Cazzamèndule, furmicalùru, saccufàe, irdulèddha, falaètta e ciciàrra: chi li ha visti?

di Armando Polito

Anzitutto ringrazio i sei  presunti dispersi perché con un semplice cambiamento del numero mi hanno consentito di evitare l’accusa di pubblicità ad una trasmissione televisiva che, pur non rinunciando talora all’enfasi e alla spettacolarizzazione, forse è l’unico esempio di tv di servizio.

Mi occupo oggi di sei uccelli frequentissimi dalle nostre parti al tempo della mia infanzia. Non so se il provvido istinto ha suggerito loro di cercare altri lidi meno pericolosi o se, come temo, quella attività sportiva (?) che pure un cerebroleso si guarderebbe bene dal praticare e che si chiama caccia li ha cancellati da ogni angolo della Terra. Se qualche cacciatore ha intenzione di denunciarmi per calunnia, faccia pure; sappia che nel momento conclusivo del processo taciterò il mio avvocato (purtroppo, per motivi tecnici, dovrò, per quanto formalmente, servirmene) e dimostrerò il mio assunto con prove così fondate che anche un giudice fanatico cacciatore sarà costretto a darmi ragione, nonostante questo comporti  di conseguenza pure per lui la conferma della mia diagnosi e a quel punto dovrò pubblicamente riconoscere che sarà pure cacciatore ma che nell’esercizio delle sue funzioni pubbliche  ha il grande pregio di essere leale e sportivo…

Sarà mia compagna nello stilare queste poche righe quella stessa tristezza che ti prende quando pensi a qualcosa  (tanto più quando si tratta di un essere vivente…) legata al tuo passato e che non rivedrai più.

Resta, magra consolazione, il fascino semplice dei loro nomi dialettali che evocano tempi in cui il cemento e l’asfalto non erano diventati ancora esiziali metastasi di quel cancro che abbiamo introdotto nell’ambiente affannandoci a nutrirlo e a moltiplicarlo anziché ostacolarne la proliferazione.

Cazzamèndule

http://www.migratoria.it/enciclopedia-online/frosone/

Il nome (alla lettera: schiacciamandorle) la dice lunga sulla particolare abilità con cui era (uso l’imperfetto per lui e per i successivi in funzione scaramantica…) in grado di soddisfare i suoi gusti alimentari, bisogna riconoscerlo, non comuni e che non trovavano soddisfazione nella plebea consumazione di un altrettanto plebeo lombrico e simili. Piuttosto generico appare il nome italiano,  frosone o frusone, che è dal latino tardo frisiòne(m)=della Frisia, col suo evidente riferimento al luogo di provenienza.  Chi avrebbe sospettato che più aderente al nome dialettale fosse quello scientifico? Coccothraustes coccothraustes L., infatti, deriva dal greco kokkos=granello, chicco, pillola+thràuo=spezzare.

Furmicalùru

http://xoomer.virgilio.it/filpo/animali/uccelli/torcicollo.htm

A differenza del precedente preferibilmente vegetariano, il suo pasto prediletto, come indica il nome dialettale, erano le formiche; credo che dovesse avere anche una grande pazienza nel rimediare un pasto completo, viste le dimensioni non certo ragguardevoli delle formiche nostrane. Pare, però, che il suo nome italiano, torcicollo, non alluda alle conseguenze di questa sua attività né ad una postura che per la stessa sembrerebbe obbligata ma alla capacità di storcere il collo quando viene disturbato o spaventato. Tuttavia, sulla Treccani on line, il nome è collegato alla facoltà di allungare il collo e volgere la testa di 180°, dettaglio non da poco per il tipo di caccia da lui praticato. Il nome scientifico, Jynx torquilla L., allude, invece, almeno in parte, ad altro.  Jynx deriva dal greco ìunx=torcicollo (proprio il nostro uccello, non l’inconveniente), incantesimo, seduzione, dal verbo onomatopeico iùzo=gridare, urlare, ronzare (per le api); va detto, però che il significato di torcicollo fu assunto per ultimo, cioè, quando Iunx, figlia di Pan e di Eco, fu trasformata nell’uccello per aver suscitato in Zeus l’amore per Io e da allora la bestiola venne utilizzata (e ti pareva…!) per incantesimi d’amore. Torquilla è dal latino medioevale torquìlla (o tòrtula), che nel Du Cange, tomo VIII, pag. 133 ha questa definizione: torquilla, tortula, avis ita dicta quod collum crebro torqueat (torquilla, tortula, uccello così detto perché torcerebbe spesso il collo). Per completezza ricordo che torquilla si ricollega al latino classico torquère=torcere,  tòrtula al suo supino tortum e non ha nulla a che fare con la tortora che è dal latino tùrture(m), di origine onomatopeica.

Saccufàe

http://www.fotoplatforma.pl/fotografia/it/3935/

Debbo confessare, anche se posso sembrare presuntuoso e sadico, che questo uccello,  da quando sono diventato grande e le parole hanno cominciato a suscitare in me la curiosità circa la loro origine, mi è particolarmente simpatico perché in grado di mettere in difficoltà col suo nome dialettale l’etimologo della domenica e pure del lunedì. Chi, a prima vista, non pensa a saccu (sacco) e a fae (fave) ipotizzando che quest’uccello riesca a nascondere in qualche sacco le fave per consumarle poi con calma, o che se ne rimpinzi all’inverosimile o che, addirittura, le sottragga dal sacco in cui erano state riposte?

Volgari ipotesi etimologiche per un nome che è nobile, storico e pure un po’ esotico. No, non si tratta della deformazione fatale di una parola inglese e neppure latina, ma del greco sykophàgos=che mangia fichi , composto da sykon=fico e phaghèo=mangiare. A questo dettaglio è legato anche il primo dei nomi italiani, beccafico reale, mentre più aulico di fronte a tanto materialismo può apparire il secondo , rigogolo,  residuo di un vero e proprio terremoto, essendo ciò che rimane del latino *aurigàlbulu(m)=giallo come l’oro, composto da aurum=oro e gàlbulus=giallastro. Sulla stessa falsariga, ma più stringato, è il nome scientifico Oriolus oriolus L., che è dal latino aurèolu(m)=un po’ dorato, diminutivo di àureus.

Irdulèddha

http://www.naturamediterraneo.com/forum/topic.asp?TOPIC_ID=74648

Questa volta tutti i nomi, il dialettale, quello italiano e lo scientifico, fanno riferimento ad una caratteristica fisica: il verde. Irdulèddha, infatti, se dovesse essere trascritto tal quale in italiano sarebbe (v)erdolella; il nome italiano verdone o verdello non ha bisogno di commenti e lo scientifico Carduelis chloris chloris L. tradotto alla lettera sarebbe cardellino verde verde; il primo componente (carduelis) è voce originale latina, il secondo, replicato (chloris) è trascrizione latina del greco chlorìs che, oltre all’uccello, indica anche un tipo di uva e che è connesso con l’aggettivo chloròs=verde-giallo o verde-pallido. Correttezza mi impone di ricordare che proprio la irdulèddha era la preda più frequente di mio nonno Alessandro, accanito cacciatore, che, a me bambino di non più di quattro o cinque anni, orgoglioso di cotanto nonno che non sbagliava un colpo (quell’orgoglio infantile oggi mi pesa come un’onta, fortunatamente compensata da altri ricordi ben più gratificanti del mio avo…), deputava il compito di strappare quattro o cinque  delle foglie (li pàmpane) più basse del più vicino fico perché la preda, avvolta in esse, potesse essere posta nella cenere ancora calda e successivamente soddisfare una fame che nemmeno allora poteva essere addotta a giustificazione del nostro violento e nefasto istinto predatorio.

Falaètta

http://diquipassofrancesco.blogspot.it/2008/08/il-beccafico-e-laria-gia-settembrina.html

Falaètta è la forma sincopata della variante falavètta usata nel Brindisino,  che è forma diminutiva (con epentesi di –a-) del latino medioevale falva, femminile di falvus=giallo scuro tendente al rossiccio. Il nome italiano beccafico mostra le predilezioni alimentari di quest’uccello (in questo senso appare come un concorrente del saccufàe). Il nome scientifico (Sylvia borin Boddaert)trae probabilmente  la prima parte, che è il nome del genere, dal latino silva=bosco; per la seconda (borin) l’unico aggancio che sono riuscito a trovare  è con il latino medioevale borin così citato dal Du Cange (tomo I, pag. 708 ): colorem, qui vocatur Borin, jure dare debent omnes servientes illic habitantes (tutti i servitori che abitano lì debbono fornire di diritto il colore che si chiama Borin).  Sarò gratissimo a chi su questo borin sarà in grado di darmi ulteriori informazioni.

Ciciàrra

http://pia-goodvalley.blogspot.it/2011/02/spanissora-la-cinciallegra-per-me-non.html

Era l’unico, tra gli uccelli ricordati, ad essere ignorato dal fucile di mio nonno; e il motivo era semplicissimo: essendo molto più piccolo rispetto agli altri non era particolarmente appetibile perché sarebbe stato necessario sprecare un numero eccessivo di cartucce; insomma, no bbalìa la spesa pi ll’impresa (non valeva la spesa per l’impresa). Sulla natura onomatopeica di ciciàrra non ci sono dubbi  e pure legato alle capacità canore del volatile è il nome italiano cinciallegra in cui cincia è di chiara origine onomatopeica, mentre allegra rappresenta il solito trasferimento di un’idea umana, una volta tanto positiva, su un animale. Il nome scientifico Parus maior L. è per la prima parte dal latino medioevale parus (Du Cange, tomo VIII, pag. 189) che compare come glossa del greco brachýs=breve, piccolo, parente del classico parum, avverbio che significa poco. È evidente il riferimento alle ridotte dimensioni, anche se compensato da maior=maggiore (rispetto a lui il colibrì è un nano..)

Chi li ha visti? Spes ultima dea e, pur non facendomi illusioni, resto in attesa di qualche attendibile segnalazione…

 

14 Commenti a Cazzamèndule, furmicalùru, saccufàe, irdulèddha, falaètta e ciciàrra: chi li ha visti?

  1. Piacevole inizio di giornata con questa proposta di argomenti così alternativi…belle le immagini, impegnativa la ricerca linguistica, commenti da condividere senza esitazioni. Bello e importante che si scelgano piccoli uccelli e i loro nomi per interrogarsi su cosa ne abbiamo fatto del mondo che ci circonda, del “paradiso”che ci fu affidato.Bene, io li ho visti tutti, credo, anche se non conoscevo i loro nomi, nè dialettali nè italiani.Ricordo ancora lo stupore quando vidi volare un rigogolo, e il gioco per memorizzarlo e farlo memorizzare ai miei alunni.E’ più recente la scoperta nei cieli salentini del gruccione, la meraviglia, gli appostamenti per poterlo fotografare, la ricerca in internet di foto da comparare con ciò che avevo visto…La cinciallegra infine, giunge sui rami del mio giardino e si fa sentire con il suo trillare per poi giocare a nascondino di ramo in ramo. I nomi dialettali?non ho ereditato questa cultura pur essendo salentina, devo dire che mi piacciono poco, preferisco i nomi italiani…mi complimento per il lavoro di ricerca svolto dall’autore. Ringrazio per la scelta di questi piccoli “amici”.

    • il salento è una terra straordinaria che per la sua collocazione geografica si colloca in mezzo al mare mediterraneo e diventa il posto in cui molte, moltissime specie di uccelli si fermano, dove trovano un abitat accogliente, per rifocillarsi, rinfrescarsi e ripartire nelle loro lunghe e affascinanti migrazioni… se le condizioni atmosferiche sono adatte in alcuni giorni dell’anno è davvero possibile vedere specie rarissime che si fermano anche solo per poche ore… il mondo degli uccelli è un mondo fantastico e per molti aspetti ancora misterioso, si pensi che la gran parte delle migrazioni avviene di notte… purtroppo il nostro territorio diventa ogni giorno meno ospitale e questo provoca enormi problemi a tante specie di piccoli e grandi migratori… l’unica cosa che contesto all’articolo è che secondo me è stato scritto con spirito di populismo anticaccia…

  2. “Terra straordinaria”, “(h)abitat accogliente”, “diventa ogni giorno meno ospitale”, “enormi problemi”: tutto questo non è in contraddizione con l’accusa mossami di “populismo anticaccia”? Poi, ammesso che così fosse, meglio questo che l’”aristocraticismo venatorio”. Infine, se l'”unica contestazione” è dovuta, come credo, al mio “cerebroleso” del post, ne confermo pure le virgole; comunque, la neurofisiologia moderna sta dimostrando che anche neuroni apparentemente morti possono, sia pur raramente, “risvegliarsi”…

  3. indubbiamente l’opinione di ognuno va rispettata anche quando uno crede che un cacciatore per il sol fatto di andare a caccia è cerebroleso… nell’esprimere brevemente la mia opinione non userò per rispetto a tutte quelle persone diversamente abili che purtroppo subiscono tutti i giorni le ingiurie di populisti senza scrupoli che per essere offensivi nei confronti del nemico lo dichiarano handicappato…
    io sono convinto che la caccia non è il “sadico” gusto di
    eliminare la fauna dal territorio (come dicono gli “anticaccia”), ma è un’attività naturale vissuta con sforzo e perseveranza, con astuzia e furbizia, è una eredità derivante dell’atavica lotta per la sopravvivenza delle specie . Il cacciatore è qualcosa di diverso dal solito macellaio, dall’industriale di carni in scatola, dal venditore di carni insaccate, dal contrabbandiere di avorio, dal credente che festeggia determinate ricorrenze sacrificando agnelli, maiali, polli tori, dal produttore di uova e da altre attività umane che hanno a che vedere con la vita e la morte degli animali. Queste ultime utilizzano, nel corso dei loro lavori, mezzi sempre più nuovi per pianificare le uccisioni e rendere fiorenti i relativi commerci. comunque a ognuno le sue opinioni nel rispetto dell’altro…se qualcuno è convinto di essere una specie superiore e non vuole rispettare gli altri lascio a lui le sue illusioni e tengo strette le mie piccole certezze… non ultima il fatto che la neurofisiologia moderna sta dimostrando che anche neuroni apparentemente morti possono, sia pur raramente, “risvegliarsi”…

  4. Tutte le etichette alternative ed eufemistiche che abbiamo inventato (“non vedente”, “diversamente abile”, etc, etc…) rappresentano solo la prova eclatante della miseria della nostra “normalità”, perché non hanno certo migliorato le condizioni di vita di chi è stato ed è meno fortunato di noi ma son servite solo in modo schifosamente pietistico e buonista a metterci in pace la coscienza. Sono convinto, al contrario, che chi professionalmente (e non solo…) si prende cura di loro debba fare ricorso alle conoscenze indotte, almeno si spera, dallo studio ma, forse in modo preponderante, al meglio della sua umanità: un sorriso, una carezza, uno sguardo di complice intesa, al limite un rimprovero, valgono più di qualsiasi medicina ed il minimo riscontro dell’esattezza delle nostre intuizioni del cuore, in questa come in altre professioni, è più gratificante di qualsiasi avanzamento in carriera con connesso aumento di stipendio. Un cerebroleso resta tale comunque lo si chiami, a un cieco non importa minimamente essere chiamato non vedente, e così via; perciò, paradossalmente, non mi pare, per quanto ho appena finito di dire, offensivo per questi poveri Cristi se utilizzo questa parola, che pure esiste, per stigmatizzare, in persone cosiddette normali (oggi i cacciatori e non solo di uccelli, domani, in un barlume di lucidità, me stesso), certi comportamenti che altri meno fortunati di loro non assumerebbero (e non sempre perché non ne avrebbero l’abilità…). Certo, non appena l’onestà avrà fatto il suo ingresso nelle stanze del potere, sarò felicissimo di sostituire “cerebroleso “ (o, se preferisce, “scemo”, “idiota”, “cretino”, “imbecille”, “deficiente” e simili) con qualche altra voce da scegliere in una vasta gamma di titoli, più o meno rappresentativi, di fronte ai quali oggi quasi tutti (certamente io no) si scappellano… (vuoi vedere che ora il “populista” si fonde e si confonde col “qualunquista”?) perché “ladro”, questa è l’amara realtà, oggi e più rispettabile e dignitoso di “cerebroleso”.

    La contrapposizione tra il nobile, perseverante ed eroico cacciatore (dotato di fucile con puntatore laser, servogrilletto e pure ammortizzatore del rinculo; pare, però, che in qualche magazzino militare sia stato scoperto il furto di un numero considerevole di sensori antiuomo da parte di alcune aquile che poi li avrebbero ceduti ad altri uccelli in cambio di informazioni sulla dislocazione di alcune conigliere…meno male, perché, così, almeno si ristabilisce una certa parità) e il macellaio sanguinario “avido di profitto” rappresenta un’altra clamorosa contraddizione (e sono due…), perché mi si dovrebbe spiegare cosa ci sia di nobile nel conservare, coltivare, e magari tramandare ai propri figli “un’eredità derivante dall’atavica lotta per la sopravvivenza delle specie”, confondendo ciò che in un passato antico di milioni di anni fu una necessità con quello che oggi è pura, non so quanto inconsapevole, perversione.

    Ogni opinione è certamente rispettabile, fino a che non cade in contraddizione, pur conservando, questo è fatale, un pizzico di verità, perché, fortunatamente, nessuno possiede quest’ultima integralmente; l’opinione contraddittoria, però, perde fatalmente in credibilità ed autorevolezza, anche se ogni genitore non rinuncia mai, nonostante tutto, all’amore per il proprio figlio.

    Non starò a far perdere o a perdere ulteriore tempo per fare distinzioni, più o meno sottili (peraltro da lei avviate e poi bruscamente interrotte per riservarmi , pur in modo indiretto con l’utilizzo di “se qualcuno”, stessa tecnica usata all’inizio per esibirsi in quel, è una fissa!, “populisti senza scrupolo”, una patente di pretesa, da parte mia, appartenenza ad una razza superiore) tra specie fortunatamente sopravvissute e libere (per quanto?), addomesticate e allevate né per rispondere ad una sua eventuale domanda circa le mie possibili abitudini vegetariane, pure alle quali per estrema coerenza dovrei rinunciare (anche una rapa non selvatica è vita, e soffre quando l’immondo ortolano che pensa solo al profitto le tronca la testa…), nutrendomi solo di pietre.

  5. Caro Armando, basta aggiungere una distinzione alle tue, nel regno dei viventi, tra regno animale e vegetale per non cadere in contraddizione con il sentire che ti porta a non mangiare (e non uccidere) animali. Le pietre sono indigeste, ma la verdura non mi risulta soffra…benchè viva! ;)

  6. Le piante non hanno un sistema nervoso centrale come quello della specie animale, ma reagiscono, come sai, agli stimoli con reazioni varie che sono ancora in fase di studio e di interpretazione. Decenni fa si era convinti che gli animali non avessero sentimenti (proprio quelli che a noi umani permettono di amare, odiare, piangere, ridere e, perché no?, ironizzare); gli studi più recenti hanno messo quanto meno in dubbio questa certezza. Meno male che per una eventuale dimostrazione che anche le pietre soffrono chissà quanti anni dovranno passare ancora! Però, a pensarci bene, se la metempsicosi non è una favoletta e se, oltre agli animali, pure i vegetali e i minerali soffrono e hanno quello che la religione chiama anima, staremo tutti freschi…

  7. Ho l’impressione che l’articolo peraltro interessante sia stato scritto più per livore nei confronti dei cacciatori che per amore di divulgazione. Non risulta da nessuno studio che i cacciatori non professionisti abbiano mai causato estinzione di alcuna specie animale, questo è un fatto. Altresì, laddove ci fosse stata danno alla natura questo è largamente pareggiato con tutti i territori che destinati a riserve di caccia o che sono state preservate da cacciatori, resisi promotori di salvaguardia della natura per fini, che potrebbero essere considerati, oggi, deprecabili però in questi casi contano i risultati. In tempi in cui non c’era ancora una cultura protezionistica gli unici presidi esistenti alla salvaguardia della natura erano i fruitori della stessa.
    Se si avverte in alcuni territori una certa minore presenza di alcuni animali è attribuibile a abitudini cambiate, cambiamenti ambientali, quali abbandono di certe colture , cambiamento delle operazioni tradizionali, subentro di altre, quando anche all’uso di pesticidi, insetticidi ed inquinamenti acustici e visivi, un semplice lungomare illuminato di notte può determinare cambiamenti di rotte migratorie.
    I migliori risultati si sono sempre ottenuti con la collaborazione tra parti apparentemente contrapposte.
    Consoliamoci poi con l’incremento di alcune specie che abbiamo potuto rilevare negli ultimi tempi quali fenicotteri, cormorani, tortore dal collare, aironi guardabuoi, ecc…

  8. Cacciatori professionisti e non e le loro degenerazioni (bracconieri, etc.) hanno causato l’estinzione di alcune specie. E’ innegabile e ci sono diversi studi che lo dimostrano. Specialmente se parliamo di estinzione locale (scomparsa di una specie in un determinato territorio), l’eccessivo prelievo venatorio come anche l’introduzione scriteriata di specie “pronto-caccia” da parte dei cacciatori sono tra le cause principali. Comunque tra le specie dell’articolo solo Cinciallegra, Verdone e Rigogolo (forse) nidificano in Terra d’Otranto. Gli altri si vedono sempre più raramente, di passo durante la migrazione primaverile e autunnale.

  9. Un aneddoto: ero giovanissimo, intorno ai 18 anni, quando mio padre nella casetta di campagna aveva lasciato un bel fucile ad aria compressa che sparava dei pallini di piombo. Inizialmente cominciai a fare del tiro a segno con tutto ciò che era possibile…ma… dopo qualche settimana avevo finito per rompere quasi tutto. Fu allora che mi venne in mente di sparare agli uccelli… però mi rendevo conto che non era giusto farlo quando erano fermi sull’albero… era troppo facile… e non dava alcuna possibilità di scampo al malcapitato uccellino. Allora presi a fare il tiro al volo mentre attraversavano il mio terreno.
    Per diverso tempo non successe nulla, al massimo vedevo che cambiavano rotta per il passaggio del piombino nelle loro vicinanze… ma capirete… un solo piombino, piccolissimo… era molto improbabile che colpisse un uccello in volo… invece accadde, sarà stato perchè era un passero distratto, oppure inesperto al volo, o semplicemente sfortunato, fatto sta che fu colpito… la ferita che gli avevo procurato era molto brutta… era un taglio netto e profondo sulla pancia… lo presi in mano… non sapevo che fare… mi guardava con quegli occhietti increduli che ancora oggi (dopo 30 anni) li ricordo in maniera perfetta… perdeva sangue… l’ho portato in casa…c’era la cassetta del pronto soccorso… ma era per umani non per volatili… ho potuto prendere solo delle garze e del disinfettante… mentre cercavo di tamponare la ferita il povero passerotto cominciava a boccheggiare e a socchiudere gli occhi… morì tra le mie mani!
    Non mi vergogno a dirvi che piansi amaramente… promisi a me stesso che mai più avrei causato volontariamente la morte di un essere vivente innocuo e senza alcuna valida ragione.
    Questo mio fatto personale l’ho voluto raccontare per farvi capire che la caccia non può e non deve essere considerata uno sport… un passatempo… un divertimento: esseri viventi tra i più belli e delicati del pianeta muoiono inutilmente… e come ho detto prima…senza alcuna valida ragione.

  10. Hai ragione Giuseppe, purtroppo il territorio cambia e certe specie di volatili si trattengono sempre meno… cambi anche il clima che gioca dei brutti scherzi… Un anziano ieri sera mi diceva che ci lamentiamo della pioggia, ma è dagli anni ’60 che non vede più la pioggia di un tempo che rendeva quasi paludosa la strada che lega Maglie a Cutrofiano e si ritrovavano in quegli acquitrini uccelli acquatici. Ciò deve far riflettere molto…

  11. Infatti la caccia non è “uno sport . . .un passatempo . . . un divertimento” è un modo di vivere. Di vivere la natura. Ce ne sono altri certamente, anche più facilmente e generalmente accettabili, non c’è dubbio, ma finché si additerà la caccia come “principale causa” addirittura di estinzione si dirà una grande fesseria e si dimostrerà di capirne poco e niente e quel che è peggio non volerne capire. La salute non mi consente di controbattere con documenti ma inviterei lor signori ad alzarsi la mattina all’alba, a frequentare i posti giusti, se li potrebbero far indicare, tanto per fare un esempio da qualche esperto cacciatore, anziano però, perché queste specie non sono più cacciabili, altro discorso da farsi. A proposito il rigogolo non lo è mai stato, giungendo da noi quando la caccia è chiusa. Mi si dirà che c’è chi va a caccia anche se è chiusa o che si spara anche a non cacciabili. Allora stiamo parlando di un altro problema, parliamo di bracconaggio.

  12. Ma che “modo di vivere, di vivere la natura” è quello che costa la vita ad un altro essere vivente, senza che ricorra per l’uomo lo stato di necessità, l’unico che possa giustificare le sue nefandezze? Non è che non voglia capire, semplicemente non posso perdere tempo con l’incapibile; e, a parte il rispetto per la sua salute, i documenti, una volta reperiti, li può utilizzare come carta igienica e, sempre se la salute glielo consente, provi pure “ad alzarsi la mattina all’alba, a frequentare i posti giusti”, ma impugni una bella fotocamera, non un osceno fucile!

    • salve, volevo segnalare la presenza del rigogolo nelle campagne tra collemeto e galatina.
      abito qui da sette anni e non l’avevo mai visto. poco fa si è levato in volo a tre metri da me e ho cercato su internet per sapere di che specie fosse quel bellissimo esemplare.
      approfitto per dire che la zona in cui si trova è classificata da circa quattro anni come “zona di protezione per il ripolamento avifaunistico”, purtroppo però non vi è nessun controllo e i cacciatori continuano a predare indisturbati nel periodo di caccia.

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