L’estate del padre

di Wilma Vedruccio

     Comincia presto al mattino, la giornata del padre in estate.

Apre le vecchie imposte per guardare il tempo, poi esce mentre la luce del sole comincia a farsi vedere da oltre l’orizzonte e l’umidità dell’aria annuncia giorno caldo o la brezza mattutina fresca, giorno ventilato.

La pioggia è un evento raro, auspicato, desiderato, che soggiunge a metà giornata, quasi sempre burrascoso, ma con acqua benefica e benedetta come acqua santa, per i propri lavori e per l’agricoltura dell’intera regione.

Ore lente passate nell’orto, scandite da gesti delle mani sicuri, solleciti, sapienti, per estirpare, legare, zappettare, interrare, innaffiare, raccogliere.

Presto il sole abbaglia gli occhi e il sudore annebbia la vista, bisogna rientrare.

Non a mani vuote, c’è sempre qualche pomodoro arrossato, fiori di zucca con ancora api ronzanti dentro il cuore, un ciuffo di prezzemolo, un fiore.

Un bicchiere d’acqua e zucchero per riprendere fiato mentre ascolta le notizie alla radio, perplessità per i fatti nel mondo, compatimento per i drammi dell’umanità a qualunque latitudine la si trovi, espresso con commenti discreti ma sempre appropriati, mentre fa con le carte un solitario.

Ferma il gioco per una domanda muta, vuol capire, cerca una ragione per i fatti ascoltati, non si dà pace… ma se sei tu a domandare ti risponde, bonario o ironico, ti rassicura, tutto si spiega, c’è una ragione per ogni cosa, il tempo farà venire a galla la verità o il succo che sia.

In cucina non è ancora pronto? Vado a fare un sonnellino prima del pranzo, sono stanco… e dai piedi cade una zolla o due di terra dell’orto.

Ritorna a tavola per il pranzo, riposato, misurato, parco, quasi inappetente poi sbuccia un frutto con cura e lo mangia lentamente e sembra pregare, lui che dice di non essere credente.

Un bicchiere di vino rosso, bevuto sorso a sorso, lo disseta.

Ascolta gli altri, si preoccupa, risponde, argomenta. Il futuro dei giovani lo preoccupa, le prospettive per l’agricoltura, lui non più giovane, non più contadino. Le sorti delle nazioni gli insidiano la serenità, lui che, partito appena ventenne, ha fatto sei anni di prigionia, sotto gli Inglesi in Africa, nella seconda guerra mondiale!!

Stanco di discutere torna a dormire il sonno dei giusti per un paio d’ore.

Poi si siede e insieme a un bicchiere d’acqua beve la luce del meriggio, solo, a pensare… ricorda forse le lunghe giornate estive quando si mieteva fino a tramonto inoltrato e si raccoglieva la paglia nel pajaro in fretta perché non si sa mai, può venire a piovere e si bagna e bisogna coprire il grano mietuto con un telo, domani poi lo metteremo nei sacchi in magazzino…

E quando c’era la raccolta dei meloni, belli, gialli, meloni d’inverno… si facevano rotolare sulle chianche, lucide e asciutte, in  due parti uguali ( allora il contratto era netto e chiaro, a mezzadria con i padroni ! )

… forse sono altri i ricordi che non so.

Quando la luce si fa rasente, torna al suo orto per innaffiare, con l’intenzione di rianimare le sue creature soggiogate dal solleone; apre solchi, sposta tubi, costruisce dighe di terra per incanalare l’acqua verso i pomodori, i peperoni o le cicorie, e l’acqua sgorga oltre che dal pozzo, dai suoi sguardi.

La preoccupazione è che il pozzo si svuoti, è tanto che non piove su questa terra arida e pietrosa… rammarico sempre presente.

La povertà d’acqua gli fa sembrare un lusso coltivare i fiori, sprecare acqua per essi, ma ogni estate non manca mai un’aiuola di garofani, di zinnie, dalie, che impreziosiscono l’orto, con la bellezza dei loro colori.

Al crepuscolo, prima di rientrare, fa il giro fra i filari per un ultimo sguardo clinico, per un ultimo commiato prima della notte.

Poi raccoglie una manciata d’erba per le bestie del cortile, uno stelo di mmasiricoi, così, solo per l’odore, e lentamente torna a piedi nudi, con i sandali in mano, percorrendo mentalmente chissà quali sentieri, con una sbirciata al tramonto, per prevedere il domani.

Seduto al fresco della sera con gli amici, ascolta i fatti del giorno, commenta ironico i problemi da nulla e chiede dei turisti, se sono arrivati numerosi, è preoccupato per coloro che, non più contadini, hanno investito nell’attività turistica tempo, terre e capitali… lui non ha più l’età per questo e neppure i soldi ma sa essere solidale con la categoria, più di quanto la categoria meriti.

Dopo una cena frugale, gustato qualche frutto di stagione, chiacchiera più svogliatamente, riempie di silenzi la conversazione e appena può va a letto, la notte è fatta per dormire se il caldo lo permette.

E per sognare, di non so quali terre…

Agosto 2011-08-08

7 Commenti a L’estate del padre

  1. Non credi più nei punti esclamativi in assoluto o nello specifico del mio scritto?
    In realtà il punto eslamativo copre un’ampia gamma di bisogni espressivi, dalla semplice sorpresa, meraviglia, stupore…al disappunto, al rimpianto, fino ad arrivare alla rabbia, sostituisce parole di dolore…Un po’ come con le faccine dei messaggi brevi, le emoticons,che sostituiscono velocemente ma non compiutamente una serie variegata di cose da dire.
    Non credi più nei punti esclamativi? E come si può fare a meno di entusiasmi, di passioni, di nuovi incanti? Cambiano nel corso degli anni le cose da sottolineare col punto esclamativo, ti auguro di poterlo usare a lungo per mille cose belle.

  2. …già, i punti di sospensione…mi erano sfuggiti, li ritrovo in una rilettura…
    Anche loro hanno più funzioni, lasciano libero il lettore di riempire il vuoto di parole con ciò che per lui ha più significato. Non è codardia, rinuncia a dire…piuttosto è un’afasia del cuore, sono un po’ come i silenzi improvvisi in una conversazione:sovrabbondano di significati, prospettano più sfumature, lasciano libertà di interpretare, coinvolgono l’interlocutore maggiormente che le frasi compiute; esplicite, sicure. Sono una risorsa per chi non ha certezze da affermare…
    E questo è solo il mio parere.

  3. CARA WILMA, COMPLIMENTI PER IL TUO SCRITTO!!!!!!!!-INTELLIGENTI PAUCA.
    MIA NONNA,NERITINA, CHIARA RUBINO,NATA NEL 1883, DICEVA : CI’ E CCCHIU’FESSA LA ORPE O CI LA SECUTA?? COSI’ IL NOSTRO AMICO SARA’ SODDISFATTO DEL PUNTO INTERROGATIVO

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