Dal campanaccio agli spots televisivi

Thomas Cooper, Mucche e pecore (1880)

di Massimo Vaglio

Ritto sulla sua biciclettona come una cariatide sulla facciata della chiesa di San Domenico, puntuale come la morte, faceva il suo giro per il latte, due volte al giorno, mattino e sera preannunciato dal suono sordo del campanaccio e seguito dall’immancabile fido cane; una specie di coccodrillo giallastro dalle orecchie mozze e dal passo così corto che pareva quasi scivolasse sul selciato, il barilotto poggiato sulla canna della bicicletta e la misura appesa al manubrio.

Praticamente indifferente a qualunque evento atmosferico, ne’ pioggia, ne’ neve, ne’ canicola riuscivano a modificarne minimamente la postura, mai un segno d’insofferenza in un afono rituale di gesti immutati da una vita. Appena Pascalinu, questo era il suo nome, terminava di mungere le bestie, la moglie premurosa gli porgeva un boccale colmo di generoso vino ristoratore, che egli, dopo essersi terso la fronte dal sudore beveva tutto d’un tiro.

Pascalinu, era il decano dei lattai neretini, gli altri, più giovani si erano tutti, da qualche tempo, motorizzati; motorini, vespe, lambrette, tutti rigorosamente muniti di parabrezza, il loro arrivo era annunciato dallo stridio dei gracchianti clacson. In tutto, la città era servita da una ventina di questi navigatori solitari, era questa la categoria cui, non so perché, li ho sempre accomunati, sarà stato per i pastrani gialli o neri, dalla foggia vagamente norvegese indossati durante le interminabili uggiosità autunno-invernali, sarà stato per quell’inossidabile tempra riscontrabile solo nella letteratura romanzesca e nei film d’avventura marinara, nei pirati che anche quando appesantiti nel fisico, anziani e con orrende mutilazioni continuavano impavidi a solcare i mari turbolenti in cerca di tesori, proprio come questi piccoli eroi quotidiani le strade ed i vicoli del paese per riempire l’apposito secchiellino di spiccioli.

La strada di casa mia era attraversata da quattro cinque lattai, fra questi, oltre al fatidico Pascalinu, Lelè che era il lattaio di mio zio e il simpaticissimo compa’ Gigi, baffetto alla Errol Flynn e grande lepraiolo, lo conoscevo da sempre e non mancava giorno che non ci salutassimo calorosamente ad alta voce.

Oltre ai lattai per così dire tradizionali in città vi era anche il servizio di distribuzione a domicilio della Centrale del Latte di Lecce; un gruppetto d’aitanti giovanotti con relativa flottiglia di tricicli, attraversavano in lungo e largo tutto il paese annunciati dal suono di una lucida cornetta in ottone che da piccolo avrei dato un occhio per possedere. Distribuivano latte pastorizzato nelle bottiglie con l’effigie di Minerva, simbolo della repubblica, in rilievo e il coperchietto di latta che quando si toglieva non si poteva fare a meno di leccare per lambire la deliziosa panna che vi si depositava.

Mai bevuto latte così buono, anzi, mai più bevuto latte da allora, ogni latte offenderebbe quella religiosa memoria. Le stalle si trovavano quasi tutte in città, generalmente a pochi passi dall’extramurale. Ve n’erano in Via Duca d’Aosta, in Via Taranto, in Via Fiume… non passavano certo inosservate per via dell’olezzo ammoniacale che filtrava dai portoni schermati da fitta rete metallica antimosche e per l’onnipresente “scialabbà” carico di profumato foraggio verde.

Le stalle che più mi affascinavano, erano quelle poste nel complesso rurale delle Due Aie appena fuori del paese, sulla via di Leverano. In estate erano quasi invisibili, occultate da enormi covoni biondi nella attesa della trebbiatura, più avanti offrivano uno spettacolo a dir poco fiabesco con tutti i muretti, i tetti e i cornicioni ricoperti dalle grandi zucche gialle celebrate da Vittorio Bodini.

Gli “accari” di rado possedevano più di tre quattro vacche, che accudivano amorevolmente; una dieta varia ed equilibrata, a base di foraggi freschi e secchi; beveroni di sfarinati a base di fave ed orzo; profumatissime “brufende” con zucca gialla, sfarinato e talvolta persino pane. Per il principio che: “dal becco la gallina fa le uova”, non venivano private di nulla, o quasi: cibo buono, pulizia, ma poco sesso, infatti, le vacche venivano coperte con turni molto ampi per ritardare quanto più possibile i tempi improduttivi della gestazione e quando c’era l’inevitabile lieto evento, il vitellino veniva allontanato subito dalla madre, per paura che l’istinto materno l’inducesse a “disculiciarsi” incrinando lo straordinario rapporto di devozione assoluta che intercorreva con il proprietario. Quindi, per i giorni immediatamente successivi al parto, veniva munto l’iperproteico colostro che non potendo essere venduto come latte, veniva solitamente donato ai vicini, un po’ come tacita ricompensa verso la loro tolleranza.

Di colore giallastro, appena posto sulla fiamma coagulava, formando una specie di fibrosa ricottina che veniva gradita da grandi e piccini ancora calda con il suo siero per accompagnamento.

Oggi, nell’era delle merendine Kinder, il solo pensare al colostro farebbe rabbrividire ogni mamma, ma nessuna paura, le stalle cittadine sono ormai scomparse da tempo, e a dire il vero ne sono rimaste poche anche in campagna. Il latte che compriamo, spesso sponsorizzato da grandi divi dello sport, ormai viene tutto dalle cosiddette zone vocate ossia dalle grandi pianure europee dove le vacche vivono in stalle climatizzate; ascoltano musica lirica, fanno la doccia tutti i giorni e dove l’antiquato sfarinato di fave e granone è stato sostituito con insilati troppo spesso ricettacolo di aflatossine e di mangimi integrati con il miracoloso nucleo: un pout pourry di vitamine e stimolanti sintetizzati in laboratorio e, sino ad un recente passato, con farine proteiche ottenute dalla liofilizzazione delle carcasse animali. E pensare che Stayner, padre dell’agricoltura biodinamica, già nel lontano 1924 aveva ammonito: “se un giorno arrivassimo a somministrare delle proteine animali a dei ruminanti, il livello d’acido urico nel loro sangue aumenterebbe tanto che si depositerebbe nel loro cervello portando gli stessi animali alla pazzia”.

Così, è stato, e in quest’epoca d’equini radioattivi, di polli e maiali alla diossina e di mucche pazze cominciamo a renderci conto che la massificazione e l’industrializzazione sfrenata dell’agricoltura non pagano, ma ormai è troppo tardi le grandi aziende multinazionali lo sanno e ci considerano alla stregua di polli in batteria.

Il latte che beviamo viene tutto da molto lontano insieme ai biscotti del Mulino Bianco, agli yogurt, al Nesquik e questo solo per fermarci alla prima colazione.

In pochi lustri, folgorati sulla via del progresso, come Paolo sulla via di Damasco, ci siamo  liberati dall’afrore ammoniacale delle stalle cittadine ed anche dal profumo del trifoglio appena sfalciato. In compenso, siamo stati circondati da megadiscariche cittadine dai miasmi mefitici, che servono a raccogliere gli imballaggi delle merci che dobbiamo importare. Insomma, un po’ come dire, pubblicità, regresso.

5 Commenti a Dal campanaccio agli spots televisivi

  1. La malinconia del ricordo che slitta rassegnata (ma non tanto…) in un’ironia amaramente attuale. Complimenti, Massimo!

    • Mi soffermo a leggere incantata come davanti a un fiaba. Spremo dalla mia memoria il suono del campanaccio ambasciatore del latte appena munto in arrivo,non lo trovo forse per ‘limiti’ d’età, forse per ubicazione logistica: terzo piano di un condominio. Ma il viso rubicondo del mio ‘Pascalinu’ ce l’ho anch’io, così come il riflesso lucente dei grandi contenitori metallici dell’ ‘oro bianco’. Hai una penna magica, Massimo, una penna che crea immagini ormai come illusioni, e sprigiona profumi freschi di natura e semplicità.La sofisticazione non sta solo nei mangimi, ma nella sostanza cerebrale degli uomini, amico mio. Si crea tutto in ‘batteria’: allevamenti, produzioni, pensieri. Per fortuna qualcuno conserva gli occhi e rispolvera il sentimento di eventi armonici, foraggio di tutta quell’energia positiva che il sintetico ci ha tolto. Ritorneremo a capirlo e ad apprezzarlo, vedrai…
      La mia stima e la mia massima approvazione,
      Raffaella

  2. Via Taranto, a 50 metri da casa mia la stalla ere maleodorante, ma il latte che delizia la mattina prima di andare a scuola e il pomeriggio con le “friseddhre” una goduria

Lascia un commento

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com

error: Contenuto protetto!