Le tonnare del litorale neritino fra XVII e XX secolo

di Salvatore Muci e Marcello Gaballo

Tra tutti i sistemi di pesca quello dei tonni è risultato sempre tra i più redditizi e perciò più praticato mediante l’ installazione di impianti, per l’ appunto detti tonnare, sistemate nei punti in cui veniva segnalato il passaggio di questi pesci “corridori”.

Tali impianti di reti fisse[1], verticalmente tese lungo la costa, spesso lunghe diverse centinaia di metri e in corrispondenza di fondali profondi anche oltre i 25 metri, comportavano investimenti in denaro di non poco conto, certamente non possibili al povero marinaio. Divenne dunque prerogativa di duchi e baroni, o perlomeno di ricchi proprietari, sino a rappresentare speciali meriti o concessioni regie alle città, tra cui, nel nostro circondario, la fidelis Gallipoli.

Già nel 1490 nel mare di pertinenza del feudo di Nardò, presso il porto della Culumena[2], si praticava la pesca del tonno ad opera di pescatori tarantini[3], con strumenti appositi. Essi, oltre le tonnine, vi pescavano sardelle, palamide, modoli, inzurri, alalonge e vope. Per tale pescato ogni tredici ne pagavano il valore di uno al baglivo, mentre al gabelliere versavano i 15 tarì mensili per la sosta della barca[4].

La città di Nardò non poteva in quel tempo possedere una tonnara, in virtù di un antico privilegio ottenuto dalla vicina città di Gallipoli sin dal 1327 da Roberto D’Angiò[5], riconfermato nel 1526 da Carlo V[6], e da un decreto della Regia Camera consegnato al Sindaco dell’Università di Gallipoli, Leonardo D’Elia, il 15 luglio 1628.

Bartolomeo Ravenna ribadiva nelle sue Memorie Istoriche della città di Gallipoli che solo la città di Gallipoli, nel tratto di mare tra S.Maria di Leuca e Taranto, poteva tenere il privilegio di una tonnara, e coi tonni ed altre specie di pesci che si pescavano, ne riempiva i mercati vicini[7]. I vari sovrani succeduti, erano stati anch’ essi molto generosi ed in tal senso larghi di concessioni verso Gallipoli[8].

I pescatori gallipolini, diversamente dai tarantini che dovevano pagare la decima sul pescato ottenuto nelle marine di Nardò, privilegio preteso dal Re Ferrante nel 1467[9], potevano pescare liberamente in tale mare, senza pagare il dazio e in seguito furono persino autorizzati a vendere il loro pescato a Nardò, senza neppure dover corrispondere lo jus plateaticum, cioè il diritto di piazza[10].

Il pesce che si vendeva di più sulla piazza di Nardò erano cefali, triglie, spatanghi, pizzute, dentici, aurate, sarachi e occhiate, che nel XVII secolo venivano venduti a sei tornisi a rotolo (890 grammi)[11].

Litoranea Nardò-Gallipoli. La “montagna spaccata”, tra Santa Maria al Bagno e Lido Conchiglie (ph Marcello Gaballo)

Tra XVII e XVIII secolo la pesca del tonno continuò ad essere praticata nel tratto di mare pertinente a Nardò e, come risulta da alcuni atti notarili, parte del ricavato delle vendite veniva destinato al sostentamento di opere pie[12].

Sul finire del 1783 nel tratto neritino si aggiunse quella di S. Caterina, quasi coeva con quella di Porto Cesareo e tra le diverse vicissitudini di re ed amministratori locali, di nobili ed emergenti proprietari, e buona parte cessò nel XIX secolo, fatta eccezione per Gallipoli[13].

Una netta ripresa dell’ attività si registrò nel secondo decennio del 900, contandosene 4 nel solo Golfo di Taranto[14], tra le quali, oltre quella di Gallipoli, le altre di Torre San Giovanni, S. Maria al Bagno, impiantata a Porto Selvaggio[15], Porto Cesareo[16]. Negli anni 50 dello stesso secolo ne vennero impiantate altre due a Torre Chianca[17] e Torre Colimena[18], anche se solo per pochi anni, visto l’ ammodernamento delle tecniche di pesca[19] e le maggiori risorse economiche ed impiego di personale necessari per il loro mantenimento.

Sant’Isidoro, località di Nardò (ph Marcello Gaballo)

TONNARA DI S. ISIDORO

L’ esteso litorale neritino, tra Pietra Cavalla e Torre Columena, agli inizi del ‘600 fornìva agli insaziabili duchi Acquaviva l’idea per nuovi consistenti vantaggi economici, realizzabili locando la pesca dei tonni nella marina di Santo Sidero[20]. Il 25 ottobre 1611, a nome e per conto del duca neritino Bellisario Acquaviva, il barone di Racale don Ferrante Beltramo, con instrumento stipulato dal notaio Bolognini di Racale, affittò per 7 anni lo specchio di mare di scirocco per la pesca dei tonni, appunto nella marina di Santo Sidero, per un importo di 1778 ducati, a Bonifacio Venneri, Vincenzo Perelli e Giovanni Antonio Mazzuci. Il contratto non avrebbe potuto avere valore in quanto stipulato da un procuratore senza mandato legale e mai ratificato dal suo Principale[21]. Nonostante ciò i tre appaltatori, col permesso del duca e incoraggiati dal Beltramo, esercitarono ugualmente la pesca dei tonni nella marina in questione, ubicata a scirocco di Gallipoli, seppur clandestinamente e con la manovra ambulante dei gripi. Infatti si trattava di una tonnara in movimento (errante), discretamente lontana[22], consistente di nasse dall’imboccatura stretta, e perciò non veniva contrastata, pur se clandestina, in quanto non ritenuta particolarmente pregiudizievole agli interessi gallipolini[23]. Per molti anni essa fu ceduta a diversi concessionari gallipolini, con ciurma di marinai della medesima città, e la prima società appaltatrice riscontrata era formata da Bonifacio Venneri, Vincenzo Perelli e Giovanni Antonio Mazzuci, con una ciurma composta dai marinai Antonio Corina alias Meo, Giovanni Andrea Forcignianò, Pietro Sanapo, Giovanni Antonio Mazzuci alias Marcucci, nella qualità di rais, Antonio Melgiovanni, Masi Lezzi, Pietro Jaro Conversano, Minico di Cicco Franza, Antonio Lacrocina, Andrea Cavallo, Chicco Farina, Cola de Regis, Antonio Spinola, Giovanni Battista Grasso, Giovanni Antonio Nello Siciliano, Gabriele de Ramundo, Lorenzo de Metrio, Giacomo Marchinè e Giovanni Giuseppe Grasso[24].

Sostanzialmente questa società si era rivelata non tanto concorrente né redditizia, se dopo il primo quinquennio, nel 1616, i gestori avevano offerto appena 600 ducati dei 1778 iniziali[25]. Durò sino al 3 ottobre del 1619, secondo quanto se ne ricava dal relativo Registro Decime e Canoni del Capitolo della Cattedrale di Gallipoli, in cui sono segnate le somme riscosse dalla “quarta” dovuta allo stesso per la pesca della tonnara di Santo Sidoro[26].

Non osteggiato quindi da Gallipoli, questo impianto di S. Isidoro era stato regolarmente rinnovato fino e dopo il 1637, quando un’altra società vi praticò la pesca “sedentanea” dei tonni nello specchio d’acqua pertinente. Questa volta gli appaltatori risultano essere Giovanni Castiglione, Antonio Venneri, il barone Antonio Perelli d’Acugna, gli eredi di Leonardo D’Elia, Luigi Spirito e gli eredi di Gaetano Spirito, i quali uscirono dalla società nel 1639 per divergenze di carattere economico[27]. La ciurma era composta dai marinai Leonardo Andronico, in qualità di rais, Leonardo Calasso, Bartolomeo Lezzi, Giovanni Franza, Dieco Muci, Filippo e Santo Saboti, Angelo Franza, Battista d’Orlando, Prospero Grumesi, Francesco Occhilupo, Giovanni Polo, Antonio Calasso, Pietro della Casa e Antonio Degnini. Aveva essa in dotazione cinque barche di legno di noce, a sei remi ognuna, denominate Angelo Custode, Spirito Santo, Santo Onofrio, Tricorno e San Paolo, dotate di reti di erbe di stagno lavorate insieme a canapa di Solofra[28]. La documentazione in nostro possesso non permette di stabilire la durata di questa società, nè il periodo in cui fu attiva la tonnara. Certo è che nel 1789 fu reimpiantata, senza però una buona riuscita[29], come accadde anche per nuovi tentativi registrati tra il 1832 ed il 1833[30]. L’ ultimo fu del 1904, nel tratto di mare tra S. Isidoro e Torre Inserraglio, estesa mq.1732, concessa ad Enrico Personè ed in buona parte finanziata dal sac. Salvatore Sanasi di Nardò. Quasi certamente è la stessa che si annovera nel 1917, nel punto di mare detto “Santu Nicola”, attribuita a Francesco Polito di Salice[31], e nel1921 a Pasquale Calabrese di Nardò.

Nel 1966 è di Antonio Guido Resta e Ugo Franco di Gallipoli, che ebbero la concessione per uno specchio d’ acqua di 10.500 mq. in località S. Isidoro, per un annuo canone di £ 170.000. La tonnara disponeva di 5 barche, di cui tre attraccate a Porto Cesareo e due a ridosso della tonnara detta “lo Sceri” o “la Colonnina”.

Santa Caterina, frazione di Nardò. Torre dell’Alto (ph Marcello Gaballo)

TONNARA DI S. CATERINA

Nel 1764 alla città di Gallipoli fu riconfermata la possibilità di tenere una tonnara, dietro un’ esborso di 2000 ducati[32], ma una grave minaccia incombè tra il maggio del 1783 ed i primi mesi del 1784 con l’ avvio di una nuova tonnara a Nardò, questa volta calata al “Capo Sbruffatore”, dirimpetto la “Cala di S.Caterina”. La preoccupazione di Gallipoli era giustamente e principalmente dettata dall’ ubicazione della tonnara, posta sul cammino migratorio dei tonni. Come osservava il gallipolino Filippo Briganti essa, sedentanea, si trovava sopravento a quella di  Gallipoli e arrivando i tonni in massa, essendo pesci molto veloci, radevano la costa per il profondo del litorale di Nardò e prima di addentrarsi nel mare di Gallipoli venivano arrestati dalla tonnara di S.Caterina. Quei pesci che sarebbero riusciti a scappare dalle insidie comunque si sarebbero difficilmente catturati per l’ inevitabile disorientamento determinato dallo scampato pericolo. Appare fin troppo ovvio che quella di Gallipoli sarebbe stata e rimaneva inutile[33]. Il ricorso della città di Gallipoli al Tribunale della Regia Camera avocò a sè il rispetto degli antichi privilegi, denunciando lo strapotere dei duchi Acquaviva di Nardò, che avevano ben fiutato l’ affare della tonnara in quel tratto di costa, che gli fruttava oltre 390 ducati annui quale dazio per lo jus privativo della pesca.

Pensarono bene i duchi di associarsi con gente di quella città, stringendo accordi col gallipolino barone don Angelo Serafini Sauli, signore di Tiggiano, altrettanto dotato di capacità imprenditoriale[34]. Il 29 novembre1783, in Gallipoli, nel palazzo di tali signori, si riunirono, in presenza del notaio Emanuele Michelangelo di Gallipoli, il signor Raffaele Therami, viceduca della città e del tenimento di Nardò, per conto del conte di Conversano, e il predetto barone Serafini Sauli. Risultava il barone associato in convenzione con Evangelista Stajano e con l’abate Giuseppe Maria Piccioli, anch’ essi gallipolini.

Il Therami affermava che il conte di Conversano , fra gli altri suoi diritti, giusti e legali, possedeva delle concessioni “in feudum della Regia Corte”, tra cui il diritto privativo della pesca in quel tratto di mare compreso tra Pietra Cavalla, sito nella parte di scirocco, e Torre Colimena, a tramontana, quindi per tutto il tenimento dell’ estesissimo feudo di Nardò.

Nessuna persona poteva quindi pescare in questo mare senza il permesso e la licenza del conte, o dei suoi ministri ufficiali, ed una volta ottenuto il permesso i pescatori erano tenuti all’obbligo di contribuire e pagare il duca, assoluto “padrone del mare”. La convenzione registrata nell’ atto tra le diverse parti prevedeva dunque:

1) che il conte di Conversano accordava “a essi signori Serafini e soci la facoltà e il permesso di poter situare una nuova tonnara, e di gettare in mare tutte quelle reti, ordegni e attrezzi pescarecci ch’erano necessari per poter pescare tonni, pesci spada e altri pesci. Concedeva ad essi, lo jus privativo per poter svolgere la pesca per tutto il tratto del mare che principiava dal luogo volgarmente detto torre di S.Caterina dalla parte di scirocco e continuava verso tramontana per la lunghezza di 6 miglia dalla parte del litorale ad un miglio in alto mare e golfo marittimo, verso ponente e scirocco.

Di modo tale, che per tutto il tratto e spazio di mare nessuno poteva pescare o dall’altra parte del litorale o dalla parte del golfo con reti, nasse, fiaccole, tridenti e con qualsiasi altro ingegno, nessun tipo di pesce. Il mare doveva restare addetto solo alla pesca del tonno, pesci spada e altri tipi di pesce che dovevano solo pescare essi signori fittuari, sotto nome di mare della tonnara. Doveva essere esclusa qualunque tipo di pesca, fatta da qualsiasi altra persona. E potevano , essi signori Serafini e soci, situare la tonnara al di qua della torre di S.Caterina verso scirocco senza nessuna opposizione, nella piena libertà di essi soci di buttarla e gittarla”.

2) Don Raffaele Therami “prometteva, si obbligava e si impegnava, in nome del conte di Conversano, ai signori Serafini e soci di mantenere e sostenere essi signori fittuari nell’esercizio di libera pesca, nel detto tratto e spazio di mare, e se venissero impediti dalla città di Gallipoli, grazie ai suoi antichissimi privilegi di tenere solo essa la tonnara, o da qualsiasi altra persona, il signor conte era tenuto ed obbligato di indennizzare essi signori Serafini e soci di ogni danno, spesa e interesse che potevano patire o venissero a patire in giudizio. Il conte di Conversano assumeva sopra di sé ogni lite, piata e conservata che poteva essere mossa,  e si obbligava di difenderli a proprie spese e a suo interesse dal principio alla fine, e di cacciarli indenni e illesi d’ogni danno. Eccetto però per un sol caso, che la città di Gallipoli avesse una speciale concessione e priviligio dalla Regia Corte di poter proibire e vietare la pesca del tonno e di tutta detta tonnara nel mare concesso dal conte di Conversano ai signori Serafini e soci[35]. I signori fittuari consapevoli dell’operazione illegittima che si apprestavano a fare, in questa convenzione vollero inserire delle clausole e cautele che li proteggessero e che se ne assumesse la responsabilità il conte di Conversano[36].

Archivio di Stato di Lecce, Genio Civile, Lecce 8 settembre 1921, ing. C. Palummo: planimetria della tonnara situata nel mare antistante Sant’Isidoro (da Agorà, bollettino dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Lecce, dicembre 2011)

Lo stesso viceduca inoltre 3) “promise e si obbligava di concedere lo jus privativo e lo jus proibitivo della pesca a essi signori Serafini e soci, che in detto tratto e spazio di mare, non poteva concedere altre concessioni di buttare altre tonnare a nessuna persona durante la durata d’appalto”.

4) “L’affitto e la concessione di pescare e di tenere la tonnara nello spazio e tratto di mare,  era di otto anni, due di fermo, forzosi, principiando dal marzo del 1784 e per terminare a tutto febbraio 1786, i restanti sei anni arbitrari, erano solamente facoltativi per essi soci e non potevano essere obbligati dal conte di Conversano per nessun pretesto, ragione o causa”.

5) “Tanto per i primi due anni d’affitto forzosi, che per gli altri sei anni di rispetto, a beneficio di essi soci accordava l’immunità e la franchigia agli stessi, e tutto quel pesce ch’era pescato dalla tonnara di qualunque specie, doveva essere esente tanto del dazio che della sestaria e ciò non solo per tutto quel pesce che s’immetteva nella città di Nardò, ma bensì per tutto quello che doveva essere estratto per qualunque parte e paese.

Per i primi due anni di affitto si dovevano pagare 200 ducati annui e se si voleva continuare per gli altri sei anni di arbitrio l’affitto doveva essere di 300 ducati annui”.

6) “Il dazio e la sestaria, erano affittati dalla Camera Ducale per 390 ducati annui e grana 10 e i signori fittuari, promettevano a loro spese di concordarsi coll’appaltatore e dazieri. Se gli appaltatori e i dazieri non si concordavano con essi soci e volessero recedere dal contratto d’affitto ed appalto di dazio e di sestaria, a motivo della situazione della nuova tonnara, pesca del tonno e pesci spada e per la franchigia accordata dal signor conte, in tal caso essi signori fittuari si obbligavano di contribuire e pagare annualmente alla Camera Ducale di Nardò, i 390 ducati annui e grana 10, per quanto era appaltato e affittato il dazio e sestaria. Restava in beneficio di essi signori Serafini e soci l’affitto e l’appalto del dazio e della sestaria e le rendite che se ne ricavavano dagli stessi e ricevevano nel modo e nella forma ch’esigevano gli attuali appaltatori. E oltre il pagamento del diritto suddetto promettevano e si obbligavano di pagare e corrispondere l’estaglio del mare , nel modo che ambe le parti si erano accordate”.

7) L’ altra parte rappresentata dal Serafini e dai restanti soci ribadiva che “si obbligavano con giuramento di fabbricare a tutte loro spese un magazeno o casone nel lido dove si trova la tonnara,  nel primo anno di affitto, per i restanti sei anni di rispetto, se volessero continuarli, erano obbligati di costruire e fabbricare due altri grandi case nello stesso lido vicini alla prima. Di questi casoni se ne dovevano servire per riponervi gli attrezzi pescherecci, barconi, pesci pescati ed abitarvi la gente addetta alla pesca, vendita del pesce, ed all’economia e governo di tale tonnara. Con patto e condizioni che le fabbriche e case suddette, terminato l’appalto e l’affitto restavano in beneficio del conte di Conversano e soltanto essi signori Serafini e compagni, dovevano averne il predetto uso, franco d’ogni contribuzione durante detto appalto ed affitto”.

8) “Il pagamento dell’affitto seu estaglio del mare, si doveva pagare da essi signori fittuari terziatamente con inizio a decorrere il primo sborso e pagamento della prima terza da gennaio 1784 e così a continuare sino a che durerà il detto appalto. Riguardo al dazio e la sestaria, finchè rimaneva in appalto di essi soci, lo dovevano pagare sempre nella somma di 390 ducati annui e grana 10, nel modo e forma che si trovava appaltato ai dazieri e agli attuali appaltatori[37].

Il 30 novembre , sempre in Gallipoli, fu ratificato il pubblico instrumento e una copia della ratifica di esso fu redatta in Nardò dal regio notaio Giuseppe Castrignanò di Nardò in data 9 dicembre[38].

Il 22 dicembre dello stesso anno, in Napoli, alla presenza del notaio Egidio Coticone, il duca Giulio Acquaviva ripeteva con gli stessi patti e condizioni l’ atto notarile[39].

Il 19 febbraio 1784, inGallipoli, sempre di fronte al notaio Emanuele Michelangelo, si presentarono alcuni pescatori di Gallipoli, tali Pasquale e Giuseppe Gigante, Angelo Perrone, Angelo Coppola, Antonio Barba e Giovanni Canetta, tutti padroni di barche da pesca e pratici dei luoghi, che ribadivano quanto già da loro dichiarato a Luigi Sambiasi, regio Governatore della città di Gallipoli, e al viceduca Therami riguardo la tonnara di Nardò: “sapevano che dal piede della tonnara di Gallipoli fino alla torre di S:Caterina , tenimento di Nardò, vi era la distanza di 9 miglia, come anche dalla torre di S. Caterina sino alla torre detta di S.Isidoro, continuando verso tramontana, di pertinenza del tenimento di Nardò vi era un estensione e distanza di 12 migliae i tali pescatori erano sbarcati più volte in questi lidi dei mari di Nardò, e una per una, avevano più volte visitate le suddette torri”[40].

Gli inevitabili contrasti sorsero quindi non appena il Serafini e soci gettarono la tonnara nella cala di S.Caterina, dandosi così inizio ad una complessa vertenza condotta dall’ avvocato Pietro D’Elia, con la consulenza dell’architetto Felice Palma di Alessano e dell’agrimensore Onofrio Imperio di Cellino, i quali sostenevano gli interessi dei contendenti Filippo Briganti per Gallipoli e Sebastiano Mastroleo per il duca di Nardò. Il Briganti dimostrava l’illegalità della tonnara di S.Caterina, che di fatto ostacolava e impediva il cammino di pesci migratori, che da lontano venivano a imprigionarsi nella tonnara del mare di Gallipoli, rivendicando alla sola città di Gallipoli il privilegio di tenere una tonnara.

Nonostante la vittoria conseguita con sentenza del 9 aprile 1785, Nardò non volle riconoscere i diritti dei gallipolini nel mare di sua pertinenza[41] e gli Acquaviva continuarono a tenere una tonnara anche negli anni successivi in quello che ritenevano “il loro mare”.

Fatta eccezione per l’ anno1789, in cui la tonnara fu posta nel mare di S.Isidoro, gli Acquaviva continuarono ad averla sempre in S.Caterina: nel 1790 la concedevano in affitto a due neritini: Serafino Margarita e Filippo Olivieri, con atto del 27 gennaio rogato dal notaio Giuseppe Castrignanò, forti di un giudicato della Regia Camera della Sommaria dell’ 8 aprile 1786.

Nel capitolato si prevedeva: 1) ch’esso signor conte, e sua Camera Ducale, affittava a essi signori Margarita e Olivieri, solo per i due terzi la tonnara, l’altro terzo il signor conte lo lasciava per proprio conto e per la sua Camera Ducale. La spesa della gittata dell’impianto della tonnara, doveva essere diviso tra tutte tre le parti. Doveva essere buttata nel lido di S.Caterina, dove era stata buttata gli anni passati, o in quello di S. Isidoro, ove era stata buttata l’anno scorso, o dove meglio ambe le parti la sistemeranno e gli esperti per una sua buona riuscita.

2) L’affitto, doveva essere di un anno, principiando dal primo di marzo del 1790, per terminare a tutto febbraio del 1791, per la somma di 150 ducati, diviso per tutte tre le parti, 50 ducati a carico di ciascuno.

3) Oltre l’affitto seu estaglio si doveva pagare , per tutto il pesce che pescava la tonnara, con qualsivoglia strumento o rete che si buttava nel ristretto di essa, il dazio e la sestaria all’appaltatore daziario del conte. Per dazio e sestaria si doveva pagare un grano per ciascun rotolo di pesce al daziario. Essi signori fittuari se riuscivano a concordare il pagamento del dazio ad un tanto per tutto, alla somma che si conveniva di pagare, doveva pagare la sua terza parte, anche la stessa Camera Ducale. Se non riuscivano ad accordarsi essi signori fittuari, dovevano pagare per intero la somma di un grano per ciascun rotolo di pesce al daziario.

4) I magazini del conte di Conversano sistenti nel lido di S. Caterina, dovevano restare per uso di rimettere gli attrezzi e ad abitarvi i marinai per ogni comodo della tonnara e per il solo anno d’affitto.

5) La Ducal Camera di Nardò, da tempi immemorabili, possedeva, tra gli altri suoi diritti, di esigere il dazio e la sestaria del pesce che si pescava nel mare di sua pertinenza, secondo antichissime concessioni, e da un antichissimo possesso, così con tali privilegi, diritti , usanze e possesso, don Raffaele Therami confermava la somma di un grano il rotolo (890 gr.) per il pagamento di dazio e sestaria.

6) Capo e amministratore della tonnara doveva essere il signor don Raffaele Margarita, il quale col Registro abilitato in nome della società, doveva trovare per interesse della tonnara il denaro, che serviva a comprare gli attrezzi, strumenti, pagamento ai marinai e qualunque altra spesa che occorreva per causa e comodo della tonnara. E ogni una di esse tre parti, doveva contribuire a interesse proprio, al di là delle rendite dei pesci e dei guadagni della tonnara.

7) Il signor Margarita, essendo capo amministratore della tonnara, doveva dar conto della sua amministrazione, sia dell’introito che dell’esito, ogni tre mesi, e in caso l’introito doveva superare l’esito dovevano dividerlo fra le tre parti, una al signor Margarita, l’altra al signor Olivieri, l’altra terza a essa Camera Ducale. Se l’esito dovesse superare l’introito il signor don Raffaele Therami, doveva intervenire a risanare le casse della tonnara.

8) Alla fine dell’anno d’affitto della tonnara, in febbraio 1791, tutte tre le signore parti dovevano rendere tutti gli attrezzi e gli strumenti della tonnara, e il guadagno della vendita degli attrezzi doveva essere diviso fra tutte  tre le parti. Se non si vendevano tutti gli attrezzi, ma solo in parte, si doveva dividere fra tutte tre le parti il guadagno degli attrezzi solo venduti. Nessuna delle tre parti poteva chiedere la divisione degli attrezzi, finchè non si vendevano, dovevano rimanere in comune e dovevano rimanere sotto la direzione di esso signor Margarita, che ne doveva dar conto sino all’intera loro vendita[42].

Altro contratto fu stipulato tra l’ Acquaviva e Serafino Margarita di Nardò e Paolo Liggeri di Taranto il 2 febbraio 1792, “per calarvi nello stesso punto di mare, dove era stata impiantata la precedente, nel mare adiacente al lido di S.Caterina”. L’affitto veniva concesso per due anni continui, dal 21 marzo 1792 a tutto febbraio 1794, per una somma annua di 50 ducati in moneta d’argento, da consegnare nelle mani del viceduca ad ogni fine anno. I signori soci fittuari erano tenuti anche a pagare il dazio o sestaria sul pescato, di qualsiasi specie di pesce, all’appaltatore daziario della Ducal Camera per la somma di un grano per ciascun rotolo di pesce e tutti gli attrezzi della tonnara si sarebbero riposti nei magazini del duca ubicati “sul lido di S.Caterina” ed utilizzati anche per residenza dei marinai[43].

Litoranea Nardò-Porto Cesareo. La baia di Uluzzo, tra Santa Caterina e Sant’Isidoro (ph Marcello Gaballo)

TONNARA DI TORRE CESAREA

Le preoccupazioni per Gallipoli non furono da meno anche nel 1791, quando alcuni neritini, con a capo il barone Vincenzo Tafuri, iniziarono i lavori di impianto di un’ altra tonnara “sedentanea” nella non distante spiaggia di Cesarea, territorialmente ancora dipendente dall’ università di Nardò[44].

La giunta comunale e gli appaltatori gallipolini tentarono con ogni mezzo pacifico di sventare tale seconda manovra ai loro danni, anche per non sobbarcarsi ad altro giudizio ed altre spese, senza tuttavia riuscirci neppure questa volta.

Archivio di Stato di Lecce, Genio Civile, Lecce 18 agosto 1899, ing. Vincenzo Nardò: tratto del litorale di Porto Cesareo, prolungamento di una tonnara; concessione di spazio acque (da Agorà, bollettino dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Lecce, dicembre 2011)

La tonnara di Cesarea, distante appena cinque chilometri da quella di Gallipoli, inevitabilmente produsse danni consistenti, in parte attenuati con una revisione delle reti della tonnara, che procurò un notevole miglioramento per la cattura dei pesci[45]. Ma tale accorgimento adottato si rivelò falimentare per la società neritina, che nel 1794 decretò la chiusura dell’ impianto[46]. Altri tentativi furono ripetuti nel 1883, da parte del neritino Muci Mosè di Francesco, e nel 1891 dal barone Enrico Personè, che ebbe più fortuna dell’ altro, essendogli stata accordata “una concessione governativa temporanea per poter gittare una tonnara nelle acque di S.Isidoro, nel punto di mare denominato Santu Nichola. Aveva le stesse caratteristiche di quella di Gallipoli, essendone una copia esatta, salvo le dimensioni e la direzione del pedale che era orientato dalla costa verso ponente e la mancanza del piccolo corridoio di reti, antistante alla porta della leva, per cui il grande di fuori, era per una parte direttamente addossato alla leva stessa, ciò che da qualche anno veniva praticato , anche in quella di Gallipoli, come si era visto per risparmio di reti.

Archivio di Stato di Lecce, Genio Civile, Lecce 18 agosto 1899, ing. Vincenzo Nardò: tratto del litorale di Porto Cesareo, prolungamento di una tonnara; concessione di spazio acqueo (da Agorà, bollettino dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Lecce, dicembre 2011)

La tonnara sita nel mare di S. Isidoro era segnalata di giorno da identico cono pitturato in nero situato all’estremità di un’asta verticale alta  cinque metri portata da una barca opportunamente ormeggiata, e di notte sostituito con due fanali di ottrici uno a luce verde fissa superiormente ed altro al di sotto, distante un metro a luce bianca, visibile a tre miglia circa in condizioni normali di atmosfera. Altri coni erano disposti lungo il pedale. Erano occupate in questa tonnara cinque barche che erano attraccate sul lido della spiaggia Cesarea, con quindici uomini fissi[47].

Il 20 febbraio del 1899 un nuovo tentativo fu intrapreso dallo stesso Mosè Muci calando una tonnara nel tratto compreso tra la spiaggia di Cesarea e torre Squillace, con un pedale di metri 800 di lunghezza, 100 di larghezza, ed una inclinazione di 67° e30’nella direzione del meridiano magnetico.

La situazione dovette essere più felice rispetto alla precedente, visto che lo stesso richiedeva al Ministero della Marina il prolungarsi della concessione per sei anni, col patto che potesse essere “risolvibile” nel primo biennio nel caso in cui la campagna di pesca non fosse positiva. A tal fine il Muci offriva £. 150 anticipate di canone annuo per il primo biennio e £. 300 per ognuno dei quattro successivi anni.

Le necessarie autorizzazioni a procedere vennero rilasciate dal Ministro della Marina, tramite l’ Intendenza di Finanza di Lecce, dall’ Ufficio del Genio Civile di Lecce e dalla Capitaneria di Porto di Taranto.

L’ incaricato del Genio Civile che doveva eseguire il sopralluogo al porto Cesareo, per esaminare la domanda per la concessione della tonnara, scriveva al Muci: giovedì 18 maggio, partendo con carrozza conto di arrivare per le ore 9,00 sul luogo ove vi prego di aspettarmi facendo approntare un’ imbarcazione con 4 marinai ed una sagoma di una decina di metri. Effettuato il sopralluogo il tecnico dichiarva che un tratto troppo ristretto di quel littorale il quale non riesce sufficiente pur dove una chiara idea della rotta che viene seguita in quei paraggi dai Postimento diretto da scirocco verso maestro e viceversa e della influenza che sulla rotta stessa può esercitare la tonnara di che trattasi …, e inoltre, che allo scoglio più foraneo in corrispondenza della torre Cesarea deve attribuirsi la denominazione de La Testa, mentre quella di Capperrone che figura erroneamente nel predetto piano succennato scoglio, deve riportarsi pur l’altro scoglio verso levante presso la punta seguente della lingua di terra che delimita il bacino del porto la quale punta viene distinta col nome di L’Astrea.

Pur con tutti gli intoppi burocratici sorti e i complessi rimedi adottati, pena l’ annullamento della concessione, la tonnara funzionò per molti anni in quel tratto di costa compreso tra Torre Lapillo a maestro e torre Inserraglio a scirocco, segnalata di giorno con “una bandierina metà rossa e metà bianca di m. 1,50 per 1,25 alzata in testa ad un’ asta verticale, alta sul mare 2,50”e di notte da “un fanale a luce bianca fissa, visibile a due miglia alzati in luogo della bandiera all’asta suddetta”[48].

E l’ attività continuava frenetica nel gennaio del ‘900 ed ancora nel periodo 1937-1945, quando ne sono proprietari i fratelli Ferruccio ed Edoardo Franco di Gallipoli[49] e tra i finanziatori comprende i possidenti neritini Antonio Zuccaro, Nino Del Prete, Raffale Sangiovanni[50].

I sofisticati e costosi metodi introdotti nei decenni successivi furono trai principali motivi del blocco dell’ attività, registrata in tutto il Golfo di Taranto e in Italia[51]. La tonnara di Cesaria funzionò sino al 1974, quando gli stessi proprietari vendettero tutto ciò che l’ aveva resa tra le più attive.

Litoranea Nardò-Porto Cesareo. Torre Squillace, tra Torre Inserraglio e Porto Cesareo (ph Marcello Gaballo)
Si ringraziano Angelo Micello per la segnalazione delle mappe e Carlo de Lorenzis per la disponibilità offerta.

[1]La pesca del tonno non era praticabile con attrezzature normali poiché per catturare pesci corridori, come i tonni, occorreva predisporre un complicato tunnel di nasse nel quale finivano imprigionati.

Le reti con la loro tipica disposizione formavano delle camere consecutive, che terminavano in quella “della morte”, attorno alla quale si disponevano le barche con la ciurma (i “tonnarotti”), pronta ad eseguire la mattanza all’ ordine del caporais. Per ogni particolare cf. P. Pavese, Tonnara, “Enciclopedia Italiana”, XXXIII, Roma 1949, p.1032; P. Parenzan, Puglia Marittima, I, Congedo Ed., Galatina 1983, pp. 242-3.

[2]Archivio di Stato di Napoli, Regia Camera della Summaria, Relevi ed Informazioni, 242, Lista delle intrate delle terre del conte di Campania et conte di Conza, con la nota di tutte l’intrate delle terre di Basilicata et Principato Citra foro delli baroni ribelli,  c 216 r (224 r); S. Sidoti Oliva, Per il Libro dei baroni ribelli. Informazioni da Nardò, in “Bollettino Storico di Terra d’Otranto”, 2, Congedo Ed., Galatina 1992, p.169; “de li sturni se pigliano alla sturnara, in loco nominato de la Culumena, devono pigliare de lo VII doi”. Sin dal ‘300, a Taranto i pescatori, praticarono la pesca “cetaria”, (pesca di pesci grossi) esercitandola con mezzi che ritenevano adatti alla cattura dei tonni. Questi primordiali mezzi di pesca, permettevano solamente una pesca errante, con un apparato di mezzi e di attrezzi portatili di poco rendimento. Nel 1329, anche l’ Università di Gallipoli iniziò la cosiddetta pesca “cetaria”, in N. D’Aquino, Antichi costumi tarantini, Tip. Flautiana, Napoli 1793, p.97-98.  Sin dall’antichità, le tonnare furono calate dai Fenici,  in seguito altre ne sorsero in Italia, Spagna, Portogallo, lungo le coste meridionali della Francia,  nella Tunisia, nella Libia, altre più piccole nell’Adriatico orientale, nel Bosforo e nel Mar di Marmora. In quest’ ultima località , e precisamente nella Propontite, i pescatori di quei luoghi preferivano la pesca sedentanea, ovvero il complesso delle nasse ferme o statiche, alla pesca errante  per la cattura dei tonni, in quel tempo oggetto più interessante dell’industria peschereccia del luogo; in Legislazione bizantina, p.209, in Sjllabus Graecorum del Trinchera. Nello stesso periodo anche Gallipoli praticava lo stesso sistema sedentaneo per la sua tonnara su ordine del Sindaco Specolizzi nel maggio 1470; in ASL, Ordinanze decurionali, vol. VII, 1465-1470, c 20 r.

[3]Per tal genere di pesca essi erano favoriti per la mancanza di una tonnara nel loro mare.

[4]Archivio di Stato di Lecce, Prot. not. di S. De Magistris di Galatone (d’ora in poi 39/2), 1650, cc 147r-v; P. Salamac, La bagliva di Nardò, Adriatica Ed., Lecce 1986, p.55; V. Zacchino, Storia e cultura in Nardò fra Medio evo ed età contemporanea, Congedo Ed., Galatina 1991, p. 101.

[5]F. Briganti, Per la città di Gallipoli lodata in autrice dagli appaltatori della tonnara contro l’illustre conte di Conversano, duca di Nardò in  “Opere Postume “ di F. Briganti, a cura di G.B. Tommasi, II, Porcelli Ed., Napoli 1818, p. 236. Tale diploma del re Roberto era stato spedito da Granada il 2 settembre 1327 e con esso si concedeva alla fedelissima cità de Galipoli il diritto perpetuo della pesca della tonnara.

[6]Con diploma del 23 giugno 1526 consegnato dall’ imperatore ai Sindaci della città Leonardo Gorgoni e Cristoforo Assanti.

[7]B. Ravenna, Memorie Istoriche della città di Gallipoli, Napoli 1836, p.74; Lecce, Biblioteca Provinciale (BPL), ms. 347, c.562: “…e specialmente si fa la pesca dei tonni con tonnara che in molti pochi luoghi del Regno suol praticarsi, nella quale non solo si pigliano questi, ma pesci spada, storioni, et ogni altra sorta di pesce, et in particulare alcuni di smisurata grandezza, quali non servono che per farseno oglio come pesci Galli, Lamie, Porci, Balenaci, Vitelli marini et altri”.

[8]M.Pastore, Fonti per la storia di Puglia, Regesti dei libri rossi e delle pergamene di Gallipoli, Taranto, Lecce, Castellaneta e Laterza. Documenti di Gallipoli distrutti nel 1943. In “Studi di storia patria in onore di G.Chiarelli”, a cura di M.Paone, II, Galatina 1973, p.209 e nr 105, p. 213.

[9]ASL, prot. del not F.A.Nociglia di Nardò (66/3), 1596 c 27v.

[10]Pastore, Fonti …, cit. p. 209.

[11]ASL, 39/2 ,1650, c 147 v.

[12]ASL, Obligationes penes acta, b. 16, fascc. 160-163, Leverano a. 1700, c. 58v; G. Pasanisi, Porto Cesareo dalle origini ai giorni nostri, Del Grifo Ed., Lecce 1997, p. 250; S. Muci, Attività piscatoria di cittadini leveranesi nel porto di Cesaria tra 700 e 800, in “Liberanus”, n° 2, Leverano 2000.

[13]Gallipoli osteggiò sempre la pesca in Cesaria, per ovvi motivi di interesse. Su tale lotta cf. Gli Studi Storici di Terra d’ Otranto del Sig. Ermanno Aar, frammenti in gran parte estratti dall’ Archivio Storico Italiano (a c. di L. G. De Simone), Firenze  1888, p. 236.

[14]Pavesi, Tonnara, cit., p. 1032.

[15]Nel 1926 fu concessa a Giuseppe Resta di Neviano, autorizzato ad occupare una superficie di mq. 11.863, per vent’ anni, con canone annuo di £ 1200. L’ equipaggio della tonnara era composto da Cosimo Demetrio (rais, ovvero capo-pescatore), Leonardo Albano, Pasquale De Braco, Pasquale Cozza, Cosimo Macurano, tutti di Nardò, Emanuele e Cosimo Peluso, Pompilio Rizzello, Angelo Colelli e Salvatore Cardellicchio, di Porto Cesareo (ASL, Genio Civile, cl. III, tit. IX, b. 3, fasc. 24). La tonnara fu ritirata verso la fine degli anni 30.

[16]Pasanisi, Porto Cesareo, cit., pp. 246-7.

[17]Di Giuseppe Resta di Neviano, installata nel 1953 nel tratto di mare detto “l’ angolo della secca”, verso ponente. La torre venne utilizzata come deposito e le barche attraccavano nel porticciolo di ponente. L’ equipaggio era composto da Salvatore Muci, rais, Luigi e Salvatore Peluso, Antonio Settembrini, Francesco e Luigi Fanizza, Pasquale De Braco, Nino Paladini, Cosimo e Michele Muci, Rocco Presicce, Antonio e Cosimo Albano.

[18]Quella di Torre Colimena era stata impiantata dallo stesso Resta nel tratto di mare detto “Punta delli Turchi” o “Punta Grossa” .

[19]Tra queste la tecnica del “cuenzu catanese” e l’ utilizzo delle reti “tonnare” a larga maglia (dette “schiavine”), con conseguente utilizzo di grandi “paranze”.  Solo verso la fine degli anni 40 furonon introdotte le “tonnare volanti”, che comportavano l’ utilizzo di reti pesanti a base di fibra di cocco, numerose imbarcazioni per la mattanza e la presenza del palombaro, indispensabile per la chiusura delle camere “della morte” formate dalle reti. I pescatori gallipolini si erano specializzati per l’ utilizzo del “cribio” o motularo” (cf. C. Giacomelli, La mostra degli attrezzi di pesca usati nel circondario marittimo di Gallipoli, S. Mazzolino Ed., Taranto 1911, pp. 26-27).

[20]Zacchino, Storia …cit.., p.12; Briganti, Per la città …cit., pp. 243-247.

[21]D. De Rossi, Storia e vicende della tonnara di Gallipoli, Tip. Stefanelli, Gallipoli 1964, p.13.

[22]La distanza di Santo Sidero dalla tonnara era pari a12 miglia.

[23]Zacchino, Storia …cit., p.102-103.

[24]Archivio Curia Vescovile di Gallipoli, Registro decisioni del Capitolo, aa.1612-1615, cc. 65r-71r.

[25]Zacchino, Storia …cit., p.103.

[26]Archivio Capitolo Cattedrale di Gallipoli, Registro VI, Decime-Canoni e Quarta Tonnara, aa. 1615-1620, cnn..

[27]De Rossi, Storia …cit., p.14.

[28]ASL., Registri Giudicati Regi – Vertenza “Appaltatori della Tonnara di Gallipoli” dante causa, la Marchesa di Montesardo, donna Matilde Pieve-Sauli, vedova di Gaetano Spirito, in qualità di tutrice dei minori Angela, Gaspare e Raffaele Spirito. Vedi atto protestativo per notar Alfonso Sgura e verbale di sequestro dello stesso a c 51 r della vertenza.

[29]ASL., Prot. Not. di G. Castrignanò di Nardò, (d’ora in poi 66/31), 1791, c 21v.

[30]Zacchino, Storia…cit., p.106.

[31]Tra i componenti dell’ equipaggio Cosimo e Francesco Fanizza, Francesco Rizzello, Angelo Colelli e Pasquale Peluso, mentre Alceste Quarta è cassiere (ASL, Genio Civile, cl. III, tit. IX, b. 3, fasc.24).

[32]Briganti, Per la città….cit., p.236; Zacchino, Storia …cit., p.102; con un lungo, ma nutrito memoriale, il Procuratore della città Santoro, esponeva storicamente e giuridicamente le ragioni della città di Gallipoli, venne offerto all’ Erario la somma di 2000 ducati.La Regia Camera accettò e fece accettare dal Regio Fisco l’offerta proposta, per cui con decreto del 5 luglio 1764 si pose termine alla controversia.

[33]Ibidem, pp.229-230; Ibidem, p.103. L’ impianto venne progettato nel maggio 1783 e nel giugno ne era già realizzato. Nella prima fase del processo, la pretesa dell’Acquaviva vennne respinta con sentenza del 6 aprile 1784. Prodotto appello pressola Corte di Santa Chiara, l’Acquaviva ne uscì ancora soccombente, dopo chela Corte avendone ben studiata la questione in diritto, avesse ocularmente vagliata la relazione dell’avvocato fiscale don Pietro D’Elia.

Litoranea Nardò-Gallipoli. Santa Maria al Bagno, frazione di Nardò. Le “Quattro Colonne” ovvero quel che resta della Torre del Fiume

[34]Ibidem, pp.197-218; Ibidem.

[35]. ASL, prot. not. di Emanuele Michelangelo di Gallipoli, (d’ora in poi 40/37), 1783 cc 153v-163v; ASL, Scritture delle università e feudi di Terra d’Otranto. Atti diversi, b 35, fasc. 62/21, a 1783, Nardò.

[36]Zacchino, Storia …cit., p.105

[37]ASL, 40/37, 1783, cc 153v-163v.

[38]Scritture delle Università e feudi, cit.

[39]Archivio Notarile di Napoli, not. Egidio Coticone, atto del 22.12.1783.

[40]ASL, 40/37, 1784, cc 29v-30r; Altra testimonianza di pescatori gallipolini fu fatta il 6 settembre 1784 davanti all’avvocato fiscale don Pietro D’Elia, incaricato dalla Regia Camera, fu invitato nella Cala di S.Caterina. Tali pescatori, domandati dall’avvocato D’Elia,  sul possibile o meno spostamento della tonnara gallipolina nel litorale di scirocco, gli stessi attestarono che nella marina di Gallipoli non potevano assolutamente introdursi i pesci da parte di scirocco, sia perché tutto il litorale di Gallipoli e la spiaggia di Nardò veniva coperta di quella parte di punta di terra che si avanza nel mare, detta volgarmente “Pizzo del Cotriere” e da bassifondi di tutto il litorale di Ugento, che impedivano ai tonni di accostarsi al lido di terreno perché i tonni sfuggivano ai banchi di sabbia che si trovavano nel seno di scirocco della marina di Gallipoli.

[41]Briganti, Per la città ……cit., pp.218, 238-239; Zacchino, Storia …cit., pp.105-106; ASL, Registri decisioni decurionali, Gallipoli, Reg. VI, 1785, cc 76r-77r. L’ università gallipolina ne uscì vittoriosa con decisione della Camera di Santa Chiara. Infatti l’ università su richiesta della società appaltatrice dell’epoca, fece spostare il pedale dell’impianto della tonnara stessa, in quanto da tecnici si credette opportuno disfare il vecchio impianto ed armeggiare nuove reti di sole canape napolitane, nel lido della tramontana e a non più di2 miglia dallo scoglio dell’”Uccoletta”.

[42]ASL, 66/31, 1790, cc. 19v-27v.

[43]ASL, 66/31, 1792, cc. 30r-33r.

[44]ASL, Registri decisioni decurionali, “Gallipoli”, 1791, Reg. VI, c. 81 r; De Rossi, Storie …cit. p.15

[45]Ibidem, c 13 r; ibidem, p.16. Vedendo la distanza che vi era tra la tonnara di Cesarea e quella di Gallipoli, era di appena5 chilometri, presumibilmente la tonnara impiantata dal barone Tafuri, fu calata in quell’anno nelle acque di S. Isidoro.

[46]Archivio Comunale di Nardò, Fasc. Dazi sulla mercanzia, Dipendenze-Fasc. n.7, 1794, cc 91r-101r; Zacchino, Storia…cit., p.106; Pasanisi, Porto Cesareo, cit., p. 247.

Nardò. La baia del parco naturale di Portoselvaggio vista dalla Torre dell’Alto

[47]Giacomelli, La mostra degli attrezzi di pesca…, cit., p.25. Tra i finanziatori della tonnara, nel 1891 risultava un sacerdote di Nardò, il già menzionato Salvatore Sanasi, e rais Rocco Durante, alcuni componenti di quell’equipaggio erano : Fanizza Francesco, Emanuele Liggieri, Minosa Aniello, Indirli Fedele, Zecca Rocco e Pinto Donato. In quell’anno, vescovo di Nardò era Mons.Giuseppe Ricciardi di Taranto (1890-1908), che si recava più volte sul luogo della tonnara, accompagnato dal sacerdote don Salvatore Sanasi, per osservarne lo schema ed il sistema di cattura dei tonni. Ma anche, vi si recava, per discutere con alcuni pescatori di quell’equipasggio, soprattutto quelli provenienti da Taranto, che in quel tempo popolavano in gran numero la borgata della spiaggia di Cesarea. A ricordo delle sue numerose visite quei pescatori chiamarono quel posto l’Icciardi. Oggi il toponimo, sito sulla costa di levante, andando verso S.Isidoro, è individuato nel costone di mare, disposto dopo il Paritone.

[48]ASL,  Genio Civile, cl. III, tit. IX, b. 3, fasc. 18. La suddetta tonnara che fu gittata nell’anno 1900 nelle acque antistanti alla torre di Squillace, fu calata precisamente nel punto di mare denominato Lu Laccugru.

[49]Questi costruirono i magazzini sull’ attuale via Silvio Pellico. Nel 1952 l’ attività fu rilevata da Marcello Resta di Neviano, che la possedeva anche nei primi anni del 1960; ne era rais Salvatore Muci, cassiere Gualtiero Pedone di Gallipoli.

[50]L’ equipaggio era composto da Egidio Calabrese, caporais, Vincenzo, Cosimo, Ippazio, Michele e Salvatore Muci, Cosimo De Pace, Cosimo, Giovanni, Antonio e Salvatore Scatigna, Vito Battista, Angelo Catapane, Giuseppe Perini, Rocco Latino, Rocco Zecca, Cosimo Minosa, Leonardo Albano e Salvatore Peluso (F. Stasi, Curiosità salentine, in “Almanacco Salentino”, 1980, pp.444-445).

[51]Negli anni 70 cessò anche quella di Gallipoli e negli anni 80 restò attiva solo quella di Favignana, in Sicilia, più per motivi storico-turistici che economici.

4 Commenti a Le tonnare del litorale neritino fra XVII e XX secolo

  1. Sigh, sob, gulp! Perché non l’ho scritto io? Può sembrare invidia, ma è il complimento più sincero che possa fare a caldo e che farò, ne sono più che convinto, anche a freddo…

  2. Bellissimo e interessantissimo lavoro, si intuisce il grande lavoro di ricerca e di elaborazione di cui ci fate fruitori attenti e appassionati Si sente l’amore per la nostra storia e tradizioni. Si ha sempre fame di conoscere e di amare questa nostra terra sempre di più e il vostro è un eccellente contributo. Grazie.

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