Animal ridens

di Pier Paolo Tarsi

 

Cenni primi

Quanto segue intende essere uno scritto molto serio a proposito di ciò che per antonomasia non pare essere argomento da prendersi seriamente: la magia del ridere. Il mio intento è dimostrare la portata esistenziale del buon umore e dello spirito umoristico, il che è molto distante da un qualsiasi tentativo, che cediamo volentieri al lavoro degli psicologi e dei medici, il quale voglia soffermarsi, ad esempio, sulla portata terapeutica presunta o dimostrata di una “sana” risata. Il lavoro intende essere molto serio caro lettore, per cui sorridi pure!

 

Cenni secondi

La riflessione di chi scrive intorno al ridere e la scoperta della sua fondamentale importanza venne ispirata nei primissimi giorni da studente universitario. Un tempo le matricole assistevano nel loro ingresso presso le Università ad ufficiali prolusioni accademiche, alcune delle quali, come è noto, sono rimaste celeberrime e patrimonio della cultura universale; una usanza questa oramai del tutto estinta ed alla cui mancanza ogni buon studente tenta di riparare come meglio può: da brava matricola il primo giorno in facoltà ascoltai anche io allora il primo discorso tenuto da un docente. Ancora confuso sull’aver fatto cosa saggia ad iscrivermi al corso in filosofia sentii un anziano professore affermare che gli scolastici esplicitavano l’essenza dell’uomo, così come voleva Il Filosofo (alias, Aristotele), con due definizioni, la risaputa ‘animale razionale’ e la meno nota (chissà perché, poco ‘seria’?) ‘animale che ride’.

la collera di aldegrever

Fu quest’ultima la prima novità post-liceale che appresi da studente e che tuttora mi colpisce, poiché tale novità conserva ancora per me quel sapore entusiasmante e quel senso di freschezza che pervade l’animo del discepolo quando si affaccia ad una scoperta. Col linguaggio di una fenomenologia che personalmente apprezzo molto direi che in quel momento si risvegliò il mio percepire la qualità di un nuovo valore, con parole mie direi che di fronte allo stupore ed alla meraviglia suscitatami (Il Filosofo ne sa a proposito ancora qualcosa) colsi le dimensioni di un altro universo. Certo, intendiamoci, mi era già noto che i castori non ridono, o almeno, più prudentemente, per aderire alle correnti scettiche cui era appunto dedicato il corso del docente che inaugurava la mia vita universitaria, non lo danno a vedere troppo, eppure non mi ero mai ‘accorto’ dell’umanità che si svela, in ciò che ha di più proprio e che pur continua a sfuggire, nel ridere.

Di fatto solo da allora mi soffermai sempre a guardare le umane vicende con le lenti di una nuova sensibilità regalatami da quella scoperta. Fu così inoltre che si aprì un varco al mio desiderio di riflettere sul gesto dell’animale razionale e posato che, scomponendosi di tanto in tanto, rivela completamente la sua umanità.

Cosa c’è di più bello a questo mondo dell’essere uno studente? Non saprei È il momento però di accordarsi su alcuni chiarimenti. Ridere e sorridere, far ridere o sorridere, dilettarsi e giovarsi del motto di spirito, tutto ciò deve essere inteso come il gesto che infrange uno sfondo antropologico altrimenti arido e sgomina l’immobilità del serioso, si caratterizza quindi come un tocco di pennellate argute e sottili, oltre che molto composte, che colorano una qualsiasi manifestazione della vita dell’uomo in modo gradevole.

Tutto ciò, deve esser chiaro, appartiene moralmente alla serietà ed è all’intelligenza razionale pertinente, in quanto, quest’ultima nulla ha a che vedere con una rigida e spesso ostentata posatezza alla cui manifestazione generalmente viene associata e per designare la quale useremo piuttosto il termine seriosità.

L’attitudine seriosa genera immobilità dell’ingegno, frustrazione dell’animo e, per paradosso, sfocia in sterile quando non volgare comicità, talvolta drammaticamente, a ragione del fatto che uomini e donne seriosi ricadono facilmente agli occhi altrui nell’opposto grottesco del ridicolo e del buffo per via di un assioma che governa sotto il cielo e secondo cui gli opposti si attraggono inevitabilmente. La civile e seria ilarità si staglia quindi su un piano in arduo equilibrio, meravigliosamente sospeso tra forze dialetticamente organizzate quali intelligenza e provocazione, rispetto e rottura di schemi convenzionali o norme interrelazionali, di impegno ed evasione condivisibile al contempo, di gioco e riflessione disincantata, talvolta perfino amara, etc.

Tale ilarità quindi è una manifestazione complessa ed indicibile dell’animale bipede più interessante, la quale, se fosse presa per un momento a criterio di giudizio per il valore degli individui, condurrebbe certamente agli stessi risultati cui giungeremmo se, come perno della nostra valutazione, ci affidassimo alla saggezza e al saper vivere, alla fronesis aristotelica. Eppure nei manuali di Liceo che mi è capitato di leggere di animali che ridono non si parla affatto, preferendo gli autori di questi puntare su altre e più stimate virtù da reperire nel catologo dell’umano.

Questo fatto apparentemente banale credo che sia un segnale forte, a ben guardare, di una caratteristica importante del processo di autocomprensione dell’uomo che i filosofi hanno sempre tentato e che si cerca di raccontare nei manuali a disposizione: l’immagine di sé che l’iniziando studioso, nello sforzo di rispondere alle proprie domande sulla vita, trova riflessa in quelli è un’ortodossia che orienta la costruzione delle proprie categorie di giudizio e, tra queste, non è affatto contemplata l’ilarità.

Animale razionale, bipede barbuto e pensieroso le cui virtù appartengono per lo più al regno dell’astratto e del razionale: questa è l’immagine dell’uomo occidentale da manuale, una figura antipatica e cartesiana. Non è questo certo un inno alla irrazionalità, non ci si augura certo che i nostri manuali diventino collette di aneddoti sui martoriati carabinieri, soltanto si vuole far notare come nei nostri strumenti di trasmissiome del sapere, che sono anche il riflesso della nostra civiltà e dell’immagine che abbiamo di noi stessi, l’ilarità non abbia alcuno spazio, col risultato che parlare seriamente di essa può sembrare a molti, se non quasi a tutti, un buffo modo per occupare il tempo ed un compito non degno certo dell’attenzione dei filosofi. Eppure prendere il senso dell’umorismo come metro dell’umanità risolverebbe annose questioni intorno alle quali fiumi di inchiostro si sono versati. Per darne un solo esempio, guardiamo a come si pone oggi un grande interrogativo in quell’interessante campo di studi che è la scienza cognitiva.

Che cos’è l’intelligenza umana si chiedono questi scienziati? Le macchine potranno mai dirsi intelligenti? Secondo uno dei più grandi e stimati pensatori dell’intelligenza artificiale, il logico e matematico Alan Turing, per qualificare una macchina come intelligente sarebbe necessario che tra un inconsapevole individuo ed una macchina si dia un dialogo nel corso del quale l’uomo non si accorga di star comunicando con un aggeggio (in I.A. questo è noto come test di Turing). Dal mio punto di vista un test sulla capacità di esibire senso dello humor si potrebbe sostituire degnamente al test di turing come parametro di definizione per una macchina intelligente e molte immagini propinate dagli ingegneri di robotica e dagli scienziati cognitivi rivelerebbero immediatamente il carattere profondamente travisato della comprensione della mente umana come un elaboratore di informazioni e dell’intelligenza come capacità di elaborazione e computazione di rappresentazioni simboliche.

Aristotele

La stessa espressione “Intelligenza Artificiale” si mostrerebbe immediatamente nella sua ineludibile equivocità che ha generato miriadi di fraintendimenti che, come al solito, i filosofi hanno già da decenni sconfessato e che oggi anche i neuroscienziati stanno comprendendo (vedi Varela, Damasio, Andy Clark etc).

Un test molto più utile potrebbe dunque essere il seguente: una macchina potrebbe dirsi intelligente se sarà capace di cogliere una battuta; noterete subito come macchine simili non possano esistere e capirete subito quante fesserie vengono propinate. Cogliere una battuta è infatti sintomo di profonda e autentica comprensione di un contesto, come avete modo di notare nelle più comuni situazioni divertenti della vita; far credere ad un uomo che a parlare sia una macchina è invece, al massimo, sintomo di professionalità e intelligenza del programmatore progettista!

Il corollario immediato di tutta questa mia tesi sull’essenza ridens dell’uomo è che i comici sono dei veri geni. I comici infatti (e con comici non intendo certo Panariello!) conoscono profondamente l’animo umano e rivelano una perspicacia eccezionale che esprimono cogliendo ogni sfumatura dell’esistenza.

Sostengo inoltre che dietro il comico vi sia spesso un inquieto filosofo crepuscolare capace di cogliere gli abissi del sentire e dell’insensato in modo proporzionato all’intelligenza comica: non è un caso che per tradizione i migliori clown e teatranti abbiano avuto sempre una lacrima disegnata in viso!

Il riso non abbonda sugli sciocchi ma sul viso illuminato del Buddha e del saggio. Molto si potrebbe dire poi sul ruolo pedagogico della risata. Il mondo dell’educazione e dello studio sembra lontano dalla realtà circostante anche in questo, è un mondo della cultura triste; basti per conferma o per gioco una piccola riflessione sul linguaggio che rivela, si sa, sempre aspetti interessanti. Nell’arco della propria vita la maggioranza degli italiani utilizza il termine “lezione” in due sensi, il primo in ambito accademico per indicare l’ammaestramento, il secondo in altri contesti per indicare rimproveri, sberle e scazzottate; casualità o cosa?

Ad ogni modo ognuno di noi ha dovuto ridere a scuola quasi sempre accovacciato, fingendo di raccogliere una matita, con la testa nello zaino che anche a questo è servito! Poiché si sa, molte lezioni fanno ridere loro malgrado e non tutti i docenti hanno bei visini. Eppure, logica medievale a parte, ridere è cultura.

Propongo dunque un rispetto di questa meravigliosa avventura che è la gioia naturale e misteriosa dell’ilarità anche negli ambienti di studio, come del resto è stato fatto già col gioco con incredibili risvolti pedagogici. Volete un esempio? Ricordate il successo che ebbe Benigni nel leggere in Tv la Divina Commedia agli italiani? Ebbene, se ci fossero più Benigni e meno acidi docenti con targa Cartagine nei nostri licei Dante e tutti gli altri ne riceverebbero un gran beneficio. Certo, mi dirai infine paziente lettore, talvolta non c’è ragione per sorridere né nulla da ridere, ma proprio lì, io ti dico, facci caso, quel che manca è prima di tutto l’umanità.

16 Commenti a Animal ridens

  1. Che bello| che bello !Che bello……condivido tutto .credo che l’uomo possa chiamarsi tale proprio per la sua capacita’ di ridere e di sorridere….soprattutto se riesce a farlo su se stesso piuttosto che sugli altri.mi piace pensare che in futuro si possa attribuire al genere umano il nome di animal ridens più che di homo sapiens sapiens. quando spiego ai miei alunni Limneo e la nomenclatura binaria mi sento un po’ in colpa per questo triplo nome che ci siamo attribuito…l’unica specie con tre nomi,uno raddoppiato!sappiamo di sapere ,ragazzi miei,tenetelo sempre presente….ma sarà poi vero? boh!Il terzo nome ,secondo me ,ce lo siamo attribuito solo per sottolineare la nostra presunta supremazia sugli animali…e forse anche sui nostri progenitori un po’ scimmieschi. invece animal ridens ci metterebbe nella giusta posizione. siamo solo un anello della catena!prendere coscienza di cio’ ci renderebbe forse piu’ sapiens di un triplo nome in latino .A pensarci bene c’è un animale con l’attributo ridens : “iena ridens”.quando pensiamo a lei proviamo un senso di ribrezzo, ma senon ci fosse saremmo sommersi dai rifiuti, lei invece fa coscienziosamente il suo lavoro e ogni tanto se la ride …be , forse ha capito tutto molto prima di noi ! ciao Pierpaolo! alla prossima

  2. Daniela ti ringrazio di cuore per il tuo commento che aggiunge davvero delle belle note al brano! Alla prossima! :)
    Grazie anche a Marco Amedeo.
    Saluti :)

  3. Magistrale il pezzo di Pier Paolo (sai già, Pier, la mia ammirazione per la tua lucida, formidabile, ironica intelligenza!) e adorabile il commento di Daniela! Complimenti ad entrambi!

  4. Caro Pier Paolo, Totò, a questo punto, è un genio imparagonabile. L’ho sempre pensato. Come per Garibaldi, anche per lui si dovrebbero erigere monumenti in tutte le piazze d’Italia. C’è miglior terapia di un film di Totò? C’è un ritmo tale nelle sue battute che non riesci a star dietro a tutte, sicché non puoi che “scompisciarti” dalle risate!

  5. Caro Alfredo, della genialità pura di Totò credo nessuno dubiti! I più bei momenti che ci ha regalato erano peraltro frutto di improvvisazione: non seguiva mai un copione, creava al momento, come un grande jazzista!

  6. Mi intrufolo anch’io, grande ammiratore dell’immenso (per me irraggiungibile) Totò per segnalare questa sua poesia che probabilmente i lettori conosceranno. La domanda finale è: qualunquista o genio? La risposta, in riferimento anche all’uomo, me la son data da tempo e non è difficile immaginare qual è.

    A sti pupazze ’e carne affocaggente

    l’avessame educà cu ’o manganiello,

    oppure la natura priviggente

    avess’ ’a fa turnà nu Masaniello.

    Ma ’e ccose no… nun cagnano

    e v’ ’o dich’i’ ’o pecchè:

    nuie simme tanta pecure…

    facimmo sempe “mbee”.

  7. Sono pertanto, caro PierPaolo, il prototipo esatto della natura umana ridente che tu auspichi e descrivi.Come tutti alla nascita ho pianto(come tutti, probabilmente, intuivo cosa avrei trovato là fuori), ma subito dopo mi sono ripresa. Il musetto dei primi anni non era introversione, ma studio del copione di umano da inserire nella sua veste umoristica nei miei libri, quelli di trent’anni dopo.Dovunque traspare eccessiva seriosità c’è sempre un motivo per ridere. Infatti il rischio di prendersi troppo sul serio è quello di perdersi la fetta migliore della vita. Così, mentre imprechi sul governo fasullo, sui soldi che non bastano, su tua moglie coi baffi(o tuo marito senza coglioni), gli altri se la ridono o, nella più scontata delle ipotesi, ridono di te.Il segreto sta nell’anticiparli.(Ahahahah!!!!)
    L’intelligenza dell’homo sapiens, come ci ricorda simpaticamente Daniela, sta anche nel trovare di ogni oggetto ed evento il punto debole, quello che, scoperto, ci fa guadagnare il punto forte di tutto e di noi stessi.Questo era il mio appello nella prefazione dell’ultima raccolta di storie, “La lisca. Racconti per ridere”: ‘Il trucco per avere un umore soddisfacente sta nel non perdersi il senso di niente.Deridiamoci, quindi, e deridiamo anche la nostra incomunicabilità col mondo usando tutto il senso critico possibile!’

  8. Sì, alla base di tutto credo sia l’autoironia il motore della macchina umana. Ridere anche quando si è soli, come succede a me che per un nonnulla mi crepo dalle risate dicendomi “Ma quanto sei fesso, Nino!”, riconoscendo in tal modo il concetto che gli altri hanno di me. E lo dico sul serio, senza ombra di ipocrisia.

  9. Questo mio vecchio post deve essere piaciuto proprio molto all’amico Marcello se, ogni tanto, a mia insaputa, lo ripropone qui agli spigolatori. L’ho pubblicato nel sito nel febbraio 2010 come una delle prime cose con cui dare vita al blog, lo avevo scritto però almeno un paio di anni prima. Insomma, n’è passata d’acqua sotto i ponti da allora, e non sempre era acqua pura e rinfrescante, anzi! E tuttavia devo dire che i pensieri esposti sopra mi convincono anche più di ieri. La capacità di trovare un modo per sorridere, anche quando non sembra affatto facile, è l’unica strada di cui dispone l’uomo per trovare quello che Montale chiamava “l’anello che non tiene, il filo da disbrogliare che finalmente ci metta nel mezzo di una verità.”.

  10. I tuoi saggi sono sempre interessanti. Concordo con quanto hai epresso sul sorriso, che è anche l’espressione di consapevolezza delle inquietudini della vita. Complimenti!

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