Lumìnu: quando la luce non mancava mai… e pure le candele erano un lusso

di Armando Polito

ph Gianluca Nicolella, da http://www.actaplantarum.org/floraitaliae/viewtopic.php?f=102&t=21212

Nome dialettale: lumìnu

nome italiano: ballota, cimiciòtto

nome scientifico: Ballota pseudodictamnus Benth.

famiglia: labiatae

Per lavori in corso qualche settimana fa l’erogazione dell’energia elettrica (la luce) è stata sospesa nella zona in cui abito. Nonostante avessi letto il messaggio di preavviso apposto sul più vicino palo di illuminazione e avessi appreso che la corrente sarebbe stata rierogata in giornata a partire dalle 15, sono entrato in uno stato di nervosismo dovuto non solo alla fatale crisi di astinenza da computer (le pile del portatile non hanno una grande autonomia e, comunque, sarei stato costretto a fare a meno di internet dal momento che il modem del fisso non va certo ad acqua) ma anche al solo pensare agli inconvenienti ulteriori che inevitabilmente si sarebbero verificati se la promessa del messaggio non si fosse avverata. Da qui la caccia forsennata a candele (quando una cosa ti serve non la trovi mai o scopri che qualcuno ha pensato bene di buttarla nella pattumiera) e a lumi a petrolio (siccome sono piuttosto datati quel qualcuno ha pensato bene di conservarli ancora non so per quanto tempo…). Poi il collaudo: la candela c’è ma sono i fiammiferi che non vanno (ho il sospetto che le case produttrici da un po’ di tempo a questa parte facciano la cresta sul fosforo…), un lume c’è ma la carzittèlla1 è rovinata, l’altro è perfetto ma il serbatoio è vuoto, e in casa non c’è una goccia di petrolio…

Sono momenti in cui, anche se lo sguardo si ferma sull’ultima avveniristica lampada da poco comprata, l’agitazione è tale che il contatto obbligato con oggetti non consueti (candele) o addirittura ormai d’antiquariato (lumi a petrolio) non induce a confronti tra il presente e il passato.

Infatti lo faccio solo ora, ma forse è solo un pretesto per aggiungere un altro piccolo tassello all’erbario al quale da qualche tempo ho dato mano, per suscitare nei lettori coetanei qualche ricordo personale e per tramandare, nel mio piccolo, qualcosa del passato a quelli più giovani.

E, per lenire la malinconia, mi rifugio nell’etimologia. Il primo nome italiano e la prima parte di quello scientifico derivano dal latino ballòte, a sua volta trascrizione del greco ballòte2=marrobbio nero; la seconda parte dello scientifico deriva dal greco pseudès=falso e dìktamon o dìktamnon=dittamo3. Il nome della famiglia è il nominativo femminile plurale dell’aggettivo latino tardo labiàtus/a/um=fornito di labbro, dal classico làbium=labbro. Per il secondo nome italiano (cimiciòtto) rinvio, dopo la lettura integrale del pezzo, alla nota 6.

La voce dialettale (lumìnu) mi costringe a reimmergermi nella malinconia, forse quella, paradossalmente, più profonda e dolce, perché legata a ricordi molto sfumati dal tempo. Ho la fortuna di poter vivere con la mia famiglia, dopo qualche anno di vita cittadina, in quella che nella mia infanzia era stata la casa della villeggiatura, all’epoca poco più che una stamberga nonostante godesse affettuosamente da parte dei miei dell’appellativo (lu casìnu) riservato solitamente ad abitazioni in campagna ben diverse. In assenza di energia elettrica per l’illuminazione (notturna!4) si ricorreva abitualmente al lume a petrolio o alle candele, ma lo strumento più ecologico ed economico di tutti era il lumìnu, costituito da un contenitore (di solito un vecchio piatto di creta) pieno per due terzi di olio di oliva e acqua nel rapporto di uno a tre, su cui si appoggiavano dei galleggianti di sughero con un foro più o meno centrale. Poi era il turno del fiore essiccato della ballota (foto in basso): le caratteristiche del calice, di consistenza membranacea e ricco di peluria, consentivano, con un strofinio tra i polpastrelli, di ricavarne uno stoppino. In realtà il peduncolo del fiore così rifatto assumeva la funzione di un canale di aspirazione.

Dopo di che bastava poggiarlo per il lembo sul foro del galleggiante e accenderlo: avrebbe fatto una luce uniforme per non meno di ventiquattro ore5.

Ho un buon pretesto per liberarmi dalla malinconia, anche per completare la fase filologica rimasta sospesa per lasciare spazio a quella descrittiva: il popolo nel suo senso pratico delle cose nella circostanza (ma è solo uno degli infiniti esempi) ha applicato quella figura retorica che si chiama metonimia, attribuendo alla pianta il nome dell’oggetto da essa ricavato6.

Oggi la candela è diventata oggetto di design e non è difficile trovarla nelle forme, nei colori, addirittura nei profumi più strani e in modelli di tecnologia avanzata: c’è pure quella che si accende con un soffio. E la voce lumino per lo più è usata per indicare un oggetto che assolve solo ad una funzione funebre o votiva, che è in fondo la stessa che assolveva il lumìnu quando non poteva mancare per fare onore alla serie delle foto dei propri morti e alle immagini sacre che di regola campeggiavano sul comò.

Dal luminu alle lampade a basso consumo: quanta strada è stata percorsa! Ma quante contraddizioni rimangono se, per esempio, il processo costruttivo, in barba al futuro risparmio, è ad alto impatto ambientale! Se volessi riassumerle in un gioco di parole direi che, in fondo, attualmente la tecnologia non è altro che l’ecologia inquinata dall’aggiunta di due semplici fonemi [(t)ec(n)ologia], ai cui effetti devastanti, però, andrebbe posto rimedio, finché si è in tempo…

Di tutto questo, forse, un’ulteriore prova è data dal tentativo apparentemente meritorio di imitare il passato, in realtà perverso perché ha come unico fine il profitto facendo leva sul sentimento, con risultati, a volte devastanti: è recente la notizia di addobbi natalizi in plastica imitanti i dolcetti ed affini che in passato arricchivano alberi di Natale e presepi. Nemmeno il nostro luminu poteva sottrarsi a questo processo: ecco in basso la sua reincarnazione riveduta e corretta; dell’originale modello è rimasto solo il galleggiante (mi auguro che sia veramente di sughero…) col suo foro centrale, perché la sua anima adesso è costituita da carta (mi auguro che sia veramente carta…) e paraffina.

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1 Striscia di tessuto la cui parte terminale immersa nel serbatoio s’imbeve di petrolio rendendo possibile l’accensione; da garza con doppio suffisso diminutivo.

2 La voce compare in Dioscoride (I° secolo d. C.), III, 103 ed indica una specie appartenente alla stessa famiglia. Non escluderei, guardandone le foglie, che sia una voce composta da ballo=gettare e otà=orecchie.

3 Pianta aromatica somigliante all’origano.

4 Oggi il genitore parzialmente responsabile perde molto del suo tempo a spegnere la luce accesa inutilmente in pieno giorno ed ancor più inutilmente così lasciata dal figlio uscito dall’ambiente (non necessariamente la sua camera);  quello totalmente responsabile, secondo me, dovrebbe rivolgersi ad un buon elettricista e creare una nuova sezione dell’impianto riservata al figlio ed escludibile, nel caso in cui quest’ultimo perseveri nella sua strafottenza, con un codice segreto.

5 Lo asserisce, in base a prove sperimentali fatte a suo tempo, A. Romeo in La pianta da lumini, Annali della facoltà di agraria della regia università di Napoli, XV, 1937.

6 Non altrettanta gratitudine manifesta l’altro nome italiano (cimiciòtto), da cimice+il suffisso –otto; c’è da dire, però che il nome è passato estensivamente a questa varietà da una della stessa specie, la ballota nigra ed è legato all’odore sgradevole (vagamente simile a quello della cimice)  di quest’ultima quando viene strofinata,

8 Commenti a Lumìnu: quando la luce non mancava mai… e pure le candele erano un lusso

  1. Pianta che tengo ancora nel giardino di casa, la ballotta me la sono portata dalla casina di campagna quando – come Armando – non siamo andati più a villeggiare. In verità è stata sfruttata fino a tre anni fa, cioè fin quando è venuta a mancare la mia Giulietta, la quale ne usava il fiore a calice come luminello, appunto, per la lampada ad olio che giornalmente teneva accesa all’ingresso di casa davanti all’immagine della Madonna del Buon Consiglio.
    Ho visto la “reincarnazione” del galleggiante, ma la Giulietta usava ancora la versione antica fatta da un cerchio di metallo con tre triangoli laterali ai quali si fissavano dei quadratini di sughero che noi stessi riproducevamo in casa ogni qualvolta si consumavano.
    Lu luminu si strofinava fra le mani, prima di posarlo sul cerchio, per liberare il calice credo dal seme o forse un pistillo, no so; ricordo comunque che essendo essiccato era come un bastoncino nero. Quest’operazione la facevo io in anteprima, cioè quando essiccati i fiori procedevo alla conservazione già pronti per l’uso.
    Ci sono ancora persone che tramandano questa pratica religiosa; lo so perché ogni anno, sapendomi in possesso della pianta, mi chiedono i lumini.
    Vi sembrerà strano, ma quell’olio che arde nelle case, soprattutto tramite quel naturale luminello, conferisce un senso di grande pace (e non perché riporta al cimitero!).

    • Ciao , la stò cercando da tempo questa magica pianta . Mia nonna l’aveva piantata nel mio giardino, ma poi essendomi trasferita all’estero e affittato casa….l’inquilina ha pensato…che sporcasse troppo e l’ha tolta!!!! Noooooo ! Per favore potrei avere qualche semino ??? Qualche piantina ? GRAZIE !

    • Confermo tutto cio’ che hai scritto Nino! Ancora oggi mia madre pratica questo rito (io lo definisco così). Coltivo anche io la pianta dei lumini ed è anche mia intenzione continuare a usarla accendendo il lumino , ossia la” Lampa” (Lampa e’ tutto l ‘insieme: contenitore, acqua, olio, galleggiante e supporto del lumino e lumino)

  2. Ho riflettuto sullo “strofinio tra i polpastrelli” di cui Armando fa riferimento a proposito del fiore di ballota: anche se precedentemente liberato dal seme, al momento di poggiarlo sul galleggiante, il calice andava – essendo secco e avendo magari assunto forme chiuse o aggrinzite – aperto, in modo che la parte larga potesse divenire orizzontalmente piatta come le falde di un cappello a cono. Avrebbe così aderito sul galleggiante, potendo facilmente “pescare” l’olio.
    Si direbbero sottigliezze queste, ma fanno parte di una tecnica antica, eseguita con pazienza e senza badare alla perdita di tempo.

  3. Sarei molto interessato a consultare l’articolo “A. Romeo in La pianta da lumini, Annali della facoltà di agraria della regia università di Napoli, XV, 1937”, ma non riesco a trovarlo nella mia città. qualcuno ne ha una copia digitale?

  4. Quanti ricordi un semplice vocabolo può fare riaffiorare nella mente! Continuo a mantenere una tradizione che c’è nella mia famiglia: nel periodo natalizio accanto al presepe è sempre acceso un lumino!

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