Una perturbazione proveniente dalla Tunisia

di Giorgio Cretì

Nunzio in quel periodo andava a pesca con suo fratello, con uno schifo lasciato loro in eredità dal padre.

Egli, che era il più anziano, era stato in mare sin da quando aveva avuto quindici anni, con barche che andavano fino ad Otranto, a Sant’Andrea, ad Alimini o, verso sud, fino a Leuca, a San Gregorio, a Murciano e ai Pali. Per quasi dieci anni, poi, aveva fatto parte degli equipaggi di grandi barche da pesca di Amantéa, di Trebisacce, di Ginosa, di Monopoli e di Ostuni. I due fratelli, ora, bazzicavano verso Santa Cesàrea, di fronte alle cave di carparo, quelle cave da cui era uscito tutto il ma­teriale per la costruzione della casa di don Pippi Ciullo e di tut­te le vecchie ville; quando l’abitato di Santa Cesàrea terminava con il palazzo dei Rizzelli all’angolo di fronte al palazzo degli Sticchi, quello con le cupole, che era stato fatto costrui­re dai Papaléo di Bagnolo con maestri veneziani. Nunzio vi aveva lavorato come giovane manovale

A volte gettavano le reti o calavano i palamiti anche di fronte alle Fontanelle, oltre il promontorio della torre, ma più spesso pescavano all’interno della baia di Porto Miggiano, pren­dendo a riferimento lo scoglio detto Pescu Cirumanu o l’Isuleddha, un altro scoglio che emergeva appena da una sottostante piattaforma rocciosa; oppure si fermavano proprio sotto la tor­re, dentro quella piccola insenatura a forma di ferro di caval­lo che chiamavano Rasca. Tràsicu era un altro punto di ri­ferimento, molto difficile da raggiungere per via terra. Suo fratello aveva preso moglie da poco, forse da un anno, a­veva appena battezzata la Dorotea.

I pescatori e gli uomini che tagliavano la roccia si salutavano da lontano e spesso mangiavano il pane assieme. I pescatori portavano la barca a riva, su quella spiaggetta sotto la mon­tagna, e poi facevano un fuoco con rami di cardo scolimo o con altri sterpi ed erbe secche che trovavano tra le rocce.

Vi mettevano sopra, con un treppiedi improvvisato di sassi, un pentolino: un pezzo di cipolla e pochissimo olio per non svuotare in fretta il bottiglino; quando l’olio cominciava a fumare, but­tavano dentro la cipolla. Poi aggiungevano un po’ d’acqua e, quando questa bolliva, vi buttavano dentro anche i pesci. Così potevano inzuppare il loro pane. Se erano in tanti, ripetevano la cottura più volte, sempre con lo stesso pentolino sciacquato in mare e, quando faceva freddo, aggiungevano tanto peperoncino che c’era da tenersi le orec­chie.

Lì avvenivano anche piccoli baratti, i quali, spesso, altro non erano che cessioni gratuite di surplus, fuori da qualsiasi legge economica, o la divisione delle cose possedute tra pove­ra gente: i pescatori davano i pesci ed i cavamonti i prodot­ti della terra, che portavano dalle campagne dell’interno. Ma ad una certa ora, pescato o no che avessero, i pescatori se ne tornavano a Castro e, tirata a secco la barca, dormivano nelle grotte, se era giorno o se ne salivano a casa, se era notte.

Un primo di marzo, Nunzio e suo fratello avevano gettato le reti in mezzo a Porto Miggiano, proprio sotto le cave, ed ora si avviavano a recuperarle. Il tempo era bello ed il mare cal­mo, mentre doppiavano la punta Mucorone; il sole era già sceso sotto l’orizzonte. Remavano in silenzio.

Il fratello di Nunzio, che possedeva una radiolina, disse di aver sentito il “bollettino”.

“E che cosa annuncia?”, Nunzio gli chiese.

“Dice”, rispose il fratello, “che una perturbazione veloce si muo­ve a centocinquanta chilometri all’ora”.

“Da dove parte?”, chiese ancora Nunzio.

“Parte dalla Tunisia”, il fratello rispose.

Continuarono a vogare senza parlare e quando giunsero sul posto ed ebbero salpato le reti, si era ap­pena chiuso l’aru(1).  Nelle reti c’erano una quindicina di chili di boghe.

“Le caliamo ancora?”, chiese il fratello.

“Che cosa mi hai detto prima?”, gli rammentò Nunzio, “te ne sei dimenticato?”

Un terzo di luna andava calando verso ponente nella notte sere­na, ma nuvole veloci giungevano dal mare e scomparivano, come se la luna le divorasse.

“Va bene”, disse Nunzio, “caliamo, ma a patti e condizioni: che prendiamo subito la via del Porto e scendiamo a terra. E se non sorge il sole domattina, non venire a chiamarmi che non mi muo­vo”.

Gettarono le reti, spostandosi verso la Conca Ricciarda, un punto vicino alla grotta Romanelli, e puntarono la prua nel­la direzione di Castro. Remavano tutt’e due e la barca scivola­va sull’acqua piatta come una tavola. Se ne andarono lungo la scogliera, a pochi metri dalla parete rocciosa fiocamente illu­minata dallo spicchio di luna, che ogni tanto si oscurava  ma che subito tornava a dare la sua luce. Non si udiva altro rumo­re che quello dello sciacquio dei remi e del mare che batteva pigro contro la base del monte. Nunzio e suo fratello conosce­vano a memoria tutte le piccole insenature e tutti gli speroni, al punto di orientarsi anche al buio completo. Superata la punta, poi, avrebbero, comunque, visto le luci del paese in alto sul promontorio.

Giunti al porticciolo si diedero da fare per tirare a terra la barca facendola scorrere sullo scivolo, sulle assi unte di gras­so. Quand’erano alla quarta asse, salutarono quelli che uscivano al largo per la pesca delle sarde all’alba.

Mentre risalivano l’erto sentiero tra i muri di pietra degli orti, Nunzio ogni tanto guardava la luna e scuoteva la testa, ma non diceva nulla. C’era appena sotto le vecchie mura medievali, un bosco di ulivi secolari, munifici di frescura durante la calura estiva ed evocatori di ogni genere la ombre di notte. Lì essi si divisero, perché il sentiero biforcava, e ciascuno andò a casa propria.

In paese erano tutti a letto, perché di notte non avevano nulla da fare e la luce elettrica costava troppo per stare svegli. Nunzio spinse piano l’uscio di casa che era aperto, tese l’orecchio alla voce della moglie che salutò a bassa voce per non svegliare i bambini, ma non andò a dormire.

Era inquieto e sedette sopra una panca di pietra, vicino al fico del suo orto. Avvolse meccanicamente una sigaretta e la accese con un fiammifero che sfregò contro il muro della casa. Stette lì un po’, poi decise di andare a letto.

Slegò il pezzo di corda che portava a mo’ di cintura e prese a sfilarsi i calzoni. Ma in quello stesso istante la porta di casa iniziò a sbattere violentemente.

“Eccolo, perlamadonna!”, disse ad alta voce, mentre si riallacciava in fretta la corda dei calzoni e correva.

Suo fratello, che aveva già preso sonno, si era svegliato di col­po al fracasso del vento e stava correndo da lui.

“Corriamo giù”, urlò Nunzio più forte del fragore della tempesta, “qui arriva uno bissoriu(2)  e il mare scavalca il muraglione e ci por­ta via lo schifo”.

Altra gente, a piedi nudi, si precipitava verso il porto: tutti sapevano che c’erano uomini in mare.

I due fratelli, man mano che scendevano, incontravano altri uomi­ni che correvano, ma anche donne e bambini. In poco tempo, quanti erano a Castro, duemila?, tutti correvano verso il porticciolo, alla cieca, come se avessero potuto fare qualcosa per aiutare i marinai ch’erano stati sorpresi al largo con barche non più lun­ghe di dodici palmi, anche se di legno robusto.

Era ormai l’alba e dalla chiesa della Madonna del Rosario, che era stata aperta, le campane suonavano a martello.

Il mare scaricava la sua furia contro la scogliera e contro il muraglione, come se volesse distruggere ogni cosa ed il vento portava gli spruzzi fin sulla piccola piazza ed oltre. Il muraglione di massi e cemento, eretto da pochi anni a protezione del porticciolo, veniva superato dai marosi che si rompevano prima di raggiungere le grotte dove tutte le barche erano state porta­te in fretta e furia dai primi uomini accorsi.

Al fracasso del mare si mescolavano le bestemmie degli uomini e le grida miste a preghiere delle donne, madri e spose, che invo­cavano la Madonna.

Gli uomini rimasti a terra congetturavano e si auguravano che i marinai sorpresi dalla tempesta avessero fatto in tempo a trovare riparo dentro la Zinzulusa o a raggiungere Tricase, dove farsi buttare sulla spiaggia all’ingresso del porto, abbandonando le barche e sperando di salvare la pelle.

Il mare si calmò in fretta, così come si era infuriato. Poi cominciarono a giungere notizie dalla Zinzulusa e da Trica­se, di gente che si era salvata in tempo buttandosi sugli scogli o sulla spiaggia. Ma di qualcuno le notizie tardavano ad arriva­re.

Un motoveliero carico di legname, che aveva ripreso il mare dopo essersi rifugiato nel porto di Otranto, ora passava alla distanza di cinque o sei miglia, facendo rotta verso il capo di Leuca. La nave lanciò una salva di razzi colorati, un segnale che indi­cava l’avvistamento di cadaveri in mare.

 

(1) Aru, momento in cui, circa due ore dopo il tramonto, nelle notti senza luna, la notte diventa completamente buia.

(2) Bissoriu, da: 1)  bis+sóoz (movimento impetuoso), cataclisma; 2)  “… … tiravan palle dipietra viva di smisurata grandezza… perché alcune erano di circuito di dieci palmi… e quando dette palle sparavano era tanto il terremoto che pareva che il cielo e la terra volessero abissare e le case ed ogni edificio per il gran terrore preva che allora cascassero…” (G.M. LAGGETTO, Historia della guerra di Otranto 1480)”.

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