Antonietta De Pace, patriota gallipolina

 

di Gino Schirosi

 

Gallipoli ha l’obbligo morale di celebrare con orgoglio, soprattutto oggi, la sua figlia più illustre: Antonietta De Pace. Una piccola donna, ma una grande eroina, una patriota mazziniana, fervente e intrepida rivoluzionaria, collaboratrice di Garibaldi e Pisacane, Poerio e Settembrini, Valentino, Libertini e Castromediano.

Singolare e indomita figura femminile che nella vicenda risorgimentale occupa un posto di primo piano, assieme con i grandi della patria, nell’universo storico e politico dell’800, un secolo difficile per le incomprensioni, le diffidenze e le ostilità. Notevole risulta la sua intensa attività politica contro le forze di polizia della potente dinastia borbonica.

La sua lotta è tesa solo ad affermare la propria ideologia, la propria fede politica in opposizione alle forme di governo retrive e repressive di ogni libertà. Propugna il senso di giustizia sociale, la propria avversione ad ogni tipo d’illegalità o sopraffazione a difesa di emarginati ed oppressi, dei più deboli della società. Il suo impegno civile, unicamente dedito a contribuire alla nascita dell’Unità nazionale e inteso a modificare il corso degli eventi, non conosce tentennamenti né compromessi, ma le cagiona, tra ostacoli e rischi, la detenzione nelle tristemente note galere borboniche, insieme con altri suoi compagni di lotta.

Una donna antesignana del femminismo moderno e protagonista del suo tempo nella periferia del regno, personaggio inflessibile e coraggioso, intrepido e indomito nell’affermare i suoi princìpi liberali e democratici, i suoi ideali romantici e risorgimentali di italianità. Partecipa in prima fila all’impresa garibaldina fino a festeggiare la liberazione di Napoli. Entra in città cavalcando insieme con Garibaldi attraverso via Medina in direzione della reggia.

Figura apparentemente leggendaria, ma vera e autentica, umana e poetica, modello di ben altro protagonismo che oggi è solo miraggio, ma che va additato ad esempio di forza morale e civica in un mondo, quello attuale, che ha snaturato ogni ideologia, ha smarrito o non conosce più i valori della storia patria e delle nostre radici.

Da tale testimonianza i nostri giovani dovrebbero dedurre una nobile lezione di vita, conoscere anzitutto i segreti che si celano nel sogno di questa gallipolina, una donna sulle barricate del nostro Risorgimento. Dalla sua città tuttora non è stata debitamente gratificata se non con l’intitolazione di una via. Forse non si è abbastanza compreso che, in qualche modo, anche grazie alla sua tormentata vicenda esistenziale e al suo sacrificio è stato possibile costruire l’Unità della Nazione.

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Antonietta De Pace nasce a Gallipoli il 2 febbraio 1818 da una ricca famiglia gallipolina: il padre, Gregorio, banchiere e sindaco della città, e la madre, donna Luisa Rocci Cerasoli, un’aristocratica di origini napoletane. La casa natale è il Palazzo D’Ospina, via S. Angelo, una traversa dell’arteria principale che prende il suo nome, nel cuore del Centro storico, a due passi dal seno della Purità.

Antonietta è alquanto bella, ma non avvenente, dal carattere forte, fiero e generoso. Per indole si rivela subito intollerante delle ingiustizie sociali, se già dall’adolescenza si rende conto dello stato precario e disumano in cui versano le popolazioni meridionali e in particolare salentine. Vede con i propri occhi come sono costretti a vivere e a lavorare i contadini impegnati nelle campagne dell’agro ionico da Gallipoli ad Ugento: la malaria, il tifo, la tubercolosi le malattie più frequenti e più diffuse. Sono dovute non solo alle periferiche paludi insalubri e putride, malsane e infette per la presenza della zanzara anofele, ma anche alla mancanza di acqua potabile corrente ed inoltre alle condizioni igieniche precarie e all’alimentazione povera e insufficiente.

Due tristi e terribili vicende di cronaca locale aggravata dall’ingiustizia sociale turbano la coscienza e toccano la sensibilità della giovane già consapevole della miserevole realtà. È facile quindi che venga indotta ad interessarsi più che mai dei problemi più impellenti del suo tempo e del suo territorio, soprattutto in difesa dei poveri e dei deboli, di quanti per varie ragioni avvertono il bisogno delle cure e delle attenzioni della comunità impotente, assente e persino indifferente.

Il primo episodio è la conoscenza di un bimbo sventurato della zona, ammalato di malaria e orfano dei genitori: la madre per la malattia e il padre annegato pescando al largo di Torre San Giovanni. Il secondo episodio è dato dalla storia di una popolana, provata dalla malasorte, ma pure fragile e malandata. È una “belva ferita”, in quanto duramente maltrattata dal crudele marito che la obbliga a vivere fuori di casa al riparo di una improvvisata capanna di tavole e canne e a nutrirsi dei rifiuti che non riesce neppure a masticare. Antonietta regala alla sventurata vestiti, alimenti e un temperino utile a sminuzzare il cibo per poterlo facilmente ingoiare. Quel coltello però finisce per risultare l’arma letale con cui fatalmente la donna aggredisce uccidendo il marito.

Antonietta non può che restare sconvolta e prende la decisione di studiare Giurisprudenza per poter intraprendere direttamente la sua battaglia per la difesa delle classi sociali meno abbienti. Scongiurare ogni miseria morale, sociale ed economica ha il fine di restituire dignità di persone ad un mondo di derelitti, donne, bambini, anziani, ammalati, in una società da secoli abbandonata e priva dei più necessari mezzi di sussistenza e soprattutto di speranza.

Ma il destino le è avverso. Suo padre, dopo essersi lentamente consumato vittima di una malattia misteriosa, si spegne lasciando la famiglia nella più profonda disperazione e nella dolorosa novità del disastro finanziario. Ogni responsabilità cade però nella diabolica e improvvida macchinazione di un figlio adottivo, divenuto segretario del padre in combine con l’amministratore del patrimonio famigliare.

Antonietta è costretta a rifugiarsi a Napoli, ospite della sorella Rosa e del cognato Epaminonda Valentino, detto “Mino”, ardente mazziniano che la introduce nell’ambiente della massoneria fino a presentarla al circolo dei cospiratori, liberali e mazziniani. Al primo approccio non viene accettata ma successivamente, stupiti dalle doti singolari della donna, quali intraprendenza, coraggio, intelligenza, la considerano parte integrante e membro prezioso del gruppo patriottico meridionale.

Nel 1830 hanno inizio i primi tentativi rivoluzionari della “Giovane Italia” culminati con la tragica morte dei fratelli Bandiera in Calabria nel 1844. Già nel 1848 la troviamo sulle barricate, con travestimento maschile, al fianco di Giuseppe Libertini. Intanto nel Regno delle due Sicilie, come pure altrove in Europa, il popolo ottiene la sua Costituzione concessa da Ferdinando II e abrogata però l’anno successivo con un decreto seguito da una repressione feroce e durissima. Tra gli altri viene fermato lo stesso Valentino che, detenuto nel terribile e fetido carcere leccese dell’Udienza, muore per collasso cardiaco.

Antonietta ne resta addolorata ma non si arrende né si scoraggia. Con lo pseudonimo di Emilia Sforza Loredano cura prima i collegamenti tra i mazziniani pugliesi e quelli di altre regioni, si affilia poi ad un gruppo di patrioti mazziniani che fa capo al tarantino Nicola Mignogna, non senza cospirare contro i Borboni fino all’arresto ed alla reclusione in un penitenziario napoletano (1855).

Viene rinchiusa ed isolata per 15 giorni, quasi per tortura, in un malfamato stanzino di appena un metro quadrato. Lì è costretta a non riposare e a non muoversi neanche per i bisogni necessari. Ma il commissario Campagna non riesce con la sua pervicace crudeltà ad ottenere alcuna confessione. Subito dopo, tradotta in un tetro carcere femminile, vi rimane per quasi due anni, durante i quali viene sottoposta a 46 udienze concluse con la liberazione, non essendo passata la sentenza della pena di morte in virtù del voto contrario di tre giudici su sei.

Dall’esperienza della disumana detenzione esce prostrata nell’animo e nel corpo, ma nell’ottobre del 1858 conosce e si innamora di Beniamino Marciano di Striano (NA), un esule patriota di origini bergamasche che ne condividerà in pieno ogni esperienza di vita pubblica e privata.

Per Antonietta la vita rappresenta un obbligo morale, una partecipazione al sociale, resta comunque un dovere, un impegno da assolvere comunque: lottare sino in fondo con estremo sacrificio per la causa finale del patriottismo liberale lungo le tappe del Risorgimento italiano.

La troviamo intenta a raccogliere fondi, armi ed adesioni per il progetto di Garibaldi. Si prodiga in prima persona a divulgare e diffondere il foglio rivoluzionario “L’ordine”, stringendo amicizia con altre celebri eroine impegnate nel sociale e nell’attivismo politico sì da fondare, a Napoli, un circolo frequentato in massima parte da esponenti femminili degli ambienti liberali non solo del napoletano. Apprezzabile il suo coraggio e la sfida al potere, allorché giustifica il suo scialle rosso esibito al balcone durante i funerali di Ferdinando II: “Non è certamente ingratitudine non compiangere un re, il quale aveva permesso che una donna innocente si tenesse 18 mesi in prigione con interminabile processo e con requisitoria di morte!”.

Prima che l’impresa dei Mille volgesse al termine Antonietta passa da Salerno dove Marciano presiede un comitato d’azione per la liberazione del Regno. Proprio lì fa tappa Garibaldi, il quale, informato della dura esperienza della  giovane mazziniana, pronuncia parole di sdegno contro ogni sopruso e violenza e insieme di elogio per la nobile figura di Antonietta: “Sono felice di essere venuto a spezzare le catene ad un popolo generoso, il cui governo non aveva rispetto nemmeno delle donne!”.

Il 7 Settembre 1860, l’eroe dei due mondi fa il suo ingresso trionfale nella capitale dell’ex regno borbonico insieme con ventinove ufficiali e due donne, tra cui la nostra Antonietta De Pace, l’eroina gallipolina, la fiera amazzone al fianco del suo generale. Tra le prime disposizioni di Garibaldi va ricordato quanto egli stesso decreta a favore della nobile patriota: “Si accordano ducati 25 al mese, vita durante, ad Antonietta De Pace, per i danni e le sofferenze patite per causa di libertà”.

L’anno dopo, Antonietta arriva a Torino per partecipare ai funerali del fautore principale del Risorgimento italiano: Camillo Benso conte di Cavour.

Nel 1862 insieme con le sue valorose compagne di lotta, si adopera per reperire e raccogliere nuovi fondi per la terza guerra d’indipendenza, nel corso della quale è colpito mortalmente al petto il nipote Francesco, figlio di Epaminonda Valentino, da lei amato come un figlio.

Nella circostanza Garibaldi scrive ancora: “Grazie a voi, grazie alle nobili vostre amiche. Degno del vostro cuore è il generoso sussidio mandato ai miei compagni. Voi donne, interpreti della divinità presso l’uomo, molto già avete fatto per l’Italia: molto ancora dovete operare per l’avvenire. Molto confido nelle donne di Napoli. Vi accludo rispettosi ed affettuosi saluti.”

Il decennio successivo è contraddistinto dalla delicata e spinosa questione romana. Lo Stato pontificio insieme con la città eterna non può essere minimamente “infastidito” da mire pretenziose di altri Stati men che meno italiani. È reale il pericolo di rompere gli equilibri internazionali suscitando ripercussioni e quindi la reazione armata di Napoleone III, che per motivi di politica interna si erge a paladino degli interessi del potere temporale del papa.

Ma, concluso il conflitto franco-prussiano e deposto l’imperatore francese, il 20 settembre 1870 i bersaglieri del generale Alfonso La Marmora riescono infine a penetrare a Roma per la breccia di Porta Pia, gettando così le premesse per  l’annessione dello Stato Pontificio al regno d’Italia. Episodio traumatico che indubbiamente non riesce a soddisfare il malcontento popolare sobillato dagli ambienti ecclesiastici e quindi neppure a lenire le ferite ancora aperte, senza peraltro porre fine in maniera bilaterale all’antico contenzioso diplomatico riacutizzato dalla perdurante resistenza pontificia.

L’interessamento e l’impegno di Antonietta per i più deboli e bisognosi della società meridionale non si affievoliscono né si esauriscono con la fortunata soluzione risorgimentale e col venir meno dell’azione rivoluzionaria. Anzi, la si vede ancora protesa verso il sociale, se guarda all’istruzione popolare delle donne che, ha ragione a dirlo, solo grazie alla cultura possono riscattare la miserrima condizione sociale.

Nell’agosto del 1891 Antonietta scende per l’ultima volta nella “sua” Gallipoli, dove partecipa con gioia, ma anche con la mestizia di un presagio di morte, alla pesca notturna nelle acque prospicienti al castello. Nella fausta circostanza il grande poeta, concittadino e amico Nicola Patitari le va incontro in barca, con un’allegra brigata di giovani musicisti al chiaro di luna, improvvisando per lei una tenera e toccante serenata al mandolino con i versi “Baccu, tabbaccu e Benere” a lei dedicati. Non fa più ritorno nella sua città natale e neppure nella sua casa di campagna delle Camerelle ad Alezio, sulla via per Parabita.

L’anno successivo si ammala ed il 4 aprile 1893 (lunedì di Pasquetta), per grave insufficienza polmonare, spira tra le braccia dell’adorato marito, nella residenza estiva di Portici, a 25 km da Napoli.

 

 

BIBLIOGRAFIA

B. Marciano, Della vita e dei fatti di Antonietta De Pace, Napoli 1901.

F. Marciano – G. Esposito, Beniamino Marciano e Antonietta De Pace. Due eroi del Risorgimento Italiano, Quaderni di cultura Strianese, Napoli 1994

O. Colangeli, Antonietta De Pace, Patriota gallipolina – Editrice Salentina, Galatina 1967

Emilia Bernardini, Antonietta e i Borboni – Romanzo storico, Capone Ed., Lecce 2000

Augusto Buono Libero, Antonietta De Pace rivoluzionaria gallipolina -5Emme, Tuglie 2001

Maria Sofia Corciulo, Antonietta De Pace settaria e patriota nel contesto rivoluzionario napoletano (1849-1896), Saggio del Dipartimento di Storia delle Istituzioni Politiche, Università “La Sapienza” di Roma, in “Trimestre”, III, 1999.

* Testo inviato nell’aprile del 2003 alle Scuole cittadine e ai Consigli Comunali di Gallipoli, Napoli e Striano, per sensibilizzare l’interesse a celebrare l’illustre personaggio nel 110° anniversario della morte.

N.B.

Il Liceo “Q. Ennio” di Gallipoli, sempre nell’aprile del 2003, ha inteso partecipare al Concorso ministeriale per un’indagine storica su un personaggio locale del Risorgimento. Opportunamente guidate dallo scrivente, vi hanno aderito, con i relativi elaborati (30 pp.), due allieve dell’indirizzo classico:

1 – Paola Esposito di Gallipoli (III A): Il sogno di una gallipolina (Diario di Antonietta De Pace); 2 – Emma Palese di Felline (III C): Una donna sulle barricate.

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