Serpenti

di Armando Polito

Non è raro in questa stagione vederne uno spiaccicato sull’asfalto e qualcuno particolarmente sensibile… non prova quel sentimento di orripilanza dal quale i più, non io, sono presi quando si imbattono in qualche esemplare vivo e vegeto. È il tributo definitivo che anche loro pagano per la riduzione progressiva e inesorabile del loro territorio dopo che la sua gran parte è stata resa invivibile pure per loro da veleni di ogni tipo. Io per fortuna vivo in campagna e, anche se molto più sporadicamente rispetto al passato, ho l’occasione di vivere qualche incontro ravvicinato, sicché, anche se  oggi la tecnologia consente agevolissime riprese (a patto che uno abbia sempre a portata di mano la fotocamera…),  non ho potuto fino ad ora catturare neppure una sola immagine, ad ogni modo non ho rinunziato a corredare questo post con foto reperite in rete.

http://www.google.it/imgres?q=scorzone e http://www.alisoriano.it/aviosuperficie/cervone.html

Ma scursùni, sacàre o mpasturavàcche, le due specie fino a poco tempo fa più diffuse nelle nostre campagne, riceveranno, comunque, il mio omaggio verbale, cominciando, e ti pareva!…, dall’etimologia del loro nome.

Scursòne corrisponde all’italiano scorzòne, presente con due lemmi distinti (cito dalla Treccani on line):

“scorzòne 1 (dal latino tardo curtio/curtionis, derivato di curtus=corto, raccostato a scorza. Nome dato, in usi regionali, alla vipera e anche ad altri serpenti, per esempio, al saettone”.

“Scorzòne 2 (derivato di scorza): persona rozza, di carattere aspro e scontroso; nome region. del cantaro, pesce della famiglia sparidi (Spondyliosoma cantharus), con carni abbastanza pregiate; tartufo del genere tubero (Tuber estivus)”.

Chiaramente con la stessa etimologia di scorzòne 1 è “scorzonèra: dal catalano esçursonera, derivato di esçursò=vipera; nome attribuito dapprima a una specie di piante composite tubuliflore attualmente inclusa nel genere Scorzonera con la denominazione di Scorzonera hispanica, nota anche come s. viperina perché le sue radici erano ritenute un antidoto contro il veleno delle vipere, oggi usata come apprezzato ortaggio”.

È altrettanto chiaro che la nostra bestiolina corrisponde a scorzòne1, anche se scursòne è il nome che noi diamo non alla vipera (ipra) ma al saettone.  Non deve far meraviglia, poi, Esopo, Fedro e La Fontaine docent, se questa bestiola assolutamente innocua e piuttosto timida è stata assunta a sinonimo di ipocrita, furbacchione nella locuzione scursòne surdu.  La torre di Santa Caterina è nota anche con il nome di torre dello scorzòne: impossibile dire se per la presenza in massa della specie o di un leggendario esemplare oppure perché la conformazione della costa in quel tratto vista dall’alto ne ricordava la forma.

Sacàra nasce per metatesi da casàra (=casereccia, il formaggio non è minimamente coinvolto…, anche se a qualcuno, per quanto dirò dopo, potrebbe venire la tentazione di farlo rientrare dalla finestra dopo che io l’ho cacciato dalla porta) per l’abitudine di questo serpente di vivere in prossimità delle case. Addirittura, secondo una credenza popolare (molto diffusa anche in territori diversi dal nostro: la paternità di certe calunnie non è esclusiva…) , sarebbe in grado, una volta penetrato in casa, naturalmente di notte…, di mettere la punta della coda, come se fosse un capezzolo, nella bocca del bambino per poter suggere il latte, di cui sarebbe ghiottissima, dalle mammelle della madre. In realtà nessuno ha mai provato scientificamente questa predilezione del cervone (questo è il nome italiano) per il latte, ma non è finita…

Questo serpente, altrimenti noto come mpasturavacche, sarebbe in grado di fare le cose ancora più in grande, cioè, dopo essere penetrato in una stalla, di immobilizzare con le sue spire le zampe di una mucca per poterne poi comodamente suggere il latte. Questa leggenda, secondo me, è figlia della prima e serviva solo a giustificare qualche intermittenza (se non la cessazione, cosa intesa ancor più come una vergogna in una puerpera) nella produzione del latte.

Ma qual è l’etimo di ‘mpasturavàcche? La parola può creare nel suo primo componente (sul secondo che sia vacche nessuno avrebbe dubbi) qualche equivoco. Infatti lì per lì ‘mpastùra può essere inteso come terza persona singolare del presente indicativo dell’italiano pasturàre con aggiunta in testa della preposizione in– e successiva aferesi. Pasturàre=portare al pascolo  è da pastùra, dal latino tardo pastùra(m)=pascolo, che a sua volta è dal supino (pastum) del classico pascor=pascolare.

Qualcosa semanticamente non torna perché il serpente in questione non nutre le vacche ma da loro trarrebbe il suo nutrimento; insomma uno slittamento da un concetto, riferito alla mucca, attivo ad uno passivo.

Ma ecco come si chiarisce l’arcano: in italiano pastoia indica la fune legata alle zampe anteriori degli animali al pascolo, per evitare che si allontanino; la voce è dal latino, questa volta medioevale, pastòria, neutro plurale (usato poi come singolare collettivo) di pastorium, lemma così trattato ne Du Cange1 : “PASTORIUM, PASTORIA. Lex Bajwar. tit. 2, cap. 6 § 1: Si quis in exercitu aliquid furaverit pastorium, capistrum, frenum, fultrum etc. Lex Long. lib. 1, tit. 25 § 35 Roth. 302, 308]: Si quis capistrum de capite caballi tulerit, componat sold. 6. Si quis pastoriam de caballo alieno tulerit, comp. sol. 6….Idem videtur pastorium quod Italis pastoia etiamnum dicitur, pedica nempe seu compedes quibus equi, ne aberrent in pasculis, impediuntur…” (traduzione dei testi citati nel lemma: Se qualcuno in un esercito abbia rubato qualche pastoia, capestro, freno, fermaglio, etc. …Se qualcuno abbia sottratto ad un cavallo altrui un capestro paghi una multa di 6 soldi. Se qualcuno ha sottratto da un cavallo altrui una pastoia paghi una multa di 6 soldi…Allo stesso modo pastorium appare essere coò che ora dagli Itali è chiamato pastoia, sicuramente un lacciolo per i piedi o legame per i piedi con cui si impedisce ai cavalli di allontanarsi mentre pascolano…).

Perciò se dovessi rendere in italiano ‘mpasturavàcche,  direi  impastoiavàcche; solo che la voce dialettale ha conservato la forma latina originale.

Per ovviare in parte all’offesa arrecata, certamente non da me, agli amici animali, mi sia consentito di chiudere a modo mio, cioè con un invito a riflettere sui tanti serpenti  metaforici (la metafora è frutto della fantasia che mai come in questo caso è surclassata dalla realtà…) che, in combutta con altri fattori che ci vedono parzialmente conniventi, hanno portato e continuano a portare, senza che chi ne avrebbe il potere tecnico (dal greco tèchne che significa arte e non imbroglio) o politico [politìkòs, sempre in greco, significa relativo al (bene comune del) cittadino] intervenga seriamente,  l’economia mondiale, ma soprattutto la nostra, verso il baratro: alludo alla finanza internazionale e nazionale che con le sue spire ci sta soffocando e si appresta a somministrarci la dose finale del suo veleno (non credo che i titoli tossici siano stati neutralizzati…). Lo ‘mpasturavacche, al confronto, mi sembra un benefattore dell’umanità… ma quello reale è in via di estinzione, quello metaforico, come sempre succede tra gli intelligentissimi umani, prolifera indisturbato a succhiarci il sangue, mortale più della vipera (per restare in casa nostra), con tutto il mio rispetto per questa, che, fra l’altro, attacca solo per difendersi.

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1 Glossarium mediae et infimae Latinitatis,  Favre, Niort, 1886, tomo VI, pag. 205.

15 Commenti a Serpenti

  1. oh, gli scurzuni… quanti ne ho visti da bambino. e le sacare le catturavo. facile: amano davvero il latte, basta lasciare una bottiglia rovesciata con un fondo di latte, la sacara entra per bere e poi spesso non riesce più ad uscire fino a digestione completata. era solo per osservarne la bellezza… le lasciavo sempre libere dopo :)

  2. Probabilmente, date le dimensioni della sacara adulta, gli esemplari ricordati dal nostro gentile (soprattutto, almeno per me, perché poi, soddisfatta la curiosità, le lasciava libere di liberarsi…) interlocutore saranno state delle neonate. In piena estate credo che qualsiasi serpente assetato sarebbe disposto ad entrare in una bottiglia rovesciata contenente del liquido residuo. Passo l’idea ai pubblicitari di Uliveto e Rocchetta: l’uccellino (non dico Del Piero per non offendere la fede di qualcuno) comincia a manifestare (per via dell’età?…) qualche segno di stanchezza.

    • a me è stato raccontato da contadini che spesso le ritrovavano nei tubi per irrigare i campi, in cui si erano infilate per bere, senza riuscire a tornare indietro.

      Che il serpente ricorresse all’espediente notturno di chiudere la bocca del lattante con la propria coda, per succhiare dal capezzolo della nutrice, lo avevo sentito anche io, raccontatomi coloristicamente da una famiglia che viveva in estate in contrada “Puzzuìu” (Pozzovivo, sulla Nardò-Leverano).

  3. Con l’apostrofe “sacara!”, forma meno…virulenta di “ipra!” (vipera!), siamo al solito presuntuoso trasferimento dei nostri difetti sugli animali. Al di là delle leggende (o meno) circolanti dalla notte dei tempi sulla sacara e sulle deformazioni e probabili aggiunte della fantasia popolare, proprio l’altra sera mio cognato mi raccontava di aver sentito dire da suo padre (non sapppiamo se ne era stato testimone diretto…) che le sacare, dopo aver ingurgitato un uovo, si gettavano da un albero (che possano salirvi, questo l’ho visto fare io quattro giorni fa da un bell’esemplare) per romperlo e digerirlo così più rapidamente; mia madre, invece, sosteneva di aver sentito dire che la stessa operazione la sacara la compiva passando attraverso il buco di un muro e simili. Di certo si sa che l’animale ha muscoli così potenti da riuscire a rompere l’uovo senza bisogno di fare tuffi o azioni da contorsionista…

    • Un proverbio Sponganese, riferito a SACARE, ASPITI e SCURZUNI recita: DE SAN PIETRU E PAULU (29 giugno) AZZANE LA CAPU I SERPI!

  4. Casara in grecanico sta per serpente,il pasturavacche (cervone in italiano)
    non c’entra nulla con la casara (sacara in alcuni paesi)

  5. Come per le piante anche per gli animali la corrispondenza tra il nome e la specie non sempre è territorialmente uniforme . Lo prova il fatto che a Nardò sacàra e ‘mpasturavàcche sono lo stesso animale, nonché, a quanto da lei riportato, il significato generico di serpente per sacàra/casàra in grecanico; quest’ultima voce, comunque, non è certo di origine greca.

  6. Il cervone è il serpente più lungo d’Europa. Può arrivare quasi ai tre metri. Una volta raggiunta la lunghezza massima tende a ingrossare solo il diametro del corpo. Questa caratteristica ha dato origine alle più svariate leggende sulle dimensioni di questo animale. Spesso era avvistato di sfuggita o attorcigliato a dei rami e l’occhio del malcapitato ne stimava la lunghezza in rapporto alla dimensione della circonferenza e ne traeva conclusioni leggendarie che poi facevano il giro del paese in poche ore. L’ultima avvistata a Castro “era” sui due quintali e il malcapitato lo hanno dovuto portare in ospedale….

  7. quindi “Elaphe quatuorlineata” è il “cervone ” noto anche come “sacara”
    mentre “Zamenis lineatus” è il “saettone” noto anche come “scorzone”?

  8. Lo “scorzone” dovrebbe essere lo “Zamenis longissimus”.”Zamenis” è latinizzazione del greco ζαμενής (zamenès)=impetuoso, violento. Secondo me questa denominazione costituisce uno dei tanti esempi di come cerchiamo di scaricarci di dosso certi difetti della nostra specie …

  9. l’articolo molto interessante ma non ho capito se la sacara che io ho incontrato ieri 06 06 2015 in mio podere e che ho ammirato mentre si nascondeva in un cumulo di pietre (è velenosa oppure no?)

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