Libri/ Lecce Sacra Imago

 

di Salvatore Colazzo

Il volume curato da Paolo Agostino Vetrugno, Lecce Sacro Imago, giunge a conclusione di un itinerario di ricerca reso possibile da un finanziamento della Fondazione Cassa di Risparmio di Puglia, che ha accolto una proposta proveniente dalla Curia di Lecce, volta a ricognire e catalogare i beni culturali ed artistici appartenenti al Palazzo Vescovile, allo scopo di rendere disponibile a studiosi e anche semplicemente a curiosi delle opere che testimoniano la lunga storia di un luogo da cui i vescovi di Lecce guidarono la loro Chiesa, almeno dall’epoca del Concilio di Trento, in cui Scipione Spina scelse di eleggere nel Palazzo di Piazza del Duomo, la propria residenza stabile, conformandosi ad una norma proveniente proprio dal Concilio che voleva in tal modo dare evidenza alla funzione di guida sicura della gerarchia.

Il volume è accompagnato da un cd-rom che consente di compiere una visita virtuale nel Palazzo: si scoprono così numerosi dipinti su tavola e su tela, decorazioni pavimentali, arredi appartenuti ad epoche diverse, testimonianza della volontà dei prelati che nella residenza si sono succeduti di renderla sede degna a testimoniare la dignità della Chiesa leccese. I saggi contenuti nel volume danno, con la mole dei dati che presentano, utili elementi per ricostruire vicende storiche ed artistiche che attestano la funzione sociale e religiosa dell’istituzione vescovile. Il Palazzo vescovile si presenta dunque come una “casa museo”, cioè un’abitazione che contiene pezzi di storia, ma che pretende di appartenere al presente, perciò testimonia, proprio in questa continuità storica, il senso di una Chiesa che si vuole ancorata alla propria tradizione, ma anche protesa ad interpretare il nuovo emergente, collocandolo lungo una linea identitaria, che le consente di attraversare il tempo, informandolo di sé.

Quando si visiti un luogo di tale natura contano sì gli oggetti osservati, ma conta moltissimo il contesto, che non è un semplice contenitore, ma assolve ad una funzione che non è semplicemente quella ostensiva degli oggetti che si propongono all’attenzione del visitatore. E conta pure il visitatore, il quale a quegli oggetti si approssima non semplicemente mosso da una pulsione estetica, ma anche da un interesse culturale quando non anche schiettamente religioso.  Fruendo dell’Episcopio e di quanto in esso contenuto egli non può non avvertire lo sforzo compiuto da chi quei luoghi ha abitato di cercare il bello allo scopo di glorificare Dio. Da ciò le potenzialità che il luogo ha per contribuire all’educazione di un vasto pubblico, tanto più che il Palazzo vescovile si arricchisce delle suggestioni provenienti dal contesto urbanistico e architettonico in cui è inserito, quella Piazza del Duomo, che Cesare Brandi ammirava, come ci ricorda Paolo Vetrugno, per il suo “prodigioso, serrato equilibrio”, che rinvia alla bellezza di Lecce “città spontaneamente architettonica”,  caratterizzata com’è da un ritmo degli spazi, marcato dalla presenze di edifici sacri e luoghi di culto, sorti nel corso di secoli, ma moltiplicatisi poi dal XVII secolo in avanti.

Piazza del Duomo fu area pubblica a destinazione religiosa già dall’età normanna, luogo di socializzazione per le numerose funzioni religiose che vi si svolgevano. E gli edifici che su di essa si affacciavano mostravano l’articolarsi dell’attività della Chiesa: liturgica, pastorale, educativa.

Molti vescovi contribuirono ad abbellirla ed arricchirla: oltre al già nominato Scipione Spina, Luigi Pappacoda, che molto si impegnò a connotare Lecce come città sacra. Alla sua opera idealmente si rifece Alfonso Sozy all’incirca un secolo dopo, che volle nuove costruzioni religiose nel perimetro urbano di Lecce e volle rimodernare a proprie spese il Palazzo Vescovile, facendo rifare il portale d’ingresso, arricchendolo di stanze a beneficio del suo vicario e della curia; offrire il quadro dell’Assunta di Oronzo Tiso ad abbellire l’Altare Maggiore della Cattedrale, e quello del Trasporto dell’Arca, che venne collocato sopra la porta maggiore della stessa. Fece anche molte altre cose: dotò la cattedrale di un pulpito in legno, di un nuovo battistero e di molti candelieri e mezzobusti in argento. Alla sua morte venne redatto un inventario dei beni risultanti presso l’Episcopio, e così apprendiamo, dai documenti pervenutici, dell’esistenza di una collezione pittorica, di un ricco arredo interno, di un parco-carrozze ben consistente.

Ma il 1783 fu anche l’inizio di una decadenza del Palazzo, poiché fino al 1818 la sede episcopale leccese rimarrà per gran parte del periodo intercorso tra quelle due date vacante. Nel mezzo le vicende rivoluzionarie, che portarono tra il 1804 e il1809 alla spoliazione effettuata dai francesi, con l’incameramento di beni ecclesiastici, a seguito della soppressione di numerose case religiose. Un momento di fasto il Palazzo lo conobbe nel 1797 quando re Ferdinando IV fu a Lecce, durante un viaggio intrapreso per festeggiare le nozze del figlio. Rimase incantato dalla bellezza della piazza, del Duomo, del Palazzo vescovile, del Seminario; sorpreso per la ricchezza dei tesori della Cattedrale: alcuni pezzi preziosi volle portarli con sé, poi pentito – si dice – volle restituirli.

Coi francesi il Palazzo vescovile e il Seminario furono adibiti a funzioni civili e militari. Quando vi fu la Restaurazione, Piazza del Duomo ritornò nelle mani della Chiesa e nel Palazzo si insediò Mons. Nicola Caputo, che ben presto però entrò in collisione col potere borbonico, essendo egli un convinto fautore dell’ipotesi unitaria.

La straordinaria bellezza del complesso di edifici che vanno ad articolare lo spazio della Piazza del Duomo fu colta da Sigismondo Castromediano, che sottolineò l’importanza di convincere lo stato italiano della necessità di tutelarla, assieme ad altri beni architettonici, artistici, archeologici del Salento, terra antica e ricca di importanti testimonianze. Ma bisognerà aspettare ancora molto tempo prima di vedere un intervento del legislatore a favore di Piazza del Duomo, la legge 449 del 1987, che previde il primo grande intervento di conservazione del patrimonio architettonico del Barocco leccese, in primis di Piazza del Duomo.

La legge consegnò i lavori di restauro alla Soprintendenza, la quale, come attesta il bel saggio di Giovanni Giangreco, compì la scelta coraggiosa di operare in controtendenza con quanto aveva fatto l’Istituto Centrale del Restauro che aveva provveduto a restituire agli antichi fasti la Chiesa di Santa Croce, in verità con risultati deludenti. Volle procedere al restauro recuperando tecniche costruttive, soluzioni riparative e materiali tradizionali. Vi era nel Salento un importante sapere artigianale, che aveva saputo valorizzare al massimo grado le caratteristiche della pietra locale, inventando ad esempio le volte leccesi, trovando espressioni tipiche, inconfondibili di autonomia culturale, che andava recuperato, chiamandolo ad offrire il suo contributo per rimettere in sesto un patrimonio culturale che il trascorrere del tempo aveva intaccato. Palazzo dei Celestini confinante con Santa Croce mostra con esemplare evidenza la differenza dei risultati conseguenti alle due differenti scelte operate dalla Soprintendenza e dall’Istituto Centrale del Restauro. Il problema del restauro del  Vescovado fu risolto ricorrendo alla sapienza antica: maestri e scalpellini locali furono chiamati all’opera. Furono smontate e rimontate volte (nel Vescovado ciò consentì di eliminare delle barre metalliche che erano state poste per agganciare le campate delle volte a scopo statico), rifatte architravi, ripristinati fregi e decori. Una scelta di grande intelligenza, che consentì il contestuale recupero del “valore artistico delle pietre antiche” e l’attestazione della “dignità della memoria collettiva”.

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