Il complesso conventuale dei padri Domenicani di Muro Leccese

di Romualdo Rossetti

 

Da sempre luogo di preghiera e di cultura, l’attuale complesso conventuale dei padri Domenicani di Muro Leccese sorse su ciò che rimaneva di un importante cenobio basiliano dedicato al culto di S. Zaccaria, rientrante, secondo quanto afferma lo storico murese Luigi Maggiulli nella sua Monografia di Muro Leccese, nell’orbita politico-amministrativa del più celebre monastero basiliano del Salento, quello di S. Nicola di Càsole, fatto erigere dalla lungimirante politica di Boemondo di Taranto, figlio di Roberto il Guiscardo nel 1098 e raso completamente al suolo dalle feroci armate ottomane di Maometto II° durante l’assedio di Otranto del 1480.

Con la distruzione ad opera dei Turchi del monastero di S. Nicola di Càsole, prima “Universitas” letteraria ante litteram dell’intero bacino del Mediterraneo, fu inevitabile l’emergere di un lento ma inesorabile declino anche degli altri cenobi basiliani del Salento. Di conseguenza, anche il monastero di S. Zaccaria in Muro, come quello di S. Spiridione in Sanarica (ora masseria Incanelli), patirono la stessa sorte del primo, in maniera, forse meno eclatante, ma sicuramente non meno spiacevole per ciò che poteva concernere la salvaguardia della cultura e della tradizione greco-bizantina nel tacco d’Italia.

Nel 1561 sulle rovine dell’antico cenobio basiliano, il principe di Muro, Giovan Battista I° Protonobilissimo volle che si riedificasse un nuovo sontuoso complesso coventuale e si rivolse per l’occasione al sostegno dei frati dell’Ordo Praedicatorum di S. Domenico di Guzmàn.

Il principe donò ai padri Predicatori, meglio noti col nome di Domenicani, affinché si potessero ben sistemare in paese, i poderi che erano stati dell’antico cenobio basiliano di S. Spiridione in Sanarica ed il patrimonio terriero di S. Zaccaria che, all’epoca, risultava però ancora essere un “beneficio” dei preti di rito greco, ancora officianti in Muro ma destinati ben presto a scomparire del tutto.

Il 13 dicembre dell’anno del Signore 1562 il vicario Generale dell’Ordine Domenicano fr. Pietro d’Alicante, proveniente da Roma insieme ad alcuni membri della sua famiglia religiosa, prese ufficialmente possesso del sacro sito. Il nuovo monastero si trasformò, di fatto, in convento.

Fu terminato nel 1583 e fu consacrato questa volta non più alla venerazione di un santo, bensì testualmente all’adorazione del “Santo Spirito” e non come comunemente si poteva aspettare, dalla formula romana riformata, dello “Spirito Santo”. Tale scaltro espediente lessicale, secondo alcuni storici, fu posto in essere dai Domenicani per non urtare eccessivamente la sensibilità di quei muresi che per anni ed anni avevano conosciuto quasi unicamente la liturgia greca che prevedeva la dizione invertita del lemma, ovverosia quella di “Aghios Pneuma”.

Dovette essere quello un periodo molto fecondo, sotto il profilo religioso e culturale, perché una ventina d’anni dopo l’ingresso dei padri Predicatori di San Domenico a Muro, il complesso architettonico del monastero crebbe in tal misura da divenire un punto di riferimento di notevole valore artistico-culturale non solo per il paese ma per l’intera penisola salentina. Fu, poi, per volontà di Cornelia de’ Monti, consorte del feudatario, il principe Giovanni Francesco IV° Protonobilissimo, che si innalzò, adiacente al monastero, una chiesa monumentale ricca di pregevoli fatture barocche-floreali, idonea alle celebrazioni delle funzioni religiose che presumibilmente, in origine, venivano effettuate all’interno della struttura stessa.

Nel 1706 il principe Alfonso Protonobilissimo ampliò ulteriormente la struttura edificando uno studentato, che fece sì che il monastero domenicano di Muro fosse noto in tutto il Regno delle Due Sicilie per l’ospitalità destinata agli studenti, congiuntamente alla serietà degli studi teologici e filosofici in esso praticati.

L’opera spirituale dei Padri Domenicani divenne così presente e beneamata in paese che accolse nella propria sede la costituzione di due confraternite religiose. La prima fu quella di Maria SS. Del Rosario di cui i padri furono ferventi ed assidui apostoli della devozione e della pratica, la seconda fu la confraternita degli “Angeli Custodi”. Entrambe queste congregazioni religiose ebbero in paese numerosi proseliti.

Tale luogo di studio e di preghiera, che nel 1703 ebbe addirittura un Capitolo Provinciale, per effetto dell’abolizione napoleonica degli ordini religiosi possidenti venne soppresso nel 1809. I frati predicatori, così, si videro loro malgrado costretti ad abbandonare la loro sede e non fecero più ritorno.

Quando i Borboni, dopo le vicende napoleoniche, fecero rientro dalla Sicilia reinsediandosi sul trono di Napoli nel 1815, pur mostrando di volersi interessare del recupero delle case religiose e delle chiese abbandonate trascurarono totalmente le sorti del monastero domenicano di Santo Spirito in Muro. Tale luogo non venne ripristinato al culto e i suoi possedimenti furono ceduti al Vescovo di Trivento, e successivamente a quello di Ugento che non sapendo assennatamente amministrarli ben presto vennero dissipati.

Intorno al1830, a Muro, per motivi di pubblica salute, si cominciò ad erigere un nuovo cimitero. Tale luogo di sepoltura sorse adiacente alla chiesa del complesso. Motivo principale di quella scelta, che ora, ai più, pare infelice, fu probabilmente dettata da un lato, per motivi prettamente igienici, dalla lontananza dal centro abitato e dall’altro, per motivi prettamente pragmatici, dalla presenza di una chiesa idonea a celebrare le esequie religiose dei defunti. Dai verbali delle varie visite diocesane si evince lo stato di incuria che il sacro sito subì dalla fuga dei padri Domenicani.

Intorno alla prima metà del XX° secolo il complesso conventuale, benché in pessimo stato di conservazione esisteva ancora nella sua quasi completezza e ciò è testimoniato da una foto in bianco e nero che l’amministrazione comunale riuscì ad ottenere dall’archivio fotografico dei fratelli Alinari. Successivamente, intorno agli anni del secondo conflitto mondiale, le intemperie e l’opera di demolizione sistematica, autorizzata, peraltro dalle autorità dell’epoca  fece sì che andassero perduti più di due terzi dell’intero complesso architettonico. Il monastero si tramutò in una cava a cielo aperto ed i preziosi reperti in esso contenuti andarono dispersi. Si utilizzarono le pietre delle murature come materiale da costruzione per altri luoghi. Gli unici elementi volumetrici che resistettero agli agenti atmosferici e al sacco continuo furono rispettivamente: l’imponente struttura della chiesa di S. Domenico, il chiostro e la parte relativa al refettorio più recente. Ben poca cosa che potesse richiamare alla mente di chi si trovava ad osservare distrattamente quei ruderi adiacenti al cimitero del paese quella fucina del sapere e quel faro di cultura religiosa che illuminò per anni ed anni l’intera penisola salentina.

Fu proprio a partire da quella fotografia in bianco e nero scattata con perizia magistrale, intorno agli anni trenta del XX° secolo e rintracciata presso l’archivio fotografico dei fratelli Alinari di Firenze, che sorse nella coscienza di alcuni amministratori muresi l’idea di intervenire architettonicamente per riedificare le parti crollate o intenzionalmente demolite del monastero di Santo Spirito. Quella fotografia immortalava una struttura imponente ma lineare, per niente ridondante, essenziale nella sua spartana razionalità.

Quell’antico monastero, sin dalle sua fondamenta, sembrava emanare un fascino severo che richiamava alla mente, nell’attento osservatore, il rigore degli studi teologici e filosofici in esso per anni ed anni diligentemente effettuati. L’unica associazione culturale del paese che si adoperò autonomamente per la tutela di quel bene fu il Centro di Cultura Sociale e Ricerche Archeologiche “San Domenico” ma quegli interventi, seppur meritevoli di lode, un po’ per la scarsezza dei mezzi economici a disposizione dell’associazione, un po’ per la generale indifferenza della popolazione murese a riguardo, si limitarono alla superficiale manutenzione del chiostro e dei refettori già esistenti. Fu con l’amministrazione Negro che il sogno di quanti avevano a cuore la grandezza dell’antico monastero di Santo Spirito divenne, in buona parte, realtà. Le difficoltà tecniche parvero subito enormi, ma non irrisolvibili. Superate le prime resistenze culturali di quanti in paese avrebbero preferito un restauro di consolidamento senza riedificare la parte mancante si procedette, con spirito ottimistico, invece ad un restauro di completamento. Bisognava partire da quella fotografia in bianco e nero per poter tracciare un’approssimata mappatura delle mura perimetrali ed interne. Si utilizzarono tecniche fotogrammetriche che consentirono con l’ausilio di competenze informatiche proiezioni in 3 D che permisero di definire, con un margine d’errore molto limitato, la volumetria dei locali scomparsi.

Successive campagne di scavi, il consolidamento delle volte e delle murature esistenti, conseguenti pubblicazioni scientifiche e meticolose ricerche di fonti storiche permisero la riedificazione di quel Dedalo del sapere, che nel passato fu l’orgoglio del paese. In costante accordo e sotto la supervisione della Soprintendenza ai Beni Architettonici di Lecce si procedette al consolidamento della struttura esistente e alla riedificazione della restante parte. Si utilizzarono maestranze specializzate unitamente a diligenti lavoratori R.S.U. Non furono poche le sorprese che emersero durante i lavori. Le più importanti furono un affresco parietale che venne alla luce in una delle stanze attigue alla chiesa di S. Domenico raffiguranti il busto di una santa domenicana in abito talare. Consistenti contributi comunali, provinciali e regionali devoluti per il ripristino del bene architettonico uniti ad una sagace utilizzazione delle maestranze specializzate permisero di ricostruire, seppur parzialmente parte dell’antico monastero.

Va in questa sede ricordato che la struttura in questione, precisamente la chiesa di San Domenico, ha avuto l’onore di ospitare nel maggio del 1996 la riunione informale del Consiglio dei Ministri dell’Agricoltura dell’Unione Europea. Dopo la buona riuscita di tale evento, molteplici parvero le ipotesi di riutilizzo della struttura restaurata. Si cercò in un primo tempo di far ritornare a Muro i padri Predicatori ma sia per la carenze vocazionali dell’Ordine in Italia e nel Meridione in particolare, sia per problematiche d’alloggio non fu possibile persistere nel progetto. Stessa cosa accadde con alcune suore della Congregazione religiosa delle Piccole sorelle di Gesù; una famiglia spirituale cattolica sorta nel 1939 ispirata dal modello di vita cristiana di Charles de Foucauld, all’epoca non ancora proclamato beato, alle quali parve impossibile prendersi cura del complesso monastico per la dimensione del luogo restaurato. Si pensò, allora, di mettere a disposizione il sito per incontri a carattere ecumenico, tenendo presente che nel 1999 si era tenuto un importante incontro ecumenico tra le culture religiose monoteistiche del Mediterraneo alla presenza congiunta dell’Arcivescovo di Otranto S.E. Mons. Francesco Cacucci e di S. E. Gennadios Zervos Metropolita della Sacra Arcidiocesi Greco Ortodossa d’Italia, ma anche questa possibilità di utilizzò svanì ben presto presumibilmente per il trasferimento conseguente la nomina pontificia di S.E. Mons. Francesco Cacucci alla guida dell’Arcidiocesi di Bari. Con questa scelta politico-amministrativa posta in essere dall’allora Papa Giovanni Paolo II il dialogo ecumenico in Terra d’Otranto, di fatto però, si affievolì sempre di più fino a scomparire quasi del tutto dalla scena.

Attualmente nella parte superiore della struttura è ospitato il Laboratorio di Archeologia Sperimentale diretto dalla cattedra di Urbanistica del Mondo Classico del corso di Laurea in Beni Culturali dell’Università del Salento tenuta dalla Professoressa Liliana Giardino.

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