Le macchie d’Arneo

Notabili salentini (collezione privata Nino Pensabene)

SALENTO FINE OTTOCENTO

LA MAMMELLA DEI POVERI

 Rapporto tra contadini e terra incolta: La macchia di Arneo

 

 

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

Cosa rappresentava per il popolo salentino la macchia d’Arneo se non l’unica risorsa nei momenti di maggiore bisogno, la madia dove i poveri potevano furtivamente attingere il tozzo, o – per dirla con i contadini – “La menna ti nutrìzza ca ci nno ttene latte armènu no tti neca la culàstra?” (“La mammella di nutrice che se non tiene latte almeno non ti nega il colostro?”).

Centinaia di ettari di terra incolta, regno incontrastato di lecci, pinastri, ulivastri, ginepri, ligustri, rovi, ginestroni, timo e soprattutto mortella, che cresceva alta in un intrico di rami e in un tale fittume di cespugli da confondere i passi di chi vi si inoltrava. Non c’erano infatti carraie da far da guida, ma solo strate perse o più coloristicamente carrariéddhri futtùti, tratturi così chiamati perché, se d’estate non offrivano spunto all’orientamento, confusi com’erano in tante intersecazioni, nella stagione delle piogge sparivano addirittura, inverdendosi e quindi amalgamandosi con le sponde.

A’ ppassatu lu mbreu!”, commentavano i contadini tutte le volte che arrivando nella macchia non trovavano cenno di sentieri, e così dicendo intendevano riferirsi al leggendario ebreo errante che, per avere insultato Cristo sulla via del Calvario, era stato da Dio condannato a vagare inquieto sulla terra sino alla fine del mondo. Secondo loro, tutte le volte che lu mbreu si trovava a passare dalla macchia di Arnèo, gli angeli del Signore, per trattenerlo il più possibile in quella landa sterminata, coprivano d’erba i sentieri, nascondendoli alla sua vista e quindi costringendolo a girare e rigirare fra i cespi di mortella cercando invano una via d’uscita.

Piccàu lu sciutéu e llu nnucénte patèsce” (“Peccò il giudeo e l’innocente ne paga la colpa”), concludevano amaramente i contadini, e in tale precisazione si insinuava l’interesse a stornare l’ipotesi di un loro coinvolgimento nella punizione, che in effetti, se liberata dalla proposizione leggendaria e ribaltata sul piano del concreto, poteva suonare diretta a loro che arbitrariamente facevano della macchia t’Arnéu una propria dispensa, correndo realmente il rischio di smarrirsi  come lu mbreu tutte le volte che vi si inoltravano.

Il fatto che non si trattasse di zona demaniale ma che alle spalle del latifondo ci fossero degli interessi padronali, sia pure unicamente accentrati a far del posto una riserva di caccia, li faceva sentire in colpa, e la stessa paura di smarrirsi, in parte derivava da questo senso di soggezione e di insicurezza. Non che i proprietari ne avessero mai vietato l’accesso o fossero intervenuti a sanzionare l’abituale piluccamento che il popolo perpetrava: a loro non importava se i contadini alle prime piogge vi sciamavano a raccogliere lumache da vendere ai crocicchi, o se nel tardo autunno vi si recavano con la gerla sulle spalle per riempirla di funghi da reclamizzare per le vie dei paesi cantilenando: “Mariéddhri turragni… Munétule t’Arnéu… Carduncéddhri ti macchia… Màsculi cuntàti li turnìsi, fémmine paràti lu mantìle!…” (“Funghi gallinacci di sottobosco… Funghi porcini di Arneo…Funghi cardoncelli di macchia… Uomini contate i soldi, donne tendete il grembiule!…”); non facevano caso ai sacchi di pampasciùni  (vampagioli) che li sciurnaliéri senza fatìa (i giornalieri disoccupati) si industriavano a dissotterrare per poi proporli in piazza come “zzuccaru ti nnicchiàricu” (“zucchero di terra vergine [incolta]”); non badavano ai mazzetti di origano o alle scimatùre ti timu (cimature di timo), né tanto meno al continuo racimolo delle fògghie mmiddhràte (verdure selvatiche miste, costituite da zzangùni, sprùscini, cicòre reste, caccialiépri, mariùle, lattucheddhre, cardi riésti e llacci riésti) che miste ancora alle fave nette rappresentavano la più tradizionale delle pietanze contadine: fae e ffògghie. Quello che ai proprietari interessava era la tutela della selvaggina, a cacciare la quale erano autorizzati solo i signori, sia che lo facessero isolatamente, sia che organizzassero delle battute di caccia in gruppo.

Anche se i cinghiali erano ormai in estinzione, in compenso nutrita era la presenza delle volpi, più che abbondante quella delle lepri, senza parlare di tutta una fauna di secondo grado (conigli selvatici, istrici, tassi, ecc.), nonché degli uccelli, soprattutto quelli di passo, che a causa del ricco fogliame e delle bacche che vi maturavano facevano della macchia una tappa obbligata.

La severità degli incaricati che saltuariamente perlustravano il latifondo era perciò esclusivamente orientata verso i cacciatori di frodo, la cui azione nei confronti dell’egemonia padronale si poneva come la più anarchica delle sfide.

In tale contesto, chi vi si recava con intenzioni limpide non avrebbe dovuto avere nulla da temere, ma il fatto stesso di venire sorpreso mentre raccoglieva e magari sia pure impropriamente sospettato, metteva ugualmente in disagio, a parte la consapevolezza della propria fragilità di fronte alle tentazioni che potevano nascere alla vista di un capo di selvaggina.

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Questo brano è stato pubblicato sul quotidiano “La Gazzetta del Mezzogiorno mercoledì 28 ottobre 1998

2 Commenti a Le macchie d’Arneo

  1. ricordo di aver visto un interessante documentario alle superiori, dal titolo ARNEIDE!
    purtroppo la mancata redistribuzione del demanio ai contadini dall’eversione del feudalesimo fino a non molto tempo fa è una piaga storica che ancora ci portiamo dietro

  2. Le “Lotte dell’Arneo” sono una pagina lunga e dolorosa della storia del Salento, in seno alla quale andrebbero prese in esame le passioni partitiche e la politica agraria del tempo in cui la “Riforma” si concretizzò, col risultato però che per mancanza di prospettive concrete di reddito molti o quasi tutti i contadini assegnatari abbandonarono la terra loro assegnata.
    In sintesi, ci sono stati degli errori governativi e sindacali: lo Stato ha speso miliardi per fare case coloniche, pozzi, strade, ecc. ecc., ma ai fini produttivi? Non bastava dire ai contadini: “Andate e buttate l’anima a dissodare una terra dura come il ferro… Lavorate, lavorate ma aspettate anni prima di guadagnare un soldo!” Ci voleva ben altro, ci voleva! Ecco perché i contadini si videro costretti a tornare al paese più sconfitti di prima, con la sola etichetta di nuovi proprietari!
    Terra nuovamente incolta, dunque, case abbandonate, miliardi sprecati! Il vero profitto in questa vicenda fu degli speculatori edili, i quali – proprio attraverso le terre vendute della riforma – iniziarono la deturpazione delle coste salentine, fabbricando abusivamente e arricchendosi a dismisura.

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