto la loro bandiera nazionale; ma i padri di questi briganti hanno riportato per due volte i Borboni sul trono di Napoli… Che cos’è in definitiva il brigantaggio?… È possibile, come il governo vuol far credere che 1.500 uomini comandati da due o tre vagabondi possano tener testa a un intero regno, sorretto da un esercito di 120.000 regolari? Perché questi 1.500 devono essere semidei, eroi! Ho visto una città di 5000 abitanti completamente distrutta [Pontelandolfo]. Da chi? Non dai briganti”.
Il 29 aprile 1862 lo stesso deputato disse che “intere famiglie sono arrestate senza il minimo pretesto; che vi sono, in quelle province, degli uomini assolti dai giudici e che sono ancora in carcere. Si è introdotta una nuova legge in base alla quale ogni uomo preso con le armi in pugno è fucilato. Questa si chiama guerra barbarica, guerra senza quartiere. Se la vostra coscienza non vi dice che state sguazzando nel sangue, non so più come esprimermi.” (13)

La “lotta al brigantaggio” si trasformò in una vera e propria guerra dell’esercito sabaudo contro il popolo. Racconta lo studioso Aldo De Jaco:

“Col terrore i generali piemontesi cercavano di spezzare la solidarietà dei “cafoni” (contadini nda) con i briganti. Ma il terrore non è stata mai arma sufficiente e valida per isolare i combattenti dalla popolazione che li sostiene; così le fucilazioni non liquidarono ma aumentarono la solidarietà popolare per le vittime. La leggenda che faceva dei briganti tanti eroi popolari, paladini e unica speranza dei miseri contro i prepotenti e ricchi, trovava così mille riprove e questa fama assumeva subito due volti opposti: il volto del giustiziere implacabile, per i pastori e le plebi, quello della belva feroce per i benestanti”. (14)

Durante la guerra contro il brigantaggio, se da un lato i francesi e gli inglesi si ergevano a giudici dell’operato del governo italiano, dall’altro utilizzavano le difficoltà nel sud per rafforzare lo stereotipo dell’italiano ribelle e mafioso, dando inizio alla tendenza a confondere la ribellione contro il potere con l’organizzazione mafiosa. I fatti di cronaca che riguardavano i briganti suscitarono grande attenzione da parte dei giornali inglesi e francesi. Questi giornali (ad esempio il “Times”,) accosteranno spesso, erroneamente, il brigantaggio alla mafia. L’approccio con cui gli inglesi e i francesi tendevano a trattare il problema del brigantaggio aveva una forte impronta razzista, e valutava il fenomeno come un’involuzione dovuta alla inciviltà dei siciliani. Anche altri europei manifestavano un forte razzismo verso i siciliani. Secondo il filosofo Joseph Widmann era evidente che il popolo siciliano fosse ancora primitivo, e aveva donne “megere e scimmiesche”.(15) Omologare le lotte dei contadini per la terra con la mafia e la delinquenza significava anche impedire che i contadini dei loro paesi ne seguissero l’esempio. Il razzismo verso l’Italia agevolava il far apparire quelle lotte come dovute alla “barbarie” e all’incapacità di comprendere i moderni principi “liberali”. In realtà, era proprio da quei principi che il popolo aveva tratto la forza morale e politica per concepire come possibile un progresso economico e civile.
Anche il duca Alexander Nelson Hood (16) , accostò i briganti ai mafiosi, e attribuì loro gli stessi metodi criminogeni e gli stessi obiettivi. I giornali e la letteratura dell’epoca creeranno e consolideranno lo stereotipo della mafia come frutto popolare dovuto alla povertà e al degrado, e il brigantaggio come fenomeno ad essa legato. Ma tali stereotipi occultavano che il popolo siciliano aveva lottato invano e pacificamente per uscire dalla miseria e dal degrado, ma aveva ricevuto soltanto cannonate. Inoltre, tale immagine della mafia ignorava che essa nasce per il controllo del territorio e per la tutela di interessi privati, e che veniva organizzata e utilizzata dall’élite al potere, locale e straniera. I contadini siciliani erano vittime della mafia, e per loro essa non era affatto vantaggiosa. Paradossalmente, oltre ad essere vittime del controllo criminale mafioso, venivano spacciati anche per responsabili della mafia, come se le due cose potessero coesistere nelle stesse persone.
 

(continua – PARTE II)

 

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(per gentile esclusiva concessione, rilasciata per iscritto dall’Autrice il 20 luglio 2010)

28 Commenti a Eccidi e inganni dell’Unità d’Italia

  1. Resto sempre più stravolto e disgustato per come è stata nascosta la verità la cui conoscenza mi fa star male anche fisicamente e mette in continua rivisitazione, e dubbi, le mie convinzioni e sul mio appartenere a questa Italia pronta al disfacimento economico e morale quando ancora ancora non compiuta nella sua coscienza e conoscenza delle tragedie che hanno accompagnato il suo formarsi. Ringrazio chi sta facendo opera di chiarezza e divulgazione delle verità nascoste perchè è giusto e doveroso sapere perchè siamo quelli che siamo.

  2. Bell’articolo, da rilanciare e diffondere contro la retorica patriottarda. Morte a tutte le patrie del mondo! Patria nostra è il mondo intero!

  3. Da un eccesso all’altro. Più che altro si resta perplessi.
    Si liquidano tre guerre di indipendenza nei pochi mesi dell’occupazione del mezzogiorno. Si dimenticano gli inviti giornalieri a Carlo Alberto di liberare l’Italia. Si dimentica la partecipazione nella seconda guerra contro gli austriaci anche dei papalini e dei Borboni. Della prima guerra di indipendenza ci si dimentica che l’avvio della guerra avvenne in condizioni disperate per il Regno sabaudo che rischiò di essere invaso dagli austriaci già nelle prime settimane del conflitto. Ancora la storiella dei Borboni buoni e i piemontesi cattivi. Leggersi le relazioni degli ambasciatori inglesi e francesi al Congresso di Parigi per capire lo stato pietoso dell’Amministrazione delle Due Sicilie. Basta ricordare che solo nella Provincia di Lecce quasi tutta la rete di strade provinciali fu fatta o rifatta dopo il 1870, come tutti i porti, e alla fine del secolo partì il progetto dell’Acquedotto Pugliese (iniziato almeno vent’anni prima del ventennio fascista). Quando lo storico scade nella partigianeria o nel giornalismo gridato da sempre pessimi risultati.

    • il progetto di collegare Otranto a Napoli appartiene al periodo precedente il 1870…..tanto per puntualizzare, inoltre, in tutto il regno, i Borbone che già avevano iniziato ad intraprendere un’economia mista pubblico privata, vedi le acciaierie di Palermo anche a partecipazione privata (Florio) (divenute dopo l’Unificazione di rapina officine Ansaldo). A onor di verità va anche ricordato che in Europa le economie erano assolutamente feudalista….dalla Manica agli Urali, per cui accusare i Borbone di incarnare la tirannia rientrava nella dialettica della calunnia propedeutica all’azione di tipo militare, infatti così fu..

  4. Ad Angelo Micello. Il fatto che le più grandi opere siano state fatte dopo il 1870 non significa nulla, probabilmente le avrebbero fatte anche i borboni se avessero continuato a regnare. Non si dimentichino le atrocità commesse dai carnefici piemontesi che andrebbero condannati per crimini di guerra per le atrocità commesse nel sud Italia, e lei mi viene a giustificare quella gratuita invasione di uno stato sovrano, senza nemmeno una dichiarazione di guerra, come atto dovuto alle povere popolazioni meridionali oppresse dal borbone??? A migliaia, forse a centinaia di migliaia, caddero per difendere la loro patria per opporsi all’invasore nordica. Quanto ci sono costati in termini di emigrazioni di massa l’acquedotto pugliese?? o le strade provinciali?? quanti morti ci è costato il fascismo figlio dei Savoia??? quanti milioni di figli emigrati ci è costata l’invasione piemontese?? è vero coi borboni non erano rose e fiori, ma dopo di certo non siamo stati trattati meglio. Lei dimentica gli eccidi di Casalduni e Pontelandolfo in Basilicata?? dimentica lo smantellamento di tutte le industrie meridionali, per portare tutto al nord?? le fonderie di Mongiana, gli opifici pugliesi e salentini, le rinomate industrie del tessuto a san Leucio. Tutto raso al suolo o smantellato.
    Ai posteri l’ardua sentenza, ma si sà la storia la fanno i vincitori. le ricordo anche che la burocrazia piemotese non era affatto più snella di quella borbonica, per non parlare del loro mostruoso debito che ripianarono logicamente coi denari del regno borbonico, altro che Risorgimento ed Unità. Fu solo una mera invasione coloniale per soddisfre le mire espansionistiche dei Savoia, appoggiati dalla massoneria inglese e francese.

    • @gabriele
      E anche tu butti nel dimenticatoio la memoria di tanti patrioti meridionali che diedero la vita per l’unità di d’italia. Siciliani, calabresi, campani e romani. E anche tanti pugliesi. L’elenco sarebbe lunghissimo e il fenomeno diffuso anche nei piccoli paesini anche se non sufficientemente documentato. L’occupazione piemontese non fu una passeggiata. Fu facile e fortunata dal punto di vista militare ma le resistenze e le incomprensioni ci furono pure (resistenze della chiesa in testa) .
      Ma sarà che questo paese ha sempre vissuto la sua storia con entusiasmi ingiustificati prima e processi sommari poi. Non ho nulla contro la tua posizione, puoi pensarla come vuoi. Il mio appunto era all’autore dell’articolo, che ha sicuramente una formazione storica, ma haimé si è prodotto in un classico esempio di tutto bianco tutto nero che cozza con le tante sfaccettature di una storia lunga e complessa. Nemmeno il peggiore meridionalista finora era arrivato a fondare l’arretratezza del mezzogiorno con l’arrivo dei piemontesi.
      Ricordo che il regno sabaudo aveva un parlamento ed un governo formato anche da rappresentanti e personalità del mezzogiorno e la fase post-unitaria fu governata da tutti. Evidentemente abbiamo avuto una classe politica incapace e miope, una aristocrazia peggiore, oppure, come mi sembra più vero, condizioni di arretratezza in partenza disperate. Risolverla tutta con la cattiveria dei piemontesi si pare l’ennesimo alibi in cui nascondere i problemi strutturali che ci furono e non sono stai risolti da nessun governo nazionale.

  5. Concordo col giudizio di Angelo Micello sul “tutto bianco tutto nero”. In questo articolo c’è uno dei principali mali dell’attuale modo di intendere la storia e la storiografia: si cerca il sensazionalismo a tutti i costi, scavalcando quindi ogni lecito “revisionismo” ragionato, per abbandonarsi ad un generale rovesciamento acritico di fatti e tesi storiche. Nessuno vuole ritornare a quella che L.Salvatorelli condannava come “storiografia di casa savoia”, ma da qui a tingere con tinte esclusivamente fosche il nostro risorgimento passa un abisso.

  6. Bhè chi sta dall’altra parte non ha esitato in questi 150 anni a parlare del meridione solo con termini sprezzanti, facendoci passare solo come briganti, razza inferiore, affrica ecc. non hanno esitato a definire il regno delle due sicilie il regno del male, è vero in fatto di strade non eravamo messi bene , ma non si possono lasciare nel dimenticatoio alcuni dei primati raggiunti. Non si possono dimenticare come oggi spesso si fa, anche coloro che morirono dall’altra parte. Anche i soldati dell’armata borbonica morirono per difendere il loro rè la loro patria, contro quello che vedevano come l’invasore straniero. Se di unità del paese si può parlare lo si può fare solo dopo il 1945, alla quale seguirono molti eventi storici come la proclamazione della repubblica, fino al 1945 poco o nulla fu fatto per il meridione, che col fascismo come sappiamo attraversò il periodo di maggiore declino della sua storia. Quindi oggi più che mai è necessario per festeggiare serenamente ed unire realmente il paese ammettere gli errori fatti, le atrocità, il falso mito del risorgimento come missione per liberare dall’oppressione i poveri meridionali, ammettere che fu solo espansionismo piemontese spinto poi all’estremo in forma di colonialismo che portò di fatto ad una guerra civile tra nord e sud. Solo allora dopo aver tirato fuori i propri scheletri da dentro il proprio armadio si potrà parlare di verà unità nazionale. Un paese che non ha il coraggio di ammettere i propri errori, le colpe del passato, è un paese che mente a se stesso che si vergogna di sè, che quindi nei fatti ha paura di unirsi veramente per affrontare al meglio la sfida che il mondo ci sta portando ad affrontare, quella della globalizzazione, dalla quale senza una vera unità nazionale, non propagandistica come fatto fino ad oggi, il paese non potrà che uscirne con le ossa rotte. Con questo non nascondo i mille difetti dei meridionali, anche noi di certo non siamo riusciti a contribuire in maniera decisiva alla crescita culturale, sociale ed economica del nostro sud, ma dopo 150 anni di non stato cosa ci si aspettava che i cittadini del sud fossero ubbidienti alle leggi??’ ci si è adattati per necessità a proprio modo, per cambiare nuovamente le cose ci vorranno decenni, ma solo se finalmente lo stato farà la sua parte, solo se il resto del paese crederà nel sud come nelle sue potenzialità ed eccellenze che di sicuro non mancano. In merito a coloro che dal sud furono mandati sul fronte tra il 1915 ed il 1918, un fatto ascoltato di persona dal nonno di un mio amico relativo a suo padre, che quando fu mandato in guerra a combattere contro le truppe austriache sull’altopiano di Asiago, coloro che venivano mandati in prima linea erano quasi sempre meridionali, venivano spronati ad uscire dalle trincee con il fucile puntato dietro la schiena, chi si opponeva veniva fucilato, ma di questi eventi nei libri di storia mai sentito parlare, ecco il revisionismo dove va fatto la relatà come sempre è ben diversa dalla storia ufficiale, appannaggio quasi esclusivo delle classi colte e benestanti, persone che di sicuro hanno contribuito alla storia più coi loro soldi che con il loro coraggio o con le loro idee.

  7. E’ che ormai siamo vecchi e queste riflessioni le abbiamo già fatte tante volte. Già da piccoli leggendo i racconti del libro Cuore o le liste dei caduti sulle facciate delle chiese in riga alla prima elementare. Quandi vivi in un paese dove Trento Trieste è morto un paio di anni fà, Venezia sta male e Julia ancora cammina da sola non puoi non aver fatto queste considerazioni almeno una trentina di anni fa. Come chi oggi riscopre le foibe o le coperture sui criminali nazisti anche dei tanti governi italiani. Cose vecchie e stranote, che vengono ruminate ogni volta in tanti libricini con il solito sottotolo “finalmente la vera storia finora tenuta nascosta”.
    Già vent’anni fa fu riabilitata la memoria dei “disertori” della guerra 15-18 dichiarando la disumanità di quel conflitto, con il riconoscimento degli orrori di quella guerra, e un buon professore di geografia in un qualunque liceo scientifico d’Italia ha spiegato a un diciassettenne cos’erano le foibe e che uso se ne fece in un certo periodo. E se un esercito di 1.000 volontari sconfisse un esercito di 25.000 soldati nel suo stesso territorio, il dubbio che quello stato facesse un po schifo ti viene già in terza media.

  8. Erano mille al momento dello sbarco, dopo arrivarono a 23 mila uomini le truppe garibaldine con i vari arruolamenti volontari. Non vi è dubbio sul fatto che l’esercito borbonico non si sia battuto con orgoglio ed onore, eppure non sono mancati casi in cui quei soldati si fecero onore: Gaeta, Civitella del tronto, Messina. Ma come si è sempre detto, ottimo soldato pessimo ufficiale, così fu anche per l’esercito delle due sicilie comandato da generali inetti, poco coraggiosi incapaci di mettere in atto manovre tattiche degne di nota eppure non mancarono alcuni bravi ufficiali, che nelle rare occasioni in cui presero le redini delle loro truppe diedero filo da torcere a garibaldi opponendo una strenua resistenza. Purtoppo non mancarono nemmeno i tradimenti come quello fatto dal decrepito generale landi che si vendette per soldi. Sul volturno la vittoria delle truppe borobniche era a portata di mano, unica occasione in cui presero l’iniziativa dell’attacco mettendo in difficoltà il generale abituato fino a qual momento solo ad attaccare mai ad essere attaccato, ma alla fine le sorti della battaglia si rovesciarono a favore dei garibaldini a causa di un errore tattico o per stupidità o peggio per essersi venduto del colonnello ruiz che anzichè avanzare per prendere alle spalle le truppe garibaldine decise con testardaggine ad accanirsi su un manipolo di garibaldini asserragliati a castelmorrone, una scelta scellerata ed incomprensibile, che ha portato alla sconfitta del regio esercito borbonico, questo dovrebbe far riflettere sulla illogicità di alcune decisioni che possono come in questo caso cambiare i destini di interi popoli come poi è accaduto, da quel momento infatti i borbonici non riuscirono più ad impegnarsi in scontri su vasta scala. Se fosse andata diversamente, garibaldi difficilmente si sarebbe riorganizzato, è così l’esercito borbonico avrebbe potuto da Caserta aprirsi la strada verso Napoli.

  9. sarebbe ora di smetterla con l arretratezza del sud e il mal governo dei Borbone, nel Piemonte sempre in guerra, il popolo viveva piu male che nel sud. I Savoia non erano più italiani dei Borbone, sono originari di oltre le alpi, la tassa sul macinato fu introdotta dal governo post unitario. per volontà di governo fu deciso che tutta l’industria fosse situata al nord e solo l’agricoltura fu destinata al sud, annullarono immediatamente gli accordi di scambio commerciali del regno borbonico con l’estero, il sud solo poteva vendere e comprare al nord, il nord era libero di comprare dove voleva, cosî le filature piemontesi continuarono a importare la lana dalla nuova Zelanda e rifiutavano la lana abruzzese ritenuta poco soffice, inoltre le pianure secche pugliesi e beneventane furono vendute ai ricchi signorotti del luogo che chiedevano affitti alle stelle, cosi gli allevatori abruzzesi furono privati anche di pascolo. Dieci anni dopo, ci fu una morìa di pecore, il governo non fece niente. per mangiare un agnello di propria produzione bisognava pagare il dazio. Nel passato la Francia comprava in blocco tutta la produzione di agrumi del Regno delle due Sicilie, subito dopo l’învasione non li comprò più, stava litigango con il Piemonte per via della cessione di Nizza e della Savoia, i contadini non furono indennizzati. Così si impoverisce un popolo e si fa arretrare . I Borbone avevano scelto di sviluppare vie marittime invece delle strade in riguardo alla conformazione geografica dello stato, avevano una flotta potente, Napoli era un porto commerciale fiorente, nel secondo giorno dopo la conquista le navi fecero rotta verso il nord. Così impediti, le industrie e il commercio, Napoli diventò porto di emigrazione. In riguardo alla cattiva amministrazione borbonica, fu mandato dal nuovo governo un osservatore che ne cantò le lodi, fu richiamato a Torino e messo da parte.

  10. come dice Pino Aprile, dal 1861 ci fu una statistica del prodotto nazionale lordo, malgrado gli eventi, il sud risultò alla pari del nord, negli anni successivi il sud precipitò e il nord salì in freccia, che significa? che tutto fu spostato al nord. Prima non c’era emigrazione nel sud, dopo l ùnità se ne andarono 12.000.000 milioni in venti anni su un totale di 26.000.000 milioni di popolazione. C’era tanta industria nel sud, chi l’avrebbe mai immaginato ? e senza nemmeno essere filoborbone, quei re, adesso che internet ci da la possibilità di vederne le facce, hanno facce che mi ispirano più fiducia dei Savoia, davano almeno la pace al popolo. Ci fu una campagna denigratoria nei loro confronti. Perchè addietrati ? bisognava essere massone per essere moderno ? certo Ferdinando II ebbe una prima moglie Maria Cristina di Savoia che è in fase di beatificazione, fosse un difetto ? Io penso che quei re volevano bene al popolo stando a quanto si può leggere attualmente, e benchè soprannominato Re Bomba, dalla propaganda anglo piemontese, lui i ribelli li graziò Vittorio Emanuele fece uccidere i ribelli genovesi. le tasse erano basse, chi non aveva terreni poteva coltivare le terre dello stato gratuitamente . Fra i cosiddetti briganti, pochi erano veramente briganti, erano resistenti, e in quei tempi, i briganti stavano in tutti paesi. Fecero una campagna denigratoria di lunghi anni, pagarono grassamente gli alti dirigenti del regno, li sobillarono pure con promesse degli ideali della rivoluzione francese non tenute. Avevano soprattutto bisogno dei soldi del sud. Poi i governi successivi non ebbero la volontà di permettere al centrosud di rilevarsi. Per evitare sollevamenti ? E tempo che la vera storia sia insegnata, sarebbe atto di gustizia e che si diano anche le condizioni di vero sviluppo alle popolazioni del centrosud, e non le fabbrichette che aprono e chiudono.

  11. Ribadisco ancora una volta che non è mia intenzione negare le conseguenze negative derivanti dall’unificazione nazionale. Tuttavia non è possibile farne un quadro con tinte esclusivamente cupe.
    Il fatto che Savoia e Borbone fossero dinastie straniere, a mio parere, poco importa.
    Non si può tuttavia negare che il regno di Sardegna avesse tutt’altra considerazione diplomatica rispetto a quello delle due Sicilie…soprattutto dalla guerra di Crimea in poi.
    I commerci fiorirono o meno a seconda delle politiche economiche “nazionali”. Gli agrumi continuarono ad essere un punto di forza dell’economia siciliana per lungo tempo (si veda l’origine della mafia legata al commercio e la coltivazione di questi frutti nella conca d’oro Palermitana); le politiche protezioniste di certo danneggiarono settori forti nel sud, ma, nello stesso sud, ne avvantaggiarono altri perchè legati a ceti con più forza politica e parlamentare.
    Le difficoltà dunque riguardarono le zone arretrate in genere (non bisognerebbe dimenticare che dal punto di vista migratorio o dei fermenti per il caro pane, etc. il sud fu spesso in linea con quel che accadeva nel nord est del paese ed in altre zone povere).
    Analoghi discorsi potrebbero essere fatti per tutti i punti evidenziati in precedenza. Una visione storica di tipo “recriminatorio”, a mio parere, rischia di essere poco lucida e poco utile perchè viziata da atteggiamenti rivendicatori oramai poco contestualizzabili

  12. A mio parere qualsiasi dato, qualsiasi fonte, qualsiasi documento deve essere vagliato con occhio critico.
    1) Descrivere un sud ricco, felice, gaudente è quanto di meno provabile dal punto di vista storiografico. Il benessere di una popolazione non si misura col PIL. Se prendi come esempio contemporaneo gli stati arabi o altri produttori di petrolio, troverai un prodotto nazionale estremamente elevato, ma concentrato nelle mani di pochi…non sono gli stati ad essere ricchi, ma solo poche persone. Nel regno di Borbone si scontravano grandi ricchezze con povertà estreme.
    2)L’emigrazione è un fenomeno troppo complesso per legarlo alla sola unificazione. Per oltre 50-60 anni dall’Unificazione, le zone più arretrate, come ad esempio il Salento, non riuscirono ad inserirsi nei canali migratori. Cosa indica ciò? Indica che alla base dell’emigrazione devono esistere una spinta demografica, un base economica per intraprendere il viaggio, la nascita di legami parentali tra la madrepatria e le nazioni di destinazione, etc. etc..
    3) Nessuno nega l’esistenza di industrie e nuclei di agricoltura moderna nel sud preunitario. Ma ancora una volta è necessario contestualizzare. L’agricoltura era basata sul latifondo: non si spiegherebbe altrimenti la fame di terra dei contadini meridionali, le proteste, le occupazioni che verranno nei decenni successivi. L’industria, molto spesso, si reggeva su uno sfruttamento disumano della manodopera (si veda l’industria dello zolfo in sicilia), etc.
    La mia non è una difesa dello stato sabaudo che, ribadisco, ha spesso considerato il sud una terra barbara, da dominare, più che da governare.
    Tuttavia al posto di un meridionalismo nostalgico di un Regno per nulla liberale e attento alle masse (non bisogna scambiare le donazioni, la filantropia per politiche sociali) preferisco un meridionalismo “scientifico”, critico, non partigiano. Penso quindi agli scritti di Villari, De Viti De Marco, Nitti, etc. etc.

    P.S. Non credo che i visi dei re siano una buona argomentazione: personalmente trovo altrettanto grotteschi i nasoni borboni e i baffoni sabaudi :-D

  13. Invito qualche lettore (come Micello!) ad aggiornarsi: Sono rimasti alla storia dei sussidiari di scuola elementare, scritti secondo regole di propaganda sabauda. Il Risorgimento sarebbe da cancellare, perchè è stato il periodo più vergognoso, per l’Italia, degli ultimi due secoli. Si dovrebbero liberare tutti i paesi italiani dai monumenti a Vittorio Emanuele II (che parlava malissimo l’italiano e pensava solo ad andare a donne), a Garibaldi, definito dagli stessi inglesi “filibustiere”, a Cavour, freddo ragioniere dei Savoia. Le tre guerre del Risorgimento, guardatele bene!, finirono con sconfitte per i Savoia e furono addolcite dai Francesi o altri. “Sotto i tiranni”, come si diceva allora, stavano solo i Lombardi e i Veneti. Gli altri stati o staterelli avevano legittimi governanti, magari anche da secoli. Il Risorgimento lo fecero quattro idealisti che forse giocarono anche sulla pelle di chi idealista era davvero. E fu fatto e attuato da traditori e venditori della patria, illusi. Purtroppo l’Italia fu fatta e non credo che varrebbe la pena, oggi, dividerla. Ma almeno si smetta di decantare Savoia e Garibaldi, Mameli o Mazzini. E si abbia il coraggio di dire la verità. Ma OGGI GLI STUDI LO HANNO AMPIAMENTE DINOSTRATO: la storia del Risorgimento come ancora la si continua a narrare è solo FALSA.

    • Invece si celebra, altrochè se si celebra, ci si inchina, il nuovo potere si sovrappone alla storia, prono, compiacente, il potere delle nuove caste, quello dei vecchi e nuovi cortigiani, dei nuovi mafiosi, dell’upper class cieca, sorda e ignorante. Si oscura la storia per oscurarne i retaggi, ci si ricicla in assoluta assenza di senso morale, fatto di pochi principi, ma marci.
      Si sbandiera, si sfila e al momento giusto (e nessuno era più giusto di queste celebrazioni ipocrite, autolesioniste, ridicole), eccoli lì, tutti in prima fila, a incarnare l’oscenità della menzogna, della disonestà intellettuale, del parassitismo.
      Tutto cambia perché nulla cambi.
      14 edizioni di Terroni di Pino Aprile andate a ruba e non un solo, gigantesco, uniforme pernacchio ai celebranti, nessun dubbio che nelle loro case almeno una copia la si troverebbe.
      Stilo, Mongiana, Ferdinandea, Pietrarsa, S.Leucio, la real Fabbrica d’Armi di Torre Annunziata e delle Porcellane di Capodimonte, le fonderie di S.Giovanni, le miniere… la grande e moderna industria del Sud che ora non produce più nulla, cancellata, derubata, avvilita.
      E le vite cancellate dalla cancellazione della memoria.
      Un’Italietta.

  14. e’ una narrativa che apre gli occhi, di certo non la storia d’Italia che mi fu insegnata a scuola

  15. Quest’altra faccia di storia da me sconosciuta mi ha fatto scoprire la mia vera identità,di cui ne vado fiera,i fatti celati per troppo tempo è ora che vengano trattati nei libri di storia utilizzati nelle scuole, perchè ritengo sia antieducativo scoprire poi da grande la falsità dei fatti narrati e soprattutto condanno la meschinità di certi insegnanti che si ostinano a voler rimanere fedeli a ciò che trovano scritto nelle pagine dei libri.Mi chiedo:che valore ha aver imparato tutte quelle pagine di storia se oggi mi accorgo che il mio studio non è servito a nulla?Se tutto quello che ho scopero adesso sarebbe accaduto qualche anno addietro,ai miei alunni avrei fatto posare il libro e la storia,quella vera gliela avrei raccontata io.Dobbiamo rendere onore a quanti hanno sacrificato la loro vita per una giusta causa,non è giusto che siano stati dimenticati,cancellati completamente,come se non fossero mai esistiti.

  16. BALLE MEDIATICHE Basti solo documentarsi un po’ meglio. I garibaldini non fecero alcuna strage, a Bronte vennero fucilate solo 5 persone a fronte di una folla inferocita che ne aveva ammazzate più di 20 in modo truculento. Ad un notaio amputarono i genitali, lo trascinarono punzecchiandolo con i coltelli fino ad un rogo, gli tolsero il fegato e se lo mangiarono, poi lo bruciarono agonizzante. Stessa sorte toccò al figlio
    E’ tutto documentato. Crocco era un ex garibaldino e Garibaldi fu il primo a cercare di impedire le stragi nel Sud denunciando nel 1961 la guerra civile in corso nel Parlamento torinese di fronte a Cavour, Il figlio andò persino a combattere con i briganti. RIPETO: BALLE E INFAMIE MEDIATICHE CONTRO GARIBALDI E I GARIBALDINI
    Leggetevi questo libro..è gratis e perfettamente documentato.
    http://www.bronteinsieme.it/PDF/Memorie_storiche-Nino_Bixio_a_Bronte.pdf

      • Credo piuttosto che sia tu a non conoscere né a VOLER conoscere la storia, anche quando come nel link che ho mandato, viene documentata perfettamente

      • A proposito dell’amministrazione borbonica: “non vi ha impiegato che non sia prostrato al cenno e al capriccio di un prepotente, e che non abbia pensato al tempo stesso a trar profitto dal suo ufficio.
        Questa generale corruzione ha fatto ricorrere il popolo a rimedi oltremodo strani e pericolosi. Vi ha in molti paesi delle unioni o fratellanze, specie di sette, che dicono “partiti” senza colore o scopo politico, senza riunione, senza altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni ora di far esonerare un funzionario, ora di difenderlo, ora di proteggere un imputato, ora di incolpare un innocente.
        Sono tante specie di piccoli governi nel governo…
        Il popolo è venuto a tacita convenzione coi rei. Così come accadono i furti escono mediatori a offrire transazioni pel ricuperamento degli oggetti involati. Il numero di tali accordi è infinito. Molti possidenti perciò hanno creduto meglio divenire oppressori che oppressi..”
        Rapporto ci C. Ulloa al Ministro della Giustizia del Regno di Napoli da Trapani 1838

  17. ho riletto, mi pare veramente poco serio limitare l’avventura sud americana di Garibaldi con il furto di cavalli. Meglio sarebbe leggere qualche informazione più dettagliata.

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