Leuca nelle fonti letterarie, fra storia e leggenda

 

 (parte prima)

 

di Paolo Vincenti

Il cammino leucadense è un lungo viaggio nella memoria, è un viaggio indietro nel tempo sulle tracce degli antichi pellegrini che si recavano al Santuario di Santa Maria de Finibus Terrae, lungo l’antica via della perdonancia. Era una grande tristezza, forse il pentimento per le colpe commesse, o forse la speranza di un domani migliore, a muovere questi viandanti e a farli percorrere a piedi decine e decine di chilometri, per arrivare a Leuca ed impetrare la grazia dalla Madonna di Finibus Terrae. Ed è una grande malinconia, forse malinconia di cose perdute, l’amarezza per gli sbagli commessi o la speranza di potere domani essere migliori, a muovere noi oggi, pellegrini del duemila, sui passi che furono dei nostri avi.  Il cammino leucadense è un viaggio fra cielo e terra, fra infiniti fichi d’india e muretti a secco che delimitano i confini delle campagne,tipici di tutta l’area sud salentina, fra il profumo del mirto e il frinire delle cicale, un viaggio fra le mille fluorescenze che offre questa assolata terra ai confini del mondo. Il cammino dei pellegrini oranti e giubilanti, fra vecchi tratturi e l’odore del mare che si avverte da lontano, è un tendere verso una mèta conosciuta ma non per questo meno anelata: Santa Maria di Leuca e il suo Santuario, il primo d’Italia e d’Europa (almeno a noi piace che sia così), dedicato alla  Vergine Assunta in Cielo, che tutto il mondo conosce e venera come Madonna De Finibus Terrae.

Si, perché Leuca è la mèta ultima, il traguardo estremo, la fine della terra, non nel senso metaforico di terra conosciuta che attribuivano i romani alle regioni del mondo non ancora esplorate (“hinc sun leones”  scrivevano sulle loro rudimentali cartine geografiche), ma nel senso fisico, spaziale, di  ultimo confine territoriale, di ultima frontiera del mondo occidentale, ponte ideale per l’Oriente, imbarco per nuove avventure, partenza per una diversa dimensione dell’esistere, che può essere salto nel vuoto, per chi ha poca dimestichezza delle coordinate  geografiche e storiche di questo mondo.

Il cammino leucadense è un viaggio nella memoria fra gli ulivi e le pajare, veri leit motiv dell’entroterra leucano, quello che già gli arcadi salentini, per esercizio di erudizione e con gusto neoclassico, chiamarono “Leucadia”.  La Leucade greca, infatti, derivava il proprio nome da leukos “bianco”, perché bianche e splendenti erano le sue scogliere alte ed imponenti, come bianche sono oggi le case di calcina che caratterizzano la marina salentina. Il viaggio a Leuca è un cammino nel blu intenso del suo cielo e nell’azzurro, a volte chiaro a volte più scuro, del suo mare, il cui luccichio, per tutto il capo di Leuca, si spande e  si intravede all’orizzonte,  baluginante a tutte le ore del giorno, fa capolino fra le strade e le corti dei paesini leucani, splendidi borghi accarezzati dalla pace e dal silenzio, in cui la bellezza del paesaggio si fa poesia nelle pagine dei nostri letterati e nelle tele dei nostri pittori; e quel luccichio del mare di Leuca sbircia dalle finestre aperte, si insinua nei cassetti e nelle lenzuola di fresco profumate , avverti il suo odore nelle chiese misto a quello dell’incenso, si infila nei proverbi e nei modi di dire della nostra gente saggia, nelle filastrocche e nelle innumerevoli leggende che si raccontano qui, persino nelle preghiere, recitate ad alta voce da chi ha molto da farsi perdonare oppure sussurrate a mezza bocca da chi ha pudore del proprio dolore e vuole tenerselo per se.

Il cammino leucadense è un escursionismo culturale alla ricerca delle nostre radici, è un trekking dell’anima, lungo il filo di una antica devozione, fra agavi e diroccate masserie, sui sentieri pietrosi e scoscesi di una fede perduta o forse ritrovata.

Delle antiche vie seguite dagli eremiti,  parla il Sigliuzzo nelle sue pagine su “Leuca e i suoi collegamenti nel Basso Salento” (in “Annuario Salentino” del 1957).

E arrivati nello spiazzale, non si può fare a meno di inginocchiarsi e ringraziare la Madonna. Qui, fra la Ristola e il  Meliso, si estende l’estrema punta d’Italia, che si adagia come una sirena, sinuosa e invitante, sul suo scoglio. E le sirene qui sono di casa, se è vero che proprio ad una sirena, Leucasia, la leggenda vuole che si debbano le origini di Leuca. “Le sirene sono di casa nel Salento”, scrive Alessandro Laporta in un suo intervento su un numero di “NuovAlba”( dicembre 2002), sull’affresco del 1700 che si trova nella Sacrestia della Chiesa di San Giovanni Battista di Parabita e che riproduce le origini delle marine salentine, fra le quali Leuca. Laporta, citando Licofrone ed il suo poema “Alessandra”, narra che dopo essere state sconfitte da Ulisse le tre sirene incantatrici, Partenope, Leucasia e Ligea, terminarono la loro vita nelle acque del Tirreno, mutando la loro natura prima di morire e dando così origine a tre diverse città. Leucasia diede origine alla nostra Leuca, terra di mare, di sole, di vento, di asfodeli e di malve,terra di uomini, di ciclamini e clematidi. La sirena Leucasia è anche la protagonista di una bellissima storia inventata dal poeta Carlo Stasi, nel suo libro omonimo (“Leucasia”,Edizioni Ce.Sam 1993).

Alla patetica storia di Leucasia e Melisso, ripresa anche da AnnaRosa Potenza nel suo “La leggenda di Leucasia sirena di Leuca” (Grafierre 2005),  si è ispirato il pittore e scultore Mario Calcagnile, per la realizzazione della sua opera “Trittico della Trascendenza”, composta dalla statue di Leucàsia, della Nuotatrice dei due mari e dell’Angelo del Meliso, che si trovano ai piedi della cascata monumentale.  Di fronte a noi si erge, maestoso, serafico, solenne,  il Santuario. “E’ qui”, come scrive Bodini in Finibusterre, “che i salentini dopo morti fanno ritorno col cappello in testa”, a conferma di quel noto ammonimento che vuole che tutti i mortali debbano andare almeno una volta nella vita a Leuca e, se non lo fanno da vivi, lo faranno da morti. Il cammino leucadense ci porta sul promontorio Japigio , l’antica Akra Japigia, da dove possiamo godere di una vista fantastica che può spaziare senza confini da nord a sud, da est ad ovest; dove ti giri e’ sempre Leuca bimare, la perla salentina, dove ti giri è sempre Leuca, terra di confine, Leuca fatata, terra ammaliante e ammaliata dalla sua stessa bellezza . È sempre Leuca, che in una sera d’estate ti trasporta sulle onde di un ricordo che non sai da dove venga, che forse era dentro di te da sempre, da prima ancora che nascessi, come un richiamo primordiale delle nostre lontane origini di popolo salentino. Quel mare e quel cielo, che ora tu ammiri, li abbiamo tutti dentro da sempre, l’uno ci scorre nelle vene e l’altro ci gira nella testa, da quando mondo è mondo, e l’aria salmastra di questa terra antica (appunto Sallentia) l’hanno respirata i nostri avi  prima di noi e la respireranno ancora i nostri figli dopo, e poi i figli dei figli, e così per sempre, fino a quando saremo sallentini, fino a quando saremo “ popolo fra due mari”. E quando verrà per noi il momento di partire, chissà, forse sentiremo proprio le campane di Leuca suonare per avvertirci che è giunta l’ora;  e noi andremo, voleremo leggeri,  e l’ultimo saluto sarà ancora per il Santuario di Leuca, proprio come ha scritto il poeta de “La luna dei Borboni”. Il cammino leucadense è uno dei più importanti itinerari sacri del mondo, insieme al cammino di Santiago de Compostela in Spagna e alla Via Francigena verso la Terra Santa. L’antico cammino leucadense è stato ripreso da alcuni anni dall’Associazione culturale “SpeleoTrekking Salento” di Lecce, che ha racchiuso questa importante esperienza in un libro “La via dei pellegrini” di Ezio Sarcinella (SpeleoTrekking Salento 2007).

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