L’indesiderato

Banca di credito cooperativa di Piove di Sacco, Oreste Da Molin, Ritratto di uomo con occhiali e barba

 

di A. P.

 

Quando si sposò la figlia di don Achille Stamerra era da poco passato san Martino. Come d’uso tra i signori, tutto il paese era stato invitato, ma come al solito finirono con l’andarci solamente gli uomini.

In quei giorni del novembre 1953 il matrimonio di donna Giovanna Stamerra non era però l’unico motivo di chiacchiera. Molto più interesse lo aveva suscitato l’arrivo di un nuovo “indesiderato”, inviato al confino lì ad Aradeo. Era dai tempi del fascismo che il paese non era sede di confino.

Per i bene informati si trattava di un assassino, che aveva ucciso persino dei bambini. In pochi ci avevano creduto: gli indesiderati, generalmente, erano politici o al massimo giornalisti. Gli assassini non venivano mandati al confino. Comunque, ora si era in democrazia e i politici e i giornalisti erano liberi di dire quello che volevano. Il nuovo arrivato, quindi, non poteva rientrare nemmeno in queste categorie.

Nel dubbio, tutti preferirono tenersi alla larga da quel tipo bassetto, con una faccia volpina e rossa sulla quale poggiavano due occhiali dalla montatura dorata. L’indesiderato alloggiava in vico San Giovanni e passava la gran parte della giornata chiuso in casa. Usciva quasi esclusivamente al mattino ed al tramonto, per apporre le due firme in caserma. Attraversava di fretta le strade, guardando sfuggevolmente, con gli occhi stretti dietro alle lenti tonde, i passanti in sui si imbatteva. Aveva proprio l’aspetto di una volpe anche nelle movenze rapide, quasi a scatti. Chi lo incontrava non gli rivolgeva la parola ed evitava persino di incrociarne lo sguardo ferino.

La sera del matrimonio di donna Giovanna, Paolo era tornato a casa in anticipo. Si era lavato accuratamente e aveva indossato i pantaloni e la camicia buona per andare in piazza, dove lo aspettavano gli altri. Mentre usciva di casa Tina lo aveva richiamato e, fingendo di togliergli una macchia dal collo della camicia, gli aveva ripetuto per la ventesima volta: “Non bere e cerca di non fare tardi, che domani è lavorativo”. Lui l’aveva stretta forte ridendo e le aveva appiccicato un bacio sonoro sulla fronte. Lei era rimasta per un po’ sulla soglia della porta a guardarlo andare via, a passo svelto e fischiando.

La sera era calata veloce e fredda. Tina, dopo aver messo i due bambini a dormire nel piccolo letto accanto al suo, aveva deciso di ingannare il tempo con le carte. I rintocchi delle due di notte la sorpresero. Si era addormentata. Paolo non era ancora tornato. Si riprese dal torpore ed uscì per strada. La luce della luna piena, risaltando la desolazione della viuzza, le creò un groppo alla gola. Rientrò in casa, si buttò uno scialle addosso, lanciò una rapida occhiata ai bambini che dormivano tranquilli ed uscì.

Il paese era deserto, ma la luce della luna la rincuorò. Percorse a passo svelto le strade che portavano in piazza San Nicola e, quando vi giunse, lo spazio aperto ed illuminato da quella luce bianca la colse di sorpresa. Anche la piazza era vuota. Proseguì la sua camminata, sentendo nel silenzio di quella notte il proprio cuore battere sempre più velocemente ed il respiro farsi frequente e pesante.  Arrivò di fronte al cancello del palazzo degli Stamerra, ma le luci erano spente e non si sentivano voci. La festa doveva essere finita da un bel po’.

Per tornare a casa percorse altre vie. Magari anche Paolo era ancora per strada e stava tornando a casa. Passò vicino alla chiesa della Madonna dell’Annunziata e si fece il segno della croce. Solo in quel momento gli venne in mente di pregare. Proseguendo a passo spedito incrociò vico San Giovanni e lì si fermò. Un brivido freddo le scese lungo la schiena. L’immagine di Paolo ucciso da quell’uomo le venne agli occhi. Svoltò il vicolo e si avvicinò lentamente alla porta dell’indesiderato. Tese l’orecchio e le sembrò di percepire un lamento, come un pianto leggero. Parole non ne sentiva. Magari poteva essere un gatto o un bambino che si lamentava nel sonno. Ma che ci faceva un bambino in casa di quell’uomo. Eppure adesso il lamento si sentiva più forte.

“L’ha preso! L’ha preso e ora me lo uccide. Gesù mio, l’ha preso, l’ha preso”.

Uscì dal vicolo e si mise a correre, con le lacrime che le scendevano incontrollate, bagnandole la faccia. Giunse di fronte alla porta di casa e si fermò smarrita. Perché era corsa via? Forse avrebbe dovuto bussare o chiamare aiuto, fare voci. Non sarebbe dovuta fuggire. Si accasciò a terra piangendo con le mani sul viso. “L’ha ucciso, l’ha ucciso”

I rintocchi delle tre la fecero sobbalzare. Alzò la testa e diresse lo sguardo verso la fine della strada. Nitida, sullo sfondo luminoso di quella notte, vide avanzare un figura barcollante. Ebbe paura, ma non si mosse. Capiva che quell’uomo stava parlando, ma non distingueva cosa dicesse.

Proseguendo a zig zag, bloccandosi e poi riprendendo l’incedere, Paolo le andava incontro.

“Tina, Tina! Il whisky è stato! Tina scusa”

Lei lo guardava con la bocca spalancata, con un misto di rabbia, felicità e sollievo, che le impedivano qualsiasi movimento o reazione.

“Scusa Tina! Il whisky io non lo reggo. Tina!”.

Fece altri due passi e cadde pesantemente su un fianco continuando a chiamarla, finché non si addormentò.

2 Commenti a L’indesiderato

  1. Un breve racconto davvero riuscito, allude, crea la suspance ed alla fine ci svela il meccanismo perfido che l’ha tenuta in piedi: la diffidenza di Tina e del lettore coinvolto per l’estraneo, impietosamente smentita, non giustificata! Bello! Complimenti all’autore.

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