I Tafuri… senza peli sulla lingua!

antico stemma dei Tafuri

 

di Piero Barrecchia

 

Non di rado in terra salentina capita di imbattersi in brandelli del passato, in qualche cimelio di vita consumata tra meandri di palazzi ed alternanze di luci ed ombre di chiostri familiari, tra ruderi e restauri sapienti.

Non di rado in terra salentina, succede di far conoscenze con chiarissime casate nobiliari, colonizzatrici di questa penisola, quasi mai indigene.

Spesso in terra salentina, si è accolti da parenti desueti, di un aristocratico lignaggio, che t’accompagnano lungo il perimetro dei loro manieri, accostando gli usci per impedire la violenza della luce, svelandosi tara le ombre, in quella prorompente discrezionalità e riservatezza, incomprensibile ai più.

Ti esibiscono le loro facciate, tra casine, dimore di residenza e perpetui riposi, tra paraste sinuose o liscie pareti, a volte essenziali, in stile rinascimentale, a volte sorprendenti, in  tardo barocco, rococò o neogotico. Lasciano tracce ed al contempo fuggono dalla tua conoscenza. Tale è il D.N.A. tratto dal midollo storico ed architettonico della famiglia nobiliare dei Tafuri. E non se la prenda qualche discendente, che non ho il piacere di conoscere, ma i suoi antenati sono così schivi da non consentirmi la sua vicinanza, poiché nobili, letteralmente e formalmente nobili, di quella nobiltà ortodossa, inviolabile che non si concede e non permette che l’altrui sguardo varchi la soglia della blasonata casa, per non compromettere la discendenza della stirpe, per non consentire miscele sanguinee o intellettuali, se non a casati con pari requisiti.

E non fanno poi tanta fatica a nascondere la loro indole se tra le loro dimore visitate ho ben percepito, oltre all’eleganza usata e mai esagerata, una certa soggezione ed un certo disagio nel porgere anche e solo lo sguardo sui loro domicili.

Non vi è possibilità di penetrare nelle loro stanze e loro stessi mi avvertono di non attendermi un invito all’ingresso, uno zerbino con su scritto “Benvenuto”.

Il loro diniego ad un’estranea visita è esplicitato in parole, motti e figure.

Sembra volerlo ripetere un qualsiasi pertugio dei loro prospetti “Voi siete un’altrà realtà, qui è un altro mondo, un altro modo di esistere. Ammirateci pure dall’estrerno, ma non vi è concesso entrare nelle nostre viscere. Quel che nostro è nostro!”. Se l’Ade dantesca ostacola l’ingresso alla speranza, l’Eden dei Tafuri è inaccesibile ad anima e corpo. Sfido il visitartore a soffermarsi sul varco principale di una qualsiasi loro dimora e di trovar aperto un varco. Sfido il visitatore a voler percepire qualsiasi forma di benvenuto, nel second’ordine del piano nobiliare, racchiuso in perimetri di finestre serrate al pubblico. Sfido il visitatore a trovar ampie balconate nei loro prospetti. Risulteranno prettamente estetiche, assolutamente impraticabili, quasi un auto-impedimento, affinchè sia precluso ogni contatto tra i due mondi.  Sfido, ancora, lo stesso visitatore ad affermare che non sia stato avvertito, come nel costume dei nobili, con  una frase, con un mascherone apotropaico, con lo stemma stesso.  La pena è un duello subito da parte dell’intervenuto. Antico passo carrabile, divieto d’accesso vetusto, ma sempre e comunque da rispettarsi.

Gallipoli – Palazzo Tafuri, particolare dell’ingresso principale

Così, in Gallipoli, se lo stile rococò, esuberante, invita alla briosità della vita, lo scongiuro alla visita è  percepito dalle serrate imposte ed è amplificato ed esplicitato nell’astrusa capite ingiuriante, che sormonta l’ingresso.

E mentre Soleto si fregia, ora, dei natali del suo Matteo e dell’opera da lui consegnata all’intera comunità, poco o nulla gli interessa della casa natale dell’illustre figlio dei Tafuri. E così, la decadenza e l’incuria osano irrompere nella patrizia dimora, senza, tuttavia, dimostrare alcun coraggio nel contaminare il monito del geniale cittadino: “Humile so et hulmità me basta: Dragon diventarò se alcun me tasta”.

La guglia di Soleto

E gli scrigni residenziali e le ultime dimore dei Tafuri riecheggiano di tal monito in Lecce, Nardò, Galatina, Alezio ed in chissà quante altre località del Salento.

Se lo stemma estrinseca l’indole di una famiglia, allora, è ben esplicita l’araldica dei Tafuri nelle sue due varianti riscontrate.

La prima variante rappresenta una quercia, simbolo della famiglia, sormontata da un’aquila bicipite, spiegando la provenienza albanese della stirpe. Nella seconda variante, è presente la quercia sormontata da saette che, tuttavia, non la scalfiscono!

Gli impedimenti agli accessi nobiliari, come già detto, sono vari, ma esclusivo mi è sembrato l’ultimo ritrovato.

Un palazzo nobiliare seicentesco, la dimora dei Tafuri in Neviano.

Neviano- Palazzo Tafuri – particolare del quadrato

Scansione simmetrica di finestre rinascimentali, misurata eleganza, alcuna prorompenza estetica, asimmetria dell’ingresso principale alla dimora e centralità del sacro. Tutto, o quasi, lineare, se non fosse per quel mediano campanile a vela, che campeggia sul prospetto principale. Tutto, o quasi, lineare, se non fosse per quel finestrone curvilineo che apre uno spiraglio lì, sempre sulla facciata principale. Tutto, o quasi, lineare, anche nel bianco intonaco, se non fosse per quel quadrato lapideo, lì, sulla porta di un probabile luogo di culto, al quale si potrebbe accedere, se non fosse per quella porta chiusa, come nell’indole propria di questa famiglia. Tutto lineare, ma proprio tutto, se la tradizione dei moniti della famiglia Tafuri, anche qui non è smentita, proprio per quel quadrato lapideo, sul quale è incisa la scritta:“QUI NON SI GODE IMMUNITA’ ”.

Esecuzione tassativa a quanto disposto dal Sommo Pontefice Clemente XIII, nella sua “Pastoralis Officii”, nella quale si  elencano le fattispecie di illeciti criminali per i quali è interdetto ogni tipo di immunità e si specificano i luoghi ove godere di tale beneficio e, per il nostro caso, così recita:

 

“”(…) 3. Di immunità ecclesiastica invece non devono affatto godere: ” Le Cappelle, e gli Oratori esistenti nelle Case de’ Particolari, e Magnati, quantunque abbiano privilegio di Cappelle pubbliche, e l’adito in strada pubblica;(…)

4. Affinché queste Nostre sopraddette disposizioni raggiungano il loro effetto, imponiamo ed ordiniamo con la presente Lettera a Voi, Fratelli Arcivescovi e Vescovi, che ognuno di Voi nelle sue rispettive città e in qualsiasi terra, paese e castello delle rispettive diocesi assegni ai rei e ai criminali che si trovano nelle chiese e nei luoghi immuni il tempo congruo, secondo il Vostro giudizio, e si affiggano i pubblici manifesti ed avvisi, informandoli che in avvenire, secondo la Nostra presente Disposizione, in alcune chiese e luoghi sopraddetti non debbano assolutamente godere dell’immunità ecclesiastica coloro che si trovano presentemente accusati di crimini commessi (…)

(…)  Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, sotto l’anello del Pescatore, il 21 marzo 1759, nel primo anno del Nostro Pontificato.””.

E’ ovvio, dunque, che presso la nobiliare dimora dei Tafuri non era prevista tutela dalla legge ordinaria, per ogni tipo di illecito commesso.

Non è invece ovvio ed è del tutto sorprendente e particolare che la disposizione papale, emanata per tutto il Regno, sia stata eseguita letteralmente e pedissequamente, con l’affissione del quadrato presente sul prospetto di Palazzo Tafuri di Neviano.

Non escludo che vi siano disseminati altri esemplari in Salento.

Tuttavia, è sintomatico che il divieto, ampliamente pubblicizzato su una delle dimore di proprietà dei Tafuri, declami la “chiarezza” della nobile famiglia, poiché, come si suol recitare, le cose “ non le manda, certo, a dire!”.

8 Commenti a I Tafuri… senza peli sulla lingua!

  1. l’albero raffigurato nello stemma dei Tafuri è il pino e non una quercia. Inoltre sulla chioma il volatile è una fenice e non un’aquila. Riporto la descrizione o blasonatura dello stemma dei Tafuri di Nardò e Lecce: “d’azzurro al pino al naturale nutrito sulla pianura erbosa, sostenente una fenice mirante il sole d’oro nascente da una nuvola al cantone destro superiore, con altra nuvola al cantone superiore sinistro. Da ciascuna nuvola scattante una saetta di rosso: le saette fiancheggianti il pino”.
    La fenice, come noto, è simbolo dell’eternità

  2. Mi sembra che lo stemma neretino ben coniuga le due varianti descritte nell’articolo. Infatti nello stemma dei Tafuri in Alezio, affisso sull’ingresso principale dell’attuale museo civico, è riportato un albero (io penso ad una palma, ma il sito comunle lo descrive come quercia) sormontato dall’aquila bicipite. in Gallipoli, riferimento Anxa.it, l’emblema è rappresentato da un albero (penso ad un pino) ma il sito lo descrive come quercia, con nuvole nei cantoni superiori sn e dx dalle quali fuoriescono saette che fiancheggiano l’albero, sormontato da un’aquila senza alcun riferimento al sole centrale. Atteso che i Tafuri sono originari di Nardò, penso che si debba dare più credibilità allo stemma descritto nel commento e che gli altri siano blasoni cadetti di ramificazioni familiari che hanno voluto conservare il legame con la comune radice. A proposito della fenice dipinta in nero, qualcuno avanza l’ipotesi che si tratti della rappresentazione di qualche avvenuta sciagura e che ben rappresenta l’indole della famiglia che pur nelle avversità rinasce. inoltre, è doveroso ricordare l’illustre Bernardino Tafuri di Nardò, che diede lustro al genio Salentino con il suo “Storia degli scrittori del regno di Napoli”.
    Errata corrige: in luogo di “liscie pareti” si legga “lisce pareti”. Chiedo venia per l’errore!

  3. I Tafuri utlizzarono come motto di famiglia “POST FATA RESURGO” con chiara allusione alla fenice e quindi alle supposte vicende cui furono soggetti (forse dopo le accuse del mondo accademico alle produzioni letterarie di Giovan Bernardino sui volumi del Muratori).
    Concordo con la palma, anzichè la quercia

  4. Se uno dei rami dei Tafuri era di Nardò (nessun discendente maschio sopravvive), un altro, forse più antico è quello di Lecce e Galatone, al quale appartengono le dimore qui commentate – salvo il palazzo di Gallipoli. Citerò allora il motto di quest’ultimo ramo, che si legge ancora sotto lo stemma angolare del palazzo in piazza Sant’Oronzo, a Lecce (all’angolo con il Corso): “Noli me tangere”. Motto che non potrebbe meglio confermare la tesi dell’autore dell’articolo; il palazzo stesso del resto presenta tutte le caratteristiche di “inespugnabilità” attribuite alla generalità delle dimore della famiglia. Lo stemma di questo ramo non contiene la nuvola né la fenice; l’albero è effettivamente un pino, che in araldica simboleggia la nobiltà generosa. Fu successivamente inquartato, per il solo sotto-ramo di Galatone (ultimo superstite), con due leoni rampanti e, nuovamamente, una fenice. Anche il palazzo di Galatone è ben rinchiuso su se stesso, ed anzi ha quasi le caratteristiche di un’antica fortezza.
    La piccola lapide sul prospetto del palazzo di Neviano sovrasta in effetti l’ingresso della cappella, dedicata a San Liborio, la cui effigie è raffigurata in una grande pala secentesca che si trovava sopra l’altare ed è stata rimossa qualche anno fa. La cappella aveva appunto il privilegio di Cappella pubblica, ed infatti l’accesso dalla strada veniva aperto in occasione della celebrazione della messa. Lo era anche durante la processione della festa del santo patrono, San Michele Arcangelo, la cui statua effettuava ritualmente una sosta davanti alla cappella stessa.

  5. Non sono Napolitano, ma prendo lo stesso atto con profonda soddisfazione e legittimo orgoglio che il potere, se al presente se la cava, spesso col trascorrere del tempo corre il rischio di coprirsi di ridicolo. Mi spiego meglio: “Noli me tangere” è stato per lungo tempo interpretato con “Non toccarmi!”. La locuzione è tratta, com’è noto, dal vangelo di Giovanni (XX, 17), dove è riportata come invito (anzi avvertimento-rimprovero) rivolto da Gesù risorto a Maria Maddalena. È successo quello che fatalmente succede quando una frase viene estrapolata dal contesto. Per farla breve: il verbo originale greco “ἂπτω” significa “toccare” ma anche “ostacolare”, “trattenere” e nella frase greca aveva proprio questo significato, come si deduce dal seguito, per cui la frase tradotta correttamente con quel che segue suona: “Non mi trattenere, perché ho fretta di ascendere al cielo vicino al Padre mio”. Potevano i Tafuri supporre che alla luce di questa corretta interpretazione oggi quel motto significherebbe, passando dal divino all’umano e con tutto il rispetto solo per il primo, “Non trattenermi” e il … naturale seguito sarebbe, tutt’al più, “perché ho urgenza di andare in banca”? E io il potere, di qualsiasi specie, lo manderei volentieri non in banca, ma al bagno …

  6. Mi stupisce l’interesse per la mia famiglia. In quello che è scritto ci sono alcune verità e molti errori.
    La fenice dello stemma del ramo di Nardò e quella (fenice?) del ramo di Galatone o addirittura sullo stemma del ramo di Soleto; il motto che si legge sul palazzo di Lecce e altro ancora.
    Ipotesi, supposizioni, presunzioni!
    Chi accusa di eccessiva riservatezza, chi ci manda in posti non proprio consoni e chi, con un minimo di rispetto, cerca di spiegare cose e fatti che poco conosce.
    In realtà nessuno ha chiesto niente, nessuno pretende che il mondo conosca le evoluzioni e il significato dei nostri titoli e dei nostri blasoni. Noi, io conosco il significato, la storia, l’origine e il perché di ogni cosa che riguardi la mia famiglia; probabilmente trasmetterò quello che conosco a chi verrà dopo di me e tutto rimarrà esclusivamente bagaglio culturale ed eredità storica della nostra “casa” come lo è sempre stato.

  7. Non è l’interesse per la famiglia Tafuri che ha suscitato il mio interesse, quanto ciò che ha prodotto e come lo ha prodotto. Le particolarità penso di averle esternate nella descrizione dell’articolo che nasce da qualche esperienza e da tante impressioni, nel senso etimologico del termine, come penso le esternazioni degli altri interventi, in particolar modo quello di Armando Polito, che finalmente ha ridato l’originaria identità al “Noli me tangere” e redarguito il lettore, con la sua sagace schiettezza, a non intrattenersi sulle esternazioni di nobiltà, oggi anacronistiche, invitandolo ad “intellegere” la forma, a collocarla nel suo tempo ed a trarre il senso dell’essenza . Tornando ai Tafuri, non si può affermare che tal famiglia abbia avuto l’esclusiva di esternare la fama privata su suolo pubblico, come è innegabile ed esclusivo il particolare modo di “comunicazione” con l’esterno. L’orizzonte storico si compone da due punti di osservazione. L’interno, quello del diretto discendente, che ricorda le gesta dei propri avi e ne custodisce la memoria e l’osservazione dalla pubblica via, che interpreta ciò che il privato ha inteso dire al pubblico. L’interiezione tra queste due visioni genera ricchezza. Intendo dire che sia logico che i fatti privati rimangano in famiglia, ma quando il fatto, i personaggi, le architetture confluiscono nel pubblico, divengono pensiero che si infiltra nelle falde del tempo, non più appartenendosi , generando storia, tradizione e pensiero comune. Non se la prenda qualche discendente se con la prorompenza del genio il suo avo Matteo determinò il paesaggio del Salento con il concepimento della famosa “guglia” di Soleto e non se la prenda se simile fu la mole di volute “sciocchezze” storiche del suo Bernardino. Innegabile è l’appartenenza privata delle persone, come altrettanto quella pubblica delle loro gesta e per il prodotto di queste, per la loro particolarità nel caso di specie, è necessario che pubblico sia il tributo.

    • Va bene, il patrimonio culturale generato da una famiglia diventa patrimonio universale. Su questo non ci sono riserve.
      Si consenta però, a qualche discendente, di non concordare su approssimativi significati di simboli e immagini; di dissentire su presunte ricostruzioni storiche delle origini e dei vari rami.
      La nobiltà è anacronistica, il potere non appartiene a quella classe e, considerando i personaggi che oggi lo detengono, meglio starne lontano! Tuttavia la storia rimane e non è possibile fare un fritto misto, scambiando aquile con fenici, palme con querce, nuclei originari con rami cadetti.
      Il precedente mio commento, non era tanto rivolto all’articolo, quanto agli interventi successivi.
      Il primo è una interpretazione personale, condivisibile o no, di aspetti attitudinali, comportamentali riproposti nell’architettura, che ha un riscontro culturale di interesse generale; i secondi invece si addentrano in presunzioni. Intendo dire che, prima di affermare qualunque notizia, bisogna avere certezza che si dica il vero: questa riposa nei documenti storici degli archivi pubblici e privati.
      Allora si lasci attribuire a chi può, se ne ha voglia, dove i Tafuri hanno origine, se l’aquila è tale o no, se la quercia è una palma e così via. Altrimenti si apportano solo congetture che contribuiscono poco ad aumentare quel patrimonio culturale dell’umanità e, in qualche caso, lo appesantiscono solo di false informazioni.

Lascia un commento

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com

error: Contenuto protetto!