Da Napoli a Gallipoli. Due statue processionali per la chiesa di Tricase

storia, ancora maestra di vita?

Uno spaccato di realtà socio-economica e di vita religioso-devozionale di fine ‘700

di Antonio Faita

Nella società in cui viviamo la velocità delle informazioni, il loro accumularsi e susseguirsi senza ordine e mediazione, lo stesso loro “bruciarsi” nell’arco di poche ore nell’interesse delle persone sembra testimoniare la fine della storia. Lo scrittore Daniele Del Giudice, in un’intervista diceva: «quello in cui viviamo è il vero degrado, è l’uomo senza qualità».

La storia può essere ancora considerata maestra di vita?

La concezione che abbiamo della storia riflette quella che abbiamo della società. Occorre, dunque, recuperare ai giovani la certezza del futuro della società. E’ allora che la storia ed il suo insegnamento tornano ad essere essenziali nella formazione integrale della persona.

Dobbiamo essere coscienti che il fatto storico acquista “valore” secondo  le idee di chi le interpreta. Conoscere il passato attraverso un’attenta riflessione è il richiamo continuo ai limiti delle nostre conoscenze. La scoperta ed il recupero agli studi di un immenso patrimonio d’arte e di oggettistica devozionale, nonché il reperimento di un notevole nucleo di documenti che consentono di approfondire la memoria storica delle nostre città a vari livelli di conoscenza, tentano di ricostruire un fenomeno, quello dell’associazionismo laicale, legato soprattutto al passato e che potrebbe sembrare controcorrente e un po’ passatista[1].

Ritengo opportuno, per la rara testimonianza dei documenti, riportare in questo articolo la trascrizione di due manoscritti, inediti per la loro caratteristica, pregni di un valore storico-sociale, devozionale, economico ed artistico, che rappresentano uno spaccato della vita religiosa del paese alla fine del ‘700.

Entrambi narrano le vicende di committenze ed arrivo di due simulacri lignei: il primo, del 1738, riguarda la statua della Madonna Immacolata, per l’omonima Confraternita di Tutino, e pubblicato da Roberto Baglivo nel suo libro “La Confraternita dell’Immacolata nella cappella di San Gaetano di Tutino” edito dalla Congedo – Galatina 1996; il secondo, rinvenuto nell’archivio della chiesa ex convento di San Domenico di Tricase da parte del signor Carmine Cazzato[2].

Il documento narra l’arrivo, nel 1790, della statua a “macinola” della Madonna del Rosario, per la Congregazione della Santissima Vergine del Rosario di Tricase.

L’importanza dei suddetti documenti sta nel fatto che si riesce a dare certezza del periodo di realizzazione, pur non conoscendo i nomi degli artisti, le notizie circa i tessuti usati, la foggia degli abiti, gioielli, i fatti dolorosi o lieti, e le fatiche dei Confratelli che a piedi andarono a Gallipoli per trasportare a spalle le statue nei suddetti paesi. Singolare è anche il trasporto di questa merce che avveniva per via marittima, confermando la difficoltà dei trasporti per via terra, stante l’inesistenza totale o quasi di rete viaria adeguata nell’intero “Regno” alla fine del XVIII secolo.

La merce, imbarcata sui bastimenti, veniva trasportata da Napoli a Gallipoli, diventata polo di attrazione dei traffici commerciali, pur non disponendo di un sicuro porto, ma di una semplice rada[3], a malapena protetta dai bastioni di San Giorgio e di San Francesco di Paola.

Infine non può sfuggire la considerazione che, in quell’epoca, i piccoli centri, le chiese, i conventi, i nobili e le confraternite della provincia, si rivolgevano alle migliori botteghe napoletane per avere pur sempre prodotti di qualità, anche se realizzati nel materiale più modesto, il legno, preferito al marmo in quanto più economico[4].

Madonna del Rosario (1790)(ph Antonio Faita)

Qui di seguito riporto l’interessante ricostruzione del primo documento:

            Il 29 settembre dell’anno 1737, nella sede della congregazione, terminati i divini uffici, il molto Rev Don Scipione De Angelis all’epoca arciprete e prefetto, propose ai fratelli riuniti in assemblea, di vendere l’olio del valore di 60 ducati, depositato presso il rev don Lazzaro Rizzello e destinare il ricavato alla compra della statua della Vergine Immacolata.

La proposta, già autorizzata dal Vicario di Alessano, fu accolta e la decisione riportata sul Libro delle conclusioni dal confratello notaio Alessandro Giaccari di Tutino.

In nove mesi esatti l’operazione fu portata felicemente a termine. Il 1° luglio del 1738 l’attuale statua della Madonna Immacolata, proveniente da Napoli, giunse a Gallipoli per via mare. Il mercante Quintino Barnetta di Gallipoli anticipò le spese di nolo e di assicurazione a carico della confraternita, come pattuito con l’ignoto statuario di Napoli.

Inoltre, portò la statua nel suo magazzino in città e la preparò per la consegna agli interessati.

La mattina del 2 luglio 1738 alcuni confratelli dopo aver comprato delle corde e delle aste di legno, si avviarono a piedi verso Gallipoli. A Ruffano fecero colazione e acquistarono del vino. Giunti a Gallipoli, quand’era ormai sera, si fermarono alla taverna detta la Frasca e da mangiare comprarono sarde, agli, pepe e stoppelli uno e mezzo (circa 10 Kg) di biada per le cavalcature (forse due cavalli). Il giorno dopo acquistarono del pesce, cipolle, “ cocozze” e dell’olio che consumarono in una taverna nella strada di ritorno. Al “tavernaro” pagarono il vino, il sale, la legna e il lavoro di cucina. A Matino tramite un uomo del luogo, acquistarono venticinque carrafe (16 litri) di vino per ristorarsi. Era sera quando arrivarono a Ruffano, qui comprarono nuovamente del vino, uno stoppello di fave cucinate, l’olio per condirle, due cocomeri e la biada per i cavalli. A Specchia dell’acquavite per lavarsi le ferite al collo, probabilmente causate dalle aste di legno su cui avevano adagiato la pesante statua della Madonna. Poi il gruppo si divise, quindici persone continuarono con la statua verso Alessano, gli altri con la baretta che era servita per trasportarla, fecero ritorno a Tutino.

Giunti ad Alessano, il Vescovo che avrebbe dovuto benedirla si trovava a Leuca, così il gruppo lasciò la statua nel vescovato e ritornò a Tutino. Il giorno 6 luglio i confratelli si recarono ad Alessano per riprendere la statua della Madonna e portarla finalmente nella cappella della Congregazione.

Quest’impresa fu compiuta dalle seguenti persone i cui nomi mi pare giusto riportare: Don Onofrio Murro (assistente), che annotò le spese, Don Orazio Zocco (aiutante), Don Antonio Biandolino (anche aiutante), mastro Celestino Fersino (ingegnero), Fortunato d’Ostuni (suo discepolo e aiutante), Antonio Maria Rizzo, Antonio Alfarano, Domenico D’Amuri, Domenico Carrozzo, Domenico Antonio Orlando, Domenico Musio, Ippazio Piscozzo, Caitano Bindolino, Carmino Reo, Vito Rizzo, Francesco Cabballo, Saverio di Lazzaro Murro, Nicolò Antonio Biandolino.

Vi parteciparono anche le sotto elencate persone che il giorno 3 luglio andarono incontro al gruppo suddetto portando da Specchia il loro aiuto e due rotoli (poco meno di 2 Kg) di formaggio: Domenico d’Orazio Orlando, Paolo Greco, chierico Vito d‘Ostuni, Domenico Gnoni, Oronzo Macrì e Francesco Coluccia.

Nel secondo documento, molto più corposo del precedente, si apprende come l’iniziativa partita dalla Confraternita del SS.mo Rosario, organata nella chiesa di San Domenico, si sia allargata ben presto in un clima devozionale generale a tutta la popolazione investendo anche le classi sociali più alte. Importante è anche la conoscenza di queste statue a “macinola”, così chiamate poiché su una intelaiatura di legno venivano montate le mani, i piedi e la testa, le uniche parti ad essere intagliate.

Nell’anno 1789, e propriamente nel mese di Ottobre qui in Tricase, in questa Congregazione sotto il titolo della SS.ma Vergine del Rosario, sita nel recinto del Venerabile Monistero di San Domenico, continuando l’ufficio di Direttore dell’istessa Congregazione il zelantissimo Padre Lettore Fra Agostino Ajmone dell’ordine suddetto, cittadino della Terra suddetta, e trovandosi Priore, ossia Prefetto, Michelangelo Legari della surriferita Terra, uomo esemplare ed inclinato molto al culto del Signore e della SS. Vergine, per cui più volte per acclamazione dè fratelli confirmato fù in tal carica. Il medesimo, veggendo i Fratelli tutti non poco divoti della Beatissima Vergine del Rosario, li radunò un giorno di Domenica nella Congregazione ad sonum  campanę ut moris est, e dal suo luogo così cominciò a parlare:

Fratelli miei carissimi, essendone noi tutti congregati sotto lo stendardo della SS. Vergine del Rosario, ogni ragion vuole che da noi si prestassero quei dovuti ossequi, che ben convengono a questa Signora ben degna Madre di Dio e nostra special Avocata, per maggior gloria del Signore e di essa ancora. E comeche in ogn’Anno dalla nostra Congregazione si celebra con solennità il giorno dell’Ottava del SS. Rosario di detta Beatissima Vergine secondo il solito, come sapete colla Messa cantata, Orazione Panegirico e Processione. Il più delle volte detta processione non si è fatta per mancanza della statua, per cui le nostre funzioni poco o niente han fatto comparire; e sebbene quella facilmente si potrebbe avere ad imprestito nell’occorrenza non siamo però sicuri che sia per essere sempre a nostra disposizione, sicchè io per questo vi ho fatto qui radunare, acciò ci risolvessimo far scolpire a nostre spese la Statua della Beatissima Vergine col Bambino Gesù ed anche le due corone di Argento, nonché le Perruchhe, Base, Rosarj, e tutto quanto insomma per un’opera sì pia necessita.

Assicurandovi, che se voi tutti contribuirete l’elemosina per la costruzione di quanto vi ho prospettato, il Signore ci rimunererà di Beni spirituali e temporali ancora.

Non tantosto finì di ragionare il cennato Prefetto Legari, che in un baleno i Fratelli accesi si videro dal sacro zelo, e viepiù accresciuta in essi la divozione, si fecero dinanzi e tutti avvampati di amore verso la Beatissima Vergine, ardentemente risposero sì sì, si faccia pure quel che da te a noi è stato proposto, non solo a nostre spese, ma a costo pure della propria vita se abbisognasse: poiché ben conviene che nella figura si adori il figurato. Ed ecco che immantinente depositarono nelle mani del cassiere Signor Don Tommaso Caputo altro zelante Fratello le di loro elemosine, come successivamente si osserva[5].

Raccolta tal descritta somma il cennato Priore Legari diede le premure al di lui figlio Don Francesco, il quale portar si dovèa in Napoli, orinandoli che senza indugio accelerar dovesse la partenza per far in sua presenza costruir detta statua. Il Medesimo Don Francesco per tal disimpegno con tutto piacere e sollecitudine partì da questa Terra ed appena giunse nella Capitale non mancò di metter in esecuzione quanto il di lui padre incaricato gli avea. Cosìche trovati avendo i Mastri delle rispettive Arti, procurò prima di tutto cattivarsi la benevolenza di coloro per mezzo di alcuni presenti, interessando se stesso acciò l’opera riuscisse in tutto perfetta. Si scolpirono in tanto con tutt’attenzione la Statua, col Bambino, e la Base, e si fecero ancora la Macinala, e le due Aste per il prezzo di docati quaranta cinque e grani novanta: dico 45,90.

In seguito si fecero le due Perrucche per il prezzo di docati otto. Le rigaglie fatte ai giovani dè respettivi Mastri, Intagliatore, Scultore ed Indoratore importarono carlini ventiquattro.

La cassa per la statua, e la scatola per il Bambino, e per le due Perrucche si pagarono carlini trentotto e grana cinque. Le rigaglie fatte interpellatamente a Facchini che si infastidiavano di passar i pezzi dell’opera da una bottega all’altra ed indi caricarla intieramente entro le casse alla Marina posandole nella Barchetta che le dovea montar sulla Nave ascesero a carlini diciotto e grana sei compresi in questa spesa la carta, spago, funicella ed i Marinai della Barchetta.

Insomma si spese in Napoli per tutto docati sessantadue e uno grano. Si spedì alla fine da Napoli la Statua colle divisate cose per la volta di Gallipoli sopra una Tartana nominata l’Anime del Purgatorio, e col procaccio il sopranominato Signor Don Francesco Legari acchiuse la Polizza di Carico diretta al Signor Don Michele Chianca di questa Terra Regio Cassiere in detta Gallipoli in data de 18 Marzo 1790.

Ma oh Dio l’infausta notizia. Mentre la Statua suddetta da Napoli si passava in Gallipoli egli Don Francesco da Napoli passò all’altra vita, dopo aver sofferto una grave infermità, con sommo dispiacere di tutti. Forse chi sa, il Signore l’avrà chiamato a sé mediante il Patrocinio della SS. Vergine, per rimunerarlo di tali fatighe. I fratelli però considerando quanto gli, erano tenuti non mancarono per atto di gratitudine di far celebrare nella Congregazione un funerale in suffragio di quell’Anima; porgendo anch’essi preghiere al Signore che siccome la Statua felicemente era capitata nel Porto di Gallipoli pel  suo Divino ajuto, così pure capitar facesse nel Paradiso per la sua infinita Misericordia l’Anima di quel pio Sacerdote. Recatasi non per tanto la notizia per l’arrivo felice della saputa Statua, approdata già nel porto di Gallipoli il dì 10 maggio, si fecero nella Congregazione i dovuti i ringraziamenti al Signore e dopo il Priore Michelangelo Legari lasciando da parte il pianto, ed il cordoglio, ed uniformatosi al Divino volere per la morte del caro suo figlio tutto allegro partì per Gallipoli, portando seco il Sagrestano della Congregazione Mastro Paolino Peluso ed otto altri Fratelli i quali si esibirono gratis per condurla sopra due aste da quella città in Tricase: e furono Domenico di Carmine Piccinno, Pietro di Domenico Peluso, Pasquale di Tommaso De Giorgi, Domenico di Giuseppe Minutello, Domenico Piscopiello, Antonio di Francesco Minutello, Cipriano di Giuseppe Scarascia, ed il novizio Fedele di Francesco Panico cui la Congregazione somministrò i soli cibari nella spesa di carlini diece.

Sicchè dopo aver pagato il nolo di carlini trenta fecero ritorno colla Statua della Beatissima Vergine e giunsero qui in Tricase il dì 13 maggio giorno solenne dell’Ascensione, e giorno anche di allegrezza nel Paese per l’arrivo della Gran Signora Maria, di maniera tale, che i cittadini in sentire che i Fratelli del Rosario con tanto impegno mandato aveano in effetto opera sì pia, si accrebbe anche in essi la divozione ed a quelle de’ Fratelli unirono pure le dì loro elemosine per il totale compimento dell’opera.

Prima d’ogn’altro si devono registrare in questo luogo i Signori Don Pasquale Montani, e la di lui degnissima moglie Donna Marianna Pisanelli, che con ogni rispetto e venerazione l’accolsero nella propria casa, e vedendo che andava ignuda si mossero a pietà della Madre di Dio, e del figlio, e colle lacrime sugli occhi li fecero un presento di vestimenti, e galanterie consistenti in una camiscia d’orletto colli suoi merletti guarniti con mezzilli, e la geppettina coll’istessa guarnizione del valore di carlini dodici; un busto tutto guarnito del valore di docati quattro; un sottanino bianco di spica nuovo apprezzato carlini sedici; un ricatino di calamo in seta apprezzato carlini trenta; un abito di drappo in seta tutto compito del valore di docati sedici; un Manto d’Amoerre a color torchino apprezzato docati tredici; il pezzillo d’Argento ornamento dell’istesso di peso once 2 carlini trenta; una veste al Bambino di Amoerre di Firenze con Pezzillo carlini ventiquattro. Per manifattura carlini quindici. Una medaglia d’argento a filograna carlini ventisei. Dodici file di passanti d’oro del valore di docati diece. Quattro file di passantelli d’Oro alla mano del Bambino e due altre file più grosse al collo con un Coretto d’oro apprezzati docati cinque. Una Zucchella a color di rosa per fascetta al detto Bambino, carlini due.

Questi mobili tutti ascendentino alla somma docati sessantacinque e grana trenta donarono alla Beatissima Vergine ed al Bambino con tutta benevolenza: e per restare viva memoria, ordinarono, che si portasse nella di loro casa il Notare Francesco Domenico Marra, e fattosi in un foglio il notamento, come sopra, corroborato fu colle respettive firme dei signori suddetti e col segnio dell’istesso Notare, e dopo colle proprie mani lo consegnarono al Padre di questa Venerabile Congregazione per essere conservato dai Fratelli.

Vestita dunque di tali donativo ed al meglio che si potè umanamente da cotesti Signori altro non mancavano che le sole corone per il compimento dell’opera. Ed ecco, mercè l’ajuto del Signore, che a tempo portate furono dall’orefice Mastro Donato Zaccaria della Città di Lecce, poiché il medesimo aveva avuto la cura di farle lavorare in Napoli per ordine dè Fratelli. Onde si pesarono, ed il valore intrinseco del puro Argento d’ambe le corone ascese a docati trentanove, e carlini sei. L’indoratura a docati diece ed il lavorio una col porto da Napoli docati venti. In tutto importavano docati sessantanove e carlini sei. Ma egli l’Orefice devoto anche della Beatissima Vergine, volle al pari degli altri dimostrare il suo buon animo e si contentò di riceversi per mano del Depositario Signor Caputo la somma di docati sessantaquattro e il di più ch’era di docati cinque e grana 60 lo donò alla Beatissima Vergine. Sicchè ambedue incoronati furono, egli il Figlio qual Re dei Re ed ella la Madre qual Regina del Cielo, e della Terra. A sì bella, e maestosa comparsa, s’accrebbe nel cuore, e nel volto di chi li mirava un sommo gaudio ed una somm’allegrezza, e con festa, e giubilo trasportati furono nella Chiesa di San Domenico, non solo per render grazie al Signore Iddio, che compiaciuto si era di secondar le di loro brame, ma bensì per esser vagheggiati ed adorati da tutti.

Non si tralascia di farsi menzione degli altri donativi  fatti d’altre persone divote. La prima, che no si palesa, donò docati diece. La signora Francescantonia Elia vedendo che il di Lei sposo Don Fisico Francesco Saverio Raeli a momenti era per esalar lo spirito, ricorse con tutta fiducia alla Beatissima Vergine pregandola che si degnasse liberarlo dai fieri dolori che ridotto l’aveano a sì misero stato, ne ottenne subito la grazia onde donò alla detta Beatissima Vergine docati undici, per quanto appunto fu apprezzata la di lei catena d’oro, come promesso gli avea. Vincenzo di Andrea Musio donò anche per sua divozione ducati diece sul prezzo delle due corone, e sua moglie carlini diece.

La Cassa di Deposito di questa Venerabile Congregazione esitò per mano del Depositario Don Tomaso Caputo a saldo del totale importo della descritta già terminata opera la somma di docati trentacinque grana quarantadue e cavalli nove.

Giuseppe Cito donò il Rosario, ed un faccioletto di seta ed un San Donato d’Argento colla zaccherella l’istesso Giuseppe Cito.  Francesco di Vincenzo Cito donò l’altro Rosario.

Le due Medaglie a filograna d’Argento, quella che sta legata al Rosario della Beatissima Vergine la donò Donna Marianna Pisanelli, come dal notamento, e l’altra, che sta legata al Rosario del Bambino la donò Cesaria Martella moglie del cennato Vincenzo Musio.

I due fiori che tengono nelle mani la SS. Beata Vergine, ed il Bambino Gesù furono donati dal suddetto Padre Lettore Fra Agostino Ajmone.

Si è fatta precisa memoria di tutto, a solo fine che i presenti, e quelli che han da venire sapessero distintamente, il come, il quando, chi e da chi si è costruita la saputa Statua col Bambino,la macinola, la base le due Parrucche,le due corone e tutto quanto si è descritto.

In fine, viene qui di seguito riportato un sintetico resoconto delle spese sostenute:

L’introito fattosi dal Depositario Signor Caputo per le contribuzioni dè Fratelli, e Cittadini divoti appartenentino alla Costruzione di opera sì Santa ascende a docati novantaquattro, grana cinquantotto e cavalli ……94,58

Si esitò per la statua col Bambino, Macinala, Base, Aste, docati quaranta cinque e carlini nove … 45,90

Per le due Parrucche docati otto…8,00

Rigalie fatte ai giovani delle rispettive Arti… 2,40

Per la cassa, e scatola …3,85

A facchini ...1,86

Per il nolo a Gallipoli …3,00

Per cibari a quei che la portarono da Gallipoli qui in Tricase …1,00

Per le corone …64

In tutto……………… 130,01

Esito                            130,01

Introito                       94,58

 

La Cassa del Deposito questi a saldo            35,42

                                                                       Don Gaetano Caloro Segretario


[1] Cfr. D. RICCHIUTI, Intervento prefattivo, in Confraternite arte e devozione in Puglia dal Quattrocento al Settecento, a cura di C. GELAO, Ed. Electa , Napoli 1994, p. 15.

[2] C. CAZZATO, Memorie sulla costruzione della statua della SS. Vergine del Rosario (1789), (tesi di laurea anno accademico 1983/84), appendice La chiesa e il convento dei P.P. Domenicani di Tricase,  p. 81; G. PISANELLI, Memoria sulla costruzione della SS. Vergine del Rosario in Notizie su uomini cose ed immagini di Tricase, Ed. Grifo, Lecce 1990, p. 50; S. DE BLASI, La costruzione della statua della Vergine del Rosario nel 1790, in Tricase un episodio di “devozione” popolare nella chiesa di San Domenico, bollettino parrocchiale “Siamo la chiesa” a cura della Parrocchia Sant’Antonio da Padova in Tricase, Anno 30, n. 4-5-6 / 2002, p. 73.

Ringrazio il gentilissimo Professore Salvatore Cassati, per avermi inviato la trascrizione dattiloscritta del documento.

[3] J.H. VON RIEDESEL, Nella Puglia del Settecento, a cura di Tommaso Pedio, Ed. Capone, Lecce 1999, p. 68.

[4] M. PASCULLI FERRARA, Contributo per la scultura lignea in Capitanata e in area meridionale nei secoli XVII – XVIII in Contributi per la storia dell’arte in Capitanata tra medioevo ed età moderna, Ed. Congedo, Galatina 1989, p. 56.

[5] Ho ritenuto opportuno di non riportare qui di seguito il lungo elenco dei cittadini che contribuirono all’acquisto della statua con le relative quote versate, per ovvie ragioni di spazio.

Pubblicato su Il Bardo, Anno XVIII-2008, n°1

2 Commenti a Da Napoli a Gallipoli. Due statue processionali per la chiesa di Tricase

  1. un sentito ringraziamento ad Antonio per questo impegnato contributo, che sottolinea l’importanza della cultura e dei trascorsi fasti della città di Gallipoli.

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